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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Katz. La Grecia vista con occhi latinoamericani (ital)

Katz. La Grecia vista con occhi latinoamericani (ital)

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La Grecia vista con occhi latinoamericani

di Claudio Katz[1]

 

Avevo messo subito questo articolo in lingua originale nella sezione Actualidad latinoamericana, ma mi sono reso conto che solo una parte relativamente piccola dei visitatori abituali del sito poteva leggerlo, e Titti Pierini si è subito impegnata per tradurlo celermente. È un testo molto utile per molte ragioni. Prima di tutto Claudio Katz è uno dei più prestigiosi esponenti del gruppo degli “economisti di sinistra” in Argentina, di cui è membro anche Guillermo Almeyra, con cui ho iniziato la documentazione sulla Grecia vista dall’America Latina. Tiene conto molto dell’esperienza argentina ma senza mitizzarla, e soprattutto legge la crisi greca all’interno di una crisi del capitalismo che si manifesta in forme diverse dalla Cina al Portorico all’Ucraina. Katz è severo verso le scelte di Tsipras come la maggior parte degli economisti seri, anche se non necessariamente “di sinistra” o “marxisti”, come Stiglitz o Krugman, su cui i difensori del “capitalismo reale” del genere di Federico Fubini ironizzano perché continuano a dare consigli inascoltati a Syriza, come li avevano dati ai sovietici affascinati dal capitalismo occidentale subito dopo il crollo dell’URSS. Constatare che assurdamente il governo greco non aveva un piano d’emergenza, come fa Krugman (e anche Katz) per Fubini sarebbe una mezza ritrattazione dell’appoggio al NO nel referendum! Fubini ha dedicato un’intera pagina del “Corriere della sera” di ieri ai “cinque miti greci”, creando in realtà molta confusione, per nascondere o svuotare di significato fatti concretissimi, a partire da quello che ancora una volta gli “aiuti alla Grecia” in Grecia non arrivano se non in minima parte… (a.m.21/7/15)

 

Con l’approvazione parlamentare del terzo memorandum si è concluso un altro capitolo del dramma che sta affrontando la Grecia. L’entusiasmo suscitato dalla vittoria del “No” nel referendum è stato bruscamente soppiantato dalla frustrazione causata dalla capitolazione di Tsipras.

Ma lo scioglimento del dramma non c’è ancora. Se la battaglia contro le misure imposte recupererà forza, rinascerà la speranza di resistenza nei confronti della trojka. L’esperienza latinoamericana di lotta contro gli stessi avversari fornisce tre insegnamenti pertinenti per la congiuntura greca:

Primo: in situazioni critiche, direzioni timorate sono fatali. Occorrono dirigenti coraggiosi – come Fidel o Chávez – per cambiare la storia.

Secondo: si possono rifiutare le imposizioni del FMI, ma costruendo coscienza popolare in rottura contro i banchieri, non illusioni di riforma dell’Eurozona.

Terzo: In piena catastrofe economica, è indispensabile sospendere il pagamento del debito, per riprendere fiato e recuperare la crescita.

 

Crudeltà premeditate

 

Nelle reti sociali è subito circolata la definizione netta del nuovo memorandum come colpo di Stato dell’Eurogruppo. Un settimanale tedesco ha definito questo pacchetto “un catalogo di crudeltà”. È ben più virulento di tutti quelli precedenti e comprende garanzie supplementari di “risanamento” fiscale.

Le imposizioni dell’avanzo primario per pagare il debito sono brutali. Si generalizza l’aumento dell’IVA, cresce l’età pensionabile e si eliminano i sussidi alle pensioni più basse. Si applica un gravame fiscale anche alla piccola proprietà, trasformando le famiglie pauperizzate in inquilini delle loro stesse abitazioni. L’abolizione della moratoria degli sfratti facilita sloggi in massa.

Il nuovo programma restaura il neoliberismo feroce. Promuove la flessibilità del lavoro, incentiva i licenziamenti e ridimensiona i contratti collettivi. Inoltre, liberalizza i prezzi dei prodotti di prima necessità e favorisce una devastante apertura commerciale.

