Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ancora la Cecenia

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Ancora la Cecenia

 

Da Mosca arrivano notizie inquietanti: il terrorismo ceceno è arrivato di nuovo nella capitale. Così almeno viene riportato da tutti i quotidiani. Le autorità russe “non sembrano avere dubbi”. Vedremo se è così. Anna Politkovskaja ci aveva insegnato a dubitare di un potere costruito intorno a un agente del KGB come Putin. Ne avevo a suo tempo parlato a lungo in un articolo già inserito nel sito e che ripropongo ora: Putin e la Cecenia.

Anche senza pensare che gli attentati siano stati costruiti ad arte, come quasi sicuramente quelli del 1999 che prepararono l’arrivo trionfale di Putin al potere, possiamo concordare con Boris Nemstov, leader del movimento di opposizione Solidarnost, quando denuncia che “tutti gli attentati degli ultimi anni sono stati strumentalizzati dal regime per rafforzare il potere personale di Putin”.

Lasciamo perdere gli elementi addotti per provare l’origine caucasica delle bombe (la cintura disinnescata e quindi inesplosa trovata miracolosamente in una stazione della metropolitana; la testimonianza di una donna anonima che avrebbe sentito dei ceceni parlottare tra loro nei giorni precedenti), così labili che potrebbero di nuovo accreditare le teorie del “complotto di Stato”. In ogni caso la versione delle autorità è tale da rendere immaginabile la reazione popolare: c’è stata subito un’aggressione a due innocue donne col velo nella metropolitana…

Ammettiamo che davvero ci siano state due o quattro donne a farsi esplodere (e non a lasciare una borsa sotto un sedile). È possibile, anche se di solito in passato c’erano pronte le rivendicazioni con video, quando si trattava davvero delle “fidanzate di Allah”, cioè di vedove o figlie di caduti, che si offrivano per vendicare la morte dei loro cari), ma se così fosse, gli argomenti contro la politica russa nel Caucaso resterebbero tutti validi. Probabilmente, se sarà confermata l’esistenza di donne “kamikaze”, è molto probabile che venissero non dalla Cecenia ormai distrutta e schiacciata dalla dittatura mafiosa del gauleiter di Mosca Akhmad Kadyrov, ma dal Daghestan, o dall’Ossezia o da altri pezzi del cosiddetto “Emirato del Caucaso”. A conferma che il terrorismo di Stato non elimina il terrorismo, ma lo dissemina.

 

Ritornerò sull’argomento appena saranno disponibili informazioni più esaurienti, e altre voci indipendenti dalla Russia, oltre a quella di Nemstov, o quella di Julia Latynina, di cui “la Stampa” ha pubblicato oggi un’interessante intervista.

Intanto colgo l’occasione per segnalare due libri utili:quello di Julija Juzik, Le fidanzate di Allah. Volti e destini delle kamikaze cecene, manifestolibri, Roma, 2004, ha qualche anno ma è abbastanza utile per capire il fenomeno, anche se insiste sullo stato di costrizione in cui si troverebbero molte delle aspiranti suicide, mentre l’altro è una semplice ma efficace testimonianza letteraria di una giovane donna cecena, Milana Terloeva, Ho danzato sulle rovine, Corbaccio, Milano 2008, tradotto e curato da Francesca Gori di Memorial (che ha accompagnato recentemente l’autrice in un giro di conferenze che ha toccato anche Lecce e che mi ha consentito di apprezzarla).

Ma per inquadrare meglio il fenomeno, può essere utile un analisi comparativa con altri casi in diverse parti del mondo, anche non islamico: per questo segnalo tre libri, ugualmente interessanti.

Mark Juergensmeyer, Terroristi in nome di Dio, Laterza, Roma-Bari, 2003;

Mike Davis, Breve storia dell’autobomba. Dal 1920 all’Iraq di oggi. Un secolo di esplosioni, Einaudi, Torino 2007;

Robert Pape, Morire per vincere. La logica strategica del terrorismo suicida, Introduzione di Danilo Zolo, Ed. il Ponte, Bologna, 2007. È decisamente il migliore.

