Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Venezuela: il “round” vinto da Maduro

Venezuela: il “round” vinto da Maduro

E-mail Stampa PDF

di Tomas Straka[1]

A un mese dall’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), due situazioni risaltano nella presente congiuntura critica in Venezuela: praticamente, la scomparsa dalla scena politica del Tavolo di Unità Democratica (MUD) e il carattere sempre più internazionale della crisi.

Benché il primo elemento non significa che l’alleanza dei partiti di opposizione abbia smesso di agire su altri terreni, o che il suo rientro in gioco o gli scontri di piazza siano impossibili, il modo in cui i giudici del Tribunale Supremo nominati dal parlamento dell’opposizione hanno dovuto andarsene in esilio – come hanno fatto la Procuratrice Luisa Ortega Díaz e alcuni dei principali sindaci dell’opposizione - sembrano avere spostato l’ago della bilancia verso il governo. Per il momento, Nicolás Maduro è riuscito a controllare la situazione politica e può registrare un punto a proprio favore nell’ultimo round. E questo ci porta al secondo elemento della situazione: in assenza di grandi sfide alla prosecuzione del suo progetto nel paese, se qualcosa sembra infastidirlo in questo momento è la pressione esterna [v. la recente ripresa d’iniziativa di José Luis Zapatero rivolta alle autorità venezuelane sulla repressione, o l’incontro del 4 settembre di Emmanuel Macron con Julio Borges, presidente del parlamento d’opposizione],[2] pur con tutte le sue lentezze e molto accomodante.

Un panorama, questo, che sembrava impossibile quando, il 16 luglio, l’alleanza dell’opposizione era riuscita a mobilitare 7,5 milioni di persone perché manifestassero il loro rifiuto della convocazione della Costituente. Una dimostrazione di quell’ampiezza, due scioperi più o meno riusciti e l’appoggio di più di 40 governi nel mondo sembravano fornire alla MUD buoni strumenti, almeno per ottenere una trattativa a condizioni migliori di quelle proposte da Maduro. Si aggiunga a questo il fatto che, il 30 luglio, l’affluenza dei votanti alle elezioni dell’Assemblea Costituente [per eleggere i 540 membri per «perfezionare» la Costituzione largamente approvata nel 1999 sotto Chávez, una Costituente definita da Maduro “superpotere”] fu molto al di sotto di quella di 15 giorni prima: secondo vari osservatori, ci sarebbero stati tra i 2 e 5,5 milioni di votanti. Benché il Consiglio nazionale elettorale avesse annunciato che i votanti erano 8 milioni [7,7], due giorni dopo i rappresentanti di Smartmatic, la società responsabile della trasmissione dei voti elettronici, hanno denunciato che c’erano state manipolazioni. Certamente, quel che è accaduto dopo di allora è stato esattamente l’inverso di ciò che ci si poteva aspettare: l’Assemblea Costituente si è insediata senza grandi resistenze.

È troppo presto per sapere che cosa sia accaduto esattamente, tanto più che si tratta di un processo in sviluppo, che può quindi cambiare in qualsiasi momento. Due cose, tuttavia, sembrano chiare: le mobilitazioni e la pressione internazionale non sono riuscite a infrangere il blocco di governo; né l’opposizione sapeva bene cosa fare di fronte a questa eventualità.

Defezioni come quella di Luisa Ortega Díaz non si sono generalizzate e, in generale, il “chavismo d’opposizione” non ha attirato a sé il favore della popolazione chavista che non sostiene Maduro e che, attualmente, manca di una leadership visibile.

Per quanto riguarda il secondo fattore, salvo che si dimostri il contrario in un futuro prossimo o remoto, la MUD non sembra avere predisposto qualcosa nel caso in cui, come è avvenuto in realtà, finalmente si fosse convocata la Costituente. Si era chiesto alla gente di fare di tutto pur di evitarla, descrivendo una catastrofe nel caso non ci si fosse riusciti. Non ci si è riusciti e, comprensibilmente, si è diffuso lo scoraggiamento.

Né nella conferenza stampa del 30 luglio, né nell’assemblea in cui si presentarono insieme dirigenti dell’opposizione e dissidenti chavisti, il 5 agosto, si erano fatte dichiarazioni che indicassero un indirizzo chiaro da seguire. Al contrario, l’annuncio della partecipazione alle elezioni amministrative di dicembre aveva disorientato i loro seguaci ancora di più: dopo aver dichiarato illegali il governo e la commissione elettorale, e dopo aver proclamato che quanto avvenuto il 30 luglio era stata una frode, partecipare alle elezioni [comunali e regionali] organizzate da quelle stesse autorità governative ed elettorali è stato ritenuto, come minimo, il tacito riconoscimento di entrambe e, di fatto, una capitolazione. Una decisione basata su argomenti così “forti” come quello di non lasciargli liberi tutti gli spazi meriterebbe perlomeno di essere presentata meglio politicamente.

