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Dopo la sorpresa elettorale, inizia la riflessione sulle contraddizioni di Podemos

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Elezioni spagnole | Sconcerto in una notte d’estate

di Josep Maria Antentas *

Senza dubbio ci aspettavamo una notte migliore. Dal sorPPasso alla sorPPresa, le elezioni del 26 giugno segnano definitivamente la fine della prima fase del ciclo politico apertosi con l’irruzione di Podemos nelle elezioni europee del 25 maggio 2014, che, a sua volta, era il prodotto, non meccanico, dello scossone del maggio 2011. Il risultato di Unidos Podemos è, retrospettivamente, ancora sorprendente, ma chiaramente al di sotto delle aspettative e delle possibilità. Perché non è stato possibile il tanto sospirato sorpasso del PSOE? Il fiasco ha colto di sorpresa sia noi che gli altri. Non è dunque il caso di impartire lezioni col senno di poi cercando di spiegare una sconfitta che nessuno aveva previsto, ma di tentare almeno di capire perché c’è stata. E dunque, anche se affrettate e senza poter ancora disporre di analisi dettagliate del comportamento elettorale, alcune riflessioni si impongono.

La vittoria della destra

1. Il riconoscimento del fatto che Rajoy e il Partido Popular (PP) sono i vincitori, reali e simbolici, delle elezioni è unanime. La destra tradizionale ha dimostrato di avere robuste radici. Le spiegazioni di ciò, al di là di fatti congiunturali, vanno rintracciate in tendenze sociologiche di fondo, nel tessuto culturale e nelle mutazioni nella struttura sociale, dopo decenni di capitalismo neoliberale consumista e speculativo-immobiliare, senza tralasciare il ruolo del clientelismo politico in molte regioni. Non si deve dimenticare, tuttavia, che sotto il profilo generazionale il seguito elettorale del PP è forte soprattutto nei segmenti d’età più elevata, il che evidenzia la sua perdita di contatto con la popolazione più giovane e gli pone un problema circa le sue prospettive future. La campagna della destra incentrata sulla paura di Podemos ha avuto successo e ha prodotto una consistente mobilitazione del suo elettorato, molto maggiore di quella a essa contraria. A ciò si sono aggiunti gli effetti, proprio nella fase finale della campagna elettorale, del Brexit che, descritto con toni apocalittici da una parte dei media, ha senza dubbio favorito un voto per l’ordine, dettato dalla paura. La capacità del PP di accaparrarsi il “voto utile” di destra a spese di Ciudadanos dimostra, d’altra parte, che questo “Podemos di destra” è stato sin dall’inizio un fenomeno molto più superficiale del Podemos autentico, mancando di un forte retroterra sociale e di una base sociale attiva.

Il PSOE in un vicolo cieco

2. Nonostante abbia ottenuto il peggior risultato della sua storia (22,66 %, 5.424.709 voti e 85 seggi contro il 22 %, 5.545.315 voti e 90 seggi dello scorso 20 dicembre), il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) è tuttavia scampato a quella che avrebbe potuto essere una catastrofe irreversibile, evitando quel sorpasso da parte di Unidos Podemos che era sembrato inevitabile. Se questo fosse avvenuto, oggi il PSOE si troverebbe in una situazione insostenibile. L’averlo evitato può forse risparmiargli una immediata grave crisi interna, ma non risolve il problema di fondo che lo riguarda: la mancanza assoluta di un progetto economico diverso da quello dell’austerità e della destra, nel quadro della crisi storica della socialdemocrazia europea. In uno scenario che non lo vede essere la prima forza politica del Paese, la mancanza di un progetto concreto lo spinge verso la subalternità rispetto al PP e gli preclude un confronto reale con Unidos Podemos. Se il prevedibile nuovo governo di Rajoy nasce con l’astensione del PSOE, questo partito si troverà di fronte al dilemma se appoggiare o meno la nuova ondata di tagli e di riforme neoliberali che l’esecutivo di Rajoy porrà in marcia sotto la supervisione di Bruxelles. Se l’appoggerà, il PSOE ne pagherà il prezzo. E se non lo farà, la legislatura risulterà politicamente instabile. Il PSOE può certo aver retto nella campagna elettorale di fronte a Unidos Podemos, ma non è detto che possa farlo anche nel quotidiano scontro parlamentare di una nuova legislatura contraddistinta dai tagli se in qualche modo dovrà dimostrarsi parzialmente “comprensivo” con questi in nome della governabilità.

