Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Austerità intatta in Grecia

Austerità intatta in Grecia

E-mail Stampa PDF

 

 

 

Syriza è stata eletta un anno fa, solo per battere in ritirata di fronte alla pressione dell’Europa. C’è una via in avanti per la Sinistra Greca?

di Alp Kayserilioğlu & Jannis Milios

 

Molta informazione sulla crisi del debito greco è stata centrata sulla troika dei creditori internazionali e sulla cancelliera tedesca Angela Merkel: una impressionante immagine di potenze straniere parassite che sacrificano un paese per un vantaggio personale. In alcuni settori della sinistra, questa narrazione ha alimentato la richiesta di «Grexit» – un’uscita della Grecia dall’eurozona – sotto l’impressione che tale mossa avrebbe creato un ambiente più favorevole per una rottura con l’austerità. Questo ha animato il disaccordo della Piattaforma di sinistra con l’impostazione di Syriza al tavolo del negoziato e la sua successiva metamorfosi in Unità Popolare. Jannis Milios, primo consigliere economico di Syriza, non è allineato con Syriza, con Unità Popolare. Milios considera l’attuale programma di Syriza il contrario di quello radicale originario. Ma la sua alternativa all’impostazione del presidente greco Alexis Tsipras non è la Grexit, ma uno scontro con i capitalisti nazionali della Grecia. Il giornalista di Atene Alp Kaiserilioğlu si è intrattenuto di recente con Milios per discutere la storia di Syriza, lo scopo dell’eurozona, e il potere della borghesia nazionale greca.

 

 

Come caratterizza Syriza, e come spiega la sua rapida ascesa negli anni scorsi, culminata nella sua elezione al governo?

 

Per capire la situazione della sinistra greca oggi, bisogna guardare indietro nella storia. Nel 1968 ci fu una grossa scissione nel Partito Comunista di Grecia (KKE). Una parte del KKE, il cosiddetto KKE-interno, è evoluto sempre più in un partito eurocomunista conservatore e molto pro status quo, mentre l’altro, il KKE, nel corso del tempo è diventato un partito comunista post-stalinista pro Mosca.

Tutti e due però, condividevano una stessa impostazione riformista gradualista sul rendere la Grecia «meno dipendente» tramite una maggiore crescita economica (di capitalismo greco naturalmente), che era concepita come una fase di transizione a una democrazia antimonopolistica, prima che potesse essere completata gradualmente la transizione al socialismo.

È stato proprio questo cambiamento nella loro posizione ideologica e pratica che ha reso possibile la fondazione, nel 1989, di Synaspismós, che era in origine un’alleanza del precedente KKE-interno (allora ribattezzato Sinistra Greca – EA) e del KKE con altri gruppi e quadri politici non comunisti.

Il passaggio a questi tipi di alleanze spiega la decisione di entrambi i partiti comunisti di prendere parte, nel 1989, a un governo «provvisorio» sotto la direzione di Nea Demokratia, o Nuova Democrazia (ND), che fu un disastro in quanto stabilizzò e legittimò pienamente le ideologie e le politiche neoliberiste.

Quando il KKE abbandonò il governo provvisorio e Synaspismós nel 1990, molti dei suoi quadri rimasero, costituendo un’altra scissione nel KKE. Fu allora che questo adottò la sua posizione fortemente settaria ed isolazionista, ben riassunta dal suo vecchio slogan “Cinque partiti, due politiche” (cioè il KKE contro tutti gli altri).

Dall’altro lato, in seguito a questa scissione, nel KKE e in Synaspismós, nel 1991 Synaspismós si trasformò da un’alleanza in partito politico. Synaspismós fu quindi la principale forza trainante nella fondazione di Syriza nel 2004, inizialmente un’alleanza di Synaspismós con vari altri gruppi politici della sinistra, inclusi almeno quattro della «sinistra rivoluzionaria extraparlamentare».

Dopo il 2004, con il sostegno e la forza di queste nuove organizzazioni politiche, Syriza ottenne tra il 4 e il 5 per cento nelle elezioni parlamentari. (metà del KKE). Si impegnò sempre di più nei movimenti. La maggioranza dei suoi membri si radicalizzava, adottando le posizioni politiche della sinistra radicale.

Nel 2006, svolse una parte decisiva nella lotta degli studenti contro la privatizzazione delle università. Nel dicembre 2008, quando fu assassinato Alexandros Grigoropoulos [uno studente ucciso dalla polizia ad Atene], Syriza fu l’unico partito importante che non solo non condannò la violenta sollevazione di massa che si svolse in seguito, ma pose la domanda delle cause della sollevazione. E Syriza fu attaccata per questa mancata condanna, particolarmente da parte del KKE.

