Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Trotskij, Stalin e Canfora

Trotskij, Stalin e Canfora

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Canfora presenta le corrispondenze da Mosca di Aponte

 

Segnalato con grande rilievo sul “Corriere della sera” il 21 marzo e immediatamente presentato con un dibattito a Milano dallo stesso Canfora, Francesco Benvenuti e Paolo Mieli, questo libro di un certo interesse e dal costo ragionevole (Salvatore Aponte, Il “Corriere” tra Stalin e Trockij. 1926-1929. Introduzione di Luciano Canfora, Fondazione “Corriere della sera”, 12 euro, 600 pp.) sembra sparito subito nel nulla.

Probabilmente non a molti può interessare la ricostruzione del dibattito sovietico di quegli anni cruciali fatta da un giornalista fascista, ma attento osservatore e buon conoscitore del russo, negli anni in cui si consumava quella crisi del partito bolscevico che aveva allarmato tanto Antonio Gramsci, spingendolo alla rottura personale con Togliatti nel suo ultimo gesto prima di entrare – per sempre – in un carcere. Certo non alla sinistra istituzionale, compresa quella che si diceva radicale che, incoraggiata dai Canfora e dai Losurdo, prima di sprofondare nel nulla, si cullava con indecenti nostalgie o almeno con patetiche rimozioni. Per la vicenda della lettera del 1926 di Gramsci all’Internazionale, (a cui Canfora accenna solo frettolosamente senza sottolineare la straordinaria e tempestiva intuizione dell’involuzione in corso) rinvio ovviamente a vari miei scritti, in particolare a Togliatti e Gramsci, nella sezione L'involuzione staliniana dell'URSS e l'Italia.

Prima di passare all’ampia introduzione di Canfora, che richiede una trattazione a parte, penso sia utile accennare alla figura (ormai dimenticata) di Salvatore Aponte. Giornalista di professione, iscritto dal 1923 al sindacato fascista dei giornalisti, ma con una vicenda patetica di precario che (come risulta da varie lettere riportate nel volume) doveva proprio in quegli anni implorare a lungo un inquadramento regolare negli organici del “Corriere”, e contrattare una retribuzione modesta e per giunta senza assicurazione, Salvatore Aponte era una figura molto contraddittoria. Indubbiamente antisemita (come era anche quasi tutto il primo fascismo, contrariamente alla vulgata che attribuisce le leggi razziali alla sola influenza della Germania nazista), simpatizzava apertamente per la maggioranza del partito bolscevico di cui sottolineava spesso che non aveva tra le sue file nessun ebreo, ma osservava attentamente le vicende dell’URSS, a volte senza far pesare troppo i propri pregiudizi.

Gli articoli di Aponte pubblicati sul Corriere erano relativamente pochi, sia perché lo spazio disponibile era scarso (il quotidiano aveva in quegli anni, per il costo della cellulosa, in media quattro pagine, e al massimo sei), sia perché i corrispondenti da Mosca dovevano combattere ogni giorno con una censura ottusa e a volte potevano inviare (e con uno o due giorni di ritardo) solo la metà di quel che avevano scritto. Per questo è stato utile pubblicare nel volume una selezione delle lettere inviate da Aponte ai due direttori che si succedettero in quegli anni alla testa del quotidiano, Ugo Ojetti e Maffio Maffii, lettere che oltre a informarci sui suoi problemi economici, forniscono un quadro ben diverso da quello degli articoli. Un fenomeno ben noto, che ha permesso ad esempio ad alcuni storici di ricostruire perfettamente la Guerra di Libia, confrontando le corrispondenze pubblicate sui maggiori quotidiani italiani con le lettere che gli inviati mandavano ai direttori per concordare cosa dire e cosa tacere.

Comunque anche in alcune corrispondenze pubblicate si accenna ai gravi problemi sociali della Russia sovietica in quegli anni, come “il rapidissimo ed irresistibile processo di differenziazione sociale” che nelle campagne “ha presto distrutto le ingenue illusioni sorte al momento della divisione delle terre”, mentre “nelle città il lusso della nuova borghesia contrasta con la miseria dei senza lavoro” (7/10/26, Ivi, p. 146)

Ma Aponte è a volte superficiale e impressionistico: nello stesso articolo parla di un’opposizione che “guadagna terreno conquistando ad una ad una le organizzazioni del partito” e prepara “l’assalto alla dittatura di Stalin”, sfruttando “il fanatismo dei giovani comunisti ammalati di estremismo, il malcontento degli operai e contadini poveri, la gelosia dei capi ambiziosi”, mentre appena un mese dopo diceva che “gli operai non prestavano più facilmente l’orecchio a chi parlava di eguaglianza e alti salari”. Si riferiva a Leningrado, ex roccaforte di Zinoviev, di cui presenta un ritratto grottesco e razzista, descrivendone con ostilità la “tozza persona”, il volto “largo e molle d’israelita”, il tono con cui “infieriva verbosamente”, caratterizzato da una “voce esile e sgraziata”. (Ivi, p. 156) Ma a volte Aponte non solo bolla i principali esponenti dell’Opposizione come “israeliti”, ma ne deforma clamorosamente le posizioni, attribuendo loro esattamente il contrario di quello che sostenevano. Ad esempio (alle pp. 165 e 166, ma anche in altri punti) sostiene che l’Opposizione vuole “tenere i contadini in soggezione del proletariato cittadino, elevando i prezzi dei prodotti industriali”, mentre la posizione di Stalin viene abbellita, dicendo che “ha tracciato, ed ha già preso a realizzare, un vasto programma che ha per base un severo regime di risparmio: fare economie in ogni campo, ma senza soffocare le forze produttive”. Sia la sottolineatura dell’origine ebraica sia la deformazione e il vero capovolgimento del programma effettivo dell’Opposizione, sono una conseguenza della scelta di Aponte di appoggiare Stalin.

