Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Per un dibattito sul Nicaragua (e non solo…)

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Non è facile discutere serenamente dei problemi dei governi “progressisti” dell’America Latina con alcuni compagni che li sostengono appassionatamente ma acriticamente. Per molti di loro le sconfitte elettorali di alcuni di essi (Argentina, Venezuela, Brasile) non sono un campanello di allarme, ma soltanto la conseguenza di un “golpe” organizzato dall’esterno e di un mutamento della politica statunitense (già ben prima del successo di Trump). Alcuni articoli sul mio sito hanno polemizzato con questa impostazione, come ad esempio Il Venezuela e la sinistra italiana, o Difficile ragionare a sinistra sul Brasile, o hanno analizzato le ragioni profonde del distacco di settori significativi della loro base sociale, come La crisi del Venezuela della rendita petrolifera. Ha un analoga impostazione anche il recentissimo articolo Nicaragua | una vittoria inquietante di Cristiano Dan (di cui raccomando la lettura a chi l’avesse “saltato”).

Probabilmente sarà apparso ancor meno accettabile degli altri ai nostalgici del “socialismo reale”, più che soddisfatti dal risultato elettorale e non disposti a domandarsi se le elezioni rispecchiavano davvero il paese.

Per facilitare un dibattito sul Nicaragua propongo qui intanto un paio di articoli di impostazione diversa, che propongono una lettura ottimistica del risultato elettorale e che nascondono del tutto o giustificano la tecnica burocratica che lo ha consentito. Il giornalista di “Resumen latinoamericano” di questo non parla neppure, mentre sul Manifesto l’operazione viene presentata come neutra, sorvolando sull’accusa dell’opposizione esclusa, che denuncia la composizione del Consiglio supremo elettorale, interamente designato da Ortega:

A fine luglio, 28 deputati – 16 titolari e 12 supplenti – del Partido Liberal Independiente (Pli) hanno perso il seggio in parlamento per decisione del Consejo Supremo Electoral (Cse). All’origine, una furibonda lotta di potere all’interno fra due blocchi contrapposti, finito in tribunale: il gruppo guidato dal banchiere Edoardo Montealegre, ex ministro dei governi liberali, e quello del giurista Pedro Reyes. Alla fine, la Corte Suprema de Justicia (Tsj) ha riconosciuto quest’ultimo come legittimo depositario del partito. Lui ha chiesto obbedienza alla minoranza, che però non ha accettato. Reyes ha invocato allora l’applicazione di una legge che impedisce ai parlamentari di cambiare casacca. Gli scissionisti sono perciò decaduti dall’incarico e il nuovo capo del partito ha potuto nominarne altri a lui affini.

Nessun problema. Fa impressione vedere sulle pagine del manifesto la liquidazione come “scissionisti” di coloro che non accettano un’imposizione. D’altra parte lo stesso Ortega aveva già messo le mani avanti, e su “resumenlatinoamericano” (organo ufficioso online dei governi “progressisti”), aveva affermato “quelli che votano e contano i voti sono i nicaraguensi”, per screditare e associare a un complotto estero chi metteva in dubbio la regolarità di elezioni da cui la parte più significativa dell’opposizione era esclusa. Vedi qui L’accenno a chi conta i voti (e i votanti), è perché il dato ufficiale è di un 65% di votanti, mentre secondo l’opposizione non ha raggiunto il 30%.

L’operazione è analoga a quella portata avanti nel corso di quest’anno in Venezuela, utilizzando senza ritegno una commissione elettorale nominata dal governo di Nicolás Maduro per ignorare o annullare milioni di firme raccolte dall’ex opposizione (oggi netta maggioranza in parlamento) per convocare una consultazione sulla revoca del presidente Maduro secondo una norma della costituzione bolivariana, voluta dallo stesso Chávez (che accettò di sottoporsi al giudizio popolare e vinse la sfida che oggi il suo mediocre successore rifiuta accanitamente).