Quale governo?

3. A breve termine lo scenario che appare più probabile è quello di un governo del PP con le astensioni del PSOE e di Ciudadanos. A quest’ultimo partito non convengono nuove elezioni che potrebbero rivelarsi letali in seguito a una nuova ondata di “voti utili” a favore del PP. Il PSOE invece potrebbe affrontare con più garanzie un altro ciclo elettorale dopo essersi rafforzato rispetto a Unidos Podemos, e la sua direzione potrebbe forse contemplare questa possibilità: ma qui gli interessi di partito vanno a urtare contro la ragione di Stato, che in uno scenario europeo di instabilità esige subito un governo. Può dunque prodursi uno scontro interno, reale o di facciata, fra l’apparato del partito meno legato direttamente e organicamente al capitale finanziario, e più sensibile agli interessi di partito, e i settori più strettamente legati al mondo economico e all’apparato dello Stato. Quello che è però previsibile, salvo sorprese (e viviamo tempi di rapidi cambiamenti), è che alla fine il PSOE faciliti in modo passivo un governo Rajoy, astenendosi al momento dell’investitura. Se questo fosse il suo orientamento, la mossa più intelligente da fare sarebbe quella di ribadire prima l’offerta a Podemos di un governo “progressista” comprendente anche Ciudadanos, per poi sostenere che si vede costretto a favorire un governo del PP a causa della - presunta - intransigenza di Unidos Podemos e per senso di responsabilità, al fine di evitare nuove elezioni. In un modo o nell’altro, il PSOE, in uno scenario per lui inedito, ha bisogno di giustificare e teatralizzare le sue decisioni.

Dove e perché abbiamo sbagliato

4. Unidos Podemos ha fallito, contro ogni previsione, nell’obiettivo di superare il PSOE e contendere al PP il primato. L’alleanza fra Podemos e Izquierda Unida (IU) ha ottenuto lo stesso numero di deputati che entrambi avevano prima separatamente (71, e cioè 69 e 2), perdendo però 1.100.000 voti (21,10 % e 5.049.734 voti ora contro il 24,28 % e 6.139.494 voti il 20 dicembre). Le cause di questo fatto possono essere molteplici e, va detto, individuarle non sarà semplice. Tuttavia si devono rifiutare le interpretazioni interessate che attribuiscono il cattivo risultato elettorale all’alleanza fra Podemos e IU, sostenendo che questa avrebbe dato l’impressione di un “fronte di sinistra” radicalizzato che avrebbe spaventato gli elettori più moderati. Benché non sia possibile fare storia controfattuale, è più ragionevole pensare che, senza alleanza, i risultati di Podemos e di IU sarebbero stati peggiori. Una prima spiegazione del fiasco inatteso può essere trovata nel tipo di campagna elettorale, decaffeinata, carente di proposte concrete e concepita non per mobilitare e stimolare la base sociale reale e potenziale di Unidos Podemos, ma per non spaventare elettori più distanti. La “campagna patriottica” e light nei contenuti, cui si sono sovrapposti anacronistici riferimenti alla socialdemocrazia, ha sconcertato più di qualcuno e non sembra aver suscitato l’emozione e la mobilitazione necessarie. La timidezza nei messaggi, tuttavia, contrastava con l’impegno militante dal basso suscitato dalla coalizione, le cui iniziative pubbliche furono molto partecipate, anche se non coinvolsero che la base sociale più o meno prossima. Una seconda spiegazione della sconfitta va trovata in motivi più di fondo, e consiste nei limiti della politicizzazione suscitata dal ciclo iniziato nel 2011 e nella fluidità di una situazione nella quale le vecchie lealtà si sono dissolte senza però che quelle nuove si siano cristallizzate in modo irreversibile. Molti elettori di Podemos e di IU dello scorso 20 dicembre possono essere rimasti a casa, o aver votato per liste extraparlamentari, o essere “tornati” al PSOE. E ciò per molteplici ragioni contraddittorie sia di “destra” sia di “sinistra”: apatia, in modo particolare in una parte dell’elettorato di IU, di fronte a una campagna elettorale floscia; sconcerto per la svolta “socialdemocratica” e moderata di Iglesias; incomprensione, negli elettori più moderati, del rifiuto di Podemos di appoggiare Pedro Sánchez contro il PP o, al contrario, nel caso della base elettorale di sinistra più tradizionale, fuga da un Podemos “patriottico” verso un PSOE che faceva appello alla sinistra. In conclusione, Podemos ha costruito un importante spazio politico-elettorale, destinato a perdurare, ma non ancora del tutto solidificato, le cui periferie sono ancora instabilmente fedeli e fedelmente instabili.

