Movimento Operaio

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È sempre “Guerra del Golfo”

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Dalla rivista “Adista” ho tratto questa denuncia proveniente da un settore del mondo cattolico, certo minoritario, ma coraggioso nel denunciare sia i giornalisti embedded sia le reticenze e assenze di gran parte del clero sul terreno della lotta alla guerra. Così, analogamente, la sinistra anticapitalista deve denunciare sistematicamente anche l’indifferenza della maggior parte della sinistra di fronte ai nuovi preparativi di guerra, e al poderoso commercio di armi che rifornisce i peggiori “Stati Canaglia”, come l’Arabia Saudita, la Siria, la Turchia… Un’indifferenza che non è solo di oggi: ricordo bene che nel 1991 al momento della prima aggressione all’Iraq mi sono trovato a discutere quasi ogni giorno della guerra in piazze, scuole, parrocchie del Salento e dell’intera Puglia, trovandomi spesso in compagnia quasi solo di preti, frati e laici di Pax Christi, mentre i due spezzoni in cui si era diviso il PCI erano occupati a contendersi sedi e a contare tessere (che spesso rappresentavano vere “anime morte”). Mi capitò ad esempio a Gallipoli, dove il PRC aveva allora una bella forza elettorale, di partecipare a un’assemblea dai Salesiani con centinaia di persone, scoprendo amaramente che non ce ne era una sola del PRC. Non è stata l’unica causa del declino, inutilità e poi sfaldamento di Rifondazione, ma certo una delle principali. (a.m.)

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È sempre “Guerra del Golfo”

di Renato Sacco 31/12/2015

daAdista Segni Nuovi n° 1 del 09/01/2016

 

Chi non ricorda la notte tra il 16 e il 17 gennaio 1991? Certo non i giovani, quelli che erano troppo piccoli o non ancora nati. In quella notte ebbero inizio i bombardamenti su Baghdad: cominciava “Desert Storm”, la Prima Guerra del Golfo. Una nuova tragica pagina della storia contemporanea. Un capitolo ancora aperto, dopo 25 anni! Fu preceduta da lunghi mesi di angosciante attesa e paura. Giovanni Paolo II in quell’occasione parlò della guerra come «avventura senza ritorno». Oggi siamo qui a ricordare ma anche a constatare che quella tragica avventura continua: l’Iraq è infatti ancora al centro delle cronache di guerra

In quei mesi fu inventata una nuova definizione per parlare dei morti: “effetti collaterali”.  Suonava meglio, non dava fastidio. E questi “effetti” continuano ancora oggi.

Chi ha contato le vittime irachene? Sappiamo il numero esatto delle vittime degli eserciti che hanno partecipato alla guerra, ma non abbiamo idea di quante vite siano state stroncate in Iraq. A chi interessava fare questo bilancio? A nessuno! E infatti dopo la Prima Guerra del Golfo ci furono anni di embargo e, nel 2003, la Seconda Guerra del Golfo. Preceduta ovunque da grandi manifestazioni: il 15 febbraio di quell’anno, 30 milioni di persone in 800 città del mondo manifestarono contro l’imminente conflitto. Che poi invece ci fu. Un fatto che portò a dire, da parte di molti osservatori, che il movimento per la pace aveva fallito. Sempre in Iraq, e sempre nel 2003, morirono poi, a Nassiriya, i nostri italiani. Seguirono anni di silenzio. Come se tutto fosse risolto e tranquillo. Si può dire che fino alla metà del 2014 sull’Iraq è stata stesa una coltre di silenzio da parte della politica e dei mass media ufficiali. Salvo poi scoprire, come d’incanto, le tragedie che vediamo ancora in questi primi giorni del 2016. E soffiano, anche per noi, nuovi venti di guerra con l’annuncio di Renzi di un possibile invio di 450 soldati italiani per la protezione della diga di Mosul. Come Rete Disarmo abbiamo subito lanciato l’allarme denunciando che «da Nassiriya a Mosul, nuove “avventure coloniali” di soldati italiani in Iraq sembrano dietro l’angolo…».

Ci sono alcune considerazioni da fare in questo triste anniversario di guerra, e lo dico davvero con amarezza, pensando alle tante persone incontrate in questi anni nei numerosi viaggi che, come Pax Christi, abbiamo fatto per essere vicini a chi stava pagando un conto troppo salato, anche a causa nostra.

