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Elezioni spagnole | Né nascondersi dietro un dito, né fasciarsi la testa

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di Cristiano Dan

Diciamolo subito: in Spagna abbiamo subito (tutti: la sinistra spagnola innanzi tutto, ma anche quella europea) una pesante sconfitta, oltre le più pessimistiche previsioni. Ma si tratta di una battaglia persa, non della chiusura di una fase. La vittoria della destra spagnola non è risolutiva, né sul piano immediato della formazione di un governo (non ne ha i numeri, da sola), né su quello a medio termine dei reali rapporti di forza fra la sinistra che lavora per un cambiamento radicale e la destra immobilista e senza altra prospettiva che quella di mantenere il potere a tutti i costi.

Sull’esito delle elezioni spagnole hanno pesato svariati fattori, alcuni interni, altri internazionali. Ma su questi ritorneremo più tardi. Prima è necessario fornire un quadro, per quanto succinto, di ciò che è avvenuto.

I rapporti di forza parlamentari

Nel momento in cui scriviamo mancano ancora i dati relativi agli elettori spagnoli residenti in altri Paesi. Si tratta di circa due milioni di elettori, dei quali circa un decimo dovrebbero aver votato. Questi circa 200.000 voti non modificheranno certamente il quadro complessivo di cui già si dispone, ma potrebbero (il condizionale è d’obbligo) determinare qualche mutamento nell’assegnazione dei seggi.

Comunque, al momento i risultati sono questi: il Partido Popular (PP) ottiene 137 seggi, 14 in più del dicembre scorso, sottraendone 8 a Ciudadanos (ne aveva 40, resta con 32), 5 al Partido Socialista Obrero Español (PSOE; ne aveva 90, resta con 85) e uno al Partido Nacionalista Vasco (PNV; ne aveva 6, resta con 5). Unidos Podemos, con 71 seggi, mantiene quelli che aveva in precedenza (69 di Podemos e delle confluencias, e i 2 di Unidad Popular, la coalizione animata da Izquierda Unida). Invariati restano i seggi dei partiti catalani Esquerra Republicàna de Catalunya (ERC, 9) e Convergència Democràtica de Catalunya (CDC, 8), degli indipendentisti baschi di Bildu (2) e dei regionalisti di centro di Coalición Canaria-Partido Nacionalista Canario (CCa-PNC, 1).

Questi dati, che rappresentano i rapporti di forza a livello parlamentare, mascherano però i reali rapporti di forza a livello sociale, e in due diversi modi: a) dato il sistema elettorale spagnolo, che premia a livello circoscrizionale i partiti più forti, l’assegnazione dei seggi non avviene in modo proporzionale alla effettiva forza elettorale; b) la variazione nel numero dei seggi non corrisponde alle variazioni reali registrate nel numero dei voti.

Per quanto riguarda il punto a), basti dire che ogni seggio conquistato dal PP ha richiesto, mediamente, circa 58.000 voti mentre, all’altro estremo, per ogni seggio di Ciudadanos sono stati necessari circa 98.000 voti. I dati per le altre formazioni sono i seguenti: PNV 57.000 voti, CDC 60.000, PSOE 64.000, ERC 70.000, Unidos Podemos 71.000, CCa-PNC 78.000 e Bildu 92.000.

Quanto al punto b), entriamo nel merito del problema nel seguente paragrafo.

I rapporti di forza reali

I 71 seggi mantenuti da Unidos Podemos potrebbero far pensare a una sostanziale stasi di questa coalizione. Com’è ormai noto, non è così. In realtà Unidos Podemos con le confluencias a cui ha dato vita (Catalogna, Paese Valenzano e Galizia) subisce un vero e proprio salasso, perdendo circa 1.100.000 voti (oltre un quinto di quelli che aveva; meno 3,6 %). Il PSOE, che come abbiamo visto perde 5 seggi, subisce in realtà una leggera flessione (meno 120.000 voti e meno 0,5 %), mentre Ciudadanos perde oltre un decimo della sua forza elettorale (meno 390.000 voti e meno 1 %). L’unico incontestabile vincitore delle elezioni è il PP, con un guadagno di 670.000 voti e il 4,1 %. E poiché solo altre due formazioni nazionali guadagnano qualcosa (l’ERC 28.000 voti e gli animalisti del PACMA 64.000 voti), mentre tutte le altre forze perdono in misura più o meno rilevante (Bildu meno 35.000; Bloco Nacionalista Galego meno 26.000; CDC meno 85.000; PNV e alleati meno 32.000; Unión Progreso y Democracia meno 105.000), non ci sono dubbi: lo scenario spagnolo si è spostato decisamente verso destra.