L’Opposizione, fin dal 1923, aveva detto non quello che Aponte le attribuisce (“non c’è nulla da sperare nelle campagne” e sarebbe “meglio abbandonare ogni tentativo di alleanza economica tra industrie e agricoltura”), ma sosteneva che bisognava fondare l’alleanza con i contadini poveri offrendo loro concreti vantaggi, orientando l’industria verso la produzione di beni richiesti dai contadini. D’altra parte basta leggere nell’articolo riportato in appendice che Trotskij osservava che “i contadini potrebbero anche tollerare con una certa facilità il ritorno del capitalismo, perché le industrie bolsceviche statizzate forniscono loro manufatti a prezzo molto più alto che non la libera produzione d'anteguerra: e questa è la sorgente di tutte le nostre interne difficoltà”. Esattamente l’opposto di quello che Aponte gli attribuiva. Su questo tema, rinvio a vari miei saggi contenuti nella sezione Genesi dello Stalinismo. La Russia dopo Lenin dei Grandi nodi del Novecento, e in particolare a Il vicolo cieco, alle pagine 36/37, da cui riporto comunque qui un breve stralcio:

 

Sono le contraddizioni emerse nei primi anni di applicazione della NEP (Nuova politica economica) a provocare le differenziazioni. Il “gruppo dei 46” e poi l’Opposizione di sinistra denunciano la formazione, soprattutto nelle campagne, di uno strato privilegiato (i kulaki e i settori intermediari) che punta alla restaurazione del capitalismo e soffoca i contadini poveri. Di fronte a questo fenomeno, che rischia di annullare le conquiste della rivoluzione, Trotskij propone di aiutare i contadini poveri, potenziali alleati della classe operaia, ma troppo deboli per fornire alla popolazione urbana quel grano che i kulaki tengono nascosto per fare alzare i prezzi, o che trasformano in vodka per realizzare un maggior profitto. La sua proposta, fin dal 1923, è quella di sviluppare un’industria finalizzata ai bisogni dei contadini medi e poveri, in particolare la produzione di trattori e altri strumenti agricoli da concedere alle cooperative, per invogliare con un incentivo materiale i contadini a entrare in esse vincendo il tradizionale individualismo. Cento contadini con appezzamenti di un ettaro coltivati con tecniche arretrate hanno un sovrapprodotto troppo piccolo, mentre associati in una cooperativa dotata di trattori e assistiti dallo Stato possono aumentare notevolmente la produzione complessiva, sfamando le città, colpite da carestie non inferiori a quelle del periodo precedente alla NEP.

Grottescamente questa posizione viene presentata dalla frazione staliniana come “sottovalutazione dei contadini”, soprattutto quando Stalin si allea con Bucharin, che lancia la famosa parola d’ordine “arricchitevi!” rivolta ai contadini, sorvolando sul fatto che l’arricchimento è solo dello strato privilegiato dei kulaki ai danni dei contadini poveri e della stessa classe operaia.

 

L’orientamento per Stalin contro l’Opposizione di sinistra non è del solo Aponte ma dello stesso “Popolo d’Italia” diretto dal fratello del duce, Arnaldo Mussolini, che ha in quegli anni a Mosca un intelligente corrispondente, Roberto Suster, che è anche titolare dell’Agenzia Stefani. Aponte lo detesta, perché la direzione del “Corriere” glielo porta a modello per la tempestività nell’invio delle notizie, e insinua che ciò si deve ai rapporti cordiali con le autorità sovietiche, che gli permettono di inviare più facilmente comunicati: “La Stefani si limita a trasmettere, senza controllarle, le notizie che la Tass le trasmette, vale a dire le notizie la cui diffusione presenta un certo interesse per il governo sovietico”. (Ivi, p. 471)

Si tratta in questo caso di evidente fastidio per un rivale, che gli viene proposto continuamente a modello da Milano. Comunque anche i corrispondenti tedeschi e austriaci, nota Aponte, “sono decisamente per Stalin, e lo aiutano di buon grado a far credere al mondo che l’opposizione è una poverissima cosa” (Ivi, p. 472).

Salvatore Aponte ha viva simpatia per Stalin, perché ha rotto con un passato di “false ideologie che già servirono al bolscevismo per imbestiare le folle e spingerle agli orrori d’ottobre” e che nel 1926 gli sembrano “rimesse in circolazione con una sfrontatezza che non ha nome” dall’Opposizione di sinistra. Di Trotskij dice addirittura che è “l’eterno seminatore di scisma” e il “Distruttore”:

 

Nel periodo del Terrore le folle superstiziose personificarono in lui l’Anticristo. L’espressione maggiore della sua genialità fu la miracolosa organizzazione di quello spietato ordigno di distruzione che si chiamò l’esercito rosso. E quando la rivoluzione, stanca di orrori, ripudiò nei fatti la folle utopia di ottobre, sembrò che nel paese dei Soviet non ci fosse più posto per questo irrequieto israelita. (Ivi, p. 292)

 

Salvatore Aponte detesta quindi Trotskij, e apprezza Stalin, la sua capacità di manovra, il suo “realismo”, la sua “volontà metallica”. Di lui dice: “Ha poche idee, ma salde, sulle quali batte e ribatte per farle entrare bene nella testa degli altri”. Osserva che gli avversari “mostrano di considerarlo un uomo mediocre, usurpatore di un potere che non gli compete”, ed ammette che è vero che “non riuscirà mai a creare un socialismo in Russia, né a suscitare la rivoluzione nel restante mondo”. Ma non importa…

 

Sì, Stalin ha i suoi difetti: è rozzo, testardo, autoritario; parla con un accento caucasico che riesce ingrato ai moscoviti; non possiede l’ingegno vulcanico di Trozki, né l’agile spirito polemico di Radek, non è accomodante come Zinovief, e gli manca l’«occidentalismo» di Rakowski. Ma ha una qualità che gli altri non hanno e che basta da sola ad assicurargli il successo: egli sa decidere. Gli intellettuali russi, profondamente ammalati di cerebralismo, quando si trovano di fronte a un problema si astraggono, discutono discutono, con passione, a volte con genialità; ma senza venir mai a una conclusione. Il dover decidere li spaventa, li fa soffrire fisicamente. […] Ma gli uomini che hanno avuto maggior peso nella storia di questo paese, da Pietro il Grande a Lenin, sono stati appunto coloro che la natura aveva fatto esenti dal difetto della razza, coloro che sapevano prontamente decidere, senza perdersi nelle discussioni interminabili.