Difetti che vengono da lontano

5. Podemos ha lanciato troppi messaggi contraddittori. Dalla sua fondazione a oggi, gli elettori hanno visto un Podemos che diceva e faceva una cosa e il suo contrario. Lo hanno visto rifiutare energicamente l’unità delle sinistre per poi stringere un patto con IU; dichiarare che mai avrebbe governato assieme al PSOE da una posizione di minoranza per poi avanzare una proposta di governo in comune; rifiutare l’etichetta di “sinistra” per indossare alla fine, in modo poco credibile, quella di “socialdemocratico”. Tutto ciò si è tradotto in un duplice problema. Innanzi tutto, la moltiplicazione di messaggi contraddittori ha generato incomprensioni ai due estremi, opposti, del suo elettorato e, nel caso specifico di queste elezioni, è probabile che Podemos abbia nello stesso tempo creato sconcerto sia a “sinistra” sia a “destra”, giustapponendo messaggi e iniziative poco coerenti fra loro. In secondo luogo, a prescindere dal fatto che possa piacere questo o quel collocamento e dal soddisfacimento degli uni e dal disorientamento degli altri, la contraddizione e la continua modificazione dei messaggi ha finito col consolidare la percezione secondo la quale Podemos era una forza dai principi intercambiabili, che adattava il suo discorso a seconda delle indicazioni dei sondaggi. Ciò non ha riguardato solo Podemos in quanto tale, ma anche Iglesias, che, in uno scenario di permanente aggressione personale mediatica, è apparso più come un eccellente robot comunicativo ben programmato che non come un dirigente guidato da principi. Lungi dall’essere un difetto attribuibile solo alla tattica utilizzata negli ultimi sei mesi trascorsi dalle elezioni del 20 dicembre 2015, il problema di Podemos viene da lontano ed è il frutto di una strategia politica basata solo su tecniche comunicative subordinate a inchieste di opinione, che non assegna alcuna centralità al suo mutevole e liquido programma elettorale e alle sue proposte politiche.