A chi ha seguito per anni i sintomi della crisi del “socialismo reale”, nell’URSS e nei paesi che ne avevano riprodotto l’involuzione burocratica, non sfugge che i metodi di questo tipo di informazione che nasconde i problemi hanno radici lontane e preparano brutte sorprese per chi per anni ha nascosto la testa sotto la sabbia. Gli argomenti per tacitare o ignorare le voci critiche provenienti anche dall’interno, erano i successi sul piano sociale (in parte reali, in parte amplificati dal controllo esclusivo dell’informazione e dalla manipolazione delle statistiche, confermata poi dalle ammissioni degli stessi artefici dopo il “crollo”).

Lo stesso metodo è stato applicato per negare i sintomi della crisi morale e politica del lulismo in Brasile, che erano visibili da tempo, esaltando il relativo miglioramento delle condizioni degli strati più poveri. Il tracollo elettorale nelle ultime elezioni amministrative, in cui il PT ha perso tutte le sue roccaforti, ha confermato quello che ripetevano, inascoltati, alcuni compagni, che del PT erano stati dirigenti e avevano partecipato alla sua fondazione, ed erano allarmati anche dalle sue alleanze parlamentari con esponenti di quella destra corrotta che appena ha ritenuto di poterlo fare impunemente ha preteso per se tutto il potere.

Quello che sfuggiva agli apologeti di Dilma (o Maduro o Ortega) è che a queste conquiste sul piano sociale non si sono accompagnate misure strutturali sul piano economico (l'economia è restata in tutti questi paesi capitalista). Nel Nicaragua non si può nemmeno parlare di economia mista, dato che quasi il 70% della popolazione lavora ancora nel settore informale. E sul piano politico, è significativo l’appoggio a Ortega della confederazione dell’industria locale, la COSEP, e della maggior parte del clero cattolico, a cui è stata sacrificato nel 2008 il diritto a ricorrere all’aborto perfino in caso di stupro e incesto, mentre vengono calunniati e beffeggiati presentandoli come marionette della CIA molti dirigenti della prima fase del sandinismo come Sergio Ramírez Mercado, che era stato nel “gruppo dei dodici” durante la lotta rivoluzionaria, e poi vicepresidente a fianco di Daniel Ortega. Oggi, si insinua che sarebbe “celebre solo sulle pagine del Pais”, ma sconosciuto ai nicaraguensi, senza accorgersi che questa è un’ammissione del carattere antidemocratico del regime, che ha respinto e cancellato dalla storia ufficiale tanti protagonisti della rivoluzione, come Sergio Ramírez o Ernesto Cardenal o Gioconda Belli. Un esempio di questo stile profondamente staliniano, che nasconde il ruolo nella rivoluzione di chi non condivide certe alleanze è, sempre su “resumenlatinoamericano”, questo articolo.

È interessante notare che la coppia Ortega-Murillo pretende la rappresentanza esclusiva della fase gloriosa della rivoluzione, della generosa lotta contro la dittatura e della originale organizzazione della società, escludendo a mano a mano chiunque dei dirigenti abbia espresso dubbi e formulato proposte diverse: è lo stesso metodo che ha portato i regimi staliniani, che apparivano solidissimi, a nascondere le contraddizioni interne che sono poi esplose clamorosamente e in modo incontrollabile nel 1989-1991. Chi aveva fatto proposte diverse e alternative, era stato sconfitto, in una prima fase anche assassinato, poi esiliato, rinchiuso in manicomio, trasformato comunque in una “non persona”. Sarebbe bene non dimenticare quelle esperienze, che hanno portato poi alla capitolazione morale e alla rinuncia a un glorioso patrimonio ideale la maggior parte di quei comunisti che avevano chiuso gli occhi di fronte ai tanti sintomi della lunga crisi, manifestatasi già nel 1953 a Berlino Est, nel 1956 a Poznan e in Ungheria, e poi ancora nel 1968, nel 1970, nell’81… (a.m.)