Stalin è uno di questi. Magari sbaglia, ma decide. (Ivi, pp. 309-310)

 

Nonostante questa scelta di campo, Salvatore Aponte ritiene suo dovere informare, se non negli articoli, spesso reticenti, almeno nelle lettere al direttore, sulla realtà dei conflitti in corso.

Ad esempio, a proposito degli incidenti avvenuti il 7 novembre 1927, quando ai maggiori leader della rivoluzione d’Ottobre fu impedito con la forza di sfilare nelle principali città dell’URSS, Aponte riferisce che non ha potuto fornire al giornale in tempo un’informazione adeguata perché il censore gli aveva fatto capire che “telegrafare degli incidenti si poteva solo a patto di dare l’impressione della «completa disfatta» degli oppositori, ed astenendosi dal parlare degli arresti in massa operati dalla GPU e dei conflitti avvenuti nelle vie di Leningrado”. Aponte scrive però ad Ojetti che la situazione era invece ben diversa:

 

“Gli incidenti hanno dimostrato che l’opposizione è numerosa, ed è composta di gente ardita e risoluta. La gioventù, buona parte degli operai e gli intellettuali sono con Trotzki. A reprimere le manifestazioni degli oppositori si procedette perfino con cariche di cavalleria. A Leningrado vi sono stati qualche morto e vari feriti”. (Ivi, p. 473)

 

Ma a Roma non piacevano quelle informazioni: il fascismo guardava con simpatia a Stalin fin da quegli anni, e successivamente Mussolini arriverà a scrivere che “Stalin, di fronte alla catastrofe totale del sistema di Lenin, è diventato segretamente un fascista”, e perciò elimina progressivamente i capi del bolscevismo, rendendo “un commendevole servigio al fascismo ammazzandone a larghe falde i dichiarati nemici” (“Popolo d’Italia, 5/3/1938).

Tra l’altro, proprio mentre Aponte sta per lasciare Mosca comincia un singolare periodo di viaggi frequenti di grandi firme del giornalismo e di gerarchi fascisti che visitano l’URSS, ricevuti molto benevolmente o anche trionfalmente, come accadrà al pilota (ma anche feroce squadrista) Italo Balbo, con imbarazzo e amarezza della comunità di rifugiati italiani antifascisti. Di questi viaggi fornisce utile testimonianza un libro di Pier Luigi Bassignana, Fascisti nel paese dei Soviet, Bollati Boringhieri, Torino 2000 (con un’ampia appendice che comprende articoli di Curzio Malaparte, Italo Balbo, Pietro Sessa,Corrado Tedeschi, Luigi Barbini, Ettore Lo Gatto, Corrado Alvaro, e tanti altri).

Nonostante le censure e le autocensure, Aponte è riuscito quindi a scontentare un po’ tutti, anche i sovietici, irritati per una sua corrispondenza dalla Cina, in cui forniva informazioni corrette ma sgraditissime a Stalin e Bucharin sulla catastrofe della politica staliniana in quel paese. Sarà richiamato dal Corriere alla fine del 1929 e mandato a Berlino, dove si troverà male, per lo stipendio ridotto, e le difficoltà con la lingua, che conosceva poco. Ma le sue vicende successive non ci interessano granché.

Invece di questo libro va segnalata l’appendice che raccoglie gli scritti di Lev Trotskij pubblicati dal “Corriere della sera” subito dopo la sua deportazione in Turchia, e che apparvero tra il 26 febbraio e il 5 maggio 1929. È interessante, perché fa capire quanto fosse ipocrita la campagna di denigrazione fatta dai dirigenti del PCI basata sull’accusa a Trotskij di aver pubblicato articoli calunniosi e ben retribuiti sul massimo organo della borghesia italiana. Ovviamente si trattava di far sentire ancora la voce dell’Opposizione di sinistra, messa a tacere in URSS ma anche in tutto il movimento comunista nel mondo; è chiaro che, lungi dall’assecondare le esigenze della catena di quotidiani che avevano acquistato i diritti dei suoi articoli, Trotskij cercava di spiegare le contraddizioni dell’URSS e puntava a disilludere chi si illudeva di poter rovesciare il regime sovietico. Qualcosa di simile al “vagone piombato” concesso dall’imperialismo tedesco e usato da Lenin nel 1917 per raggiungere la Russia e contrastare le tendenze opportunistiche che stavano mettendo i bolscevichi a rimorchio del governo provvisorio di Kerensky. Di questi scritti, ne ho scelto uno dell’aprile 1929, a mio parere di grande utilità per comprendere la capacità di Trotskij di cogliere la tragicità del XX secolo ben prima che si fosse manifestata in pieno. Vedi, di seguito, l’appendice 1.

* * *

E ora vengo all’introduzione di Canfora. Molte delle osservazioni che posso fare, le avevo già fatte recensendo alcuni scritti precedenti, in particolare il saggio aggiunto al libro di Domenico Losurdo e soprattutto il suo La storia falsa, Rizzoli, Milano, 2008. (Riporto nell’Appendice 2, in fondo, la recensione apparsa sul n. 32 di ERRE).

Ma anche se riutilizza molto del materiale già pubblicato, Canfora ha aggiunto qualcosa, su cui penso sia utile qualche precisazione. Le prime sessanta pagine sono una ricostruzione, non di prima mano, delle vicende del cosiddetto “Testamento” di Lenin in cui dà ormai per scontato quanto aveva ricavato dalla lettura dell’intervista dello storico Aleksandr Bek alle due segretarie di Lenin, Lidija Fotieva e Marija Volodičeva, intervista fatta nel lontano 1967 e pubblicata in URSS nel 1989 su “Moskovskie Novosti”, riportata poi in appendice nel 2008 al suo libro La storia falsa. Grazie a quella preziosa testimonianza, disponibile da tempo, ma letta inizialmente con superficialità e pregiudizi, Canfora ha lasciato cadere con disinvoltura la tesi sostenuta inizialmente, che riteneva assurdamente Trotskij responsabile della interpolazione.