Ripropongo qui di seguito altro materiale ripescato nell’archivio del mio computer, di epoca successiva rispetto al testo già inserito: mi scuso per qualche inevitabile ripetizione…)

Le premesse dell’orrore e i nostri silenzi

 

(Articolo apparso su “Liberazione” il 3 settembre 2004)

 

Non abbiamo nessuna indulgenza per la forma scelta dai disperati che hanno scelto non solo la loro morte (facilissima da trovare in Cecenia e nei paesi adiacenti, d’altra parte) ma quella degli innocenti che hanno deciso di portare con se. Ma bisogna capire le premesse della tragedia. La chiave del loro gesto è stata colta bene da Siegmund Ginzberg su «l’Unità»: “Oltre ogni limite per far parlare della Cecenia”.

Da anni la Cecenia è sottoposta a un feroce genocidio, che ha sterminato tra il 20 e il 30% della popolazione, e costretto i sopravvissuti a condizioni tremende di esistenza. Sostanzialmente dimenticato dal mondo.

Putin ha sempre tentato (e oggi lo fa più che mai) di presentare la legittima lotta di un popolo per la sua indipendenza come parte di un complotto del cosiddetto “terrorismo internazionale” guidato da Bin Laden. Ma è una lotta iniziata almeno dal 1770, e con motivazioni solo in parte religiose, tanto è vero che uno dei suoi capi (per ben diciotto anni, fino al 1791) fu una singolare figura di avventuriero, che si faceva chiamare Mansur Ushurma, ma che era arrivato nel Caucaso come missionario cattolico: padre Giovan Battista Boetti, un domenicano originario del Monferrato che a trent’anni si era convertito all’Islam e alla causa dell’indipendenza da Mosca. Dopo la sua sconfitta una parte della popolazione fu deportata, e nelle terre migliori vennero insediate colonie di cosacchi.

Successivamente decine di rivolte scossero periodicamente il dominio russo. dal 1824 al 1859 la regione fu di fatto indipendente, come Emirato del Caucaso del Nord sotto la guida di Imam Shamil, e la riconquista, per ragioni di principio più che per interessi concreti, cominciò solo dopo la sconfitta russa nella guerra di Crimea. I russi concentrarono tutte le loro forze, e vinsero, ma dovettero riconoscere l’onore delle armi e l’esilio alla Mecca a Shamil. Una parte degli sconfitti lo seguì e si installò nell’impero ottomano.

I ceceni non si sono mai piegati. Hanno lottato contro lo zar, suscitando l’ammirazione di una parte dei loro nemici, come il giovane Lev Tolstoj; hanno accolto con favore la rivoluzione d’ottobre, ma hanno ripreso a ribellarsi contro la russificazione forzata dal periodo di Stalin e sono stati deportati in massa nell’Asia centrale durante la seconda guerra mondiale, perdendo quasi un terzo della popolazione in quel tragico contesto.

A questo proposito va segnalato che Sergio Romano, ricostruendo correttamente la tragica e dimenticata vicenda della Cecenia sul “Corriere della sera” del 2 settembre, ha attribuito però la deportazione del 1944 a un “tragico errore di calcolo” dei ceceni, che avrebbero appoggiato Hitler. Si tratta di una svista influenzata dalla versione ufficiale staliniana, dura a morire anche se smentita fin dagli anni Settanta da storici rigorosi come Aleksandr Nekrić e Roy Medvedev, che dimostrarono che la percentuale di collaborazionisti nei quattordici “popoli puniti” con la deportazione era minore di quella riscontrata in Ucraina, Bielorussia e nella stessa Russia, per non parlare dei paesi baltici, e che al contrario moltissimi ceceni avevano combattuto tra i partigiani antinazisti (ma spesso i loro nomi, sulle tombe erano stati russificati). Alcune migliaia di balcari, caraciai, e daghestani si erano effettivamente arruolati come volontari nelle formazioni ausiliare tedesche, che promettevano uno stato caucasico indipendente, ma in Cecenia invece un comunista locale, Mairbek Sheripov, aveva tentato nuovamente un’insurrezione indipendentista, senza nessun aiuto dei tedeschi, che infatti non riuscirono a occupare la Cecenia-Inguscezia. La vendetta di Stalin colpì in blocco quei popoli, senza distinguere tra chi aveva collaborato veramente con i nazisti e chi li aveva combattuti nelle formazioni partigiane. Oltre un milione di ceceni, ingusci, balcari, caraciai, ecc. vennero deportati a partire dal 23 febbraio 1944 in Asia centrale e in Siberia. Un terzo di essi morì durante il trasporto in carri bestiame non riscaldati e sigillati. La stessa sorte toccò ai tatari di Crimea e perfino ai tedeschi del Volga, istallati nella zona da due secoli e che erano stati il pilastro del potere bolscevico durante la guerra civile.