Un successo e due errori

6. Il passaggio dal 20 dicembre al 26 giugno è stato caratterizzato dalle trattative per l’investitura [del presidente del Consiglio] e dall’offerta al PSOE da parte di Podemos di un governo di coalizione. Qui vanno registrati un successo e due errori. Il successo è consistito nel passare all’offensiva nei confronti del PSOE sulla base di una posizione unitaria, un fatto decisivo se si vuole superare una forza con la quale si ha quasi raggiunto un rapporto di parità. Mai nessuno prima aveva sfidato il PSOE con un’offerta unitaria di questo tipo. Ne ha dato prova lo scombussolamento verificatosi nel partito di Pedro Sánchez in seguito alla proposta di Podemos. Tuttavia, la proposta del partito di Pablo Iglesias è stata accompagnata da due grossi errori. Primo: la stessa proposta di formare un governo di coalizione con il PSOE era errata. Sarebbe stato meglio offrire un patto di investitura sulla base di un accordo programmatico. L’effetto unitario verso l’esterno sarebbe stato lo stesso. E la reazione isterica dei “baroni” del PSOE simile, poiché questo partito non avrebbe potuto permettersi in alcun modo un accordo parlamentare con Podemos che comprendesse un programma antiausterità e un referendum sull’indipendenza in Catalogna. A sua volta, un’offerta di investitura “per cacciare il PP” avrebbe consentito di continuare a distinguersi dal PSOE in quanto partito del regime e di essere coerenti con quanto detto prima del 20 dicembre. La proposta di un governo con il PSOE comportò un’innecessaria riabilitazione dello stesso come “partito del cambiamento” oltre alla rottura dell’asse “forze pro-regime e della casta versus forze costituenti e popolari”, che aveva ben funzionato, a favore di una ricomparsa acritica e improvvisa dell’asse sinistra-destra, costruito però nel suo aspetto più superficiale, e cioè sulla base di rapporti col PSOE che ne facevano un elemento strutturante di detto asse. Secondo problema: con l’unica eccezione del referendum per la Catalogna (scritto nero su bianco grazie a En Comú Podem), Podemos non è stato in grado di produrre una lista, concreta e succinta, di provvedimenti sulla cui base trattare con il PSOE, in modo tale che risultasse chiaro che era quest’ultimo a opporsi a qualunque seria misura antiausterità e a una dinamica costituente. Ben al di là di un errore di regia nella trattativa con il PSOE ciò ha reso evidente un problema di fondo nella politica di Podemos: la sottovalutazione del programma e il rifiuto di assumere impegni programmatici chiari e saldi. La concezione comunicativo-discorsiva della politica ha relegato il programma al rango di questione irrilevante, con l’obiettivo di avere sempre le mani libere per poter modificare in continuazione ciò che dice e propone il partito. Il risultato di ciò è stata l’incapacità di popolarizzare rivendicazioni in grado di mobilitare le masse (come la dazione in pagamento nel caso della Plataforma de Afectados por las Hipotecas, il referendum in quello del movimento sovranista in Catalogna o, a suo tempo, la rivendicazione delle otto ore per il movimento operaio). Un progetto di “cambiamento” articolato in rivendicazioni chiare, di “senso comune”, ma inaccettabili per il PSOE, avrebbe reso più facile la comprensione da parte della popolazione del rifiuto di appoggiarne un governo e avrebbe limitato le possibilità di Pedro Sánchez di presentare il PSOE come un partito del “cambiamento” vittima del settarismo di Podemos. Non si può sostenere che evitando di commettere questi due errori si avrebbe avuto un miglior risultato elettorale: ma si sarebbe almeno contribuito ad armare politicamente e strategicamente la propria base sociale.