La Fondazione Corriere della sera definisce magistrale la ricostruzione di Canfora, che invece contiene non poche sviste. Alcune banali, ma pur sempre fastidiose. Se Aponte dice che non ha potuto spedire un telegramma l’8 novembre 1927, perché erano chiusi i giornali e quindi l’ufficio del censore, scopre che quel giorno era un martedì per cui la frase “i giornali non si pubblicavano” non si reggerebbe. Non gli viene in mente che se il 7 novembre c’erano stati i grandissimi festeggiamenti per il decennale dell’Ottobre, preparati da mesi, poteva essere festivo il giorno successivo (in cui, comunque, come da noi il 2 maggio o il lunedì di Pasqua, i giornali non uscivano). No, Canfora conclude che la frase significherebbe “che i disordini del giorno prima avevano causato tale paralisi dell’informazione”, e sarebbe quindi “una notizia di primo piano sugli effetti del fallito golpe di Trotskij”.

Incredibile! Canfora anche dopo aver scoperto (tardivamente) una delle più gravi falsificazioni di Stalin, l’interpolazione di una frase negativa su Trotskij nel “Testamento di Lenin”, continua ad accettare la calunnia staliniana che definisce “Colpo di Stato” il tentativo di manifestare contro la burocrazia, e chiama “Tipografia clandestina” (con leggende annesse su un presunto ruolo dei fuorusciti “Bianchi”), la riproduzione a ciclostile delle Tesi dell’Opposizione che avrebbero a norma di Statuto dovute essere pubblicate come quelle della maggioranza nelle tipografie statali.

Canfora fa di più, perché accredita ancora una volta, dilungandosi in una decina di pagine (da p. 76 a p. 85), la ridicola tesi di Curzio Malaparte, che ammirava Stalin per la capacità di difendere lo Stato “contro la tattica insurrezionale comunista, cioè contro la tattica di Trotskij. E riduce il senso della lettera di Gramsci del 1926 alla “previsione non fallace” di quello che si verificò poi: “una lunghissima guerra civile, nota dominante della storia sovietica almeno fino allo scoppio della guerra” (Ivi, p 63). Ma di guerra civile e tentativo di “colpo di Stato” dell’Opposizione Canfora fantastica in tante altre pagine (ad es. da p. 80 a 85, p. 101, e passim).

Ancor meno credibile è la “testimonianza” del vecchio Molotov, escluso dal PCUS e rappresentante dopo il 1956 della più chiusa cerchia dei nostalgici, di cui Canfora riporta interamente parecchie pagine in cui si spacciano per verità storiche affermazioni risibili e chiacchiere da vecchio rimbecillito, ma anche clamorose falsità: ad esempio Molotov sostiene che “Lenin comprendeva perfettamente che Trotskij esercitava un’influenza nefasta sul Partito, che egli era pericoloso. Si capiva che avrebbe voluto sbarazzarsi di lui, ma che la cosa gli era impossibile (…) Lenin sapeva meglio di Stalin chi era Trotskij e che, prima o poi, sarebbe giunto il momento di sbarazzarsi di lui”. (Ivi, p. 116). Senza pudore, Canfora riporta tra le “fonti” perfino una cinica spiritosaggine staliniana sulla deportazione di Trotskij su una nave di nome Lenin riferita da Molotov… (Ivi, p. 121).

Il problema è che Canfora è uno scrittore brillante e molto amato da una parte del cosiddetto “popolo di sinistra”, ed è probabilmente un buon filologo classico (non ho la competenza per giudicare), ma ha una conoscenza molto superficiale e recente della Storia dell’URSS e del movimento comunista. Canfora stenta quindi a capire la logica di un Trotskij che per anni ha rifiutato di costruire un altro partito e un’altra internazionale, anche dopo che lui e molte migliaia di militanti e quadri prestigiosi sono stati espulsi, arrestati o deportati, privati di ogni possibilità di militanza. Non capisce che lungi dal voler spaccare il partito e il paese, come Canfora ripete spesso, Trotskij ha ritardato troppo la costruzione di un’altra organizzazione. La battaglia per la costruzione della Quarta Internazionale comincia solo nel 1933, dopo che il Comintern si è coperto di ignominia facilitando il successo di Hitler e nascondendo a lungo la sconfitta, sicché la nuova organizzazione nascerà tardi, e in condizioni terribili, in un mondo che precipitava verso la barbarie, che Trotskij lucidamente prevedeva, come si può comprendere anche dal breve articolo riportato nell’Appendice 1, mentre Stalin e il suo fidato Togliatti continuavano ad attaccarlo accusandolo di aver battuto il «record delle sciocchezze» per aver parlato di analogie tra il fascismo tedesco e quello italiano, che sarebbero state del tutto infondate e basate sui «vecchi errori» trotskisti del 1917 e del 1923 sulla rivoluzione «a data fissa». Togliatti soprattutto derideva Trotski per aver attribuito «una funzione prevalente e determinante nello sviluppo del fascismo al movimento piccolo borghese»

Si trattava di una macroscopica calunnia, come appare evidente a chi oggi può leggere gli scritti di Trotskij, che non si sognò mai di pensare una rivoluzione «a data fissa», né di attribuire una «funzione prevalente e determinante al movimento piccolo-borghese», che analizzò con attenzione sottolineando - in sintonia con Gramsci e in contatto con lui - che la sua mobilitazione rappresentava la novità del fascismo rispetto ad altri regimi reazionari, ma a cui da buon marxista non attribuiva un ruolo autonomo. [Il testo di Togliatti è apparso col titolo “Contro le false analogie tra situazione tedesca e situazione italiana” su Lo Stato operaio, a. VI, n. 9, settembre 1932, e ripreso più ampiamente , in P. Togliatti, Opere, cit. vol. II, t. 2, pp. 104-128].

Canfora considera come inevitabile tutto quel che è accaduto, ma soprattutto rivela una scarsa conoscenza delle grandi vicende storiche di quegli anni: ad esempio ignora tutto delle battaglia di Lenin iniziata con le “lettere da lontano” e proseguita con le Tesi di aprile, con cui cercava di riorientare il partito bolscevico (si veda a p. 48, dove si considera un’invenzione di Trotskij, anzi un vero “capovolgimento della realtà”, l’accenno alle Tesi di aprile come premessa per la convergenza tra i due maggiori leader dell’Ottobre). Come Losurdo, Canfora si alimenta di scritti casuali, ad esempio un libercolo del segretario del partitino stalinista belga, Ludo Martens (Stalin, un altro punto di vista, Zambon, Verona, 2005), liquida frettolosamente l’opera di Moshe Lewin, e ignora completamente quella amplissima di Pierre Broué, a partire dall’edizione degli scritti di Trotskij da lui curata, che comprende ben 27 volumi solo per il periodo 1929-1940, quindi può rimasticare la calunnia staliniana, accettata da Aponte, di un “partito clandestino” che opera nel sottosuolo nel 1927 (Ivi, p. 96).