Si reintroducono le privatizzazioni su grande scala. Complementare alla messa all’asta dei porti è la vendita della compagnia elettrica. Il denaro ricavato da questa spoliazione verrà affidato a un fondo manovrato dai banchieri. Hanno preferito supervisionare questa spoliazione da Atene, anziché gestirla nel loro paradiso fiscale lussemburghese. Si è messo in moto il vecchio piano tedesco di appropriazione delle isole più ambite dai turisti.

Il programma include una riassicurazione per costringere a mettere in atto tutto quel che si è firmato. Alla minima deviazione, si introducono sacrifici aggiuntivi. La sperata ristrutturazione del debito scompare dall’accordo. Restano solo vaghe promesse di prendere in esame la questione in futuro, mentre il restringersi dell’economia aggrava il passivo.

Secondo le stesse stime del FMI, il debito balzerà in poco tempo dal 175% al 200% del PIL. Qualsiasi futura revisione di questo gravame consoliderà il trasferimento di proprietà al capitale straniero.

L’obiettivo esplicito di questa demolizione è stato quello di umiliare Tsipras. La Merkel lo spinge a governare insieme alla destra e pretende di trasformarlo in un altro presidente social-liberista privo di legittimazione. Spera di demoralizzare la popolazione, di distruggere Syriza e di facilitare il ritorno dei conservatori.

La durezza della trojka costituisce l’evidente vendetta per il referendum. Penalizza la sfida introdotta da quella consultazione e ratifica il fatto che la democrazia è incompatibile con la dittatura dell’euro. L’Eurogruppo non tollera il risultato contundente di quel voto nel paese che fu la culla della democrazia.

Il nuovo memorandum seppellisce le ultime vestigia di sovranità, tra sformando il parlamento ellenico in una succursale di Bruxelles. Tutte le iniziative legislative dovranno avere previa approvazione dei capi della trojka. I loro inviati opereranno la revisione dei conti pubblici e, come accadeva in Argentina negli anni Novanta, convocheranno d’urgenza i parlamentari perché votino quello che chiedono loro.

 

Germania e Stati Uniti

 

L’impressione generalizzata è che l’inflessibilità monetaria tedesca sia il retaggio dell’incubo inflazionistico che ha preceduto il nazismo. Altre interpretazioni si basano sul dogmatismo economico o sulla cecità politica.

Tuttavia, la rigidità della Merkel non è un capriccio, ma la risorsa cui ricorre la Germania per rafforzare la propria preminenza e per controllare i prossimi passi dell’unificazione fiscale e bancaria. Ricorre a una ricetta deflazionistica per assicurare il proprio primato esportatore e creditizio, attraverso una moneta continentale forte.

La potenza tedesca ha bisogno di sostituire con artiglieria economica la sua inferiorità militare e la sua debolezza geopolitica. Non conta sulla sicurezza del Pentagono per incartare il mondo con i dollari e deve subordinare la Francia nella cogestione dell’Unione Europea. Questa superiorità è vitale di fonte agli imminenti negoziati per la permanenza della Gran Bretagna nella Comunità.

La Germania colpisce la Grecia per lanciare un avviso a tutti i popoli del Vecchio continente. Ha rifiutato per cinque mesi qualunque concessione a Syriza e tagliato liquidità alle banche greche per contrastare l’insubordinazione all’austerità regressiva e permanente.

Gli Stati Uniti intervengono in altro modo. Si muovono con maggior cautela e tengono conto delle pericolose conseguenze della distruzione della Grecia. Questo paese ospita quattro basi NATO, continua ad avere conflitti con la Turchia ed ha più sottomarini, aerei e truppe di tanti giocatori in quello scacchiere.

Obama ha ormai preso atto di come il fallito Stato di Libia abbia perso ogni controllo sui flussi migratori verso l’Europa. La Grecia è uno Stato tampone per l’immensa massa di profughi che affluisce dall’Africa e dal mondo arabo. Inoltre, è la strada del progettato gasdotto e sarà protagonista attivo del nuovo sfruttamento del gas costiero.