Una “macchina da guerra elettorale” e i suoi limiti

7. Il fiasco del 26 giugno è espressione dei limiti di un modello di partito inteso come “macchina da guerra elettorale” e costruito, sotto la direzione di Íñigo Errejón, dopo l’assemblea fondativa di Podemos di Vistalegre, ottobre 2014, che chiudeva la porta a qualunque tentativo di sperimentazione politico-organizzativa in senso democratico e innovatore che raccogliesse l’eredità [del movimento degli Indignados] del 15 maggio 2011. Podemos si configurò così come un partito incentrato sulla competizione elettorale e sulla comunicazione politica, che trascurava del tutto l’organizzazione e la strutturazione della propria base militante, il lavoro di radicamento sociale e l’intervento nei movimenti sociali e nei sindacati. E ciò non ha contribuito, appunto, né a solidificare né a “fidelizzare” la sua base elettorale. Il corrispettivo organizzativo della macchina da guerra elettorale-comunicativa è stata l’adozione di una struttura fortemente gerarchicizzata e centralizzata, nella quale le direzioni locali e regionali/nazionali [1] erano molto subordinate (materialmente e simbolicamente) alla direzione centrale e i circoli non avevano alcun ruolo né avevano alcuna funzione. Il metodo maggioritario e plebiscitario per l’elezione degli organismi interni servì solo per escludere le minoranze, facendo così delle istanze del partito delle espressione della frazione maggioritaria e non degli spazi di sintesi pluralista. L’incapacità di alcune direzioni regionali/nazionali, politicamente deboli e spesso scelte solo sulla base della lealtà alla direzione centrale, è sfociata varie volte in paralisi politico-organizzative. Il risultato di tutto questo è un’organizzazione con una struttura inoperante e chiusa, costellata da ricorrenti crisi dei Consejos Ciudadanos territoriali, con molto poco dinamismo alla base e quasi senza alcuna attività al di fuori delle reti sociali e delle campagne elettorali. Certamente, il modello “macchina da guerra elettorale” non pluralista non può essere considerato responsabile di tutti i problemi, ma di aver contribuito ad aggravarli sì.

“Movimento popolare” o “Partito-Movimento”?

8. Di fronte ai limiti della “macchina da guerra elettorale”, lo stesso Errejón ha dichiarato a varie riprese la necessità di passare a una seconda tappa, quella del “movimento popolare”. Il problema principale di queste promesse di un futuro passaggio a un “movimento popolare”, oggi inesistente, è che questo viene concepito essenzialmente in termini di lavoro culturale e sociale complementare di quello elettorale. Il rischio è che dalla fredda macchina da guerra elettorale (e comunicativa) si passi a un movimento popolare che riequilibrerebbe sì il lavoro elettorale con uno culturale e di radicamento, ma che non servirebbe a correggere una concezione elettoralistica del cambiamento politico-sociale, ma solo a puntellarla e nella migliore delle ipotesi a dotarla di una base meno volubile. Avremmo allora una macchina da guerra elettorale sovrapposta a un lavoro socioculturale passivo e strutturato gerarchicamente attorno al vertice politico-elettorale. Il risultato potrebbe essere non molto diverso, ma molto più limitato, di quello dei grandi partiti riformisti del movimento operaio storico: un’organizzazione politica di massa (ma nel nostro caso con le masse come spettatrici potenziali e non come forza organizzata), completata da una rete di associazioni sociali e culturali… ma senza il sindacato (né alcun tipo di movimento che lo sostituisca) come strumento di mobilitazione. La debolezza di questa visione consiste nel fatto che, fra macchina di guerra elettorale e movimento popolare inteso in senso socioculturale, brilla per la sua assenza il ruolo della mobilitazione sociale (per non parlare poi dell’autorganizzazione). Questa non ha alcun ruolo strategico, se non quella delle mobilitazioni interne al movimento popolare (come la “marcia del cambiamento” del 31 gennaio 2015). Quantunque Podemos abbia compreso che il 15 maggio inaugurava un nuovo periodo e apriva nuove possibilità, paradossalmente non ha inserito la lotta sociale come una variabile nella sua strategia, come se lo stimolo del 15 maggio fosse destinato a durare in eterno o potesse essere sostituito in aeternum dal marketing elettorale. Fra l’elettorale e il culturale manca un tassello, mobilitante e autorganizzante, che li coordini e concateni. Il modello di partito che ne deriverebbe non si ridurrebbe più alla fredda “macchina da guerra” concentrata sulle campagne elettorali e fiancheggiata da una rete di circoli culturali, ma sarebbe un “partito-movimento” radicato socialmente, orientato alla partecipazione nelle lotte sociali e nei movimenti sociali indipendenti, attivo nella battaglia culturale e non autocentrato solo nel lavoro istituzionale-elettorale (senza che ciò comporti in alcun caso una sottovalutazione di quest’ultimo).

