Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Trotskij, Lenin e Celia

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Welcome... Trotskij

di Celia Hart*

 

 

C’è una dimensione che manca nel film tedesco Good By Lenin; lo so perché sono vissuta nella Repubblica democratica tedesca fino a poco prima della caduta del Muro. Quel Muro era crollato ancor prima di essere innalzato. L’immane tragedia costituita dal passaggio al capitalismo nell’Europa dell’Est non è misurabile in base ai pochi anni intercorsi dalla volgare e decadente perestrojka fino a quando abbiamo assistito all’abbattimento improvviso delle statue di Lenin. Non si può dire addio a Lenin quando non gli si è mai dato il benvenuto. Se ne è solo importata un’effigie, emarginandolo, trasformandolo in un sottomesso pagliaccio della burocrazia stalinista.

Il Lenin al quale si è cercato di dire addio in quel film non aveva niente a che fare con quello che ha inaugurato il socialismo nel mondo. Quelle statue erano vuote di contenuto... e temo anche di forma.

Ecco, non lo capiremo finché rimarranno nascosti in tanti posti la vita e il pensiero di Leone Trotsky. Può sembrare risibile, ma l’unico modo in cui possiamo fare ritornare Lenin è quello di capire le ragioni della messa al bando del suo migliore contemporaneo. Non riusciremo a capire che cosa sia successo se non capiremo l’oscuro meccanismo con il quale la casta burocratica sovietica si è appropriata del socialismo, ha tradito l’internazionale e demolito lo slancio rivoluzionario del mondo.

Naturalmente ci resta un’alternativa: scoprirlo integralmente fin dall’inizio, cosa che ci porterebbe via tanto tempo – che è sempre più scarso – e per giunta rifiuteremmo informazioni di prima mano. È come se una nave stesse naufragando e il macchinista spedisse note precise sul come e il perché del naufragio e come se si cercasse di salpare per gli stessi mari e con le stesse intenzioni senza indagare sulle cause della catastrofe, nascondendo come struzzi nella sabbia il messaggio chiuso nella bottiglia.

Condivido il discorso urgente di Hugo Chavez in cui, parafrasando pressappoco Fredrich Engels, presenta la nostra alternativa, in bilico tra il socialismo e gli scarafaggi. Gli scarafaggi, sì, dal momento che la barbarie sarebbe un modo pressoché idilliaco di immaginare i giorni nostri, dopo aver approssimativamente calcolato quante volte potremmo sterminare la vita sul pianeta.

Il XX secolo non ha finito di parlare. Le vicissitudini attraverso cui è passata la prassi rivoluzionaria sono ancora in larga misura nascoste. E se qualcuno può parlarci del XX secolo è appunto Leone Trotsky.

Ernest Mandel lo ha detto molto meglio: «Tra i principali socialisti del XX secolo Trotsky è stato quello che ha più chiaramente individuato le tendenze di fondo dello sviluppo e le principali contraddizioni dell’epoca, ed è stato Trotsky quello che ha formulato nel modo più chiaro un’adeguata strategia di emancipazione per il movimento operaio internazionale».[1]

Abbiamo sì bisogno di Lenin, ma tornerà a noi soltanto se avremo ascoltato quel che Trotsky deve dirci. Entrambi hanno sostenuto la stessa cosa, tranne che Trotsky è sopravvissuto a Lenin ed è riuscito a interpretare nella sua vita e al prezzo della sua morte i poteri di sterminio del socialismo. Sfido in questo momento qualsiasi pensatore che sinceramente pretenda di interpretare la storia a poter fare a meno di ricorrere, incluso per rifiutarle, alle esperienze trotskiste. Chi le elude, chi le mette da parte, non è veramente leninista.