Vediamo qualche dato nel dettaglio.

1) Partido Popular. Con il 33 % dei voti si conferma il primo partito spagnolo, migliorando ovunque le proprie posizioni. Arriva primo in tutte le comunità, salvo in Catalogna e in Euskadi (dove resta debole, al quinto posto in entrambi i casi). La sua crescita avviene un po’ a spese di Ciudadanos, ma pesca soprattutto, a quanto appare a una prima analisi, fra suoi elettori che si erano astenuti in dicembre e che ora sono rientrati all’ovile “turandosi il naso”. Contrariamente alle prime notizie, infatti, la partecipazione degli elettori residenti in Spagna (esclusi dunque i residenti all’estero, non ancora conteggiati) è leggermente cresciuta. Ma non in modo uniforme: sembra infatti maggiormente cresciuta proprio nelle aree di tradizionale insediamento del PP. (Per esempio, a fronte di un dato nazionale di crescita della partecipazione dello 0,17 %, in Galizia abbiamo una crescita dell’8,1 %, nelle Asturie del 5,2 %, nella Castiglia e León del 5,2 %, eccetera).

2) Ciudadanos. Perde in tutte le comunità, eccetto che nelle Canarie, dove registra un modestissimo aumento. Oltre un quarto delle sue perdite si concentra però in Catalogna, la comunità dove è nato e ha mosso i primi passi: il che non fa presagire nulla di buono per questo partito che voleva incarnare una destra “moderna”.

3) PSOE. La sua leggera flessione lo colloca al 22,7 %, la percentuale nazionale più bassa della sua storia. Ha guadagnato qualcosa in alcune comunità nutrendosi dei resti dell’UPyD e grazie ad alcune dissidenze di IU (a Madrid in particolare), ma ha perso voti in comunità di suo forte insediamento tradizionale (Andalusia ed Estremadura). Se ha evitato il “sorpasso”, dunque, non è tanto dipeso da una sua ripresa, quanto dalle maggiori perdite registrate da Unidos Podemos.

4) Unidos Podemos. Nonostante il tracollo subito, si assesta al 21,1 %, a poco più di un punto percentuale del PSOE. Perde in tutte le comunità, a eccezione della Navarra, dove registra un leggero aumento in percentuale, e della Catalogna, dove la confluencia En Comú Podem subisce una flessione percentuale minima, mantenendosi al primo posto fra i partiti. Mantiene il primo posto anche in Euskadi. Non è facile stabilire dove siano finiti i voti che ha perso. Se è ragionevole pensare che fughe verso il PSOE si siano registrate qua e là fra i settori del suo elettorato più critici nei confronti della coalizione fra IU e Podemos (“destra” comunista interna a IU e elettori di Podemos ostili a una più marcata caratterizzazione a sinistra), è più convincente ritenere che il grosso dei voti persi sia finito nell’astensionismo: una conferma sembra venire dal fatto che proprio in zone di forte insediamento di Podemos e IU è cresciuta l’astensione (per esempio, in Catalogna più 3,02 %, in Euskadi più 1,2 %, Andalusia più 4,5 %), contrariamente alle zone di tradizionale insediamento del PP.