Ora la parola deve passare alle lotte sociali

9. Il ciclo politico-elettorale cominciato nel 2014 è arrivato alla sua fine e ha dato tutto quel che poteva dare. Non si tratta di poco. In primo luogo, un drastico mutamento del sistema partitico e la crisi del sistema tradizionale di alternanza fra PP e PSOE, in modo tale che il bipartitismo ne è stato colpito gravemente, anche se non distrutto. In secondo luogo, il consolidamento di una forza alternativa con circa cinque milioni di voti, non molto lontana da quella del PSOE. Infine, in terzo luogo, le vittorie elettorali nei municipi del cambiamento il 24 maggio 2015: Madrid, Barcellona, Valenza, Saragozza, Cadice, La Coruña e altre città. La spinta impressa dalla prima fase della crisi politica apertasi dopo il maggio 2014 non è però stata sufficiente perché una forza come Unidos Podemos arrivasse al governo. L’obiettivo nella tappa post 26 giugno sarà quello di avviare una seconda fase della crisi politica, e per farlo la variabile determinante sarà il rilancio della lotta sociale contro la raffica di tagli ormai imminente. Per percorrere l’ultimo tratto di strada è necessaria una nuova spinta dal basso. Anche se non in modo meccanico, per l’esito della lotta politica generale sarà decisivo il risultato della lotta sul fronte sociale.

Una strada piena di ostacoli

10. Podemos, pur disponendo di una struttura convenzionale, non è un partito facile da maneggiare. Gli esiti che può assumere il presumibile dibattito interno dopo la delusione del 26 giugno sono imprevedibili, avvenendo nel quadro di una struttura altamente centralizzata e gerarchicizzata, di una cultura politica autoritaria e nell’assenza d’una tradizione di discussione reale al di là dei ristretti organismi di direzione. In questo senso, la principale sfida per la formazione viola [2] sarà quella di condurre il dibattito sul suo futuro in modo pluralista, democratico e rispettoso di ogni posizione. Se riuscirà a farlo, uscirà rafforzata da questa prova e affronterà in condizioni migliori l’opposizione al nuovo governo Rajoy, il quale dovrà farsi carico dell’imminente ondata di tagli voluti da Bruxelles e gestire la nuova recessione economica preannunciata da tutti gli organismi internazionali. Allora, questo sì, potrà cominciare davvero il secondo turno. La strada per il mutamento sociale e politico non è una linea retta, non è una marcia trionfale lungo l’autostrada (elettorale) della storia. È caratterizzata da rovesci, successi, rallentamenti e accelerazioni. Il problema consiste nel comprendere a tempo i momenti difficili per superarli rapidamente e prepararsi all’assalto successivo.

· Josep Maria Antentas è professore di sociologia presso la Universidad Autónoma de Barcelona e fa parte del Consejo Asesor di Viento Sur. Fra le sue pubblicazioni, oltre a svariati articoli, vanno almeno segnalati, in collaborazione con altri, Porto Alegre se mueve. La Catarata, Madrid 2003, e Resistencias globales. De Seattle a la crisis de Wall Street, Editorial Popular, Madrid 2009.

L’articolo è stato pubblicato originalmente sul quotidiano on-line publico.es, il 29 giugno 2016. Traduzione dal castigliano di Cristiano Dan. I titoletti dei paragrafi sono redazionali.

Note del traduttore

[1] Qui per “nazionali” si intendono le direzioni delle “nazionalità storiche”: Catalogna, Paese Basco, Galizia... Più sotto, i “circoli“, territoriali o di settore, sono la struttura di base di Podemos, mentre il Consejo Ciudadano [Consiglio cittadino, civico] è l’organismo dirigente della struttura territoriale, a livello municipale, regionale o statale.

[2] Il viola è il colore del simbolo di Podemos.

Si veda anche, sul sito di Sinistra Anticapitalista:

https://anticapitalista.org/2016/06/27/elezioni-nello-stato-spagnolo-il-bipartitismo-resiste-ancora/

 

 



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