La Grecia ha un voto chiave nell’Unione Europea. Se ricerca l’appoggio economico della Russia potrebbe utilizzare queste risorse per colpire le sanzioni che l’alleanza occidentale sta applicando fin dall’inizio della crisi ucraina. Anche il Dipartimento di Stato si preoccupa dell’appetito cinese per i porti del Pireo.

Non solo questi pericoli spiegano le riserve di Obama di fronte alla virulenza tedesca. Gli Stati Uniti dispiegano un doppio gioco, di sostegno alla trojka e di indebolimento del suo principale rivale economico in Europa. Per questo motivo il FMI chiede alle banche tedesche di assumersi parte del fallimento greco. Propone la rinuncia a un 30% del passivo e un periodo di garanzia di 20 anni, a carico degli istituti tedeschi.

La generale destabilizzazione del Vecchio continente è il principale timore di Obama. Il dissesto greco mina la legittimità di un progetto europeo con un decrescente sostegno sociale.

La vittoria del “No” nel referendum ha riconfermato l’ostilità popolare per il modello di unificazione neoliberista, frequentemente contestato nelle urne. Dal rifiuto nell’ultima grande consultazione (Trattato Costituzionale del 2005), questo malcontento è molto visibile.

La crisi ellenica si sviluppa entro un convulsivo scenario internazionale, che la Grecia potrebbe sfruttare per far valere le proprie richieste. Ma approfittare di questo richiede il coraggio che a Tsipras è mancato.

 

Capitolazione e raggruppamento

 

Il comportamento del leader di Syriza passerà alla storia come un patetico esempio di resa. La capitolazione è venuta a galla il giorno dopo la vittoria del “No”. Anziché rispettare il mandato di quel voto, Tsipras si è imbarcato in una frenetica attività per il “Sì”, archiviando tutte le sue convinzioni.[2]

Per ingraziarsi i creditori, ha imposto la subordinazione della maggioranza vincente alla minoranza sconfitta. Ha convocato i destri in ritirata, ottenendo l’immediata accettazione parlamentare del progetto di riforme elaborato da Hollande.

Una simile sottomissione non è bastata e la Merkel ha imposto una subordinazione più vergognosa. Tsipras ha allora approvato gli stessi testi che aveva denunciato per anni, mettendosi in ginocchio di fronte ai nemici che aveva promesso di affrontare. Ha fatto esattamente l’opposto di tutti i leader responsabili verso i propri popoli, che hanno rischiato, scontrandosi con l’ordine imperiale.

Tsipras ricorre all’argomento: “abbiamo evitato il peggio”, senza spiegare in cosa consisterebbe questo male superiore. Ora giustifica l’“austerità dal volto umano” che ha contestato tante volte. Conosce, per giunta, l’inutilità del nuovo adeguamento.

L’economia greca è completamente esausta e non digerisce nuovi tagli. Il crollo del PIL è arrivato al 25% e la disoccupazione giovanile alla media del 52%. Si stima che il 45% dei pensionati e il 40% dei bambini siano piombati al disotto della soglia di povertà.

La chirurgia fiscale già attuata in Grecia è superiore di due volte e mezzo rispetto al taglio operato in Spagna e nessun economista si azzarda a fare previsioni di crescita. Mentre si impadroniscono del paese, i creditori continueranno a riscuotere da uno sportello quel che offrono da un altro.

Tuttavia, il nuovo memorandum può ridar vita alla resistenza sociale, che già si intravede negli scioperi del pubblico impiego. Staremo a vedere se la popolazione digerirà una svolta politica che lascia perplessi. Alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, vi sono margini per grosse sorprese.

La vittoria del “No” ha mostrato la straordinaria capacità di risposta di un popolo che, nel pieno della chiusura degli sportelli bancari e di campagne intimidatorie, ha schiacciato le destre. Il 60% del rifiuto, che ha lasciato stupito il mondo, si è alzato all’85% tra i giovani.

