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Tanuro: Ecologia: scienza, economia e società

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Come accelerare la transizione?

A proposito del II Congresso sullo “sviluppo durevole”

di Daniel Tanuro

 

Il 20, 21 e 22 maggio si è svolto a Bruxelles e a Lovanio il II Congresso interdisciplinare sullo sviluppo durevole, alla presenza di varie centinaia di partecipanti. Co-presieduto da Jean-Pascal Van Ypersele (UCL) e da Marek Hudon (ULB) e pilotato da un Comitato scientifico composto da ricercatori di varie università francofone, aveva come tema: “Come accelerare la transizione?”

 

Non è possibile presentare qui un resoconto esaustivo delle decine di dibattiti e degli otto temi affrontati da più di un centinaio intervenuti/e, per cui mi limiterò a trascrivere alcune mie impressioni.

Innovazione sociale

La prima impressione è francamente positiva. Il Congresso ha infatti dimostrato come numerosi scienziati cerchino di ridefinire il proprio ruolo in rapporto alle organizzazioni della società civile, riconoscendo l’esperienza pratica degli attori sul campo. Il tono è stato dato durante una delle plenarie da Olivier De Schutter e Tom Dedeurwaerdere, che hanno presentato una notevole relazione a due sulla “innovazione sociale come pilastro intrinseco dello sviluppo sostenibile”.

Va detto che questo concetto di “innovazione sociale” è suscettibile di interpretazioni diverse. Alcune sono esplicitamente neoliberiste: la Commissione Europea, ad esempio, lastrica l’inferno di buone intenzioni promuovendo l’“innovazione sociale” come alternativa ai servizi pubblici liquidati dall’austerità… Altri attori invece, rifacendosi al pensiero di Karl Polanyi, vedono l’“innovazione sociale” come uno strumento per “ri-incastrare l’economia nella società”, il che li porta a contestare l’ordine esistente.

De Schutter e Dedeurwaerdere si collocano su quest’ultimo fronte. Il primo ha dichiarato fin dall’inizio di prendere in considerazione solo l’innovazione sociale costruita realmente alla base per il benessere delle future generazioni e non per il profitto di una minoranza. Il secondo ha precisato che l’innovazione sociale doveva tendere ad “articolare gli obiettivi dello sviluppo durevole e l’autodecisione” delle popolazioni. È in questo quadro – ha detto in sostanza - che i/le ricercatori/ricercatrici sono indotti a ripensare il proprio lavoro

Ricerca e trasformazione sociale

Oramai lo si sarà capito: l’esposizione di questi due membri del comitato scientifico del congresso era agli antipodi della concezione elitaria della Scienza, che plana sulla testa del dibattito societario… essa si poneva dal punto di vista dei consiglieri del Principe, ma piuttosto da quello della trasformazione sociale dal basso.

Una delle ragioni di questa evoluzione è che, di fronte a complessi problemi quali le “crisi” climatica, energetica, alimentare, ecc., alcuni ricercatori constatano che non esistono soluzioni meramente tecnologiche; e ne traggono la conclusione che i problemi vanno individuati e risolti in co-costruzione con gli attori sociali, nel rispetto dei bisogni di questi ultimi. Da questo deriva l’interesse crescente delle ricerche trans- e inter-disciplinari.

Non è, però, l’unica spiegazione: sembra, in aggiunta, che un certo numero di ricercatori tirino un bilancio molto critico delle strategie tendenti a convincere i politici della gravità della crisi ecologica e dell’urgenza delle misure da prendere.

“L’innovazione sociale bottom-up è più efficace dell’approccio top-down”, ha dichiarato Olivier de Schutter. L’assenza di risultati induce i ricercatori a operare la svolta attraverso i movimenti sociali e a collaborare con loro, per aumentare la pressione sui politici? Non ho inteso porre la domanda in questi termini al congresso, ma a me sembra che certi esperti dello “sviluppo durevole” non vogliano più limitarsi a depositare relazioni sulle scrivanie dei decisori…i quali poi ne tengono poco o nessun conto.

Movimento della transizione e alternativa politica

A partire da questa ipotesi, il tema dell’incontro – “Come accelerare la transizione?” – si può più precisamente formulare in questo modo: “ Come può l’immersione degli scienziati nei movimenti sociali che costruiscono alternative sul campo rafforzare queste ultime e contribuire alla presa di coscienza socio-ecologica da cui emergerebbe un’espressione politica che finalmente capisca la necessità della transizione in direzione di uno sviluppo (realmente) durevole?”.

In effetti, è in questo senso che è intervenuto Olivier De Schutter. L’ex relatore speciale dell’ONU sull’alimentazione ha fatto appello a rafforzare le iniziative di base nel quadro del “movimento della transizione” – orti urbani, gruppi d’acquisto, cooperative di produzione e di distribuzione dei prodotti agricoli, cooperative nel campo delle energie rinnovabili, iniziative e imprese di condivisione (di auto, alloggi, utensili… monete locali, ecc.).