L’impossibile stabilizzazione

Il successo del PP non deve far dimenticare che questo partito raccoglieva, nel 2011, ancora quasi il 45 % dei voti, il 12 % in più del suo attuale 33 %. Quanto al PSOE, lo abbiamo già detto: è al punto più basso della sua storia. E il bipartitismo PP-PSOE, con il suo 55-56 % complessivo, non sembra proprio sul punto di rinascere. Solo una crisi definitiva di Ciudadanos da una parte e della coalizione di sinistra dall’altra potrebbero ridargli una possibilità. Molto dipende dalle prossime mosse. Con gli attuali rapporti di forza parlamentari, esiste una sola possibilità, oltre a una problematica ripetizione delle elezioni fra qualche tempo: un governo a direzione PP, con l’appoggio (esterno o interno) di Ciudadanos e l’astensione del PSOE. Certo, c’è anche la possibilità di una “grande coalizione” PP-Ciudadanos- PSOE, ma il prezzo politico (ed elettorale) che i due soci minori sarebbero poi chiamati a saldare sarebbe molto salato. Nel PSOE le tensioni fra il centro di Sánchez e l’ala destra di Susana Díaz e Felipe González, messe sotto il tappeto durante la campagna elettorale, riemergerebbero alla superficie, con la possibilità di forti lacerazioni. Ma è poco utile addentrarsi oltre in ipotesi di questo tipo. Quel che è importante sottolineare è che le elezioni non hanno risolto niente, la situazione resta aperta, gli spazi per una politica anticapitalistica si sono certo ristretti ma non annullati.

A patto che, però, non si butti via il bambino assieme all’acqua sporca

Qui sta il punto per la sinistra, spagnola e no. L’esito deludente delle elezioni è imputabile all’“errore” commesso con la costituzione della coalizione Unidos Podemos? Poteva andare meglio se si correva separati?

La tentazione di rispondere “sì” sarà molto forte, sia nei settori più “identitari” di Izquierda Unida, sia nei settori più “trasversalisti” di Podemos. Una tentazione cui occorre resistere decisamente. La sconfitta subita ha sicuramente più di una spiegazione, ma fra queste non rientra certo la costituzione della coalizione: che questa potesse comportare il “prezzo” della perdita delle due ali moderate delle componenti era probabilmente un fatto da dare per scontato. Ed è probabilmente avvenuto, anche se di per sé non spiega le dimensioni dell’arretramento. Le cause di questo vanno ricercate altrove, e ad alcune di queste si può accennare brevemente.

Fra i fattori esterni alla realtà spagnola ha senz’altro avuto un certo peso la Brexit, con l’ondata di panico, non solo finanziario, che ha scatenato un po’ dovunque, e dunque anche in Spagna. D’altro canto, la destra spagnola, il PSOE, i media, hanno fatto di tutto per presentare la coalizione di sinistra come “antieuropeista”, facendo capire non tanto velatamente negli ultimissimi giorni che un suo eventuale successo avrebbe comportato un analogo pericolo per la Spagna. Può dunque darsi benissimo che questo timore abbia mobilitato una parte dell’elettorato più arretrato e tremebondo, facendolo correre in soccorso di Rajoy. Ma non sembra sensato esagerare la portata di questo fenomeno.

Più sensato è valutare il peso che hanno avuto alcuni fattori interni. Innanzi tutto, la polarizzazione che si è avuta, Unidos Podemos versus PP, se per molti versi era inevitabile e corretta, alla fine ha giovato più al PP che alla coalizione di sinistra. Rajoy ha saputo risvegliare la paura dei “rossi”, rianimando segmenti considerevoli della Spagna più “profonda” e reazionaria, e un certo trionfalismo che ha caratterizzato in parte la campagna di Unidos Podemos gli ha dato una mano. Non ha giovato, inoltre, una certa cacofonia attribuibile ad alcuni esponenti della coalizione di sinistra, con dichiarazioni a ruota libera, spesso contraddittorie (rivendicare assieme la tradizione socialdemocratica e quella comunista, sia pure nei loro migliori scampoli, non aiuta certo a chiarire le idee). È infine mancato un coinvolgimento più diretto nella campagna elettorale dei vari movimenti sociali che costituiscono il tessuto connettivo della sinistra spagnola: e ciò è dipeso in parte da Unidos Podemos, ma anche in buona parte da un eccesso di “apartitismo” praticato da alcuni di questi movimenti. E ci fermiamo qui, perché queste non sono che osservazioni preliminari fatta da lontano, mentre un bilancio critico di quanto è avvenuto non può che venirci dai compagni spagnoli nei prossimi giorni.

Cristiano Dan



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