Anche il ritorno dalla deportazione, per alcuni in epoca chruscioviana, per altri molto più tardi, fu drammatico, dato che case e terre erano state occupate da altri, che non volevano accettare il rientro. Ma questi antefatti lontani sono solo indirettamente all’origine dell’attuale disperazione e quindi della scelta di mezzi tremendi e ingiusti per “far parlare della Cecenia”. Veniamo invece alla storia più recente.

Nel 1991, nel quadro della dissoluzione dell’URSS, il generale dell’aviazione sovietica Djokar Dudayev proclama l’indipendenza della Cecenia, di cui diventa presidente, senza spargimento di sangue. Si tratta di un fenomeno analogo a quello che ha portato al distacco da Mosca degli Stati Baltici, o della Moldavia. Che giuridicamente quelli facessero parte dell’Unione, e la Cecenia invece fosse una repubblica formalmente incorporata nella federazione russa, appariva poco significativo, tenendo conto dei criteri burocratici con cui i territori erano stati accorpati o separati.

Mosca protesta fievolmente, senza reagire. Per più di tre anni la piccola repubblica è di fatto indipendente, anche se stabilisce rapporti stretti con la Russia, di cui ha bisogno. Una soluzione federativa sembra possibile, con soddisfazione reciproca. Ma nel 1994 le truppe sovietiche entrano in Cecenia: si ritireranno due anni dopo grazie a una mediazione del generale Lebed, dopo aver distrutto la capitale Grozny e provocato decine di migliaia di vittime.

L’accordo regge per altri tre anni, ma viene rotto da una serie di avvenimenti imprevisti: nell’agosto 1999 un oscuro funzionario dei servizi segreti, Vladimir Putin, viene chiamato da Eltsin alla carica di primo ministro. Putin riece in pochi mesi a conquistarsi una grande popolarità grazie ad alcuni non troppo misteriosi attentati che colpiscono edifici civili a Mosca e in altre città, provocando quasi 300 morti, e che vengono attribuiti ai ceceni. Gli attentati non solo non erano stati rivendicati, ma tutte le organizzazioni cecene avevano smentito ogni coinvolgimento.

Grazie a quegli attentati, comunque, nel settembre ricominciano i bombardamenti di Grozny. In tre mesi muoiono migliaia di russi e molte decine di migliaia di ceceni, in gran parte civili. Il 25 dicembre del 1999 il comando russo lanciò “l’attacco finale” a Grozny, provocando oltre 30.000 morti (dieci volte le vittime delle torri gemelle...). Ma la pace non è arrivata.

Proprio grazie al massacro ceceno, che è stato appoggiato da tutti i partiti russi (l’opposizione “comunista” criticava Putin per la sua mollezza), ma di cui si era assunto il merito principale, Putin, che era sconosciuto alla quasi totalità dei russi appena un anno prima, poté essere eletto presidente nel marzo 2000 con il 52,64% dei voti (Zjuganov 29,34, gli altri rivali molto meno), liquidando silenziosamente il suo predecessore Eltsin. Ma in Cecenia la guerra che aveva assicurato di vincere in poco tempo è continuata. E migliaia di vedove e di figli delle vittime sono stati spinti alla vendetta, con ogni mezzo.

Ecco da dove vengono fuori le “vedove nere” disposte a sacrificarsi, tanto più ferocemente, quanto più hanno di fronte la ferocia dell’avversario, dalle bombe dell’agosto 1999 che mezza Russia e tutta la Cecenia attribuiscono a Putin, alla strage di combattenti e di innocenti ostaggi russi compiuta nell’ottobre 2002 nel teatro Na Dubrovke dai corpi speciali di Putin. Non vogliamo giustificare, vogliamo solo che non si dimentichi chi ha innescato la barbarie.