Ma il maggior punto di svolta fu il movimento delle piazze. Dal 25 al 33 per cento della popolazione in tutta la Grecia partecipò a questo movimento dal marzo 2011 al febbraio 2012. Questo fu il movimento che fece pendere la bilancia a favore di Syriza, che aumentò rapidamente il proprio sostegno elettorale, dapprima conquistando il 16 per cento dei voti nel maggio 2012, poi il 26,89 per cento dopo sole sei settimane, nel giugno 2012, diventando il secondo più forte partito.

Quanto alla composizione interna di Syriza, Synaspismós(derivato dalla tradizione del KKE),ne costituiva il corpo principale, e avvicinandosi al governo in seguito al[le elezioni del] 2012, una parte della sua direzione cominciava ad assumere una posizione socialdemocratica; dall’altro lato, attraeva membri e gruppi dal movimento altermondialista e dallo spirito di Genova 2001.

Questa seconda parte dava alla coalizione un taglio più radicale. Lo stesso Tsipras è un ex membro dell’organizzazione giovanile radicale di Synaspismós, che era un elemento della parte più radicale dell’organizzazione. Però, la maggioranza della direzione di Synaspismós ricominciò a spingere Syriza verso il centrosinistra, in particolare dopo il successo elettorale del 2012; dopo le elezioni per il Parlamento Europeo del 2014, accelerò la tendenza e nel percorso riuscì a cambiare Tsipras.

Al tempo del successo di Syriza nel 2012, la democrazia nel funzionamento interno del partito diveniva irrilevante e la direzione prendeva una posizione sempre più autonoma. Tale tendenza si approfondiva dopo le elezioni del 2014 per il parlamento europeo: in quelle elezioni, Syriza fu il primo partito, con il 26,57 per cento dei voti. Tutti i documenti pubblicati in quel tempo, come i programmi del 2012, la risoluzione politica del primo congresso di Syriza del 2013, e così via, erano semplici foglie di fico per nascondere la svolta di centrosinistra della direzione di Syriza.

Si può riconoscere il cambiamento nei documenti stessi. La risoluzione del primo congresso di Syriza nel 2013 esprime le due anime del partito: parla del socialismo del ventunesimo secolo , ma anche dell’economia mista, della ricostruzione produttiva, e così via.

, , esattamente. Una parte della direzione di Syriza aveva già fatto compromessi con la borghesia greca; persone come [il vice primo ministro] Yannis Dragasakis avevano cura di essere presentati dai mass media come tipi responsabili che si preoccupano della ricostruzione produttiva e della competitività dell’economia (cioè del capitalismo greco). E Syriza ha cominciato a flirtare con politici di centrosinistra e piccoli partiti di centrosinistra come Dimar, una precedente scissione di Syriza.

E lo spostamento ideologico avvenuto in Syriza, è esattamente come Lei lo ha descritto: lentamente, il centro si è spostato dalla ridistribuzione della ricchezza, tassando i ricchi, la costruzione di un’economia sociale e così via, verso termini supposti più neutri, come crescita, ricostruzione produttiva, combattere la crisi umanitaria, ecc., che presentavano la società e l’economia come qualche cosa in cui tutti condividono gli stessi interressi e dove non siamo divisi lungo linee di classe.

Tutti questi cambiamenti politici ed ideologici si sono manifestati nel Programma di Salonicco del settembre 2014, che ha lasciato cadere molte delle richieste e delle parole d’ordine originali di Syriza ed era privo di qualsiasi cosa che sarebbe potuta essere interpretata come anticapitalista.

 

Nel dicembre 2014 – prima che Syriza andasse al governoavevo già deciso di non partecipare alle elezioni o al governo di Syriza che si sarebbe formato. Ho reso pubblica la mia decisione il 31 dicembre 2014, e quando Tsipras mi chiamò il giorno dopo le elezioni del gennaio 2015 e mi disse che aveva buoni portafogli da offrirmi, lo ringraziai e ripetei i motivi del perché avevo deciso di non essere ministro nel nuovo governo.

Speravo che stando fuori dal parlamento e dal governo avrei potuto influire in modo più efficace sulla base del partito per resistere a questo allontanamento dal programma radicale originario del partito.

