Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Guai alle Cassandre…

Guai alle Cassandre…

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Di solito, la sorte delle Cassandre è quella di non essere credute. Ma può capitare di peggio. Molti compagni venezuelani avevano denunciato da tempo la dinamica che stava scavando un solco profondo tra il governo del presidente Maduro e una parte notevole della sua base sociale, e avevano proposto misure concrete per arrestare la dinamica folle dell’aumento dei prezzi (arrivato negli ultimi mesi al 300%, con una dinamica che ricorda l’inflazione tedesca del 1923): prima di tutto la nazionalizzazione delle banche e del commercio estero, e il controllo dal basso per scoprire e colpire gli imboscamenti di generi alimentari e il mercato nero.

Non solo non erano stati ascoltati, ma diversi di loro erano stati allontanati dagli incarichi governativi, e in molti casi anche espulsi dal PSUV o almeno emarginati. Quando, impossibilitati a partecipare alla gestione del partito, estremamente burocratizzato fin dalla sua formazione, si erano presentati alle elezioni con liste di orientamento socialista, erano stati bollati come agenti della CIA. Era capitato già in passato a molti elementi critici.

I compagni trotskisti di Marea Socialista, che si definivano tendenza marxista rivoluzionaria nel partito socialista unificato, avevano resistito a lungo, e avevano deciso di presentare una lista autonoma per la prima volta solo in queste elezioni legislative; tuttavia il Comitato elettorale nazionale ha negato il riconoscimento con cavilli vari, a partire dal rinvio della risposta di mese in mese, fino a fissarla per il prossimo febbraio, cioè dopo le elezioni...

Marea socialista è riuscita soltanto a far accettare un certo numero di compagni in liste locali di alcune zone periferiche, senza aver diritto al simbolo e all’utilizzazione della TV di Stato, ma ha evitato ugualmente di farsi trascinare in polemiche troppo aspre con i burocrati, come era accaduto a un prestigioso dirigente sindacale di primo piano, Orlando Chirino, animatore delle mobilitazioni operaie che sconfissero i golpisti del 2002, che quando nel 2012 fu espulso dal PSUV e accusato delle peggiori colpe, reagì ricambiando le accuse con la stessa violenza, disorientando così la base. Marea socialista invece, durante la campagna elettorale, ha organizzato dibattiti e tavole rotonde con alcuni ex ministri di Chavez, ancora iscritti al PSUV, nel quadro di una logica di “Fronte Unico” contro i pericoli rappresentati dall’imperialismo, dai suoi amici locali, e dalla burocrazia sedicente bolivariana (in realtà considerata una vera e propria boliborghesia pronta ad accordarsi col nemico di classe alla prima occasione).Si può vedere una di queste iniziative sul sito Aporrea, http://www.aporrea.org/actualidad/n282255.html

Ad essa hanno partecipato, proprio alla vigilia del voto, tre ex ministri del tempo di Hugo Chávez, Héctor Navarro, Ana Elisa Osorio y Gustavo Márquez, e altri compagni, rappresentanti dei “Circoli bolivariani”, del Fronte antifascista del Venezuela, ecc.

Un’iniziativa analoga è stata presa subito dopo il voto per commentare i risultati e discutere sul da farsi da due ex ministri, lo stesso Héctor Navarro e Jorge Giordani, ma è stata interrotta da una squadraccia di intolleranti. Giordani, della cui destituzione improvvisa avevo parlato dettagliatamente un anno e mezzo fa  in Un nuovo capro espiatorio a Caracas, aveva ricordato di aver avvertito più volte Chávez che doveva allontanare certe persone infide, ma “alla fine chi è stato spedito via sono io”. È arrivata l’ora di “rifondare la repubblica, perché oggi sta collassando a causa del modello basato sulla rendita”, ha dichiarato. E ha aggiunto che per essere stati critici nei confronti della rivoluzione, ci hanno chiamato traditori, rimproverandoci “la colpa di aver detto cosa stava per succedere prima che accadesse”. Appunto, proprio come Cassandra. http://www.aporrea.org/actualidad/n282484.html