Quella reazione ha posto in risalto un apprendistato maturato dopo tante estorsioni. La trojka aggredisce da 6 anni e ha imposto 8 piani di austerità, attraverso 4 governi. La capitolazione di Tsipras ha introdotto la delusione maggiore dell’intero periodo, ma non è il primo ricatto che affrontino i lavoratori greci. Mentre i burocrati dell’Eurogruppo scrutano il paese come semplice colonia per vacanze, continua a risorgere l’eroica tradizione di resistenza alle occupazioni coloniali e ai nazisti.

Alcuni analisti paragonano il trauma che affronta la sinistra per la resa di Tsipras con l’emozione provocata dalla prima sottomissione della socialdemocrazia di fronte alle guerre interimperialiste.[3]

Anche questa analogia rileva l’attuale pericolo di capitalizzazione del malcontento popolare da parte dei fascisti. Le squadracce di Alba Dorata hanno già un discreto patrimonio parlamentare e possono trasformare l’impotenza governativa di Syriza in una grande tragedia.

Per questo urge ricostruire un polo di sinistra contrapposto alla capitolazione ufficiale. La rapida visibilità di questo raggruppamento consentirà di contrastare la sfiducia generata dalla resa di Tsipras.

I primi indizi di questo polo già si intravedono nei 32 deputati di Syriza che hanno votato contro il memorandum, i 3 ministri defenestrati e il centinaio di membri del Comitato centrale che hanno disapprovato la capitolazione.

Ma la nuova fase esige anche una revisione dei programmi e delle strategie negoziali.

 

La mancanza del Piano B

 

Tsipras ha accettato il ricatto della trojka presentando l’uscita dall’euro come la fine del mondo. Ha detto che quest’uscita portava al degrado economico, senza contrapporre a questa eventualità lo smantellamento creato dal restare nell’eurozona. Gli scenari di svalutazione, inflazione, impoverimento o mancanza di rifornimenti che si descrivono di fronte all’uscita dall’euro omettono una valutazione del contesto attuale di agganciamento alla moneta comune.

Syriza è arrivata al governo inalberando la parola d’ordine decisa: “nessun sacrificio per l’euro”. Ha dichiarato la propria disponibilità a conservare il paese in quest’ambito, ma senza le contropartite dell’austerità. In capo a cinque mesi di negoziati, è emersa l’incompatibilità tra i due obiettivi.

Anche la coalizione di sinistra si è opposta correttamente all’opzione di limitarsi a restaurare la vecchia dracma, come corollario del modello capitalista di svalutazione proposto da alcuni economisti eterodossi (Krugman). Ha tuttavia contrapposto all’uscita la pura e semplice permanenza nell’euro, sperando di ammorbidirne la gestione all’insegna di quest’ultimo.

Questa aspettativa ha resuscitato i miti dell’europeismo benevolo, credenze che presuppongono che le istituzioni del continente unificato siano intrinsecamente progressiste, a prescindere dalla loro impronta neoliberista.

Invece di mettere in questione queste illusioni, Tsipras ha mantenuto il cieco legame con l’euro, rinunciando a creare le condizioni per l’eventuale uscita dall’eurozona se si fosse mantenuta l’imposizione dell’austerità. Si è soprattutto rifiutato di concepire un Piano B nelle trattative con la trojka.[4]

 

Su questo terreno, il contrasto con l’America Latina è istruttivo.

La sinistra di questa regione ha sempre guidato la battaglia contro l’adeguamento esigendo la rottura con il FMI. Certo, le condizioni di lotta nelle due zone sono state diverse. Tuttavia, tra i settori progressisti latinoamericani si tiene fermo che la sovranità economica e l’autonomia degli organismi finanziari siano indispensabili per tenere a freno le prepotenze dei banchieri.

Ora si sa che la permanenza a qualunque costo nell’eurozona ha spinto Tsipras a rifiutare qualsiasi piano alternativo, presentato all’ultimo momento da Varoufakis. L’opzione includeva il controllo delle banche per gestire l’emissione limitata di semi-monete complementari all’euro.

È importante la valutazione di ciò che è avvenuto in queste trattative, visto che la Grecia e la trojka torneranno al tavolo delle trattative una volta verificata l’irrealizzabilità del nuovo accordo. Soltanto disponendo di un Piano B si può invertire l’estorsione e trasformare l’eventuale uscita dall’euro in una carta a favore del debitore.