Quello che voglio dire è che quando Syriza andò al governo il cambiamento si era già solidificato. Giocavano il gioco del minor male, un nuovo memorandum con meno austerità e più spazio per prendere decisioni. Yanis Varoufakis accettava il 70 per cento dei memorandum – qualunque cosa ciò significhisubito dopo essere diventato ministro delle finanze, il 20 febbraio firmò un accordo preliminare che si iscriveva nella continuità della logica dei memorandum.

Poi Syriza tirò fuori le sue presunte linee rosse, come foglia di fico per nascondere i compromessi che faceva: mantenimento del quadro neoliberista esistente come era stato formato nei quattro anni dei memorandum di austerità, anche se senza ulteriori riduzioni di salari e pensioni, aumento dell’IVA, insistenza nel porre fine alla crisi umanitaria, e così via.

Nel processo dei negoziati e con il terzo memorandum del luglio 2015, molte di queste «linee rosse» furono completamente cancellate, ma la retorica del «noi abbiamo combattuto con tutte le nostre forze, ma siamo stati sconfitti da un nemico più forte» poteva essere mantenuta in modo plausibile

E Tsipras fu rieletto nel settembre 2015, precisamente in base al fatto che è stato capace di convincere il popolo della nozione che aveva combattuto duramente e che era il male minore, che lui segue i memorandum di austerità solo perché è stato battuto da forze straniere più forti.

Penso che abbiamo migliori opportunità di riorganizzarci dato che la gente ha votato per Tsipras e Syriza pensando «almeno abbiamo tenuto fuori quelli veramente cattivi». Perché con il tempo, vedendo che Syriza fa esattamente quello che hanno fatto tutti gli altri partiti dall’inizio dei memorandum, intensificherà la lotta contro il quadro dell’austerità neoliberista e lo Stato, poiché vedranno che anche il male minore è abbastanza male.

E che cosa pensa che si deve fare adesso, dopo la completa disfatta di Syriza? A me sembra che prevalga uno spirito di rassegnazione e di resa.

Quello che dobbiamo fare ora è partire dall’inizio. Ora siamo in una situazione com’era, diciamo, nel 2000. Dobbiamo ricostruire un’alternativa dal basso, e qualsiasi idea di un governo progressista di sinistra è per il momento morta, a causa di Syriza. Abbiamo bisogno di parole d’ordine completamente nuove e differenti e di modi differenti per ricominciare. Non possiamo usare i vecchi concetti, metodi e parole d’ordine – non servirebbero proprio più.

Quindi Lei pensa che il nuovo partito Unità Popolare non avrà successo?

, proprio, penso che è precisamente per questo che non hanno avuto successo finora e non avranno successo in futuro. Sa, il mio problema con Lafazanis, Lapavitsas e LAE [Unità Popolare], è che essi sono troppo simili a Syriza nella sua forma «originale», più radicale, con l’aggiunta del centro posto sull’uscita dall’eurozona e/o dalla UE.

Lafazanis fa la stessa cosa che ha fatto Tsipras: ha questo stile di «votatemi al governo e io risolverò i problemi», invece di spostare il centro verso «guardate, voi dovete lottare e io vi assisterò nella vostra lotta». È questa classica posizione statalista o governista della sinistra tradizionale greca.

D’altra parte i Greci, malgrado la crisi, hanno un po’ di ricchezza sotto forma di depositi, auto, appartamenti, e simili, e naturalmente temono una svalutazione della nuova moneta se la Grecia dovesse abbandonare l’eurozona. La gente non è per una pura e semplice uscita dall’eurozona, che è un’avventura molto difficile, se non vede perché lo dovrebbe fare.

La nostra tattica e il nostro centro principale non dovrebbe essere sulla questione dell’eurozona e dell’UE ma su un anticapitalismo basato sullo sviluppo di metodi di autogestione del popolo. Possiamo porre la questione di abbandonare l’eurozona solo se è basata sulla costruzione di modi alternativi, di autogestione e di economia che abbia una spinta anticapitalista.

Se vediamo che impegnandoci nelle lotte anticapitaliste l’eurozona e l’UE diventano una palla al piede, a quel punto possiamo porre la questione di abbandonare l’una e l’altra. Ma non dovremmo fare il contrario, come fa LAEcioè prima porre la questione di abbandonare l’eurozona (con il supposto obiettivo di promuovere la «crescita») e poi occuparsi delle lotte sociali e di un possibile taglio anticapitalista delle stesse.