Una prima considerazione è sul fatto che noi “Occidente” e quindi anche noi Italia, nel rapportarci con l’Iraq abbiamo usato solo la logica, o follia, della guerra, come mi fece notare una catechista di Mosul, nel dicembre 2002: dagli anni in cui vendevamo mine antiuomo a Saddam Hussein, ai bombardamenti del 1991 fino alla guerra che già si sentiva nell’aria e che sarebbe iniziata nel 2003. Sempre e solo guerra! Tra l’altro con armi all’uranio impoverito e al fosforo bianco! La Prima Guerra del Golfo è “servita” a uccidere vite umane e ha portato all’embargo, che è peggio di una guerra. E ha preparato la Seconda Guerra del Golfo, quella per cui Tony Blair ha chiesto scusa, ammettendo che quel conflitto ha favorito la nascita dell’Isis. Che personcina educata! Ma nessuno ha chiesto conto a lui a George W. Bush, che aveva pure detto che la guerra gli era stata suggerita da una ispirazione divina!

Una seconda considerazione è sul ruolo dell’informazione. Con la Prima Guerra del Golfo la Tv ci ha tenuti inchiodati a guardare i bombardamenti in diretta! Adrenalina a mille, notti insonni per molte persone. Poi la guerra è diventata quasi una cosa normale. È arrivato anche il conflitto nei Balcani, a Sarajevo, ecc. Il rischio dell’indifferenza e dell’assuefazione era ed è forte. Chi ci racconta la guerra? Molti giornalisti sono stati uccisi, non possiamo dimenticarli. Ma va anche detto che oggi, dopo 25 anni, un bombardamento non fa più notizia. Non deve far più notizia. Non si deve parlare di armi che uccidono e che magari stiamo vendendo anche in questi giorni, ad esempio all’Arabia Saudita. Ne sa qualcosa la scrittrice Michela Murgia, zittita in malo modo qualche settimana fa dalla direttrice del Tg3 perché ha osato parlare di armi italiane partite da un aeroporto della Sardegna con destinazione Arabia Saudita. Una bruttissima pagina di giornalismo. E come dimenticare che l’attuale presidente della Rai, Monica Maggioni, entrò a Baghdad, nel marzo 2003, a bordo di un carroarmato Usa: inviata di guerra, giornalista embedded. Oggi è lecito dubitare sul modo di fare informazione di guerra, a parte ovviamente casi e persone che però non hanno l’onore delle grandi testate Tv

Un’ultima considerazione riguarda la Chiesa. Quante volte, lo ricordiamo bene, Giovanni Paolo II ha condannato la guerra e ha cercato di impedire quella del 2003! Ma possiamo dire che era piuttosto solo. Quando nel ‘91 don Tonino Bello, allora presidente di Pax Christi, cercò di dare eco alle sue parole «mai più la guerra», fu pesantemente criticato, sia da alcuni politici sia all’interno della stessa Chiesa. E anche negli anni successivi le posizioni ufficiali della Chiesa italiana non furono in linea con quelle parole del papa. Ricordiamo ad esempio l’omelia durante i funerali delle vittime di Nassiriya. Pensiamo al fatto che non si disse quasi nulla davanti ai numerosi rapimenti e uccisioni di cristiani in Iraq. Ci fu un grande silenzio e anche un certo fastidio al sentir parlare di Iraq. Tra il 2007 e il 2008 furono uccisi laici, diaconi, sacerdoti e anche il vescovo di Mosul, mons. Rahho fu rapito e trovato ucciso il 13 febbraio 2008. Nonostante le sollecitazioni, solo dopo la sua morte ci fu un intervento ufficiale della Chiesa italiana. Il primo vescovo italiano, se escludiamo il nunzio o l’ordinario militare, ad andare ufficialmente in Iraq fu il presidente di Pax Christi, mons. Giovanni Giudici nel giugno 2011. Ora con papa Francesco il clima è sicuramente cambiato, ma non dobbiamo stancarci di annunciare la pace e denunciare tutto ciò che invece prepara nuove guerre, come se la storia di questi 25 anni non sia servita a nulla. La guerra è «avventura senza ritorno», «inutile strage».

Renato Sacco è coordinatore nazionale Pax Christi

 



Tags: guerra  Iraq  Golfo  papa  Pax Christi  Tonino Bello  

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