Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Guyana francese | Un grande movimento popolare

Guyana francese | Un grande movimento popolare

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di Adrien Guilleau *

[Questo articolo, scritto il 31 marzo, fa il punto sulla mobilitazione popolare in atto nella Guyana francese, la più imponente che questo territorio abbia mai conosciuto - «Inprecor»]

La Guyana, una colonia francese

Un’economia da énclave coloniale. Dalla colonizzazione nel XVII secolo, la struttura coloniale della Guyana non è cambiata. Ancor oggi è caratterizzata dall’accaparramento delle risorse del territorio e dal monopolio commerciale. La risorsa più sfruttata dalla Francia è costituita dal Centro spaziale guianese (CSG), che è stato qui localizzato a causa della posizione geografica, dell’assenza di rischi sismici o vulcanici e della stabilità politica della colonia. Per il solo anno 2017 il CNES (il gruppo statale che gestisce il CSG) ha dichiarato di avere in portafoglio ordini per 5,3 miliardi di euro, equivalenti al 140 % del prodotto interno lordo della Guyana! Per quanto riguarda il commercio, il monopolio francese è detenuto dai békè (discendenti dei coloni e latifondisti) martinicani. Di conseguenza, ogni tipo di commercio regionale – con il Brasile, il Suriname e l’America latina – è del tutto inesistente: tutto viene importato mediante containers provenienti direttamente dai porti francesi e tutto è gestito dai gruppi di distribuzione dei békè.

Un sottosviluppo endogeno. Come avviene per tutte le colonie, la dominazione economica della metropoli si accompagna a un sottosviluppo endogeno, che si può misurare sulla base delle statistiche sull’economia, la demografia, la situazione sanitaria e l’istruzione. Così, a partire dagli anni Cinquanta, in questo Paese di 250.000 abitanti la popolazione raddoppia ogni ventennio. Questa crescita demografica dipende da un alto tasso di natalità accompagnato da un saldo migratorio ampiamente positivo: la condizione particolare della Guyana – Paese sudamericano che fa parte dell’Unione europea – la rende infatti particolarmente attraente per l’immigrazione. Per far fronte a una crescita demografica simile la Francia dovrebbe procedere a massicci investimenti, ma ciò non avviene. Di conseguenza, il tasso di disoccupazione supera il 20 %, oltre il 40 % delle persone attive non ha un posto di lavoro, il tasso di povertà è superiore al 60 % (dati di riferimento francesi). La situazione non migliora nel settore dell’istruzione: nella fascia d’età compresa fra i sei e i 16 anni vi sono oltre 2000 bambini e ragazzi non scolarizzati per mancanza di attrezzature: per recuperare questo ritardo strutturale sarebbe necessario, oggi, costruire 500 classi elementari, 10 scuole medie e cinque licei… Sul piano sanitario, siamo alla catastrofe: la speranza di vita alla nascita è di tre anni inferiore a quella francese, e uno studio dell’Agenzia regionale della sanità ha dimostrato che, a causa di problemi strutturali, il 58 % dei decessi avvenuti in Guyana fra il 2005 e il 2007 in Francia avrebbero potuto essere evitati. Il tasso di posti letto ospedalieri per abitante è quasi la metà di quello francese; numerose specializzazioni mediche non sono disponibili nel territorio, costringendo i guianesi a recarsi in Francia o nelle Antille francesi per farsi curare; infine, non vi sono strutture come le CHU [Centri ospedalieri universitari] francesi, ciò che non consente che in Guyana si sviluppino le competenze mediche necessarie, lasciandola dipendente dall’esterno. Da ultimo, sul piano della sicurezza, la Guyana è il più violento dei territori amministrati dalla Francia, con il più alto tasso di omicidi (42 nel 2016). Eppure la Guyana è anche il territorio con il più alto tasso di soldati: uno ogni 117 abitanti. E ai militari vanno sommati altri 950 fra poliziotti e gendarmi. Tutto ciò fa della Guyana il territorio francese più militarizzato!