In questa parte della sinistra, c’è questa ossessione dell’uscita dall’eurozona e/o dall’UE e salvare la Grecia. Questo poi, è a causa di una particolare e persistente tendenza patriottica nella sinistra greca. In due fasi della guerra civile (1944-45 e 1946-49), la sinistra, incluso il Fronte di Liberazione Nazionale (EAM) e l’Esercito di Liberazione del Popolo Greco (ELAS), sostenne di essere più patriottica e autenticamente greca che i suoi oppositori monarchici e collaborazionisti. Questo era messo in rilievo più che la loro identità comunista o socialista.

Essi vedevano la Grecia come una colonia dipendente che era sfruttata in modo coloniale dall’imperialismo e doveva essere prima liberata dalle catene dell’imperialismo e del colonialismo, e poi, un giorno, avanzare verso il socialismo. Questa specie di identità patriottica di sinistra continua ad avere un forte effetto oggi.

Il PASOK è nato dal Panhellenic Liberation Movement (PAK) dell’ex Primo Ministro Papandreu, un’organizzazione della resistenza alla dittatura militare. Il PAK vedeva la Grecia come un «satellite industriale e militare degli USA» sotto una «dominazione neocoloniale», che rendeva necessario un movimento antimperialista armato di liberazione nazionale.

Esattamente! È quello che cerco di dire. Per citare un esempio caratteristico, c’è Markos Vafiadis, un vecchio comandante dell’ELAS, un comunista, che era un parlamentare del vecchio PASOK «radicale», che era bloccato su questo discorso di liberazione nazionale che ignorava gli antagonismi di classe nazionali – e la Grecia era in un tempo di massiccia profittabilità e crescita del capitale.

In questa tradizione di patriottismo greco di sinistra che continua oggi, Lafazanis, ad esempio, continua a parlare della Grecia come di una colonia del debito, o della sola Germania che domina la Grecia e cose simili. In realtà il processo di adesione all’UE è stata una scelta strategica delle frazioni dominanti del capitale greco per promuovere e rafforzare la loro posizione, all’interno contro il lavoro e all’esterno nella divisione internazionale del lavoro.

Il quadro istituzionale dell’UE e l’eurozona dovrebbero essere compresi come una struttura che applica il neoliberismo a beneficio dell’insieme dei capitalisti di tutti i paesi che aderiscono a questo quadro, invece che un semplice progetto coloniale della Germania o di chicchessia.

Capisco il suo punto. Ma non pensa che ci sia una base materiale per un discorso relativo a rapporti di potere molto ineguali tra la Grecia e la Germania all’interno dell’UE? Che la Grecia, in quanto potenza imperialista secondaria o subimperialista è dipendente in modi in cui non è la Germania, in quanto potenza imperialista maggiore?

La Grecia ha perso molta della sua base agricola e industriale nell’adesione all’UE, il che la rende molto vulnerabile. Si può fare a meno di importare celle solari dalla Cina per qualche tempo, ma non si può fare a meno di importare cibo se l’economia è dipendente per questoche è il caso della Grecia. Questo è stato ovviamente usato come leva contro il governo Syriza.

Ovviamente la Grecia è un piccolo paese rispetto alla Germania, ma qual è la grande differenza tra la Grecia e altri piccoli paesi nell’UE, come la Danimarca o la Finlandia? C’è stato veramente un importante processo di deindustrializzazione, ma è successo in tutti i paesi europei.

I settori industriali forti della Grecia sono la raffinazione del petrolio, la petrolchimica, i farmaceutici, e i metalli di base. A parte questo, la Grecia si è ristrutturata in un’economia capitalista di servizi, concentrandosi specialmente sulla navigazione, il turismo, il software, e la lotteria. Sapeva che gli armatori greci posseggono più del 20 per cento della flotta commerciale delle petroliere del mondo? In Grecia abbiamo grandi capitalisti.

OK. Quindi che cosa pensa che si sarebbe dovuto fare sotto Syriza?

Avrebbero dovuto concentrarsi sul cambiare i rapporti sociali in Grecia. Prima di tutto cominciare a tassare i ricchi, fargli pagare i loro massicci profitti, che loro proteggono totalmente con un basso livello di tassazione, esenzioni fiscali, evasione fiscale. Poi cessare i pagamenti alla troika, dicendo loro: «Spiacenti, ma ora non possiamo pagare. Voi non ci date le quote che ci dovete. Quindi, come possiamo pagarvi? Vediamo se possiamo dopo che avremo messo a posto la nostra economia. Fino ad allora, niente pagamenti».