Dicono che, senza Lenin, non esiste un Karl Marx utile; io direi che senza Trotsky non c’è Lenin. Tutti i pensatori marxisti, soprattutto tutti i marxisti veramente rivoluzionari, son imprescindibili per capire Marx, che non possedeva la sfera di cristallo. Egli ha semplicemente impresso una direzione alle idee rivoluzionarie, alla filosofia, perché per la prima volta nella storia noi umani varcassimo il tunnel verso la felicità... globalizzata.

Utilizziamo questa similitudine. Supponiamo che il socialismo sia un tunnel, un sentiero attraverso cui passare, che sia quel mondo che dobbiamo conquistare senza perdere nient’altro che le nostre catene. Ebbene, è stata la Rivoluzione d’Ottobre il primo tentativo di scavare quel tunnel di cui Marx ci aveva parlato. Ma lo stalinismo ci ha piazzato la dinamite dall’interno. Mentre lo si costruiva si sono piazzate le cariche di dinamite per la sua distruzione. Trotsky, allora, è stato l’ingegnere che ha indicato dove stessero gli esplosivi. Non c’è stato verso che lo si ascoltasse, e sappiamo come è andata a finire. Terra bruciata.

Ora, molto poeticamente, si sostiene che il tunnel che costruiremo sarà il socialismo del XXI secolo... Che sia del XXI o del XXXI secolo, il tunnel può essere minato esattamente dalle stesse insufficienze e continueremo a lacrimare in attesa del socialismo del secolo venturo... ormai trasformati, questa volta sì, in scarafaggi.

La possibilità della transizione al socialismo è una scoperta scientifica. Non è un poema, né un modo di dire. Il solo modo che abbiamo per accedervi è attraverso la lotta di classe. Semplicemente questo. Il socialismo del XXI secolo è tale solo perché siamo nel XXI secolo. Affermarlo, è quasi un’ovvietà. La scoperta dell’origine dello sfruttamento capitalistico è una verità scientifica dello stesso valore e della stessa ovvietà del movimento di rotazione della terra intorno al sole. Non ci serve Einstein per spiegarci con la legge della Relatività generale e della geodesia perché si passi dall’estate all’autunno. Newton è più che sufficiente. I risultati sono identici e le matematiche infinitamente più semplici. Non abbiamo bisogno di capire i buchi neri o le teorie di Hawking per mandare in orbita un satellite. Probabilmente, le comunicazioni, l’informatica, ecc. hanno complicato un po’ la realtà del capitalismo moderno, ma la sostanza (“il pollo del riso col pollo”) continua ad essere la stessa di secoli addietro. Non servono gli “economisti quantistici” o la “matematica tensoriale” per spiegarci l’origine dello sfruttamento e il depauperamento del sistema capitalistico al momento attuale.

Il cosiddetto socialismo del XXI secolo equivale a dire che dobbiamo costruire l’aereo del XXI secolo. Ma questo aereo dovrà vincere la gravità, come già quello del XX secolo. Nel XXI secolo, esattamente come da alcune migliaia di milioni di anni, la costante G di gravitazione universale continua ad essere la stessa calcolata da Newton (G = 6,7 x 10-11m3/Kg s2). D’accordo che dobbiamo fabbricare aerei più comodi, rapidi e sicuri, dal momento che le esigenze del XXI secolo non sono le stesse del secolo XX, ma il principio ultimo di un oggetto che debba vincere la gravità è lo stesso. Con un paragone, potremmo dire che il nostro aereo che ha cercato di vincere la gravità nel 1917 ha preso quota e si è schiantato sulla superficie terrestre. Sarebbe meglio, però, che ne ricercassimo le cause prima di tanti discorsi futuristi, dato che per quanti XXI secoli ci siano, G continua ad essere invariato. Dal XIX al XXI secolo le ragioni primigenie dello sfruttamento capitalistico sono le stesse: l’espropriazione del lavoro. Vi è perciò un solo modo per passare “dal regno della necessità al regno della libertà”. Smettiamola di indugiare, perché ogni istante perduto è contro di noi.