I problemi della terra e dei popoli autoctoni. Altri problemi specifici della questione coloniale si ripresentano in Guyana, come quello della proprietà terriera o la questione dei popoli autoctoni. Oltre il 90 % del territorio è proprietà demaniale della Francia. Ciò comporta enormi difficoltà per lo sviluppo economico o strutturale. Per esempio, per costruire un liceo è indispensabile superare prima la fase della retrocessione del terreno alla collettività locale da parte dello Stato. Inoltre, il Centro spaziale guianese, che occupa una superficie equivalente a quella dell’isola [africana] della Riunione [oltre 2500 kmq], non ha mai pagato nemmeno un centesimo di tasse locali…

Quanto ai popoli autoctoni, devono fare i conti con il rifiuto categorico della Francia – per motivi costituzionali – di riconoscere loro il diritto alla proprietà collettiva della terra, e quindi alla retrocessione a loro favore dei territori che abitano da centinaia d’anni. Senza contare l’inquietante e massiccia ondata di suicidi che ha investito i giovani amerindiani.

L’insieme di questi problemi è sufficiente a rendere evidente la totale incompatibilità fra la Guayana e il suo status di dipartimento francese d’oltremare.

Un’analisi dell’attuale situazione

È ancora difficile fare un’analisi approfondita e del tutto pertinente della situazione del movimento in atto, e questo soprattutto a causa delle varie tendenze che si affrontano al suo interno. Cercheremo tuttavia di ripercorrerne le origini, presentandone i principali protagonisti.

Il «Patto sul futuro». Nel corso della sua visita in Guyana nel 2013, [il presidente della Repubblica francese] François Hollande s’era impegnato a rendere operativo un “Patto sul futuro della Guyana”. L’obiettivo di questo programma era quello di ridurre, in 10 anni, il ritardo strutturale, mediante soprattutto un investimento statale di 600 milioni di euro. Ora, al termine delle trattative del dicembre 2016, Rodolphe Alexandre, presidente della Collettività territoriale della Guyana (CTG) [1], ha rifiutato di sottoscrivere il patto. In seguito alle pressioni del padronato locale, il presidente della CTG aveva chiesto che il finanziamento fosse ampliato sino a due miliardi e che si prevedesse la retrocessione di 200.000 ettari di terre.

La prova di forza di Rodolphe Alexandre, dei socioprofessionali e del Medef. Il 15 marzo scorso la visita di Ségolène Royal ha dato il via alla mobilitazione. Infatti, la ministra [dell’Ambiente] è stata accolta da una dimostrazione dei “socioprofessionali” (trasportatori su strada in particolare), della CGPME [Confederazione generale delle piccole e medie imprese] e del Medef [Movimento delle imprese di Francia: equivalente della Confindustria], che per l’occasione avevano bloccato gli accessi alla Collettività territoriale della Guyana e al porto commerciale dove dovevano essere sbarcati camion da impiegare nei trasporti del materiale per la costruzione della piattaforma di lancio di Ariane 6, ai danni dei trasportatori locali. Mediante una patetica sceneggiata, Ségolène Royal, telefonando al suo ex marito e presidente, François Hollande, è riuscita a sbloccare la situazione: in pochi minuti si è tutto risolto, con l’impegno governativo di versare subito 150 milioni di euro per pareggiare il bilancio del CTG e con la retrocessione dei 200.000 ettari di terre.

Lo “scavalcamento” dei “500 fratelli”. Tutto avrebbe potuto o dovuto finire lì, senza la comparsa d’un ostacolo sulla strada: quello del “Collettivo dei 500 fratelli contro la delinquenza”. Questo collettivo aveva cominciato a far parlare di sé una settimana prima, reagendo a un omicidio avvenuto in un quartiere di Caienna. La sua caratteristica è quella di organizzare azioni puntuali e improvvise, indossando cappucci e abiti neri. Quantunque sia piuttosto difficile, anche oggi, capire da chi è composto questo collettivo, si può comunque dire che le sue rivendicazioni sono reazionarie e in parte anche xenofobe. Infatti, molte delle sue richieste consistono in più polizia, espulsione degli squatter ed espulsione dei migranti responsabili di violenze. Sin dalla sua costituzione il collettivo ha messo in discussione il ruolo dello Stato francese, incapace di ristabilire l’ordine. Siamo dunque in presenza di una retorica nazionalista e reazionaria. [2]