Gli sforzi di Canfora di utilizzare la sua capacità investigativa (lo avevo definito “una specie di Sherlock Holmes della filologia”, e in effetti parecchie sue pagine hanno lo stile di un “giallo”) si concentrano in genere su questioni marginali: ad esempio su quanti accenni ci sono sulla stampa mondiale al “Testamento di Lenin” in quegli anni cruciali, per dimostrare che non era ignoto in occidente. Ma sorvola sul fatto che quel testo era ignoto ai militanti del partito comunista dell’URSS e a gran parte degli stessi dirigenti delegati al XV congresso di quel partito. Irride all’atteggiamento di Trotskij, che ha accettato per disciplina di partito di non avallare la pubblicazione fatta all’estero da Max Eastman o da Angelica Balabanova, ma ignora la violenza con cui è stata repressa la circolazione di quel testo nel territorio sovietico.

Evidentemente non conosce la vicenda di Varlam Šalamov, la cui condanna più grave e indelebile, anche dopo essere stato liberato da decenni di reclusione dopo la morte di Stalin e di Berja, rimaneva la prima sentenza del 1929, l’unica che conteneva un capo d’accusa vagamente collegato a una sua “colpa” reale, che egli aveva ammesso a testa alta: la riproduzione e distribuzione del Testamento di Lenin, anzi di “un falso conosciuto come Testamento di Lenin” (così uno stupefatto giovane inquirente, ignaro dei dibattiti degli anni Venti, trascriverà a verbale nel 1937 la dichiarazione di Šalamov).

Un’ultima notazione sul volume: è mal curato e male organizzato, col risultato di essere farraginoso e quindi di faticosa lettura. Assai meglio sarebbe stato, invece di una lunga e spesso divagante introduzione, curare l’edizione integrale degli articoli di Aponte (che sono invece una scelta parziale) con un adeguato apparato critico. Insomma, nel complesso, un’occasione sprecata. (30/5/10)

P.s: Per altre precedenti polemiche sull'argomento, si veda tra l'altro sul sito:

Il "peccato originale" di Domenico Losurdo e Una polemica decennale con i giustificazionisti

 

 

Appendice 1

 

IL DILEMMA DELLA RUSSIA SECONDO TROZKI

 

 

Costantinopoli, aprile

 

 

Se il Governo sovietico è alle prese con crescenti difficoltà, non sarebbe meglio che s'avviasse verso un regime democratico?

A questa domanda, che appare spessissimo negli studi dedicati alla Russia, rispondo con un diniego assoluto. Non si tratta di stabilire la soluzione migliore, ma quella che, allo stato attuale delle cose e secondo il logico sviluppo degli avvenimenti, è più probabile. Ora io affermo che nulla v'è di meno probabile della trasformazione dei Soviet in una democrazia parlamentare, anzi, per esser chiaro, che tale trasformazione è assolutamente impossibile.

Molti giornali, in occasione del mio esilio, hanno spinto la loro gentilezza fino a dichiararmi che la mia espulsione è il risultato dell'assenza in Russia di un regime democratico e che quindi non avevo diritto a lagnarmi in alcun modo. Che gli avversari dei Soviet considerino l'attuale crisi bolscevica come la conseguenza della dittatura è naturale e, in un certo senso, anche vero. Ma, d'altra parte, io rimango fedele alle dottrine del determinismo storico: se è vero che l'attuale crisi di governo non è nata dal caso, ma deriva dalla dittatura, è anche vero che la dittatura non è sorta fortuitamente, ma è derivata dal breve periodo democratico, che nel febbraio 1917 ha sostituito lo zarismo. Se la dittatura è colpevole delle repressioni e del disordine attuale, è colpevole anche la democrazia, che fu impotente a preservare il paese dalla dittatura.

Ora, quali prove vi sono per affermare che la democrazia avrebbe maggior vigore nell'avvenire?

La democrazia è in tutto il mondo in ribasso. Guardiamo le tendenze politiche dominanti in Europa dopo la guerra, prologo sanguinoso della nuova êra. Quasi tutti coloro che ebbero in guerra posti direttivi sono ancora viventi. Nella grande maggioranza, essi, durante le ostilità dichiararono al popolo che la guerra sarebbe stata l'ultima, che di poi sarebbe sorto il regno della pacifica democrazia. Molti di essi credevano alle loro parole; ma ora nessuno si arrischierebbe a ripeterle. Perché? Perché la guerra ci ha condotti a una fase di tensione fortissima e di grandi contrasti, con la probabilità di nuovi conflitti per il dominio mondiale.

Non si può misurare l'epoca nostra col metro del secolo passato, che fu democratico per eccellenza e che, per molti indizi, si distinguerà dai tempi attuali tanto quanto la storia medievale si stacca da quella moderna. Anche Herriot ha riconosciuto recentemente, in un giornale viennese, i regressi della democrazia. Quale il motivo? La spiegazione emerge dai fatti: gli istituti democratici non possono sopportare la pressione dei contrasti contemporanei, interni e internazionali. Che sia un bene o un male non importa: è una realtà.

Con una similitudine elettrotecnica, la democrazia si può definire un sistema di «interruttori» e di «isolatori» contro le correnti troppo forti, che si contrastano nell'interno degli Stati e fra gli Stati. Non v'è periodo della storia umana che sia saturo d'antagonismi come il nostro. Un'ipertensione delle varie correnti si fa sentire sempre più in diversi punti del sistema europeo: le valvole democratiche saltano. I contrasti mondiali non diminuiscono, anzi s'accrescono: se l'ondata antidemocratica si mantiene ancora alla periferia e non è giunta al centro del mondo capitalistico, si ricordi che anche la gotta prende un dito, ma poi punta diritta verso il cuore.

