Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La caccia ai migranti...

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... serve a spostare l’attenzione dalle politiche di austerità al “pericolo clandestini”

di Gippò Mukendi Ngandu

da Sinistra Anticapitalista

Ci siamo sdegnati tante e tante volte per la morte di migliaia di migranti nel Mediterraneo, abbiamo gridato per le condizioni disumane e illegali in cui vengono detenuti nei Centri cosiddetti di accoglienza, per lo scandalo dello sfruttamento della questione migranti da parte delle tante mafie in colletto bianco. Ma in questi ultimi giorni, con l’illecito blocco della frontiera da parte della polizia del governo “socialista” francese e la parallela aggressione messa in atto al di qua del confine da parte della polizia del governo “democratico” italiano, la vergogna che abbiamo visto sulla scogliera di Ventimiglia ci fa capire che non si è ancora toccato il fondo.

In Italia così come in Francia è già cominciata la guerra ai rifugiati: in diverse città italiane la polizia è intervenuta nelle stazioni per impedire ai migranti di salire sui treni nel tentativo di lasciare l’Italia o anche di trovare un semplice rifugio. E’ avvenuto l’11 e il 12 giugno a Roma, dove la polizia ha caricato e scacciato centinaia di migranti nei pressi della stazione Tiburtina; a Torino, in maniera più discreta, forse per la visita imminente del Papa, si è limitata a semplici capillari controlli e accertamenti, impedendo comunque a tanti di salire sui treni per Ventimiglia. A Milano, il sindaco “progressista” Pisapia, di fronte ai rifugiati accampati nella stazione centrale, si è unito al coro degli amministratori leghisti annunciando che la città non avrebbe più accolto profughi. E, come dicevamo, il 16 giugno a Ventimiglia la polizia ha cercato invano di caricare e sgomberare i migranti che cercavano di raggiungere la Francia, che nel frattempo ha sospeso “Schengen” chiudendo la propria frontiere. In queste ore 170 migranti resistono fermamente restando e hanno trovato il loro rifugio su una scogliera. Oltralpe, centinaia di rifugiati, che si erano accampati alla Halle Pajol nel quartiere La Chapelle di Parigi, sono sgomberati manu militari dalle forze dell’ordine.

L’Europa “fortezza” è attraversata da una vera e propria caccia ai migranti. In prima fila l’Italia e la Francia, rette entrambe da forze di centro sinistra, a cui si è aggiunta la provocazione del governo ungherese, guidato da esponenti di estrema destra, il quale ha deciso di erigere un muro lungo il confine con la Serbia.

E che dire, nelle settimane appena precedenti, in Italia, la delirante campagna contro i Rom condotta dalla Lega di Salvini che ha egemonizzato il dibattito politico elettorale. Per tutte queste forze, l’obiettivo è spudoratamente quello di spostare il discorso dalle politiche di austerità alla lotta all’immigrazione “clandestina”.

Come è già avvenuto in passato, la caccia ai rom torna ad essere il volano per estendere l’odio anche verso i profughi che provengono dal Medio Oriente e dall’Africa. Si vuole costruire una lotta di classe “alla rovescia”, ossia scaricare la rabbia dei settori popolari sui più deboli. Questa è senz’altro una delle ragioni che spinge settori della classe dominante a lasciare ampio spazio a Salvini e alla sua Lega.

Ma ad operare sistematicamente contro i “profughi” e a criminalizzare i migranti in quanto “clandestini” sono in primo luogo i governi dell’Unione Europea, alcuni dei quali retti da maggioranze di centro sinistra. Sempre più veri e propri comitati di affari delle classi dominanti, questi governi lavorano per garantire uno dei fondamenti del capitalismo, ossia lo sfruttamento e la divisione delle classi lavoratrici. Le politiche liberiste contro i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e le politiche sui flussi migratori non sono nient’altro che facce della stessa medaglia, dispositivi tutti finalizzati ad accrescere lo sfruttamento, a controllare e dividere la forza lavoro, a creare una manodopera di riserva a basso costo, a individuare i capi espiatori da tirare in pasto all’opinione pubblica a seconda delle situazioni. Si tratta di creare una scala sociale in cui chi è in vetta detta le regole e diventa intoccabile, mentre coloro che sono in basso lottano tra di loro per il timore di ricadere nel gradino più sotto.

Non è un fenomeno nuovo. E’ nato col nascere del capitalismo, ed è proseguito con connotati diversi a seconda dei momenti storici, delle situazioni e dei luoghi geografici. E quando il capitalismo ha conosciuto il suoi peggiori momenti di crisi, esso ha prodotto veri e propri moti popolari contro lo “straniero” che ruba il lavoro, che è disposto ad accettare bassi salari e ogni condizione di lavoro. Le classi dominanti si sono tragicamente servite delle ideologie nazionaliste, di vecchi pregiudizi, delle differenze linguistiche, per fomentare o almeno assecondare la violenza razzista, istituendo dei meccanismi che mettono in concorrenza la forza lavoro di origini diverse, nella logica di porre gli sfruttati contro gli sfruttati, i poveri contro i poveri, i lavoratori contro i lavoratori.