Questo collettivo s’è dunque autoinvitato alla “festa”. Dopo aver bloccato gli ingressi dei consolati del Suriname e di Haiti, esigendo che i cittadini di questi Paesi che si trovavano nelle carceri guianesi fossero immediatamente espulsi, hanno fatto irruzione, incapucciati, nella sede della CTG, dov’era in corso un incontro internazionale fra rappresentati di 25 Stati caraibici, degli Stati Uniti e della Francia, compresa Ségolène Royal. Si sono rivolti alla ministra, dicendole di prendere in considerazioni le loro rivendicazioni riguardo la sicurezza, poi se ne sono andati. La sera stessa la ministra rientrava a Parigi, interrompendo la sua visita in Guyana. Nel frattempo, anche gli agricoltori scendevano in campo, occupando la sede della Direzione dell’agricoltura e delle foreste a Caienna. Il padronato, da parte sua, manteneva i suoi posti di blocco. Attendismo in seguito alla sorpresa prodotta dall’irruzione dei “500 fratelli”? Solidarietà con le loro rivendicazioni reazionarie? O semplice attesa della firma ufficiale del “Patto sul futuro”?

Va comunque segnalato che, nelle condizioni date, i portavoce del collettivo dei “500 fratelli” hanno dovuto modificare discorso e comportamenti. Mentre si organizzavano i posti di blocco hanno svolto un’opera di mediazione nei confronti dei giovani dei quartieri popolari, che avevano cominciato a formare posti di blocco “selvaggi”, per evitare scontri con le forze dell’ordine. Sono anche riusciti a far partecipare parte di questi giovani ai picchetti principali. Inoltre, in occasione della marcia del 28 marzo e delle trattative del 30 hanno assunto il ruolo di servizio d’ordine, entrando in contatto con le forze repressive. Queste iniziative e il fatto di non aver mai fatto ricorso alla violenza sino a oggi sono probabilmente i motivi che li hanno resi così popolari.

Scendono in lotta i lavoratori. Approfittando del clima generale creatosi, i lavoratori si uniscono al movimento. Così il 20 marzo i salariati di EDF [Elettricità di Francia] – in conflitto con la direzione locale -, quelli di ENDEL (che rivendicavano la riapertura delle trattative sul salario) e quelli del Centro medico-chirurgico di Kourou (che si battono contro la svendita dell’ospedale a dei predatori privati), decidono di impedire il lancio del razzo Ariane previsto per il giorno dopo. Un posto di blocco è istituito all’entrata del Centro spaziale, ben presto raggiunto dalla popolazione e da alcuni uomini politici con cariche elettive. I lavoratori di ENDEL, che sono in sciopero all’80 % e sono i soli autorizzati a trasportare il razzo sulla rampa di lancio, riescono così a far rimandare dapprima e ad annullare poi il lancio stesso. Sulla scia di questo primo successo, riescono a far riaprire le trattative e a ottenere un consistente aumento salariale. A partire dal 21 marzo, giorno in cui si avrebbe dovuto effettuare il lancio, la città di Kourou è totalmente bloccata: nessuno può entrarvi, nessuno può uscirne.

L’incendio si estende: tutta la Guyana è bloccata! A partire dal 21 e 22 marzo i “500 fratelli” convergono su Kourou. La sera del 22 in una riunione straordinaria la direzione della centrale sindacale UTG (Unione dei lavoratori guianesi) decide di appoggiare il movimento, prevedendo una prima mobilitazione per il 24. Nello stesso giorno anche la branca insegnanti dell’UTG si esprime per lo sciopero a partire dal 27. Ma nel corso della notte si ha un’accelerazione: il coordinamento di Kourou assieme ai “500 fratelli” e ai socioprofessionali decide di bloccare il Paese. La mattina del 23 tutta la rete stradale è interrotta da posti di blocco, e blocchi sorgono anche davanti alla prefettura e sulla strada che conduce all’aeroporto. Immediatamente il Rettorato ordina la chiusura di tutte le strutture scolastiche per ragioni di sicurezza, e già all’indomani studenti e insegnanti sindacalizzati erigono un posto di blocco di fronte al Rettorato.