 

Questo articolo ha provocato una reazione violenta di diversi “nostalgici dello stalinismo” a cui ho dovuto rispondere con la precisazione che riporto qui di seguito.

 

I nostalgici dello stalinismo giustificano i crimini di Putin

La vicenda cecena ha spinto parecchi nostalgici dello stalinismo a indignarsi per chi cerca di identificare le responsabilità della Russia di Putin (e naturalmente quelle più lontane dei suoi tanti predecessori che hanno cercato di piegare con le armi la tenace resistenza di quel popolo). Lo stalinismo ha educato talmente allo “sciovinismo russo di grande potenza”, che i suoi eredi hanno ormai i “riflessi condizionati” e difendono nello stesso modo la Russia di Putin (senza domandarsi il perché dell’amicizia con Berlusconi e della collaborazione con Sharon). Alcuni di loro hanno messo in rete un attacco stupido e volgare al mio articolo sulla Cecenia apparso su “Liberazione” il 3 settembre, in cui mi accusano di complicità con Brzezinski, Pannella e Himmler nei progetti di “squartare la Russia”. Col loro metodo dovrei dire che quelli che mi attaccano sono agenti di Forza Italia o dello Stato di Israele…

Difficile rispondere a persone che mi attribuiscono di volere la Grande Albania, solo perché ho denunciato le violenze del loro amico Milosevic che nel 1989, in nome di una mitica battaglia di 600 anni prima, ha incarcerato i dirigenti (allora comunisti) del Kosovo, e fatto bombardare i minatori che occupavano le miniere, innescando così l’esplosione della Jugoslavia.

Non solo non simpatizzavo e non simpatizzo per la Grande Albania, ma al contrario ho sempre denunciato la repressione di Milosevic proprio perché alimentava le correnti più esasperate: reprimendo i comunisti kosovari si è lasciato spazio a Rugova, che non mi era certo simpatico, ma era comunque disposto a un compromesso con Belgrado; rifiutando ogni soluzione pacifica e negoziata, si è screditato Rugova e lasciato spazio all’UCK, che ovviamente era molto peggio.

Peccato che questi “marxisti-leninisti” che non hanno mai letto Lenin, non riescano a capire che il mio atteggiamento ricalca quello di Lenin sull’autodecisione: a Rosa Luxemburg che diceva che ammettendola per la Polonia si lasciava questo paese nelle mani dei “pan” polacchi, Lenin rispondeva che al contrario che se i comunisti russi l’avessero rifiutata avrebbero proprio in questo modo gettato operai e contadini nelle braccia dei signori reazionari, per timore che dietro il comunista ci fosse il nazionalista russo.

Questo diceva Lenin nel 1917 e 1918, poi nel 1920 ci fu l’errore della controffensiva che inseguì gli aggressori polacchi fino a Varsavia, col risultato di dare proprio questa impressione. Fu questo errore sovietico a indebolire per sempre il partito comunista polacco.

L’asse del mio articolo non era comunque l’apologia di Dudaev, ma la constatazione che Putin, rifiutando ogni compromesso (quello fatto tacitamente con Dudaev dopo il 1991, quello contrattato poi dal generale Lebed nel 1996) ha rafforzato l’estremismo e lo ha sospinto verso forme esasperate di terrorismo.

La cosa penosa è la metodologia da sbirri che traspare dall’attacco al mio articolo: si prende una frase di Himmler, per attribuire alle sue macchinazioni ogni aspirazione a liberarsi da un giogo ingiusto. Si accetta la versione di Putin (messa in dubbio dalla maggior parte della stampa indipendente mondiale e in passato anche russa, quando esisteva ancora) che demonizzava ceceni e caucasici in genere come criminali mafiosi attribuendo loro gli attentati che tutti i dirigenti ceceni avevano smentito categoricamente e a cui non avevano il minimo interesse (che logica c’era a colpire dei condomini qualsiasi a Mosca?). Invece grazie a quegli attentati che suscitarono un ondata di isterismo contro tutti i caucasici, il fino ad allora sconosciuto Putin, scovato da Eltsyn nei bassifondi dei servizi, pochi mesi dopo veniva eletto trionfalmente presidente come salvatore della Russia (anche grazie alla sciagurata politica dei suoi “oppositori” nazionalisti o “comunisti”, che gli rimproverano di essere troppo morbido nel Caucaso…).