Ad ogni modo, anche prescindendo dalla questione sul destino riserbato alla democrazia nei grandi Stati capitalistici e per limitarci alla Russia, una cosa è certa, che la debole e arretrata democrazia russa, che non ha saputo assolvere il suo compito storico prima della rivoluzione d'ottobre, non potrà certo porsi alla testa del Paese ora che le difficoltà interne sono enormemente cresciute e che la democrazia universale è così meschina.

* * *

Il regime dei Soviet non è una semplice forma di governo da paragonare alla democrazia parlamentare; è un sistema economico, che investe la proprietà, in tutti i suoi aspetti, la produzione, i trasporti, le banche. Ora, fra le masse russe è grande, ed a ragione, il malcontento per l'attuale situazione dei Soviet, ma le masse si ricordano bene che cosa erano i grandi proprietari terrieri e i funzionari in regime zarista: contro il ritorno di costoro, i contadini combatterebbero con accanimento, come, per cacciarli, hanno combattuto dieci anni fa. Questo dovrebbero tener sempre presente coloro che scrivono i soliti luoghi comuni democratici.

A dire il vero, i contadini potrebbero anche tollerare con una certa facilità il ritorno del capitalismo, perché le industrie bolsceviche statizzate forniscono loro manufatti a prezzo molto più alto che non la libera produzione d'anteguerra: e questa è la sorgente di tutte le nostre interne difficoltà. Ma i contadini ricordano che proprietari terrieri e capitalisti erano i fratelli siamesi del vecchio regime, che se ne andarono via insieme, che insieme combatterono i Soviet durante gli anni della guerra civile, che, nei territori occupati dai Bianchi, se gli industriali riebbero le officine, i proprietari terrieri rivollero la terra. Perciò i contadini non vogliono né gli uni né gli altri e questa è la forza potente, per quanto negativa, del regime sovietico.

E poi chiamiamo le cose col loro nome. Non si tratta tanto d'introdurre in Russia una slombata democrazia, quanto di far ritornare la Russia in regime capitalista. Ma quale faccia avrebbe questa seconda edizione del capitalismo russo? Negli ultimi quindici anni il mondo si è profondamente trasformato; i forti sono divenuti immensamente più forti: i deboli senza confronto più deboli. La lotta per la supremazia mondiale ha raggiunto proporzioni gigantesche e le fasi di questa lotta si sono svolte a spese delle nazioni deboli e arretrate.

Una Russia capitalista non potrebbe occupare nel sistema mondiale neppure quella posizione di terz'ordine alla quale la Russia zarista era predestinata per lo svolgimento dell'ultima guerra. Il capitalismo russo non potrebbe essere quindi che un capitalismo servile, semicolonizzato e senza avvenire; la Russia capitalista numero due avrebbe oggi una posizione intermedia fra la Russia numero uno e l'India.

Il sistema sovietico di nazionalizzazione industriale e di monopolio del commercio estero, nonostante tutte le sue contraddizioni e le difficoltà che incontra, è un sistema protettivo dell'indipendenza economica del Paese. Questo è stato ben capito anche da molti democratici russi, che si sono riannodati al Governo sovietico non per simpatie socialiste, ma per uno spirito patriottico che non ignora le elementari lezioni della storia. È a questa categoria che appartengono numerose schiere di tecnici e d'intellettuali e quella nuova scuola di scrittori politici, fiancheggiatori del bolscevismo, che ho chiamata dei «compagni di viaggio».

Dunque, le forze sociali nemiche ai Soviet condurrebbero la Russia a un capitalismo senza democrazia: gli «interruttori» democratici non potrebbero sopportare la forza di queste correnti, cha ha raggiunto in quest'ultimo quarto di secolo la più alta tensione, e preparerebbero la strada al ritorno e alla vendetta delle classi spodestate, alla restaurazione monarchica, alla riconquista, da parte dei creditori esteri, dei nuclei vitali del paese.

Napoleone ha scolpito esattamente la dinamica dell'epoca rivoluzionaria quand' egli disse: «L'Europa sarà o repubblicana o cosacca». Ora si potrebbe dire con molto maggior verità: «La Russia sarà o sovietica o bonapartista».

* * *

Da quanto ho detto deriva che, nonostante l'asprezza della lotta interna russa, io sono tutt' altro che pessimista e ho fiducia nelle grandi risorse del regime sovietico. Gli sforzi dell'opposizione non sono rivolti a infiacchirlo, ma a dargli vigore e sviluppo. Per concludere, io affermo:

l. Il regime sovietico, indipendentemente dalle sue vedute socialiste, ha profonde radici storico-sociali nelle masse popolari, perché le assicura contro un ritorno del passato e offre garanzia di una Russia indipendente e non ridotta a colonia.

2. La lotta internazionale ed interna contro il regime comunista non è condotta allo scopo di convertire la dittatura in una democrazia, ma di mutare l'attuale transitoria struttura economica in una struttura capitalistica, che necessariamente sarebbe alle dipendenze dell' estero, «colonizzata».

3. Dato ciò, la deviazione della Russia sulle rotaie del capitalismo non potrebbe essere ottenuta che per mezzo di una guerra civile, lunga, sanguinosa, con aiuti dall' estero palesi o larvati.

4. La forma politica di tale rivolgimento non potrà essere che la dittatura militare: il bonapartismo.

5. La lotta dell'opposizione di sinistra si svolge interamente su terreno comunista ed è diretta ad assicurare lo sviluppo dei fondamentali principi bolscevichi. Il bolscevismo ora non è in una fase di liquidazione, ma di transizione.

6. Lo sviluppo futuro del regime sovietico e, di conseguenza, anche il destino dell'opposizione di sinistra non dipendono soltanto da fattori interni russi, ma anche, e in larga misura, dall'ulteriore evoluzione del mondo. Che diventerà il mondo capitalistico? Quale posizione assumeranno nel mercato mondiale gli Stati più forti, che hanno bisogno d'espansione? Quali saranno, nel prossimo futuro, le relazioni reciproche fra gli Stati europei e, ciò che è molto più importante, i rapporti degli Stati Uniti con l'Europa e specialmente con l'Inghilterra?

Molti profeti politici vogliono decidere sul destino della Repubblica sovietica; ma non dicono parola sulla prossima sorte dell'Europa capitalista. Ma le due questioni, anche se antagonistiche, sono indissolubilmente legate fra loro.