“L’innovazione sociale migliora il rapporto di forze rispetto ai grandi gruppi, riducendo la dipendenza nei loro confronti”, ha affermato l’oratore. E ha concluso che, per andare oltre, lo sviluppo durevole – basato sui tre pilastri “sociale”, “ecologico” ed “economico” – dovrebbe avere in più un “quarto pilastro politico”.

Tutto questo – ripeto – è molto positivo e stimolante. Ugualmente, entro certi limiti: uno degli strumenti più evidenti per accelerare la transizione è… bloccare i grandi lavori infrastrutturali al servizio delle energie fossili, quali il progetto di aeroporto di Notre-Dame-de-Landes o l’oleodotto Keystone XL tra Alberta e gli Stati Uniti. Tuttavia, a queste lotte esemplari, pur ricche in innovazioni sociali, non si è neppure fatto cenno in occasione del congresso. I dibattiti si concentravano su ciò che potremmo definire “le innovazioni sociali morbide”, quelle del “movimento della transizione”.

Proseguirò dunque la discussione in questo quadro. Ad ogni modo, le iniziative morbide e quelle più conflittuali hanno un punto in comune molto importante: ricreano un legame sociale.

Accelerare, come?

Lo ha messo in risalto lo stesso De Schutter: è evidente che il contagio delle iniziative dei cittadini non sarà sufficiente per rispondere in tempo alle grandi sfide socio-ecologiche.

È del tutto chiaro se si pensa alle conclusioni del GIEC: per avere il 60% di possibilità di non superare i 2°C di innalzamento della temperatura, le emissioni dei paesi sviluppati debbono scendere del 25-40% nel 2050 e la decrescita deve avviarsi al più tardi nel… 2015. Ne siamo ben lontani: le emissioni mondiali aumentano attualmente al ritmo del 2% annuo (due volte più in fretta che non negli anni Ottanta del secolo scorso).

Come “accelerare la transizione”, al di là dell’attuale cerchia del “movimento della transizione” le cui iniziative, pur sviluppandosi, restano tuttavia relativamente marginali (e non sempre contribuiscono a ridurre la pressione sulle risorse!)?

Come combinare una strategia di trasformazione decentrata, dal basso, con una risposta all’urgenza ecologica… sapendo che questa richiede anche riforme strutturali – quindi decisioni politiche – allo scopo soprattutto di infrangere i poderosi ostacoli frapposti dall’agrobusiness, dalla finanza e dal settore dell’energia fossile?

Come coinvolgere nella transizione altri strati sociali oltre ai contadini, i risparmiatori etici (che mettono il proprio denaro in cooperative eoliche o altre) e, per esempio, il settore dei consumatori sensibili alla qualità della loro alimentazione?

Come passare, in una parola, a una velocità superiore?

Senza rispondere a queste domande strategiche di fondo, “accelerare la transizione” rischia di essere un’illusione, un modo per occupare il tempo, se non di rivolgere altrove l’attenzione mentre la catastrofe accelera… contemporaneamente alle “innovazioni sociali”.

Autonomia, lavoro e durevolezza

Un modo di affrontare il problema sarebbe quello di partire dall’osservazione di Tom Dedeurwaerdere sulla necessità di articolare l’autonomia dei produttori e gli obiettivi dello sviluppo durevole.

Prendendo l’esempio dei contadini del Sud della Francia che – con l’aiuto dei colleghi messicani – hanno adottato nuove varietà di granturco che consentono di consumare meno acqua, Dedeurwaesere si è chiesto “Perché questo funziona?”. A mo’ di risposta, ha sottolineato l’importanza decisiva dell’autonomia dei produttori come molla e motivazione. È un punto chiave. I giardinieri, gli artigiani e gli artisti lo sanno: l’autodecisione nel lavoro è fonte di realizzazione di sé, di ricchezza razionale e di armonia con il cosmo.

Ma allora perché non estendere la proposta? Se la grande massa della popolazione potesse cominciare a metter piede sul cammino concreto che porta a questa autonomia nel lavoro, si libererebbe una enorme forza per accelerare la transizione. Niente potrebbe opporsi alla radicale trasformazione civilizzatrice che implica l’instaurazione di una società rispettosa delle persone e del loro ambiente, perché una trasformazione radicale del genere diventerebbe auspicabile su scala di massa.

Il problema è esattamente che la larga massa della popolazione è tagliata fuori dalla possibilità di questa emancipazione. E lo è per l’obbligo inaggirabile di perdere la sua vita a guadagnarsela vendendo la propria forza lavoro a padroni che decidono ciò che viene prodotto, come, perché, per chi e in quale quantità, in funzione del profitto degli azionisti. “Ne è tagliata fuori, in altri termini, dal modo di produzione capitalistico…”.

La questione può sembrare discosta dal tema, ma non è così. La specie umana, infatti, ha come specificità quella di collaborare socialmente a produrre la propria esistenza attraverso il lavoro come attività cosciente.