Analogamente a quanto diceva Milosevic sul “genocidio dei serbi” nel Kosovo, questi personaggi ripetono la balla della “pulizia etnica dei russofoni” in Cecenia: una parte di essi sono fuggiti, certo, ma in seguito ai ferocissimi bombardamenti che hanno reso al suolo Grozny, inasprendo gli animi e ovviamente non risolvendo nulla, come risulta dall’incapacità delle truppe russe di controllare il territorio.

Ancora un esempio del metodo dei nostalgici dello stalinismo e della grandezza russa: accettano la menzogna di Putin, che per ingraziarsi Bush ripete che i Ceceni sarebbero collegati a Bin Laden (ma retrodatano questo presunto legame agli anni in cui Bin Laden era davvero al soldo degli Stati Uniti, quando non c’era nessun bisogno per i ceceni di chiedergli aiuto). Qualche contatto marginale ci può essere stato solo dopo le stragi del 1999 e 2000, che hanno costretto all’esilio tanti ceceni, alcuni dei quali sono effettivamente andati in Afghanistan. Ma un legame organico non c’è mai stato, se non nella propaganda di Putin. E lasciamo da parte i dubbi sulla reale esistenza – oggi - di Bin Laden e della sua “potentissima organizzazione mondiale”, di cui parleremo in altro momento, magari recensendo il libro di Marina Montesano, Mistero americano (Bari, Dedalo, 2004) e la nuova edizione, notevolmente accresciuta, di quello di Nafeez Mosaddeq Ahmed, uscito da Fazi col nuovo titolo Guerra alla verità.

Non ho simpatia per uno solo degli attuali dirigenti ceceni, che stanno per giunta ora accentuando la loro ideologia islamica, come non ho simpatia per i leader di Hamas, ma se emergono posizioni sempre più radicali è perché è stato tolto ogni spazio ai moderati, con l’illusione di vincere militarmente. Non ho simpatia per i “tagliatori di teste” in Iraq (che oggi sono ancora marginalissimi, ma forse lo diventeranno sempre meno), ma non accetto di demonizzare un movimento di resistenza solo perché alcune sue frange fanno atti insensati e controproducenti, e hanno un’ideologia che non condivido.

Il diritto all’autodecisione fino al distacco era un principio sacrosanto per i comunisti al tempo di Lenin, e prescindeva da chi era alla testa del movimento che lo rivendicava. I residuati staliniani invece lo negano a tutti, perché non condividono le posizioni di chi lotta, e non si accorgono che più passa il tempo e più verranno fuori posizioni peggiori, per reazione.

Oltre a tutto (a riprova ulteriore dell’approdo staliniano alle posizioni della borghesia più reazionaria) nell’atteggiamento verso la Cecenia, il Kosovo, ecc. c’è il culto dell’intangibilità delle frontiere, che non ha nulla che vedere con l’atteggiamento del Comintern nei suoi primi anni gloriosi: le frontiere frutto di violenza e annessioni militari non erano sacre e inviolabili per i marxisti rivoluzionari, lo sono diventate da Stalin in poi…

Antonio Moscato

Allego, perché ha una qualche utilità, una lettera (non pubblicata) inviata al Manifesto per il dibattito aperto da Barenghi. Si parlava di Iraq, ma il problema è lo stesso: l’appoggio a una causa non è messo in discussione dagli atti compiuti da una parte dei suoi sostenitori. Riccardo Barenghi, ex direttore de “il manifesto”, ha poi ribadito in un’intervista a Paolo Franchi sul “Corriere della sera” dell’11/9 che non può appoggiare la resistenza in Iraq perché non sarebbe “una resistenza come la penso io con le mie categorie di uomo di sinistra, una resistenza in primo luogo politica, non egemonizzata dal fanatismo religioso e dal terrorismo contro gli inermi”.

 

Lettera a Barenghi

Il dibattito stimolato dalla provocazione di Riccardo Barenghi è indubbiamente utile, perché riflette quanto è divenuto “senso comune” diffuso in una parte non trascurabile della sinistra, specialmente in quest’ultimo anno che ha visto anche il PRC impegnatissimo a esaltare l’ideologia della non-violenza.