 

Ecco i due articoli:

1) Ha vinto l’economia sociale

di Hedelberto López Blanch *

Sono vari i fattori che hanno concorso a far sì che il presidente nicaraguense Daniel Ortega Saavedra abbia ottenuto la rielezione con il Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN), nonostante la forte offensiva della destra in America latina contro i governi e i movimenti progressisti della regione.

Innegabilmente, però, la chiave del suo successo, che lo ha fatto stravincere nelle elezioni dello scorso 6 novembre con il 72,5 % dei voti, si trova nei programmi sociali sviluppati negli ultimi anni e nello sviluppo che ha avuto l’economia del Paese.

Come ho detto all’inizio, sono diversi i fattori che hanno influenzato i recenti sviluppi. Va ricordato, innanzi tutto, che il Nicaragua ha subito – ma opponendovisi con forza, con alla testa il generale Augusto César Sandino – vari interventi e invasioni nordamericani. Il sandinismo conquistò il potere nel 1979 a seguito di una lunga lotta contro la dittatura somozista. Quasi tutto l’esercito fu sostituto da migliaia di combattenti che si erano scontrati col regime precedente, ciò che rappresentò una garanzia per il governo popolare.

Nel corso di 10 anni (1979-1989) il FSLN condusse a termine numerose trasformazioni socio-economiche, intraprese grandi campagne di alfabetizzazione, introdusse l’assistenza medica gratuita e iniziò una riforma agraria a favore dei contadini poveri. Ma una violenta guerra organizzata dagli Stati Uniti dissanguò il Paese e spalancò le porte alle forze della destra che si presero la presidenza nel 1990.

I successivi 16 anni sono stati anni di profonde politiche neoliberali. Si sono alternati tre regimi di destra che hanno adottato e praticato le politiche di privatizzazione messe a punto dal Fondo monetario internazionale (FMI) e dalla Banca mondiale, che hanno gravemente danneggiato i programmi sociali e la debole economia nicaraguense.

Denis Darce Solís, che nel 2006 dirigeva i Proyectos y Capacitación de la Comisión Permanente de Derechos Humanos [CPDH, Progetti e formazione della Commissione permanente per i diritti umani], definiva così la situazione:

«La povertà la vediamo quotidianamente, nella gente che arriva negli ospedali pubblici con elevati livelli di denutrizione, quando vediamo come ogni anno un milione di bambini resta escluso dal sistema di istruzione o un 250.000 di questi lavorano nelle strade, e ultimamente constatiamo un crescente sfruttamento sessuale dei minori».

Dati della Banca mondiale indicavano che il 46 % dei nicaraguensi sopravviveva con poco più di un dollaro al giorno e la disoccupazione riguardava il 60 % della popolazione economicamente attiva. L’analfabetismo arrivava al 35 % e quasi un milione di minori erano esclusi dalla scuola.

L’abbandono sociale imposto dai tre successivi governi della destra mediante misure estreme neoliberali si rivelò catastrofico e lasciò in eredità al Nicaragua oltre 1.400.000 poveri, in maggioranza bambini, il più alto indice di denutrizione del Centroamerica. Calamità che non potevano essere dimenticate da un popolo che per decenni aveva lottato per la propria liberazione e per l’indipendenza.

Con il ritorno alla presidenza, nel 2007, del FSLN e di Daniel vennero avviati numerosi programmi sociali per tentare di liberare dalla miseria e dalle precarie condizioni di vita la maggioranza della popolazione.

Vennero reintrodotte l’istruzione e l’assistenza medica gratuite. Si arrivò ad alfabetizzare tutta la popolazione con il programma cubano Yo Si Puedo e nel 2009 l’UNESCO dichiarò che il Nicaragua era il terzo Paese dell’area [centroamericana] che s’era liberato da questo flagello. Grazie agli aiuti economici alle famiglie diminuì l’alto tasso d’evasione scolastica, dato che ormai i minorenni non dovevano più cercare mezzi di sostentamento in infami attività.

