Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Le ragioni del ritorno dello stalinismo (2)

Le ragioni del ritorno dello stalinismo (2)

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Riprendo qui alcuni temi accennati nell’articolo Trotskij, e lo stalinismo di ritorno , per cercare di spiegare le ragioni del riaffiorare di pubblicazioni che ripropongono in rete grossolane e inverosimili menzogne contro Trotskij. Settantacinque anni dopo la sua morte, a quanto pare, c’è ancora chi ha bisogno di esorcizzarlo.

La ragione principale è l’enorme cumulo di macerie lasciato dal crollo dell’Unione sovietica, che sembrava eterna e onnipotente ed era invece logorata dalle sue contraddizioni, le stesse che proprio Trotskij aveva individuato e descritto in molti suoi scritti, tra cui il più famoso è La rivoluzione tradita. Il grande rivoluzionario aveva colto bene la dinamica, anche se aveva sbagliato i tempi: il protrarsi per decenni di una sopravvivenza pur minata dall’interno aveva modificato il rapporto tra quella parte della burocrazia che si sarebbe schierata per la restaurazione capitalista e quella capace di riallacciarsi al patrimonio di idee rivoluzionarie a cui lo stalinismo aveva continuato a rendere formale e ipocrita omaggio per giustificare il suo potere. Trotskij le aveva identificate e descritte come “Tendenza Ignazio Reiss” (dal nome di un dirigente del Comintern e della GPU che aveva denunciato il tradimento della rivoluzione spagnola e annunciato la sua adesione alla Quarta Internazionale, venendo subito ucciso) e “Tendenza Butenko” (dal nome di un burocrate passato da Stalin al nazismo), ma aveva pensato che potesse esserci un certo equilibrio tra le due tendenze. Invece al momento del crollo pochissimi militanti, isolati e combattuti dai vecchi e rinnovati padroni, si erano riallacciati al marxismo. Generazioni e generazioni di rivoluzionari erano state sterminate, prima in URSS, poi in Spagna e nel secondo dopoguerra in Ungheria, Polonia, in Romania e in tutti i paesi dell’arcipelago staliniano. A testa alta, ma sterminati.

Ma l’altra, la “tendenza Butenko”, da cui sono usciti gli Eltsin, i Putin, i Lukašenko, i Nazarbaev, gli Aliev, gli oligarchi emersi in ogni angolo del sistema, era ben viva e si è comportata esattamente come aveva previsto Trotskij, anche se  aveva vinto più facilmente del previsto perché aveva già tutto il potere politico, e aveva solo il compito di trasformare gli incarichi dirigenti in titoli di proprietà. Compito facile, grazie alla spaventosa spoliticizzazione delle grandi masse, costrette a ripetere da decenni giaculatorie “marxiste-leniniste” in cerimonie in cui non credeva nessuno, a partire dagli officianti.

I nostalgici dello stalinismo in Italia e nel mondo capitalistico hanno rimosso tutto questo, dimenticando che i cinici reggitori dei nuovi regimi postsovietici, comunque chiamassero il loro partito, erano cresciuti alla scuola staliniana e avevano cominciato la loro ascesa grazie allo sterminio degli oppositori marxisti. E senza domandarsi la ragione del proliferare di tendenze neonaziste in molte parti dell’ex socialismo reale, spesso in esplicita alleanza con i nostalgici dello stalinismo, o in forme simbiotiche, come nel caso del nazionalbolscevismo russo, che ha una bandiera con falce e martello ma ricalcata su quella nazista.

La necessità di trovare una spiegazione plausibile del crollo repentino e senza resistenza visibile del sistema avvenuto tra il 1989 e il 1991 ha portato a dare uno spazio enorme alla teoria del complotto. Complotto del papa, complotto della CIA, del club Bilderberg o di qualche altro misterioso potere. Dimenticando che di papi reazionari e ferocemente anticomunisti e antisocialisti ce ne erano stati tanti, che i servizi segreti inglesi o statunitensi c’erano già nel 1917 e avevano tentato invano – fin dal primo momento - di rovesciare il fragile potere sovietico assediato da tutte le parti. Inutile dire che le prime manifestazioni della crisi definitiva del sistema (dalla rivolta operaia contro il cottimo a Berlino Est nel 1953, e poi a Poznan, Budapest, Danzica…) erano state ignorate, rimosse e come al solito attribuite dal buon militante fideista alla sobillazione straniera o ai rigurgiti fascisti.

Per secoli le teorie del complotto avevano caratterizzato le classi dominanti: basterebbe pensare alla efficace ricostruzione manzoniana dei moti spontanei per il pane nella Milano seicentesca, la cui responsabilità è attribuita dal potere spagnolo al povero e ignaro Renzo Tramaglino, presentato come l’agente del re di Francia… Prefetti e poliziotti vedevano ovunque complotti, e immaginavano che ogni moto di piazza fosse ispirato da nemici esterni. Erano a volte perfino in buona fede, essendo incapaci di immaginare un’azione cosciente ed autonoma degli oppressi in difesa dei propri interessi.