Così c’è uno spazio enorme per i vari Panebianco, che pontificano ignorando che ogni giorno in Iraq ci sono  centinaia di atti di resistenza militare e civile (comprese le dichiarazioni della squadra di calcio ad Atene) a cui partecipano decine e decine di migliaia di persone, su cui si sorvola tranquillamente, mentre viene amplificato dalla grande stampa e dalle TV ogni singolo atto insensato compiuto da dieci o venti persone di un gruppo sconosciuto. Di episodi barbari e ripeto insensati (perché privi di ogni logica politica) ce ne sono a distanza di una o due settimane, in misura incomparabilmente minore degli attacchi ai militari o ai collaborazionisti, ma non conta nulla che vengono condannati anche dal presunto “estremista” Muqtada Al Sadr: si parla solo di loro e si fonda così l’idea che l’alternativa è solo tra il consolidarsi dell’occupazione militare o la vittoria dei tagliatori di teste. Posta così la questione, sembra naturale scegliere la violenza “pulita” dei carri armati e degli elicotteri.

Si tratta di una falsa alternativa. È come se in Italia negli anni di piombo, si fosse visto lo scontro sociale in atto come se i protagonisti fossero da una parte i corpi repressivi, dall’altra quelli che miravano a un presunto cuore dello Stato, come se questi non fossero stati solo poche centinaia o poche migliaia di individui, che pretendevano di parlare a nome di un movimento operaio rispetto al quale erano estremamente marginali, e che aveva ancora una notevole forza e alcune possibilità di resistere e di contrattaccare. Mi pare di ricordare che allora “il manifesto” non accettasse (come altri fecero) quella falsa e riduttiva alternativa.

Michael Warshawski ha detto che in Palestina le principali forze della resistenza sono gli alunni, i maestri e i genitori, che si sforzano di continuare a vivere aggirando la spietata repressione mirata all’espulsione, oppure i medici, infermieri e autisti di ambulanze, ecc. , ma di loro non si parla: l’alternativa sembra tra l’occupazione finalizzata all’espulsione e le azioni di chi crede utile sacrificare la propria vita in un autobus per rompere un silenzio assordante... Più accettiamo questa logica e questa contrapposizione, più aumenterà il peso (oggi ancora minoritario) di chi fa scelte disperate e controproducenti.

D’altra parte non mancano neppure dubbi che in Iraq alcuni dei gruppuscoli di banditi specializzatisi in rapimenti possano essere manipolati da oscuri “mediatori”. E come potrebbe essere diversamente in un paese in cui gli interi vertici delle forze armate di Saddam erano stati preventivamente acquistati dalla CIA?  Questo spiega meglio certe richieste e soprattutto i tempi brevissimi richiesti per far cambiare una legge o per il ritiro di migliaia di soldati: non erano richieste da esaudire, ma messaggi suggeriti per poterli utilizzare altrove (la cosa si verificò anche durante il caso dei quattro mercenari, su cui non a caso sono rimasti ancora parecchi punti oscuri).

Comunque, bisognerebbe ricordare che questa barbarie non c’era prima dell’intervento militare, e cresce di giorno in giorno. Vorrei ricordare che in Cambogia, senza il colpo di Stato, senza i bombardamenti feroci, non ci sarebbe stato spazio per Pol Pot. Le sue idee le aveva maturate forse negli ambienti stalinisti di Parigi, ma non rappresentava nulla e nessuno, prima del colpo di Stato di Long Nol e del milione e mezzo di cambogiani assassinati dai bombardamenti con napalm e defolianti con cui tra il 1968 e il 1975 gli USA, ormai sconfitti, si sono preparati al ritiro lasciando letteralmente terra bruciata...

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La lettera al manifesto (non pubblicata), è del 1 settembre, oggi aggiungerei qualcosa in più dei dubbi sui mandanti di certi rapimenti di pacifisti (magari ingenui come Baldoni, o più coscienti come le due Simone di "Un ponte per Baghdad"), rapimenti stranamente preannunciati dal SISMI, che come Scelli mantiene contatti e affida inverosimili "mediazioni" alla feccia del regime di Saddam Hussein. I rapitori delle due Simone avevano detto inizialmente di lavorare per Allawi, ed  era probabilmente vero più della seconda inverosimile e vaghissima autodefinizione come "Gruppo islamico"...