Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La FIAT vince

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La FIAT vince, con le carte truccate

 

Le carte truccate sono molte: prima di tutto il ricatto, poderoso dopo due anni di Cassa Integrazione: si rilancia lo stabilimento, ma a queste condizioni: rinuncia di fatto al diritto di sciopero, accettazione dell’imposizione di turni massacranti e di straordinari in deroga alla normativa contrattuale e legale...

Non sorprende la disponibilità immediata di sindacati da tempo apertamente padronali, ma la loro forza è dovuta anche al fatto che la stessa FIOM non li può denunciare come tali, perché la maggioranza CGIL non cerca altro che ricucire con CISL e UIL, una volta ridimensionato nel congresso il peso dell’opposizione interna (con i brogli e la facile corruzione di chi non conosce altro mestiere che quello del burocrate).

Inoltre anche la FIOM, per i legami di una parte del suo gruppo dirigente col centrosinistra, non può ricorrere a un argomento semplice ed efficace: ricordare con che soldi è stato costruito lo stabilimento di Pomigliano. Non certo con i soldi della FIAT, subentrata solo nel 1986, ma con quelli dello Stato, a cui facevano capo l’Alfa Romeo e Finmeccanica, parte del gruppo IRI, con un contributo consistente della Cassa del Mezzogiorno (il primo stanziamento, nel 1967, fu di oltre 300 miliardi di lire).

È imbarazzante parlarne, perché,  si dovrebbero ricordare le responsabilità del centro sinistra nelle privatizzazioni, complessive ma anche personali di Romano Prodi, prima come presidente dell’IRI, poi come primo ministro. Un grande amico di Prodi,  Beniamino Andreatta, concordò con il commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert un’ondata di privatizzazioni sotto costo, che in pratica cedette il patrimonio Alfa Romeo a un prezzo molto inferiore a quello offerto dalla General Motors, purché l’Alfa “restasse italiana”… Si è visto come lo è rimasta…

Se anche la FIOM evita questo argomento, figuriamoci la CGIL!

Eppure al ricatto di Marchionne si dovrebbe rispondere: se non ce la fai a gestire in condizioni normali lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, pur avendo i miliardi di dollari sufficienti per acquistare la Chrysler, restituiscilo allo Stato. Non a una gestione di nuovi boiardi di Stato, ma a quella dei lavoratori, che a queste condizioni potrebbero anche accettare i sacrifici più duri per rilanciare uno stabilimento e un marchio prestigiosi. Ma solo a queste condizioni, non per assicurare congrui dividenti agli azionisti FIAT.

A proposito della fusione con Chrysler, si capisce quanto sia falso e strumentale il ricatto di Marchionne: “accettate le nostre condizioni o si chiude lo stabilimento”. È un ricatto portato avanti ricordando i salari polacchi da 580 euro (e con in più l’impegno a non scioperare per tre anni, asserisce, ma si vedrà quanto lo manterranno: si sciopera perfino in Cina, di questi tempi…), e insinuando che in Serbia potrebbero essere ancora più bassi: ma il ricatto può essere respinto ricordando che i lavoratori di Detroit non hanno certo dovuto accettare condizioni salariali e normative peggiori di quelle italiane. Vero che ci sono stati i contributi di Obama e quelli indiretti di Tremonti, ma perché non ci potrebbero essere interventi pubblici anche per salvare Pomigliano? I governi dei principali paesi capitalisti hanno speso in questi due anni ben 1.300.000 miliardi di dollari (dati del Fondo Monetario Internazionale) per puntellare le banche responsabili dello sfacelo, assumendone il debito, o costituendo società ad hoc per inserire titolo e immobili “tossici”). Possibile che non si possa spendere qualcosa per salvare l’occupazione?

“L’Europa” naturalmente è sempre pronta (a richiesta del compare, come nel gioco delle tre carte) a dire che non si ammette nessun sostegno statale a una fabbrica in crisi, ma è ora di mandare a quel paese un’Unione Europea così subordinata alle esigenze del grande capitale, e che usa sempre due pesi e due misure.

Inoltre è chiaro che non si tratta solo di Pomigliano: questo accordo, che limiterebbe il diritto di sciopero fino alla sua soppressione (con le multe e i licenziamenti punitivi), che cancellerebbe con lo straordinario persino le pause pranzo, e che annullerebbe il diritto al pagamento delle giornate di malattia “in caso di superamento del livello medio di astensionismo”, se fosse accettato a Pomigliano verrebbe logicamente riproposto come “naturale” e inevitabile anche negli altri stabilimenti FIAT e in tutta l’industria…

Per giunta la codificazione di un ricorso allo straordinario sistematico in deroga alle norme contrattuali (la proposta di Marchionne prevede 120 ore di straordinario obbligatorio, invece delle 40 stabilite dal contratto nazionale) darebbe un altro colpo ai livelli di occupazione, perché l’estrema flessibilità e l’allungamento di fatto dell’orario di lavoro, permetterebbe al padrone di non assumere nei momenti in cui il mercato tira e c’è bisogno di produrre in fretta.

 

Lunedì il comitato centrale della FIOM dovrà decidere, ma l’esito della discussione è quasi scontato, a giudicare dalle dichiarazioni del nuovo segretario generale Maurizio Landini in un’intervista al “manifesto”.

Mentre la valutazione della gravità del progetto di Marchionne è corretta, meno convincente è la risposta all’ultima domanda: “come risponderà la FIOM a un referendum richiesto anche dalla FIAT e dalle organizzazioni sindacali che non l’hanno mai voluto”.

Landini ammette di trovarsi di fronte a un ricatto, che però presenta in questi termini: “Se uno dice SI e accetta la posizione dell’azienda, c’è l’investimento. Se dice NO l’azienda chiude? Di solito si vota NO per riaprire le trattative e fare un accordo migliore”. Quindi, richiamato lo Statuto della CGIL che dice che ci sono “diritti indisponibili per la contrattazione”, conclude che “non possiamo firmare accordi che limitano il diritto di sciopero o derogano dalle leggi. Quindi non possiamo neanche mettere ai voti la possibilità che questo accada.” Il che farebbe pensare a una non partecipazione al voto.

Ma, dopo aver blandamente polemizzato con chi ha sempre rifiutato di sottoporre al voto operaio gli accordi separati e oggi è disposto a farlo perché lo chiede l’azienda, Landini lascia nel vago la possibile decisione: “Ci siamo riservati una risposta conclusiva e definitiva dopo il nostro Comitato centrale. E non credo che la discussione si esaurirà nel dire sì o no, ma punterà a sottoporre alle altre parti una possibile proposta di soluzione.”

È già inquietante la vaghezza, ma preoccupa ancora di più la frase conclusiva: “Non abbiamo nessuna intenzione di permettere alla FIAT di non fare l’investimento a Pomigliano”… Ma questo, mi sembra, è già accettare il ricatto!

 

PS . A proposito di CISL e UIL (lasciamo da parte UGL e FISMIC, il cui carattere filopadronale è ancora più evidente), mi sembra sintomatico che non si vergognino minimamente di essere stati così rapidamente e spudoratamente in sintonia con l’azienda, e con la stessa presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, che si è permessa di fare la predica alla FIOM perché non si isoli…

Ma in fondo sono tutti in sintonia col messaggio di Napolitano al convegno di Santa Margherita dei “giovani industriali”: occorre “condivisione” e “coesione”, ha scritto… Ci mancava solo lui!

 



Tags: FIAT  Marchionne  Landini  FIOM  straordinari  ricatto  CGIL