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Podemos | Luci e ombre di un congresso

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di Cristiano Dan

Il secondo congresso di Podemos, il cosiddetto Vistalegre II, si è concluso con la vittoria delle tesi di Pablo Iglesias, la netta sconfitta di quelle di Íñigo Errejón e una soddisfacente affermazione - anche se forse inferiore alle aspettative, e comunque al di sotto delle necessità - di quelle di Anticapitalistas. Sul significato di questo congresso e sulle prospettive che ne derivano sarà necessario ritornare con più calma e con maggiore profondità, cosa che faremo non appena saranno disponibili per una traduzione testi dei compagni spagnoli che vi hanno preso parte, i più indicati - ovviamente - per un giudizio “dall’interno”. Nell’attesa, e correndo il rischio di incorrere nel peccato di “impressionismo”, si possono azzardare alcune sommarie considerazioni.

Iglesias: una leadership indiscussa? Il dato che ha concentrato su di sé gran parte dei primi commenti giornalistici è la riconferma, nella carica di segretario generale, di Iglesias, con l’89,1 % dei voti. Era questo in realtà il risultato più scontato, perché né la tendenza di Errejón né quella di Anticapitalistas avevano messo in discussione la sua permanenza nella carica.

Per Anticapitalistas, cosciente del fatto di rappresentare una minoranza destinata magari a crescere, ma a rimanere comunque tale, era una scelta logica: Iglesias, al di là degli errori commessi e delle ripetute incertezze di orientamento politico dimostrate, era un po’ il simbolo dell’unità del partito-movimento, unità per la quale Anticapitalistas s’è strenuamente battuta.

Diverso il discorso per la tendenza errejonista: se questa avesse vinto il congresso, Podemos si sarebbe ritrovato con un segretario politico “ostaggio” di una maggioranza a lui contraria, e avrebbe dovuto necessariamente dimettersi, cosa che infatti Iglesias aveva capito benissimo, dichiarando ben prima della conclusione del congresso che lo avrebbe fatto se le sue tesi fossero risultate minoritarie. In altre parole, la tendenza errejonista ha fatto, su questo punto, una scelta puramente tattica, sapendo perfettamente che, nel caso essa fosse risultata maggioritaria, la riconferma di Iglesias si sarebbe risolta in una vittoria di Pirro. Scelta talmente tattica che un terzo circa degli errejonisti, probabilmente la loro componente più estrema, ha preferito riversare i suoi voti sull’unico altro candidato alla segreteria generale, il deputato regionale andaluso Juan Moreno Yagüe. Questi infatti s’è ritrovato un 10,9 % dei voti, ma le sue tesi hanno ottenuto soltanto lo 0,9 % nella votazione sui documenti politici: c’è stato quindi un 10 % di troppo, che non può che provenire, quasi tutto, dal settore errejonista.

I veri rapporti di forza… Al di là del quasi unanimismo della riconferma di Iglesias alla segreteria generale, i veri rapporti di forza si sono rivelati nelle votazioni sui vari documenti. Su quello politico, quello che contiene l’analisi della situazione e traccia le linee generali dell’azione politica, Iglesias ha ottenuto il 56 %, Errejón il 33,7 % Anticapitalistas l’8,9 %, Yagüe (lo abbiamo già detto) lo 0,9 % e il residuo 0,5 % è andato a un’altra piccola tendenza (Podemos en Equipo). Nel documento sul modello di organizzazione, Iglesias è sceso al 54,4 %, Errejón è salito al 34,9 %, Anticapitalistas ha raggiunto il 10 %, e lo 0,7 residuo è andato a Equipo. Sul documento etico, Iglesias è disceso ulteriormente (53,3 %), Errejón resta sulle posizioni iniziali (33,8 %), Anticapitalistas cresce ancora (11,6 %), mentre Equipo tocca l’1%. Da ultimo, il documento sulla igualdad (rapporti di genere): qui Iglesias e Anticapitalistas avevano un documento comune (61,7 %), mentre Errejón sale al 35,6 % e anche Equipo sale al 2,7 %.

Questa orgia di cifre era necessaria per cercare di delineare i veri rapporti di forza emersi nel congresso. Come si vede, dunque, la tendenza di Iglesias oscilla fra il 53 e il 56 %, quella di Errejón è quasi fissa - sempre superiore, anche se di poco, a un terzo -, mentre Anticapitalistas mostra un’escursione molto più accentuata, da un minimo dell’8,9 % a un massimo dell’11,6 %. Una prima conclusione possibile è dunque questa: mentre Errejón controlla più o meno stabilmente un terzo del partito-movimento (molto meno di quanto sperasse, ma pur sempre un solido risultato), Iglesias è al di sotto del 60 %, e i suoi risultati variano in funzione di quelli di Anticapitalistas: c’è un settore, piccolo ma significativo, che si muove fra questi due poli, valutabile attorno al 4-5 %, come si può vedere qui sotto dai risultati dell’elezione del Consejo Ciudadano.