La sanità pubblica arrivò a tutto il Paese, e si adottarono programmi, come la Operación Milagro (in collaborazione con Cuba e Venezuela) che ha restituito la vista a migliaia di cittadini. La missione Todos con Voz fu diretta a persone con questo handicap, assistendole gratuitamente.

Mediante l’accordo Usura Cero si offrono microcrediti a bassi tassi d’interesse agli abitanti delle zone rurali per incoraggiare le piccole imprese famigliari, ciò che è andato a vantaggio di migliaia di cittadini.

Mediante il programma Hambre Cero le famiglie povere che possiedono piccoli appezzamenti ricevono aiuti finanziari e animali da fattoria per migliorare e incrementare il bestiame e potere commercializzarlo.

Con il Plan Techo 200.000 famiglie hanno ricevuto circa 2.200.000 lastre ondulate di zinco [da usare per ricoprire i tetti], mentre altri 30.000 nuclei famigliari hanno avuto miglioramenti o ampliamenti della casa o hanno ricevuto case nuove.

A tutto il 2015 25.000 immobili sono stati assegnati a famiglie povere che prima abitavano in baracche fatte di cartone e di lamiera.

Il Nicaragua arriva alla fine del 2016 avendo applicato politiche macroeconomiche, che in combinazione con una espansione costante delle esportazioni e con gli investimenti diretti stranieri, lo hanno aiutato ad affrontare le turbolenze economiche derivate dalla crisi del 2008-2009 e dall’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. Dal 2007 a oggi la sua crescita economica media è stata una delle più alte dell’America latina, nonostante sia ancora classificato fra i Paesi più poveri della regione.

Le previsioni di crescita per quest’anno sono di un 4.4 %, ciò che lo colloca ai primi posti del Centroamerica, mentre gli investimenti stranieri diretti e il commercio danno segnali positivi.

Un’inchiesta dell’Instituto Nacional de Información de Desarrollo rivela che nel periodo 2009-2014 vi è stata una diminuzione del 13 % della povertà, che è scesa dal 42.5 al 29.6 %. Nello stesso periodo, la povertà assoluta è diminuita del 6 %, passando dal 14.6 all’8.3 %.

Il governo ha già messo a punto il Plan Nacional para el Desarrollo Humano (PNDH), il cui obiettivo generale è ridurre la diseguaglianza mediante l’intensificazione della lotta alla povertà, i tagli alla spesa e l’incremento degli investimenti.

Il popolo nicaraguense è cosciente, per esperienza diretta, di ciò che significherebbe un ritorno a programmi neoliberali imposti dalle forze di destra ed è per questo che Daniel Ortega e la sua compagna di candidatura, Rosario Murillo, hanno stravinto con un 72,5 % dei voti, con un terzo mandato consecutivo del FSLN, fino al 2021.

* Giornalista, nato all’Avana nel 1947. Nel 1985-1987 ha fatto parte della redazione di Barricada, il quotidiano del FSLN. Collabora con il settimanale cubano Opciones.

Il testo originale è apparso su «Resumen Latinoamericano»

(www.resumenlatinoamericano.org/2016/11/09/la-economia-social-triunfo-en-nicaragua/). Traduzione dal castigliano di Cristiano Dan.

Sul Manifesto on line è apparso un articolo analogo di Geraldina Colotti:

2) Daniel Ortega stravince in Nicaragua

Managua. L'ex comandante sandinista di nuovo presidente.

Daniel Ortega è stato nuovamente eletto alla presidenza del Nicaragua. Le urne lo hanno riconfermato domenica con il 73,2% dei voti, su circa 4 milioni di aventi diritto. L’ex comandante sandinista, che ha confermato le previsioni dei sondaggi, assumerà l’incarico il prossimo 10 gennaio insieme alla vicepresidente Rosario Murillo, un’altra storica dirigente. Governeranno fino al 2022. Al secondo posto, Maximino Rodriguez, del Partido Liberal Constitucionalista (Plc), una delle sei formazioni – tutte variamente modulate a destra -, che ha totalizzato il 14,2% dei voti. Si è recato alle urne il 65,8% degli iscritti a votare, per eleggere anche 20 deputati nazionali, 70 a livello dipartimentale e regionale e 20 al Parlamento centroamericano.