Vale la pena di considerare che un ritiro greco dall’eurozona costituisce un pericolo enorme per la trojka, che i banchieri nascondono con catastrofiche previsioni esclusivamente per la Grecia. Intimamente sanno invece che l’uscita potrebbe suscitare una generale convulsione finanziaria, se il contagio minaccia altre economie che sono sull’orlo della cessazione dei pagamenti.

Per questo motivo l’Eurogruppo ha anche proposto di discutere un “Grexit” ordinato, temporaneo e assistito. Intimorito dal ricatto della Merkel, Tsipras non ha neppure preso in considerazione una simile possibilità.

La Grecia può far valere a proprio favore il rischioso scenario che attornia il negoziato. La trojka ha pronto un protocollo di sostegno finanziario per le economie più colpite da un eventuale “grexit” (Cipro, Macedonia, Romania, Bulgaria, Portogallo. Ma non riuscirebbe a spegnere il fuoco se l’incendio si estendesse all’Italia, alla Spagna o alla sopravvivenza stessa dell’euro.

Il grosso dell’establishment tedesco ipotizza che una crisi del genere non colpirebbe le banche ricapitalizzate a partire dal 2009. Altri settori, tuttavia, avvertono della permanente fragilità dei gruppi finanziari, in uno scenario internazionale di scosse borsistiche in Cina e di potenziale default in vari paesi (Portorico, Ucraina). Il punto più critico è lo squagliarsi dell’intero ciclo di elevatissima emissione che ha preservato il livello di attività economica negli Stati Uniti e in Europa negli ultimi sei anni.

La Grecia potrebbe negoziare con un atteggiamento diverso se avesse pronto il pacchetto di misure richiesto per uscire dall’euro. Alcune iniziative sono state elaborate e comprendono biglietti elettronici e un programma redistributivo di conversione monetaria.[5]

 

Il paragone con l’Argentina

 

Via via che la crisi ellenica si aggrava, recupera attualità analitica l’alleggerimento [del debito] seguito al default argentino. Questo precedente conferma che la sospensione del pagamento del debito è la sola risorsa che ha la Grecia per mitigare l’asfissia della propria economia. Solo questa moratoria permetterebbe di riequilibrare il negoziato ostile che il paese sta affrontando. Il precedente argentino del 2002-2006 mostra come un alleggerimento delle erogazioni estreme consenta di utilizzare i fondi destinati ai creditori per la ricomposizione della domanda interna.

Certo, nel caso argentino, questo uso di risorse fiscali per incrementare la crescita comportò una base regressiva (mega-svalutazione e liquefazione dei salari) e altri rischi della ripresa (valutazione internazionale delle esportazioni). Ma il precedente è utile per ricordare che la sospensione dei pagamenti è una condizione inevitabile per uscire dal marasma.

Il governo kirchnerista suole diluire questo dato nella presentazione edulcorata del suo modello economico. Presume che questo schema offra alla Grecia la ricetta per superare l’affanno attuale. Il calco, tuttavia, includerebbe due aspetti chiavequali il cambio e il disindebitamentoche annullerebbero quanto ottenuto con il risparmio iniziale dei pagamenti ai creditori.

L’interscambio di buoni ha convalidato la riduzione di un debito che era già svalutato e introdotto remissioni che andrebbero ricalcolate alla luce dei pagamenti aggiuntivi realizzati tramite il tagliando di crescita. Il contenzioso in atto con i fondi “avvoltoi” illustra le conseguenze dell’accettazione di dirimere le vertenze giudiziarie nei tribunali di New York.

La successiva decisione di pagare puntualmente gli impegni del nuovo passivo ha generato una forte de-capitalizzazione del paese. La serie monumentale di erogazioni (173 miliardi in un decennio) ha logorato le riserve, colpito l’investimento e avviato la ripresa dell’indebitamento.[6]

La Grecia deve selezionare con cura quel che va ripreso dall’esperienza argentina. Questa continua a contare sulla possibilità di dichiarare una sospensione di pagamenti, prima di ricadere nel caotico default subito nel Cono Sur. Anziché ripetere la repressione che ha accompagnato il collasso, potrebbe ricorrere al sostegno popolare, con nuovi referendum che legittimino il recupero della sovranità finanziaria.