Leone Trotzki

 

Articolo apparso sul Corriere della Sera del 5 maggio 1929. Pubblicato con occhiello “Bolscevismo o Bonapartismo?”. L'articolo è preceduto da una nota redazionale: «Leone Trozki in altri due articoli dei quali ci siamo assicurati l'esclusività per !'Italia prospetta alcune previsioni sugli ulteriori sviluppi della crisi russa (Proprietà riservata dall'Agenzia americana Current News Features e per l'Italia del Corriere della Sera».

 

Appendice 2

La leggenda nera di Losurdo

 

Domenico Losurdo è tornato con prolissità sul suo chiodo fisso: Stalin sarebbe stato vittima di una campagna di denigrazione sistematica, di una "leggenda nera". (Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, con un saggio di Luciano Canfora, Carocci, Roma, 2008).

Già la scelta del termine è discutibile ma, vedremo, non casuale: è quello con cui in Spagna si è tentato di negare l'orrore dello sterminio degli indigeni nelle Americhe, attribuendolo appunto a una "leggenda" creata da paesi ostili e concorrenti nella feroce conquista del mondo extraeuropeo. Ma non si tratta solo del titolo.

Losurdo, come storico è una frana, e come polemista ancor peggio: sceglie come bersagli autori più che discutibili. Il primo bersaglio è Chrusciov, che evidentemente egli conosce poco. Soprattutto prende per buono il suo "antistalinismo", e pensa che sia stato accolto con entusiasmo dai trotskisti (la cui produzione ignora completamente), che invece avevano detto subito che il successore di Stalin cercava  solo di scrollarsi di dosso ogni responsabilità per la lunga e stretta collaborazione con il dittatore. Ernest Mandel scrisse un efficace libretto su tutte le menzogne e reticenze del rapporto segreto, del quale Losurdo insinua invece l'inattendibilità perché pubblicato "dalla CIA", ignorando che non solo si sa benissimo da decenni come fu fatto arrivare in occidente proprio dai servizi segreti sovietici, ma anche che le accuse a Stalin – insufficienti ma sconvolgenti per chi non aveva mai voluto saper nulla – furono ribadite con le stesse parole da Chrusciov nel rapporto e nelle conclusioni del XXII congresso del PCUS, quindi in atti ufficiali.

L'altra fonte scelta per polemizzare facilmente è il famoso Libro nero del comunismo, o meglio la sua inattendibile introduzione a cura di Stéphane Courtois, ignorando che in realtà la parte sull'URSS curata da Nicolas Werth non è poi così fantasiosa e "ideologica". Comunque Losurdo ignora tutte le testimonianze storiche non apologetiche, e si concentra molto su alcune esaltazioni di Stalin fatte da illustri conservatori senza domandarsi perché a questi signori Stalin piaceva tanto.

Così riporta con entusiasmo il giudizio positivo di Churchill (poteva ricordare anche quello di Ribbentrop...) o quello di De Gasperi, che esalta Stalin come un genio...

Del Gulag Losurdo dice che c'è poco da scandalizzarsi, dato che campi di concentramento per i nemici e gli stranieri c'erano anche in occidente. Vero, ma che c'entra? A che serviva una rivoluzione, se poi si dovevano fare le stesse cose che facevano gli altri? Losurdo non si pone la domanda e si direbbe che, nonostante qualche proclamazione verbale, non sia un rivoluzionario ma piuttosto un conservatore. A parte gli argomenti che giustificano come inevitabile tutto quel che è accaduto, nel libro ci sono comunque tante sciocchezze e inesattezze che non varrebbe la pena di parlarne. Lo facciamo solo perché si tratta di una sistematizzazione di un pensiero abbastanza diffuso in alcuni settori della sinistra, non solo "estrema". Un pensiero che nasce da un amore per "l'ordine" che regnava in URSS prima del suo crollo, su cui peraltro Losurdo non si interroga se non di sfuggita, insinuando che sarebbe stato il prodotto di vari "demolitori" al servizio dell'avversario.

Losurdo ignora completamente la immensa letteratura sovietica sui Gulag (ignora Solzhenicyn e Salamov, Grossman e Rybakov, la Ginzburg e la Mandelstam e centinaia di altri che lo stalinismo l'hanno anche provato sulla loro pelle o su quella dei loro cari), e si basa invece ad esempio su un pamphlet giovanile di ... Curzio Malaparte, per ridurre il terrore staliniano alla legittima risposta a un tentativo di "colpo di Stato delle opposizioni".

Colpo di Stato sarebbe stato il disperato tentativo di stampare al ciclostile le tesi dell'Opposizione di sinistra nel 1927, e di sfilare con scritte contro la burocrazia nel XX anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. Losurdo è così ignorante da non citare neppure la lettera di Gramsci del 1926, che criticava l'allontanamento dal partito di Trotskij e altri, e che fu bloccata da Togliatti e Bucharin, mentre invece usa qualche frase sibillina dei Quaderni per contrapporre un presunto internazionalismo di Stalin al "cosmopolitismo" di Trotskij. L'accusa nell'URSS staliniana alludeva pudicamente alle origini ebraiche, ma Losurdo non lo ammette: arriva anzi a dire che il "complotto dei medici" smentirebbe l'antisemitismo di Stalin: "dopo tutto, sino alla fine, egli ha affidato ad ebrei la cura della sua salute (Ivi, p. 223)

Basta dunque con Losurdo. Va notato anche che il saggio di Luciano Canfora aggiunto alla fine del libro appare di fatto più che un'integrazione, una presa di distanza. Canfora è stato per anni ispiratore di Losurdo, ma è più intelligente e relativamente più colto e, anche se in passato non sempre lo aveva applicato alla storia contemporanea, è padrone del mestiere di storico; questa volta lo ha usato meglio: ha quindi lasciato cadere molte delle tesi che sosteneva in un passato non lontano, come quella del "Rapporto segreto" manipolato dalla CIA, o quella che asseriva la inevitabilità e giustezza del patto russo-tedesco del 1939.