Contrariamente all’opinione comune, penso che questo non sarebbe stato classificato come insolvenza. Standard and Poor’s, tra altre agenzie di valutazione, aveva anche detto che non avrebbero classificato come atto di insolvenza una tale mossa da parte della Grecia. Terzo, cominciare a imporre un controllo dei capitali prima che ci fosse una corsa alle banche, in modo da fermare la fuga di capitali dal paese, o qualsiasi altra azione che destabilizzasse l’economia.

Ma non pensa che proprio questo tipo di misure avrebbe suscitato una fortissima reazione da parte della borghesia greca e dell’UE allo stesso tempo? Essere pronti a combattere contro l’UE non sarebbe anche parte della lotta contro la stessa borghesia greca? E un’alternativa di sinistra non dovrebbe cercare di ricostruire parti del potenziale agricolo e industriale della Grecia in modo da ridurre la ineguale dipendenza?

Certo avrebbe comportato una reazione molto forte da parte dell’UE, e , quella lotta avrebbe comportato anche di lottare contro la borghesia greca. Io dico appunto di mettere al centro i rapporti di classe in Grecia.

Avremmo dovuto fare una politica di sinistra radicale, di stile giacobino: utilizzare tutto quello che abbiamo: emettere dei titoli di credito (cambiali), se necessario terrorizzare la borghesia con tasse, controllo dei capitali, tutti i mezzi che si possono mettere in campo. E insieme favorire il controllo dei lavoratori sui posti di lavoro, istituire cooperative chiuse [per il numero di partecipanti o l’ambito di attività], e così via.

E naturalmente dobbiamo ricostruire il nostro potenziale agricolo e industriale, ma con una parte decisiva svolta dalle iniziative dei cittadini e dei lavoratori. Ma questo è sempre in parte una lotta che deve essere combattuta prima di tutto in Grecia.

Prendiamo l’esempio dei terreni agricoli. Oggi le banche possiedono tantissima terra perché gli agricoltori sono andati in bancarotta. Bisognerebbe espropriare queste terre e darle a grandi cooperative sotto il controllo dei lavoratori e ricostruire il potenziale agricolo, e anche quello industriale, in questo modo.

E in questo quadro di una politica chiaramente su basi di classe, che cambia i rapporti sociali in Grecia, affrontare la pressione dell’UE e, se necessario, indire un referendum sul rapporto con l’eurozona e/o l’UE. Sarebbe stato meglio andare all’offensiva come ho delineato e fallire, ed essere estromessi dal governo con il voto che non avere nemmeno tentato la propria via.

Questo significa che finché si opera ancora dentro il capitalismo, si utilizza lo Stato come strumento per fare una politica di classe, per rafforzare il lavoro nell’economia e nella società. Penso che ci sono solo due sistemicapitalismo e comunismo – ma non c’è un semplice salto tra i due. C’è un intermezzo che è il socialismo, che è un misto di capitalismo e comunismo.

Voglio dire, guardiamo l’Unione Sovietica o la lotta della sinistra in America Latina. Se Syriza avesse seguito quello che io proponevo, sarebbe arrivata a un compromesso, ovviamente dentro al sistema capitalista, ma in una posizione molto più forte e con una controegemonia del lavoro, sulla quale ci si poteva basare per procedere oltre. Per ottenere il comunismo, si deve operare un processo di rivoluzionamento continuo delle condizioni sociali – non c’è un singolo salto.

Comunque, il punto con Syriza è che ha seguito la tipica logica socialdemocratica secondo la quale i lavoratori e il capitale hanno qualche interesse comune, come la crescita, la ricostruzione produttiva,e così via, e questo è il motivo per cui non sono andati all’offensiva, che io penso sarebbe stata possibile.

Pensi solo alla partecipazione di massa nelle piazze nel referendum del 5 luglio. E anche allora il voto era diviso lungo linee di classe: spesso c’era un «no» dal 70 all’80 per cento nei quartieri operai e un «» dal 70 all’80 per cento nei quartieri borghesi. Era chiaramente un referendum su base di classe, e si poteva vedere il potenziale di massa per lanciare un’offensiva sociale nel paese.

Non pensa anche che uno dei principali problemi di Syriza sia stata la sua concezione come un classico partito borghese? Vale a dire: il partito rappresenta la volontà popolare in parlamento, mentre i movimenti fanno un po’ di chiasso nelle piazze per sostenere la lotta del partito parlamentarediversamente dal modello di partito bolscevico di un partito di lotta che in primo luogo partecipa in prima fila a tutte le lotte sociali progressiste per spingerle avanti, e usa il parlamento solo come tribuna o strumento?