… e la loro inutile distorsione. Nell’elezione del Consejo Ciudadano (un po’ l’equivalente, per semplificare, dei “Comitati centrali” d’un tempo) i rapporti di forza fra le varie tendenze si sono manifestati con un’evidenza ancora maggiore: qui in effetti si trattava di eleggere i 62 componenti del “parlamentino” di Podemos, il suo organo rappresentativo. E in questo caso il voto dei militanti s’è dimostrato più libero: mentre infatti nella votazione dei quattro documenti pesava, oggettivamente, il “ricatto” delle dimissioni di Iglesias nel caso fosse stato messo in minoranza, la scelta dei 62 non comportava questo “rischio” e il risultato è stato il seguente: tendenza Iglesias 50,8 % dei voti (meno 5,2 % rispetto al documento politico); tendenza Errejón 33,7 % (nessuna variazione); Anticapitalistas 13,1 % (più 4,2 %), altri 2,4 % (più 1 %). E qui c’è stata la distorsione. La tendenza di Iglesias aveva infatti rifiutato di rinunciare al complesso sistema elettorale del Consejo (una sorta di maggioritario) a favore di una rappresentanza proporzionale (richiesta sia da Anticapitalistas sia dagli errejonisti) e così il 13,4 % dei voti di Anticapitalistas si è tradotto in soli 2 consiglieri su 62 (invece degli 8 cui avrebbe teoricamente avuto diritto), mentre gli errejonisti non sono stati svantaggiati (anzi, hanno avuto un seggio o due in più: 23) e Iglesias dispone d’una confortevole maggioranza sovrarappresentata (37 consiglieri).

Certo, ci si può consolare ricordando che il precedente congresso aveva visto l’esclusione pura e semplice di Anticapitalistas dal Consejo. Ma il problema non è semplicemente “di bottega”: è un altro. Come si può gestire un partito-movimento con una maggioranza che nel migliore dei casi tocca il 56 % e nel peggiore il 50,8 %?

Si apre una fase difficile. Se la fase peggiore del congresso è alle nostre spalle (quella dello scontro eccessivamente personalizzato Iglesias-Errejón), se ne apre un’altra che si profila non facile: si tratta di saper rimarginare le ferite apertesi nel tessuto di Podemos e di avviare una gestione unitaria del partito-movimento, che ha bisogno più che mai di riacquistare un ruolo dinamico nella complessa situazione spagnola, dopo mesi di lacerazioni interne.

Da questo punto di vista Anticapitalistas ha le carte in regola. Ha difeso una coerente posizione politica, senza cedere alle personalizzazioni e con un costante richiamo all’unità. Non c’è motivo per cui non prosegua su questa strada.

Diverso il caso delle due componenti principali. Errejón ha condotto un’aspra battaglia per conquistare la direzione di Podemos, e ne è uscito sconfitto. Non però in modo disastroso, perché le sue tesi sono condivise da un terzo del partito, e non è poco. Ora però deve decidere che fare da grande. Dovrebbe ormai sapere che al di fuori di Podemos non c’è lo spazio per un altro movimento, che rischierebbe di configurarsi come una sorta di Ciudadanos “di sinistra”. Il che significa accettare di essere minoranza, in attesa di un’occasione migliore. Le sue posizioni politiche, “populiste di sinistra”, per quanto discutibili, possono e debbono avere cittadinanza in un movimento unitario, e democratico al suo interno. Quindi Errejón ha ragione quando rivendica la legittimità delle sue posizioni. Ma avrebbe invece torto se si arroccasse nella pretesa di conservare le cariche esecutive detenute sino a ora: non è serio pensare di poter applicare bene una linea politica che si è aspramente combattuta. Serietà imporrebbe dunque che si dimettesse, senza attendere che le sue dimissioni vengano richieste, assumendo così la forma di “ritorsioni” o “vendette” per la gioia di tanti pennivendoli.

Quanto a Iglesias, ha vinto ma non stravinto. Ha convinto poco più della metà del partito. La sua vittoria gli conferma ampi poteri decisionali, alcuni dei quali poco compatibili con un partito-movimento che si vuole alternativo e democratico. Dovrebbe avere capito che una direzione troppo centralizzata, troppo personalizzata, troppo interventista, non aiuta affatto a costruire uno strumento rivoluzionario efficiente, ma, al contrario, demotiva i militanti, li rende passivi, non li fa “crescere”. Concludendo il congresso, ha invocato, per sé e per gli altri, un po’ più di “umiltà”. Riconoscere gli errori compiuti non è un esercizio francescano, ma un dovere per chi si vuole rivoluzionario. Ma non basta riconoscerli: occorre non ripeterli.



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