Ne consegue, in primo luogo, che separare l’essere umano dalla padronanza della produzione sociale e dai mezzi di questa significa separarlo dalla sua stessa natura, alienarlo dalla sua stessa esistenza sociale, mutilarlo profondamente.

Ne consegue, poi, che fare di questo essere alienato il semplice esecutore delle volontà dei proprietari dei mezzi di produzione che la concorrenza costringe a produrre sempre più merci, lo costringe a collaborare alla distruzione della natura di cui fa parte, quindi anche all’autodistruzione.

Natura e natura umana

Tutto questo mi sembra piuttosto evidente, ma sono stato colpito, ancora una volta, di dover constatare l’estrema difficoltà di porre questa questione in quegli ambienti – per non parlare di discuterne le implicazioni in termini di iniziative e di strategia di transizione. L’autonomia e l’autodecisione dei produttori sarebbero riservate ai permacultori[i]? Gli/le altri/e – che costituiscono la maggioranza sociale! – dovrebbero espiare la loro colpa di essere lavoratori/lavoratrici e accontentarsi di quei surrogati di autonomia che sono il “consumo responsabile” e il “risparmio civico” (se sono così fortunati da avere un risparmio, naturalmente)? In questo caso, come “accelerare la transizione”?

Il problema che emerge a questo punto è evidentemente quello del capitalismo. La difficoltà di porlo è emersa in maniera clamorosa, addirittura caricaturale, nella plenaria del 22 maggio, con gli interventi di Thomas D’Ansembourg. Applauditissimo, questo psicoterapeuta e noto conferenziere ha interpellato la sala in questo modoì: “Come potrebbe l’essere umano rispettare la natura se non rispetta la propria natura?”.

Il problema è questo in effetti, ma il signor D’Ansembourg non ha tirato fuori il nocciolo della questione. Non ha cioè affrontato il fatto che proprio il rapporto salariale e le sue conseguenze (il lavoro costrittivo, ripetitivo e dequalificato, svolto sotto tutela nel timore costante di perdere il proprio mezzo di sostentamento) dimostra la totale mancanza di rispetto della natura umana; non si è chiesto se questa strutturale mancanza di rispetto del sistema capitalistico per la natura umana abbia un nesso con il mancato rispetto strutturale di questa società per il resto della natura… ed evidentemente non ne ha ricavato la conclusione che battersi per l’emancipazione del lavoro sarebbe quindi il modo per eccellenza di accelerare la transizione.

La vacca sacra dell’“economicismo”

Per dirla tutta, non sembra neanche che Thomas D’Ansembourg sia consapevole delle implicazioni della frasetta che ha pronunciato quel giorno. Poco dopo la sua applaudita uscita sul rispetto della natura e della natura umana, ha infatti spiegato che lui aiuta membri di consigli di amministrazione di grandi società a “liberarsi dalla trappola dell’ego” per “trovare la pace interiore”, grazie a cui essi potranno tra l’altro accrescere la redditività delle rispettive imprese. Conformemente alla natura umana e alle leggi della natura, che dettano il corso della Borsa? Nessuno sembra essersi accorto che in questo c’era un’enorme contraddizione. O, piuttosto, un antagonismo.

Eloi Laurent, nella stessa plenaria, aveva appena espresso la sua convinzione che l’economia può pretendere allo statuto di scienza solo nella misura in cui è “economia politica”, “vale a dire come branca della filosofia – come al tempo dei fisiocrati e di Ricardo. Ciò che oggi si chiama economia non è, infatti, se non un ‘economicismo’”, “di breve termine” e “centrato sugli interessi dei ricchi”, ha sostenuto. Giustissimo!

Purtroppo però gli scienziati organizzatori del congresso si comportano come se questo economicismo fosse una vacca sacra: Appena compare un “economista” si prostrano e il loro spirito critico entra subito in panne. Sembra normale per loro dare la parola a Jeffrey Sachs, uno dei capi di questa pseudo-scienza, il padre della terapia d’urto denunciata da Naomi Klein, il mercenario capitalista di un’altra “transizione accelerata”, quella della Russia verso l’economia di mercato, imposta a colpi di privatizzazioni che hanno trasformato gli ex burocrati in oligarchi e sommerso la società in un profondo marasma.

Sembra loro ancor più normale invitare come conferenzieri padroni tutti pieni di buone intenzioni del capitalismo verde, come Gunter Pauli. Di contro, discutere del modo in cui la lotta alla base per l’emancipazione del lavoro della stragrande maggioranza della popolazione potrebbe contribuire ad accelerare la transizione ecologica è probabilmente l’ultima cosa che verrebbe loro in mente. Sarebbe “fare politica”, non vi pare?

In effetti sarebbe fare politica. Economia politica. Vale a dire in questo caso, stando a Eloi Laurent… fare scienza. La prossima volta, forse?

Traduzione di Titti Pierini



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