È stato lo stalinismo ad appropriarsi di questa concezione, e a usarla calunniando ogni rivoluzionario scomodo perché indipendente: ad esempio sulla stampa stalinista tra il 1932 e il 1934 il grande guerrigliero Augusto Cesar Sandino era stato accusato sulla stampa del Comintern di essere un agente degli Stati Uniti, precisando perfino la somma per cui si sarebbe venduto. Fino al giorno in cui venne assassinato dal presidente del Nicaragua, con la supervisione dell’ambasciatore statunitense a Managua...

Analoghe calunnie avevano colpito il generoso precursore della rivoluzione castrista, Antonio Guiteras, protagonista della rivoluzione contro Machado, colpevole di essere un rivoluzionario ma critico verso le ambiguità e oscillazioni del partito comunista, assassinato da Batista nel 1935. Viceversa il dittatore Fulgencio Batista era stato presentato come un democratico “antifascista” quando si era schierato con gli Stati Uniti contro l’Asse, e aveva nominato due ministri comunisti. Per questo il tentativo di Castro di assalto alla caserma Moncada era stato presentato negativamente su tutta la stampa comunista nel mondo (compresa l’Unità). Atteggiamenti simili c’erano stati in diversi paesi dell’America Latina.

Naturalmente il superman della grande cospirazione contro l’URSS è Lev Trotskij. Per gli stalinisti è lui che avrebbe proposto a Alfred Rosemberg l’invasione dell’URSS, come per Netanyahu è il Muftì che avrebbe suggerito a Hitler lo sterminio degli ebrei. Favole che possono fare presa solo grazie a una spaventosa ignoranza della storia del Novecento, e all’accettazione di una metodologia estranea e contrapposta al marxismo, che non esamina la storia come conflitto di classi, ma come manovra di un deus ex machina (a cui si contrappone sempre un diabolus …). Per rendere più credibile la favola, si inventano particolari di incontri mai esistiti, basati sulle confessioni di chi si è arreso alla macchina infernale di processi che utilizzano largamente la tortura, come è stato testimoniato dai rari sopravvissuti ad alcuni dei grandi processi del dopoguerra, come Arthur London (che ne ha lasciato traccia nell’inquietante libro La confessione sul processo Slanky in Cecoslovacchia)o l’ungherese Miklos Vasarhelyi che ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere bene discutendo sulla sua esperienza al fianco di Imre Nagy. 

Già subito dopo i primi processi di Mosca la commissione presieduta dal grande filosofo americano John Dewey aveva potuto verificare l’infondatezza di molte accuse, basate su grossolane ricostruzioni di fantasiosi inquirenti, e in qualche caso dalla volontà di chi si piegava a “confessare” colpe inesistenti di far intuire come era stata estorta la testimonianza che doveva inchiodare Trotskij, grande assente e bersaglio principale dei processi. Così era stato inventato e “confessato” un incontro a Copenhagen nel 1932 in un albergo Bristol che era stato distrutto dal 1917, o un atterraggio a Oslo di un aereo nazista in un giorno in cui l’aeroporto era chiuso per neve… Ma su questo c’è un enorme memorialistica, pubblicata già negli anni Sessanta e poi di nuovo dopo l’apertura temporanea degli archivi sovietici negli anni Novanta.

Trotskij comunque nel 1936-1937 stentava a credere che vecchi bolscevichi, a cui era legato anche da rapporti di antica amicizia, potessero essere piegati e costretti ad autoaccusarsi, sotto la sferza del procuratore generale, l’ex menscevico e persecutore di bolscevichi durante la guerra civile, e poi zelante servitore di Stalin, Andrej Januarevič Višinskij, che incitava nelle sue arringhe a sterminare gli imputati, protagonisti della rivoluzione che lui aveva osteggiato, definiti “fetide carogne”, “cani rabbiosi da abbattere senza pietà”, “ammasso fetido di rifiuti umani”. Durante la prima fase dei processi, per giunta, a Trotskij era stato impedito di rispondere dal governo socialdemocratico della Norvegia che, sotto la pressione congiunta dei nazisti di Quisling e degli stalinisti locali (spalleggiati dall’ambasciata che minacciava di interrompere le relazioni commerciali se non si metteva il bavaglio a Trotskij) lo aveva recluso senza possibilità di corrispondere con l’esterno in una sperduta località del nord del paese.

Ma non mette conto di rispondere alle singole affermazioni di ignoranti che in base alla parola di un miserabile compilatore di menzogne per conto dei servizi sovietici (e oggi russi) non riescono neppure a immaginare la tragedia di un uomo spedito a forza fuori di quell’URSS che aveva contribuito a salvare durante la guerra civile, braccato dovunque contemporaneamente da fascisti e stalinisti, anche quando aveva ottenuto un temporaneo asilo in Francia e in Norvegia alla condizione di non svolgere attività politica, condizione di fatto impossibile per un simile uomo. Era stato costretto a nascondersi e cambiare continuamente residenza, fino a trovare alla fine l’unico asilo possibile nel Messico rivoluzionario di Lázaro Cárdenas, che stava rilanciando la riforma agraria di Zapata, e nazionalizzando il petrolio, e gli offrì ospitalità. Senza riuscire a proteggerlo, tuttavia.