Radio Pèyi diventa un mezzo di mobilitazione. Sin dall’apparire dei primi blocchi stradali Radio Pèyi (del gruppo RTL) si trasforma nel portavoce della mobilitazione. Tutti i programmi vengono sospesi e la radio si occupa 24 ore su 24 del movimento sociale: vi sono corrispondenti presso ogni blocco, l’evolvere della situazione è riferita in diretta, gli ascoltatori possono prendere la parola, varie personalità politiche – soprattutto indipendentiste – sono invitate a parlare, a volte per parecchie ore non stop. Radio Pèyi diventa così “Radio Barricata” e permette a tutta la popolazione di partecipare al movimento. Inoltre, a tutti i posti di blocco affluiscono migliaia di persone, che vi si trattengono un pomeriggio, una sera, a volte la notte. A partire dal 24 marzo, i soli blocchi di Suzini e della Crique Fouillé vedono la partecipazione di circa 4000 persone ciascuno.

La marcia degli eletti. Il 24 marzo tutti i guianesi con una carica elettiva si riuniscono per marciare, bandiera guianese in testa, dal centro di Kourou fino al posto di blocco del Centro spaziale. Nei territori francesi d’oltremare è frequente assegnare agli eletti il ruolo di mediatori fra lo Stato e la popolazione. Ed è appunto questo ruolo che assumono i parlamentari (due deputati e due senatori), tentando invano di far partire la trattativa fra la delegazione interministeriale e il collettivo Pou Lagwiyann Dékolé (creolo: Perché la Guyana possa decollare). La marcia degli eletti, con sciarpa tricolore e bandiera guianese, ha comunque rappresentato un fortissimo momento simbolico. In effetti, questa bandiera non compare che molto raramente negli edifici municipali o su quello della CTG. D’altro canto, non si deve dimenticare che questo movimento è nato a causa (e suo malgrado) del presidente della regione, che muovendo i suoi appoggi politici cerca di cavarsela chiedendo di rinegoziare, migliorandolo, il Patto sul futuro.

L’UTG si unisce alle danze: sciopero generale. Il 25 marzo, nel corso della riunione del Consiglio nazionale dell’UTG, i 37 sindacati rappresentati votano lo sciopero generale illimitato a partire dal 27. La mobilitazione sale così di un grado, anche se il blocco economico non si rivelerà necessariamente più esteso di quello già in atto (quasi tutto il settore economico è già fermo dal 24): ma i rapporti di forza interni alla mobilitazione si modificano, e le rivendicazioni di carattere sociale assumono un ruolo preponderante rispetto a quelle “sicuritarie”. Tuttavia, da diversi anni ormai la storica centrale sindacale guianese attraversa una crisi interna, ed è difficile oggi stabilire quali siano le sue vere capacità e possibilità.

La costituzione di Pou Lagwiyann Dékolé e l’unificazione delle rivendicazioni popolari. A partire dal 22-23 marzo l’obiettivo è quello di riuscire a fondere tutti i motivi di malcontento in una piattaforma rivendicativa comune. Il 23 si comincia a discuterne intensamente, in una prima riunione di coordinamento. È così che 19 collettivi, la centrale sindacale e le organizzazioni professionali danno vita al comitato Pou Lagwyiann Dékolé. Sette filoni rivendicativi vengono individuati: Istruzione, Sanità, Insicurezza, Problema della terra, Energia, Economia e Popoli autoctoni. Nel giro di quattro giorni viene messo a punto un primo elenco di rivendicazioni, dopo aver consultato tutte le parti interessate. Parallelamente, vengono avanzate numerose altre rivendicazioni popolari da altri collettivi sorti nel frattempo e che aderiscono al comitato. Così, il 28 marzo sono 39 i collettivi, i sindacati e le organizzazioni professionali che fanno parte di Pou Lagwyiann Dékolé. Ma il malcontento è tale che risulta difficile completare la lista delle rivendicazioni prima dell’arrivo dei ministri francesi il 29 marzo.