Per finire, l’emergere di un movimento insurrezionale armato, il cui debutto è stato l’assalto spettacolare al Forte Paramacay di Valencia [la capitale dello Stato di Carabobo, che concentra le maggiori fabbriche del Venezuela], uno dei più grandi del paese, sempre il 5 agosto, sembrò svanire con la rapida cattura dei suoi capi. Finora, non esiste alcun’altra iniziativa del genere.

Di fronte a questo panorama, la sempre utile teoria leninista della presa del potere ci spiega bene come mai Maduro stia ancora a Palazzo Miraflores: non ci sono le condizioni oggettive per stanarlo da là – perché ancora riesce a controllare la situazione – né ci sono quelle soggettive - perché quelli che lo vorrebbe sembrano non aver chiaro come farlo o, se hanno un piano più chiaro, non sono in grado di realizzare il loro obiettivo.

Così, il risultato principale delle manifestazioni è stato quello di delegittimare internazionalmente il governo. Gli effetti delle sanzioni si vedono spesso a lunga scadenza, e a volte non si vedono mai. Se Maduro riesce a controllare il paese per un periodo relativamente lungo, è molto probabile che, alla fine, gli altri governi che continuano a riconoscerlo come presidente (il disconoscimento riguarda la Costituente) finiranno per mettersi d’accordo con lui.

Naturalmente, Maduro non dispone di una “assicurazione vita” nucleare, come Kim Jong-un. E, in termini economici, il Venezuela è molto più debole dell’Iran. In questo senso, le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno preso di mira, con precisione chirurgica, le élites governative, penalizzando varie persone per quanto riguarda i loro beni e la possibilità di fare affari con gli stati Uniti; o hanno colpito le finanze dello Stato venezuelano, impedendogli di contrarre altri debiti nei mercati americani; oppure impedendo alla Citgo, la società petrolifera [Citgo Petroleum Corporation] di proprietà di PDVSA, che acquista la maggior parte del petrolio venezuelano inviato negli Stati Uniti [raffinato in varie forme (benzina, lubrificanti)] possa rimpatriare i capitali.

Donald Trump ha dichiarato di non escludere per il Venezuela l’«opzione militare». È stato subito smentito, e l’opzione è stata criticata dai paesi del sub-continente. Molti non la ritengono un’alternativa probabile. Tuttavia, il viaggio di Mike Pence [il vicepresidente] in Sud America, con lo scopo essenziale di parlare del Venezuela, dimostra che Washington, se non succede qualcos’altro che concentri la sua attenzione, adotterà nuove misure.

Maduro, quanto a lui, ha voluto approfittare della dichiarazione di Trump per risvegliare un’ondata nazionalista, ma finora ha ottenuto scarsi risultati. I problemi economici e la sua impopolarità lo distanziano troppo dal Fidel Castro degli anni Sessanta [il richiamo agli anni Sessanta allude all’aggressione militare statunitense al nuovo potere cubano, nota come “lo sbarco della Baia dei Porci”, nell’aprile 1961, sventato in due giorni].

Sotto la pressione internazionale, senza il sostegno popolare e senza risorse economiche, Maduro è comunque riuscito a mantenere compatto il blocco governativo. Viceversa, l’opposizione si dimostra oscillante e i suoi seguaci sono prostrati. I punti di questo round sembrano essere suoi. Poi, tutto dipenderà dalla durata dello scontro, o da chi vincerà la partita per knock-out, come sogna da anni ciascuno dei due campi.

(L’articolo è stato pubblicato dalla rivista argentina Nueva Sociedad, settembre 2017, e tradotto in francese da Àlencontre: http://alencontre.org/category/ameriques/amelat/venezuela. La traduzione di Titti Pierini è stata condotta sulla versione francese, controllata sull’originale spagnolo).



[1] Tomás Helmut Straka Medina (25 ottobre 1972), è venezuelano ed è docente di Storia e ricercatore presso la Andrés Bello Catholic University; è autore, tra vari lavori e saggi, di La Voz de los Vencidos (2000), Hechos y gente, Historia contemporánea de Venezuela (2001), Un Reino para este mundo (2006), La épica del desencanto (2009), La república fragmentada. Claves para entender a Venezuela (2015.

[2] (Le note esplicative tra parentesi quadre sono di À l’encontre, da cui riprendiamo l’articolo http://alencontre.org/category/ameriques/amelat/venezuela - Ndt).



Tags: Venezuela  Maduro  Alencontre  

You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Venezuela: il “round” vinto da Maduro