Esattamente questo è il classico governativismo della sinistra greca. A questo aggiungerei quella che chiamo la chimera razionalistica. Loro pensavano veramente che la questione fosse di errori epistemologici; che la troika, l’UE, ecc. facevano degli errori e potevano essere convinti da argomenti razionali a fare la cosa giusta.

Syriza non ha assolutamente capito che l’austerità è per rafforzare il capitale, e in questo non c’è «giusto» o «sbagliato» ma l’interesse di classe. E da questo punto di vista Varoufakis era chiaramente un ottimo ministro delle finanze.

Da un lato era già un tipo semiliberista. Lei ricorderà che quando divenne ministro delle finanze aveva detto: «siamo d’accordo con il 70 per cento delle riforme o degli impegni che sono già stati inseriti nel memorandum». Ma aveva anche quello «stile di comunicazione radicale» che dava l’impressione che Syriza stesse conducendo una vera lotta, che è stato il loro argomento principale quando hanno accettato il terzo memorandum: «abbiamo fatto del nostro meglio, ma erano troppo forti».

In uno dei suoi saggi, Lei ha detto che contare sulla Russia o sulla Cina è esotismo politico o un’illusione dell’estrema destra. Che cosa intende esattamente con questo? Se lo chiede a me, se fossi al governo io sarei per rapporti più stretti con la Russia e la Cina. Non perché l’una o l’altra mi siano simpatiche – al contrario – ma perché avrei bisogno di sostituire i rapporti commerciali con altri paesi europei, che probabilmente sarebbero interrotti a causa dei conflitti che il nostro programma radicale creerebbe con l’UE.  Ma dovrei ancora importare prodotti molto importanti finché non ho ricostruito la mia agricoltura e la mia industria. E penso sia una buona idea sviluppare rapporti commerciali con paesi capitalisti ostili al blocco dell’UE; ci offriranno migliori condizioni di commercio perché hanno anch’essi interesse a danneggiare il blocco UE. Cercherei anche rapporti più stretti con il Venezuela e Cuba perché oltre a tutti questi argomenti sono anche molto più vicini ideologicamente alla mia alternativa.

Sul Venezuela, un esempio tra tanti, sono d’accordo. Quanto alla Russia, a parte che è una potenza imperialista molto conservatrice, il che dal mio punto di vista rende piuttosto difficili rapporti più stretti, penso che ha rapporti molto delicati con l’UE e la Germania, e non può rischiare di comprometterli di più. L’UE è un attore molto importante e nessuno, nemmeno la Cina, può volere entrare in uno scontro diretto con lei.

Penso anche che la questione centrale è la finanza, non i rapporti commerciali. Il tallone d’Achille [della Grecia] sono le banche, non i rapporti commerciali. Ma rispetto ai rapporti commerciali, penso che il commercio con la Russia e la Cina sarebbe di aiuto solo sul breve termine. Non può sostituire i rapporti commerciali con l’UE e le economie avanzate.

È vero, ad esempio, che il porto del Pireo è uno dei migliori del mondo e ha un vantaggio comparativo di cinque o sei ore sui porti italiani nel trasporto internazionale verso l’Europa centrale e settentrionale. Con gli investimenti cinesi programmati, questo salirebbe a due o tre giorni. Ma il problema con gli investimenti cinesi nel Pireo è che sarà privatizzato per gli interessi imprenditoriali cinesi, invece di essere ristrutturato su una base pubblica e cooperativa. Qualche cosa che sarebbe preferibile non fare come sinistra alternativa al potere.

Sul mio aver definito la prospettiva sulla Russia e la Cina esotismo politico e un’illusione dell’estrema destra, questo ha a che fare con le questioni politiche e i conflitti in Grecia.Da un lato ci sono i fascisti di Alba Dorata. Questi sono collegati a forze di estrema destra russe, e quindi si esprimono a favore della Russia. Contrariamente a molti dei loro simili europei, questi, ad esempio, non sostengono affatto i fascisti ucraini ma sono fortemente dalla parte della Russia.

Dall’altro lato ci sono persone che ancora pensano che l’Unione Sovietica continua ad esistere, cioè che la Russia sia una potenza antimperialista che per definizione sosterrà governi o partiti politici di sinistra o democratici in Europa Occidentale. Questo penso non sia un argomento serio.

 

Da Jacobin – 25/01/2016, traduzione di Gigi Viglino

 



Tags: Grecia  Syriza  Unità popolare  

You are here Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Austerità intatta in Grecia