La delegazione interministeriale e il rifiuto della trattativa. La reazione dello Stato è in linea con l’esperienza coloniale della Francia. Già il 25 marzo era arrivata una delegazione interministeriale composta da alti funzionari (prefetti, generali eccetera) che avevano esercitato in Guyana. Nel corso di una riunione nella notte del 24-25, Pou Lagwyiann Dékolé aveva stabilito un punto fermo: solo il comitato avrebbe potuto trattare con questa delegazione, che però non sarebbe stata incontrata [nella sua forma attuale] non contando alcun ministro fra i suoi ranghi. Questa presa di posizione radicale riesce a reggere nonostante i frenetici tentativi di sabotaggio tentati dalla delegazione interministeriale: a eccezione di un sindacato agrario, nessuno accetta di incontrarla ufficialmente. Da parte loro, i ministri [in Francia] scatenano una campagna di disinformazione e di delegittimazione della mobilitazione. In un primo tempo, essi negano ogni possibilità di trattativa in Guyana ed esigono la smobilitazione dei posti di blocco, mentre i media francesi si sforzano di dipingere il movimento come violento, affinché la popolazione cessi di solidarizzare con lui. Tuttavia, sin dall’inizio, la mobilitazione è stata caratterizzata da un’incredibile autocontrollo: unici incidenti da lamentare i gas lacrimogeni delle forze dell’ordine al posto di blocco del CSG e l’incendio di qualche bidone della spazzatura la prima notte della mobilitazione.

La marcia del 28 marzo e l’unità di un Paese. La grande marcia organizzata per il 28 marzo doveva essere un test per verificare il grado di appoggio al movimento. La mobilitazione della popolazione è stata eccezionale: per ammissione della prefettura stessa, si è trattato delle «maggiori manifestazioni che siano mai state organizzate nel territorio». A Caienna si sono concentrate oltre 20.000 persone, e 5000 a Saint-Laurent-du-Maroni. La caratteristica più notevole era la partecipazione di tutte le comunità culturali guianesi, che per la prima volta si trovavano a marciare assieme. Ad aprire il corteo erano gli amerindiani, seguiti da centinaia di bandiere guianesi inframmezzate da altre brasiliane, haitiane, dominicane… Un commentatore di Radio Péyi affermava, a giusto titolo, che questo 28 marzo «è nata una nazione». È bastata questa marcia per spazzare via molti terribili reciproci pregiudizi. Gli stessi “500 fratelli” si sono visti costretti a moderare il loro linguaggio, sostenendo ora che «Siamo tutti guianesi: brasiliani, haitiani, surinamesi, guianiani [3» Altra caratteristica della mobilitazione è l’incredibile determinazione di cui si è data prova, senza che cessassero mai gli slogan – Nou gon ke sa (Non ne possiamo più) e Lagwiyann lévé (Guyana svegliati) – e interventi della durata di diverse ore davanti alla prefettura.

Arrivano i ministri e si tenta di dividere il movimento. La manifestazione era appena finita quando il Primo ministro francese Bernard Cazeneuve annunciava la partenza per la Guyana il giorno dopo, 29 marzo, dei ministri dell’Oltremare e degli Interni. L’incredibile mobilitazione popolare aveva costretto il governo ad agire molto in fretta. L’invio dei ministri era accompagnato da promesse di investimenti sino a un tetto di quattro miliardi di euro nell’arco di dieci anni. Sin dall’inizio delle trattative, il 30 marzo, il comitato Pou Lagwiyann Dékolé si presenta da una posizione di forza, riuscendo a mobilitare la popolazione davanti alla prefettura e a ottenere la presenza dei giornalisti durante la prima mezzora della trattativa. Poco tempo dopo, la ministra d’Oltremare [Ericka Bareigts], che sin dall’inizio del movimento s’era dimostrata molto sprezzante nei confronti dei guianesi, s’è affacciata a un balcone della prefettura per presentare le sue pubbliche scuse alla popolazione ammassata di fronte all’edificio. Le prossime 48 ore saranno determinanti per il movimento. I socioprofessionali e il padronato, che si sono trovati, loro malgrado, in un movimento che li ha totalmente scavalcati, stanno cercando di uscirne quanto prima. Del resto, hanno già detto che se fossero stati soddisfatti [nelle loro richieste] avrebbero smobilitato i posti di blocco.