I teppisti che hanno imposto la chiusura dell’iniziativa e hanno messo in fuga con la violenza i due compagni, colpendoli con vari oggetti, probabilmente non li avevano ascoltati mai prima e non li vogliono ascoltare ora, contenti di spiegare tutti i guai del governo attribuendone la responsabilità proprio a chi aveva cercato di evitarli. È un metodo che in Venezuela è stato copiato da Cuba, dove è abituale spedire squadre che esprimono “spontaneamente” il loro “ripudio” di posizioni sgradite con uova o verdure marce. E il modello originale era quello in auge nell’URSS dalla metà degli anni Venti fino alla sua fine, ed oltre. Certi vizi non si perdono…

D’altra parte che i molestatori, sedicenti appartenenti al poder popular de la Esquina Caliente [letteralmente “dell’angolo bollente”] non fossero tanto spontanei, è confermato dal fatto che Jorge Giordani (inzuppato per l’acqua che gli avevano gettato addosso) ha chiesto invano protezione a diversi funzionari della Guardia Nazionale presenti, nonostante si fosse qualificato come “ex ministro del comandante Chávez”. In realtà diversi settori dell’apparato e della base più rozza hanno creduto in pieno alle accuse di Maduro sul “complotto imperialista”, e spingono per rifiutare il responso delle urne, attribuendo ai compagni critici la responsabilità della sconfitta. Ho già segnalato che perfino un intellettuale comunista come Atilio Borón pensa che in certe condizioni è meglio evitare le elezioni… (vedi  Sul Venezuela due concezioni a confronto).

Altri militanti più politicizzati hanno invece cominciato una riflessione autocritica, e chiedono soprattutto le dimissioni di vari dirigenti, con in testa Diosdado Cabello, multimilionario presidente della camera e uomo ponte con l’esercito, che è stato accusato di essersi incontrato con il ministro della Difesa Vladimir Padrino López per sondare l’atteggiamento dei militari. Cabello ha smentito non l’incontro, ma che lo scopo fosse quello di contestare i risultati, e così ha fatto Padrino López, ma molti si domandano di che altro dovevano discutere due figure istituzionali così diverse. Si veda http://www.aporrea.org/ideologia/n282490.html

Diversi commentatori, pur collegando l’insuccesso elettorale venezuelano al contesto continentale attuale, alla fine del Kirchnerismo, ai gravi problemi di Dilma Rousseff travolta dalla corruzione diffusa, hanno paragonato il clima del momento a quello della chiusura dell’esperienza sandinista in Nicaragua nel 1990, con il panico di fronte a una batosta assolutamente non prevista, e i tentativi di contrattare con gli avversari il mantenimento di posizioni acquisite. Ortega riuscì a farlo abilmente, sia pure a costo di perdere molti dei compagni migliori degli anni di ascesa rivoluzionaria, e di snaturare del tutto il sandinismo; Nicolás Maduro non sembra capace di farlo, anche perché crede di poter dettare legge a quella che non è più una “opposizione” ma una maggioranza, e per giunta schiacciante. Così continua a dire che non si sognino l’amnistia, e intanto fa decreti come se non fosse successo niente…

Il riferimento al Nicaragua è da tener presente per un altro aspetto: il crollo improvviso e imprevisto del sandinismo (e lo squallore della reazione di una parte dei suoi quadri, che si dedicarono all’accaparramento privato di beni comuni, mentre cercavano accordi di convivenza con il nuovo potere), ha provocato allora un terribile riflusso tra i giovani latinoamericani ed europei che avevano appoggiato questa giovane e nuova rivoluzione, e che non avevano mai voluto ascoltare le voci critiche che si levavano al suo interno. Un effetto terribile, che si combinò con quello del crollo del muro di Berlino e della dissoluzione dell’URSS, aggravandolo.

Per questo ho cercato, negli ultimi anni, di non nascondere le contraddizioni che stavano minando dall’interno la “rivoluzione bolivariana”, pur esprimendomi con cautela e soprattutto con rispetto. Gli sciocchi che hanno alimentato acriticamente illusioni per inesperienza, e gli opportunisti che hanno cercato di assicurarsi il monopolio della solidarietà con la rivoluzione per beneficiare della sua luce riflessa, censurando le voci critiche, rendono più difficile il compito urgente di sostenere un processo che può ancora riprendersi arrestando la china preoccupante di quest’ultima fase.

(a.m.10/12/15)



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