In Argentina, le tracce fraudolente del debito furono cancellate con i cambi. Al contrario, in Grecia c’è stato il principale audit contemporaneo di un passivo discutibile. L’indagine ha rafforzato la dimostrazione provata della truffa perpetrata dalle banche per finanziare il proprio salvataggio. La revisione apporta validi argomenti per confutare l’infame presentazione dei greci come un popolo di “irresponsabili spendaccioni”.[7]

La differenza tra la Grecia e l’Argentina messe in rilievo da vari analisti sono numerose, ma non determinano il risultato di una sfida alla trojka. L’Argentina non ha mai omesso il pagamento al FMI e aveva le sue obbligazioni distribuite fra molteplici creditori privati. Il passivo greco è stato statalizzato sotto diretta gestione dell’Eurogruppo e implica uno scontro politico molto più esplicito.

Anche il contesto internazionale stabilizzato del 2001-2005 contrasta con le turbolenze del 2008-2015. Il dramma che in Argentina si stemperò in un biennio in Grecia è ormai durato sei anni. è paragonabile un’economia esportatrice di generi alimentari con una periferia dipendente dal turismo. Ma le crisi capitalistiche che irrompono in scenari differenti spesso affrontano dilemmi analoghi.

La nazionalizzazione delle banche è un requisito per la soluzione popolare di questa convulsione. Non fu necessaria in Argentina, ma è molto fattibile in Grecia. Lo Stato è azionista maggioritario dei principali istituti bancari e non vi sarebbe da fare altro che esercitare la propria primazia per ricomporre patrimoni, revisionare portafogli e recuperare il denaro utilizzato in maniera dolosa. L’iniziativa potrebbe essere posta in atto insieme a una riforma fiscale progressiva, che sopprima i privilegi degli armatori e della Chiesa ortodossa.

Nessuna di queste misure risulta nell’agenda della coalizione governativa. Syriza ha perso il senso delle basi su cui si è fondata. Ha un leader che ha optato per i potenti e abbandonato i diseredati. La sinistra ha bisogno di altre basi e di altra direzione.

La Grecia continua ad attrarre l’attenzione del mondo: si giudica la maggiore esperienza di ribellione europea dalla rivoluzione portoghese degli anni Settanta. La nuova tappa post-Tsipras è lastricata di interrogativi, ma la sinistra può sicuramente contare sulla solidarietà latinoamericana.

 (18-7-2015). Traduzione di Titti Pierini



[1]Economista, ricercatore del CONICET, docente all’Università di Buenos Aires, membro del gruppo EDI. Suo sito web: www.lahaine.org/katz

[2] Cfr. Kouvelakis, Stathis, “De lo Absurdo a lo Trágico: Aquellos que dirigen Grecia y a su Izquierda a rendirse deben ser opuestos”, 10-7-2015. http://www.resumenlatinoamericano.org. Italiano: Stathis Kouvelakis: Grecia. Dall'assurdo al tragico; Kouvelakis, Stathis, “Es hora de que el temor a la salida del euro ya no nos asuste”, 12-5-2015.

http://www.rebelion.org/noticia.php?id=198667.

[3] Approvazione dei crediti di guerra all’inizio della Prima Guerra mondiale. Mitralias, Yorgos, “Días funestos: Del 4 de agosto de 1914 alemán al 14 de julio de 2015 griego”, 16-7-2015, http://cadtm.org/.

[4] Le basi di una alternativa furono esposte, tra altri, da Lapavitsas, Costas. “El inminente paquete de austeridad”,19-6-2015, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=200171.

Lapavitsas,  Costas, "La solución óptima sería una salida negociada del euro", 26-3-2015 http://www.rebelion.org/noticia.php?id=196961.

[5] Cfr. Toussaint, Eric, “Grecia: alternativas frente a la capitulación”, 17-7-2015. http://cadtm.org.

[6] Katz Claudio, “¿Cuántos buitres acosan a Argentina?”, 1-7-2014, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=186691.



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