Oggi, 31 marzo, il collettivo è riuscito nell’impresa di mettere fuori gioco gli eletti politici [deputati, senatori, consiglieri municipali]. Infatti, a seguito di un incontro fra Pou Lagwiyann Dékolé e gli eletti, è stato deciso che questi ultimi non avrebbero sottoscritto alcun documento con lo Stato prima della sua accettazione da parte del collettivo; inoltre, si è stabilito che avrebbero partecipato alle trattative in qualità di esperti, non di negoziatori. Il collettivo, infine, ha dichiarato che ogni accordo con il governo dovrà essere approvato dalla popolazione prima di essere sottoscritto. Il movimento entra così in una seconda tappa, contraddistinta dall’autorganizzazione e da una salutare diffidenza nei confronti degli eletti.

Quali prospettive?

In quanto militanti rivoluzionari, la nostra prima preoccupazione deve essere quella di garantire il permanere del movimento anche dopo la partenza dei ministri. In effetti, se il movimento sopravvive al passaggio di questi due ministri, si porranno altri problemi. Dato che lo Stato francese si trova attualmente in una situazione di vacanza di poteri [a causa delle imminenti elezioni], il fallimento delle trattative comporterebbe il fatto che il problema guianese dovrà essere risolto dal prossimo nuovo governo. Ora, questa assenza di interlocutori allargherà il campo delle possibilità, ponendo al centro dello scontro la questione dello status della Guyana.

Per questo obiettivo, tre sono le questioni da risolvere:

· Rafforzare l’autorganizzazione dei posti di blocco e dei picchetti di sciopero. È necessario che i posti di blocco non dipendano più dai camion dei trasportatori messi di traverso sulle strade. Ovunque vanno organizzati comitati di organizzazione dei blocchi e si deve pensare a soluzioni alternative.

· Organizzare un controllo democratico dello sciopero. È necessario che le trattative siano sottoposte al controllo popolare. In ogni posto di blocco si devono tenere assemblee per decidere come proseguire il movimento. Per facilitare questa organizzazione, ogni impresa in lotta potrebbe occuparsi di un posto di blocco, in modo da organizzarne la vita democratica. Infine, Radio Péyi potrebbe fungere da coordinatrice per la diffusione di tutte le decisioni prese.

· Sottolineare il carattere di classe della lotta e neutralizzare il padronato. Per quest’ultimo è praticamente impossibile continuare a far parte di questa mobilitazione, ed è necessario preparsi sin da ora alla sua marcia indietro. Anche qui si può pensare a certe iniziative, come per esempio il blocco delle imprese dei padroni che vogliono lasciare il movimento. Questi tentativi di tirarsi indietro da parte del padronato devono anche essere usati per sottolineare la realtà della lotta, che vede contrapporsi gli interessi di classe.

Infine, dobbiamo riflettere a quali strumenti far ricorso per fare della rivendicazione statutaria il momento centrale del movimento. Si deve insistere su rivendicazioni incompatibili con lo status di DOM [Dipartimento d’oltremare] – come quelle relative alla proprietà della terra e ai popoli autoctoni – o si deve piuttosto insistere sui problemi più “politici” del governo delle istituzioni e della democrazia locale? Tutto ciò è oggetto di discussioni fra i diversi militanti rivoluzionari che fanno parte del movimento.