Ortega e Murillo, del Frente Sandinista de Liberacion Nacional (Fsln) hanno guidato una coalizione di 15 partiti e organizzazioni di diversi colori politici, la Alianza Unida Nicaragua Triunfa. Il Frente Amplio por la Democracia (Fad), che non ha partecipato alle elezioni ha gridato alla frode e chiesto nuovamente l’intervento esterno. Nel Fad, anche il gruppo di ex sandinisti dell’Mrs, da anni alleati con le destre, che chiedono all’Organizzazione degli stati americani (Osa) di sanzionare il proprio paese. Il segretario generale dell’Osa, Luis Almagro – che si è già distinto come portavoce delle destre venezuelane – arriverà a Managua il prossimo 1 dicembre, secondo il patto concluso con Ortega prima delle elezioni: “per stabilire un tavolo di dialogo e interscambio costruttivo”.

A fine luglio, 28 deputati – 16 titolari e 12 supplenti – del Partido Liberal Independiente (Pli) hanno perso il seggio in parlamento per decisione del Consejo Supremo Electoral (Cse). All’origine, una furibonda lotta di potere all’interno fra due blocchi contrapposti, finito in tribunale: il gruppo guidato dal banchiere Edoardo Montealegre, ex ministro dei governi liberali, e quello del giurista Pedro Reyes. Alla fine, la Corte Suprema de Justicia (Tsj) ha riconosciuto quest’ultimo come legittimo depositario del partito. Lui ha chiesto obbedienza alla minoranza, che però non ha accettato. Reyes ha invocato allora l’applicazione di una legge che impedisce ai parlamentari di cambiare casacca. Gli scissionisti sono perciò decaduti dall’incarico e il nuovo capo del partito ha potuto nominarne altri a lui affini.

Alla formazione di Montealegre avrebbero partecipato anche gli ex sandinisti dell’Mrs, che in questo modo si sono ritrovati fuori dalla competizione elettorale (secondo i sondaggi erano dati allo 0,2%). Da lì, gli inviti all’astensione e le denunce di frode. Ieri, il Fad ha dato battaglia anche sulla percentuale dei votanti, sostenendo che il livello di astensione sarebbe stato altissimo. Denunce in linea con i piani dell’ultradestra Usa capitanata dall’anticastrista Ileana Ross-Lehtinen. Un gruppo di congressisti da lei guidati aveva già fatto passare il Nica Act, per imporre sanzioni economiche al paese centroamericano.

Il consenso di Ortega e del Fsln (che dal 1984 è il primo partito e ha mantenuto sempre almeno il 37% dei voti) è tuttavia indubbio. Dopo 17 anni di governi neoliberisti, è riuscito a tirar fuori il paese dall’abisso, costruendo un’alleanza anche con i settori imprenditoriali interessati alla crescita dell’economia nazionale, che ha fatto registrare un aumento annuale del 4,5%. Nel 2007, ortega aveva ereditato il secondo paese più povero dell’America latina. Nell’ultimo decennio, grazie alla cooperazione di Cuba e Venezuela all’interno dell’Alba e alle politiche pubbliche, il Pil è cresciuto del 40%.

Vale sottolineare, inoltre, che il 45% del Pil è costituito dall’economia popolare (cooperative, imprese autogestite o recuperate…) e che il Nicaragua ha già raggiunto la sovranità alimentare. A questo va sommato l’alto livello di sicurezza, in una regione considerata tra le più violente al mondo. Un segnale di speranza, dato il ritorno a destra di Argentina e Brasile, i due grandi del Latinoamerica, e gli attacchi alle alleanze sud-sud.



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