Il razzismo è un fenomeno dai forti connotati istituzionali e classisti. C’è il razzismo popolare, di cui non si può negarne l’esistenza, c’è quello di stato, lo dimostra il razzismo esplicito di alcuni “servitori dello stato”, come l’ufficiale di PS di Catania che su Facebook incitava i colleghi di Ventimiglia a “dargli fuoco”, c’è il razzismo delle istituzioni e del sistema capitalista.

La caccia ai migranti e, oggi, ai rifugiati, coinvolge direttamente o indirettamente quasi tutti i paesi dell’Ue. Pochi giorni dopo l’ultima tragedia di Lampedusa, neanche il tempo di asciugare le lacrime di coccodrillo, l’ “Alto Rappresentante” della politica dell’Unione Europea, Federica Mogherini, sostenuta a spada tratta dal governo Renzi e spalleggiata dal “socialista” Hollande, non ha ottenuto nessuna collaborazione dei governi europei nell’accogliere i profughi, ma è riuscita invece ad ottenere l’accordo degli altri primi ministri europei nel chiedere all’Onu il mandato per un’azione militare contro i barconi nelle acque libiche e bloccare in questo modo l’esodo, a loro dire incontrollabile, dei profughi. Il mandato ai bombardamenti non è stato ottenuto e nessuna politica di accoglienza è stata intrapresa, ma l’Unione europea ha annunciato, ironia della sorte proprio alla vigilia della giornata dedicata ai rifugiati, che lunedì darà il via libera alla prima fase della missione navale.

Da tempo non si manifestava un così forte astio nei confronti dei rifugiati. I principali fautori sono le istituzioni che in questo modo rischiano di accendere un incendio che sarà sempre più difficile spegnere. Eppure occorre, innanzitutto, sfatare un mito. Non siamo, almeno per ora, di fronte ad un esodo “biblico”. A titolo di esempio, l‘Italia, nella classifica dei paesi di accoglienza, si pone solo al 35° posto, superata di molto da paesi come il Pakistan, il Libano, l’Iran e la Turchia. In Libano ci sono 1,6 milioni di profughi siriani. Turchia e Pakistan ospitano 1,5 milioni di rifugiati a testa. In Italia, al contrario, i profughi sono meno di cento mila, mentre Francia e Germania insieme ne hanno fino ad ora accolti oltre 400 mila.

Occorre ricordare che la stragrande maggioranza dei profughi scappano da guerre o dittature scatenate direttamente o indirettamente dalle più recenti avventure militari imperialiste. Eppure, le cifre sono chiare: nel Mediterraneo, a reggere il maggiore peso del fenomeno non sono i paesi europei.

Dietro la guerra agli scafisti si cela la guerra ai profughi. Bloccare gli scafisti, senza prevedere alcun corridoio umanitario alternativo, significherebbe condannare migliaia di rifugiati ad una nuova guerra, ad una fame permanente; abbandonarli in posti dove regnano gli abusi, le torture, gli stupri, le uccisioni.

Nell’attuale fase di crisi del sistema di accumulazione capitalista, la questione dei migranti, dei rifugiati umanitari e politici, di coloro che sfuggono dalle guerre, dalle carestie e dalla fame si pone non soltanto in Europa ma su scala globale.

Manca qualunque visione globale europea, qualunque strategia che voglia affrontare le nuove sfide. Prevalgono le politiche repressive. Si vuole dividere la classe lavoratrice e individuare nei rifugiati e più complessivamente nei migranti i principali responsabili dei mali della società. Il razzismo ideologico descrive i migranti come persone che tendono spontaneamente a violare le leggi, anche perché poco propensi a rispettare le “nostre” leggi, come una sorta di uomini reietti sempre pronti a delinquere, dal quale è opportuno difendersi ergendo alle frontiere barriere difensive impenetrabili.

Nelle politiche capitaliste è difficile intravedere un’altra politica. Le classi dominanti e coloro che gestiscono i loro affari, volenti o nolenti, cercheranno in ogni modo di impedire che si produca una rinnovata coscienza di classe che spinga all’unità lavoratrici e lavoratori e i ceti popolari contro le politiche di austerità. Ma questa consapevolezza di classe non è impossibile. La manifestazione del 20 giugno, convocata dalla Coalizione Internazionale Sans-papiers, che ha raccolto a Ventimiglia centinaia di persone, va in questa direzione. Le tante azioni di solidarietà, collettive ed individuali nei confronti dei profughi e dei migranti sono il segnale che nulla è ancora perduto.

Quello che manca è un movimento complessivo capace di coinvolgere l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori contro le politiche liberiste e razziste, di individuare parole capaci di unificare invece di dividere, di rompere con le politiche di austerità. Ora più che mai si pone all’ordine del giorno la ricostruzione di un movimento antirazzista e popolare, contro qualsiasi nuovo intervento militare.