A questo proposito, ad esempio, Canfora dice: "Le motivazioni addotte dopo, secondo cui il patto era stato stretto per «prepararsi» meglio, per prendere tempo rispetto ad un successivo attacco tedesco, sono probabilmente motivazioni costruite post eventum: non è affatto detto che Stalin ritenesse davvero inevitabile l'attacco tedesco contro l'URSS; ed anzi lo stato di impreparazione in cui l'operazione Barbarossa trovò le linee sovietiche farebbe pensare il contrario." (Ivi, p. 327)

Non è poco, e soprattutto è esattamente il contrario di quanto asseriva pochi anni fa.

Ma niente illusioni, nel saggio di Canfora di errori macroscopici (nell'interpretazione del ruolo di Stalin nella rivoluzione spagnola, o sulla inesistenza di una rivoluzione in Germania e in Austria durante le trattative di Brest Litovsk) ce ne sono ancora tanti (Su questo rinvio al mio Trockij e la pace necessaria.1918:la socialdemocrazia e la tragedia russa,Argo, Lecce,  2007). Ci sono però anche le tracce di un'evoluzione, inattesa dopo decenni di testardo giustificazionismo.

Per questo sono stato tentato dal nuovo libro di Canfora sui falsi nella storia, pur sapendo che in parte riciclava articoli già apparsi soprattutto sul "Corriere della sera". (Luciano Canfora, La storia falsa, Rizzoli, Milano, 2008). Così è infatti, ma la sorpresa è che egli abbandona alcuni suoi cavalli di battaglia, come appunto la presunta falsificazione del rapporto segreto, e quello ben più importante sulle interpolazioni nel "Testamento di Lenin".

Canfora ci tiene a presentarsi come una specie di Sherlock Holmes della filologia. A volte coglie nel segno, come nel caso della lettera di Ruggero Grieco che fece tanto indignare Gramsci in carcere, e che risulta essere stata interpolata dalla polizia fascista, e forse anche in quello del presunto "papiro di Artemidoro" a cui Canfora ha dedicato ben due libri (ma non entro nel merito, non essendo particolarmente competente, mentre la questione non mi appassiona molto...). A volte prende ancora cantonate.

La novità è che se qualcuno che egli stima lo avverte e gli fornisce una documentazione che lo smentisce, egli sa fare anche marcia indietro; magari concede un riconoscimento indiretto al suo mentore inserendolo in una lunga lista di coloro che "alla nascita di questo libro hanno contribuito, con generosità".

Una parte del libro è dedicata all'argomento, già trattato più volte, della lettera di Grieco a Gramsci, con non dissimulata polemica con Spriano, ed è un po' pedante e quindi pesante. Ma la prima parte, invece, dedicata al "testamento di Lenin", merita una certa attenzione. Avevo già letto anni fa - e non condiviso -  quanto scriveva Canfora in proposito, ma sono stato spinto a rileggerlo da una nota che in maniera abbastanza ellittica diceva: "I dubbi che espressi anni addietro (Pensare la rivoluzione russa, Teti, Milano, 1995, p. 25) non paiono legittimi.".

La forma è cauta ma la correzione di linea è stata totale. Nel 1995 Canfora, che aveva scorso frettolosamente il materiale apparso negli ultimi anni dell'URSS e subito dopo il crollo, aveva sostenuto in quel libro che, se qualche modifica al testo originale era stata apportata, lo si doveva a una delle segretarie, L. Fotieva, di cui insinuava che fosse vicina a Trockij. Cosicché, pur avendo avuto tra le mani una descrizione dettagliata di come era avvenuta la falsificazione, Canfora concludeva: "C'è qualcosa di poco chiaro in questa narrazione, che sembra mirare unicamente a porre in luce negativa i comportamenti di Stalin". Grave colpa...

Oggi qualcuno gli ha fatto avere il testo di alcune interviste che lo storico sovietico Aleksandr Bek fece nel 1967 a due delle segretarie di Lenin, Lidija Fotieva e Marija Volodiceva, che avevano ammesso di aver consegnato in anteprima a Stalin quella parte del testo dettato da Lenin semiparalizzato, che esprimeva giudizi sui principali dirigenti del partito. Stalin, su cui il giudizio di Lenin era più severo, aveva ordinato di bruciare il foglio, ma si era salvata una copia, sia pur ritoccata aggiungendo una poco verosimile nota negativa anche su Trockij. Canfora riporta tutta la documentazione in appendice: la Fotieva, che a quel che scriveva Canfora nel 1995 sarebbe stata simpatizzante di Trockij, cercava di negare tutto, screditando la collega; incalzata da Bek aveva finito però per ammettere l'episodio, dicendo che non poteva fare altro, dato che considerava Stalin un "grande uomo", un "genio" (e nel 1967 sperava anzi che il giudizio ufficiale su Stalin tornasse positivo...).

Così Canfora deve ammettere seccamente che "dall'insieme di questi dati risulta che Fotieva è un elemento che «si rapporta» a Stalin. La sua perfetta carriera in costante ascesa fino al pensionamento nel 1956 sembra confermarlo" (Ivi p. 73).

Ma la conclusione più generale è ancora più esplicita e sorprendente:

"Stalin aveva vinto, a suo tempo, la difficile partita politica anche grazie a quel minuscolo inserto abilmente innestato nella Lettera al Congresso: «Così come il non bolscevismo a Trockij» [la frase interpolata NdA]. Ma ha anche vinto, nel suo Paese, la partita storiografica; ha doppiato brillantemente persino gli scogli del XX e del XXII Congresso; ha vinto facendo «parlare» Lenin in modo del tutto incongruo, ma ormai anacronistico dopo il passaggio di Trockij coi bolscevichi ben prima della rivoluzione".( Ivi, p. 60)

Speriamo che dopo questo primo passo, Canfora riveda con lo stesso rigore qualche altra delle sue conclusioni affrettate e "giustificazioniste" sullo stalinismo e sul suo principale interprete italiano, Palmiro Togliatti.[1]

 

(da ERRE, n.32, marzo-aprile 2009).



[1] Conclusioni che Canfora aveva espresso soprattutto nel suo Togliatti e i dilemmi della politica (Laterza, 1989) a cui avevo risposto sul numero 4 della rivista "A sinistra" del maggio 1989. Il mio testo è sul sito: Togliatti e i dilemmi della politica

 



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