Non vale neppure la pena di entrare in discussione con i negazionisti, che minimizzano la repressione staliniana, con la stessa metodologia di quelli che sostengono che nei forni nazisti sarebbero finiti non sei milioni di ebrei, rom, slavi, ma meno, magari tre milioni o ancora meno. Come se la condanna del nazismo potesse dipendere dal numero delle sue vittime.

Avevo già polemizzato con alcuni minimizzatori e giustificatori dei crimini dello stalinismo, a partire da Losurdo, che tuttavia continuano ad avere dei fans incondizionati. Ne avevo scritto, tra l’altro in  Il "peccato originale" di Domenico Losurdo e Le ossessioni di Losurdo.

A Losurdo – scrivevo -  sfugge che c’è stata una cesura profonda non solo nella storia dell’URSS, ma anche in quella del “comunismo” mondiale. Lo sterminio della totalità della dirigenza della rivoluzione russa non vuol dire nulla? Si badi che le vittime non erano due o tre ma 18 su 31 membri del comitato centrale nel periodo 1917-1921, e 8 su 10 membri del Politbjuro. Anche negli anni successivi alla vittoria di Stalin sulle opposizioni, la strage dei quadri raggiunse percentuali inimmaginabili (ad esempio furono uccisi il 70% dei delegati e dei membri del Cc eletti al XVII congresso del PCUS del 1934). Altro che “quando si taglia un bosco, volano le schegge”, come ripetono ancor oggi alcuni imbecilli! E non ci sono solo i morti, c’è lo snaturamento del partito: l’allarme di Gramsci nel 1926 a quanto pare continua ad essere ignorato e rimosso. I compagni come Losurdo si indignano certo, se e quando ci pensano, per i milioni di morti della repressione staliniana, ma non ne comprendono il significato: in quegli anni c’è stata una vera e propria controrivoluzione.

Credo che avessi già identificato il principale equivoco sullo stalinismo. Sarebbe condannabile anche se per assurdo non avesse fatto neanche una vittima diretta della repressione, per il cinismo che ha introdotto nella sua politica internazionale, facilitando prima l’ascesa di Hitler nel periodo 1929-1934, poi – verificato con grande ritardo che il pericolo denunciato da Trotskij si era concretizzato - cercando di combatterlo in alleanza con due dei principali imperialismi, Gran Bretagna e Francia. A questa ipotetica intesa vennero sacrificate sia la rivoluzione spagnola, sia e soprattutto quella anticoloniale (il Muftì, Bourghiba, l’indiano Chandra Bose, Sukarno e tanti altri guardano alle potenze dell’Asse non per simpatia, ma solo perché la loro causa è stata sacrificata in nome dell’accordo con i loro dominatori “democratici”). Il ruolo avuto dai comunisti nel 1917-1923 nei movimenti di liberazione nel mondo arabo, in Iran, in India, ecc., si riduce bruscamente e in diversi paesi diventa del tutto marginale, per la subordinazione del Comintern alle esigenze dei governi di Fronte Popolare. E poi, verificato il fallimento di questa politica, e l’inaffidabilità di Francia e Gran Bretagna, se ne avvia un’altra non meno pericolosa che comporta un capovolgimento delle alleanze e disorienta una parte notevole del movimento comunista.

Sull’alleanza con Hitler ho scritto non poco. Ma una delle più efficaci apparsa nei primi tempi di esistenza del sito, è una mia ormai antica polemica (è del 1989) con il principe dei giustificazionisti, Luciano Canfora. Credo che sia uno dei miei saggi più utili, perché smonta pezzo per pezzo i punti deboli del brillante ma superficiale studioso barese: Togliatti e i dilemmi della politica Inoltre un più ampio e organico saggio sull’atteggiamento del PCI sulla Seconda Guerra mondiale e sul patto russo tedesco del 1939-1941 può essere scaricato  qui. Anche questo è probabilmente tra le migliori cose che ho scritto.

La pericolosità delle apologie dello stalinismo, spesso filtrate attraverso la versione soft di Togliatti, è che hanno reintrodotto nel movimento comunista la disponibilità a quelle alleanze interclassiste che avevano caratterizzato la socialdemocrazia, combattendo le quali era sorta l’Internazionale comunista. Ci sono anticipazioni negli anni ’25-’27 (soprattutto in Cina, imponendo al partito comunista un alleanza con il Kuo Mintang) ma è con la Spagna che avviene il gran salto e la prova generale della linea che verrà imposta ai partiti comunisti dei paesi occidentali in base alla spartizione concordata con Churchill a Mosca nell’ottobre 1944.

Ritornerò presto su altri aspetti dello stalinismo, completando però nei prossimi giorni questa prima trattazione con un testo sulla Spagna e in particolare sul ruolo che vi svolse Togliatti.

(a.m. 1/11/15) 



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