· Adrien Guilleau è militante del Movimento di decolonizzazione e d’emancipazione sociale (MDES), sindacalista dell’Unione generale dei lavoratori (UGT) guianese, maïeuticien [uomo che esercita il mestiere di levatrice] presso l’ospedale di Caienna, e fa parte del Nuovo partito anticapitalista (NPA) francese e della IV Internazionale.

Note del traduttore

[1] Com’è noto, la Repubblica francese comprende, oltre al territorio metropolitano (la Francia) numerose altre entità ex coloniali, variamente denominate. La Guyana è appunto una “Collettività territoriale unica” d’oltremare, amministrata da una “Assemblea della Guyana”.

[2] Su circa 250.000 abitanti, la Guyana conta attualmente circa 10.000 domande d’asilo da parte di “clandestini” (25.000 se si considerano i famigliari), provenienti soprattutto dai vicini Suriname e Brasile e dalla lontana Haiti: i “clandestini” rappresentano dunque circa il 10 % della popolazione.

[3] Guianiani (Guyaniens) indica gli originari della Guiana, a differenza di guianesi (Guyanais), che indica i cittadini della Guiana prescindendo dalla loro origine.

Titolo originale: Point d’étape sur le plus gran mouvement populaire. Pubblicato in «Inprecor», n° 637-638, marzo-aprile 2017, disponibile anche in linea:

http://inprecor.fr/article-Guyane-Point%20d%E2%80%99%C3%A9tape%20sur%20le%20plus%20grand%20mouvement%20populaire?id=1995

Traduzione dal francese di Cristiano Dan

NOTA D’AGGIORNAMENTO

L’articolo di Guilleau, una cronaca dettagliata degli avvenimenti sino al 31 marzo, non può essere aggiornato con altrettanti dettagli, che rischierebbero di allungare troppo questo testo e che avrebbero comunque il difetto di essere di seconda mano (presi cioè dalla stampa francese). Ciò che è importante sottolineare è che il movimento, quindici giorni dopo questa sua prima ricognizione, è ancora in piedi, anche se ha perso o sta perdendo i pezzi che era bene perdesse: padronato organizzato nel Medef, eletti locali… Lo Stato francese non sembra intenzionato a mollare: sia per le elezioni imminenti, sia per il timore che un “cedimento” in questa circostanza rischierebbe di propagare l’incendio guianese ad altri frammenti dell’ex impero coloniale francese sparsi per il mondo: dalle Antille a Mayotte, alla Nuova Caledonia e via dicendo. D’altro canto, l’immobilismo francese sta, ed è naturale, producendo una radicalizzazione maggiore del movimento, che comicia così a porsi obiettivi più ambiziosi, che riguardano l’inserimento della Guyana nella Repubblica francese, e cioè il suo status, in una gamma di possibilità che vanno da maggior gradi di autonomia e di autogoverno sino all’estremo dell’indipendenza.

Molto dipende da come sapranno muoversi le forze che animano Pou Lagwiyann Dékolé.

«Le forze progressiste non sono state all’origine di questo movimento», scrive il 12 aprile dalla Guyana Vincent Touchaleaume in un articolo per «L’Hebdomadaire» del NPA francese [1], «a parte il sindacato UTG di l’Éclairage (EDF) che organizza il posto di blocco del CSG sin dagli inizi. Qualcosa che è avvenuto spesso nelle rivoluzioni… La ricercatrice guyanese Isabelle Hidair parla di una «rivoluzione partecipativa», anche se le assemblee generali sono state rare e se il comitato ha per ora diretto il movimento in un clima di emergenza permanente e di continua tensione fra le diverse forze, ciò che non favorisce certo la democrazia. […]

«La principale forza radicale d’opposizione è il Movimento di decolonizzazione e d’emancipazione sociale (MDES), costituito negli anni Novanta da sindacalisti d’orientamento maoista per poter conservare prospettive emancipatrici dopo l’implosione dell’URSS. Raggruppa militanti di diversa provenienza, dal nazionalismo di sinistra all’internazionalismo operaio […]».

[1] npa2009.org/actualite/international/guyane-ne-lache-rien



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