L’aereo ci è crollato è adesso crediamo che, per il fatto di disporre di calcolatori, cellulari o Internet, si potrebbe sfidare la gravità senza tenere conto di G. Nossignore! La gravità continuerà ad essere la stessa fino al collasso del pianeta. Ci conviene piuttosto fare in fretta, abbandonare la retorica e assumere una volta per tutte che il nemico è ancora lo stesso. Qualche volta più rozzo e pericoloso, ma lo stesso. Sbrighiamoci, piuttosto, a sapere chi siamo noi.

E allora, perché Leone Trotsky? Non si tratta di ostinata infatuazione per una figura storica, come molti mi accusano. È solo perché quest’uomo possiede parecchie tracce della scatola nera di quell’aereo che intese far decollare la storia.

Sono oggi 65 anni da quando Trotsky fu assassinato nel modo più grottesco. A 65 anni di distanza, quel sangue ancora ci copre. Quell’assassinio avrebbe dovuto bastare a porre fine al diritto del Cremlino di pretendere di monopolizzare e coniare il pensiero socialista, e invece questo ha continuato a farlo, trasformandolo ormai in una statua di sale. Con la medaglia della Stella Rossa a Ramon Mercader, si è celebrata in cerimonie segrete e vili la morte del vero socialismo. Quell’assassinio è stato uno degli atti di terrorismo di Stato più perversi nella storia. In quel 20 agosto si è “suicidato” il glorioso Ottobre del 1917.

Mercader, dopo aver scontato la sua condanna in Messico, è stato a Cuba negli anni Sessanta, gli anni luminosi di Che Guevara... Mi sembra assolutamente impossibile. Non so con chi si sia incontrato, e dove se ne sia andato in giro a Cuba, e ignoro certamente se abbia avuto il coraggio di guardare in faccia i monumenti a Martí o le ceneri di Mella. È morto a Cuba, mi duole ammetterlo, l’uomo che ha avuto in mano, senza rendersene conto, il compito di fare sparire la sinistra delle idee del socialismo...

Naturalmente, il percorso della sopravvivenza ideologica della rivoluzione cubana non ha nulla a che vedere con Mercader, la GPU e lo stalinismo. Al contrario, ciò che ha reso possibile la sopravvivenza della mia rivoluzione è stato, appunto, lo spirito di Leone Trotsky, anche se paradossalmente lo ignoravamo perché è stato occultato nelle pieghe della memoria storica.

La verità è testarda ma si fa strada come l’acqua calma, ma costante e incontenibile. C’è un canale misterioso nella rivoluzione cubana, che nasce con il Partito Rivoluzionario Cubano [di Martí], si fonde con Mella, poi con la parte più radicale del Movimento del 26 Luglio, per culminare in modo sublime in Che Guevara: il canale del risoluto impegno di classe e dell’internazionalismo. Là, silenzioso, misconosciuto e diffamato, procede Leone Trotsky, con sorriso picaresco. Perché per tanti anni hanno impedito a Trotsky di avere un rapporto con la rivoluzione cubana? Non sono mai riuscita a saperlo, perché se c’è stata una rivoluzione radicale e ininterrotta è stata la nostra, e se qualcuno ha fatto appello alle rivoluzioni radicali e permanenti indubbiamente è stato Trotsky. Probabilmente, Martí non si sbagliava quando diceva che «in politica il reale è quello che non si vede». Di Julio Antonio Mella dovremmo parlare parecchio, molto di più in altri momenti, ed analizzarne più a fondo l’operato in Messico. Abbiamo tra l’altro gli ottimi lavori di Olivia Gall[2] e di Alejandro Galvez Cancino[3], in cui si analizza, in modo assolutamente chiaro e puntuale e con un’eccellente mole documentaria, l’attività comunista di Mella in quel periodo. A parte il fatto che Mella si rifaceva a Trotsky dopo il suo ritorno dall’Urss e aveva potuto conoscere gli obiettivi dell’Opposizione di sinistra tramite Andrés Nin (assassinato, tanto per cambiare, dalla GPU nella guerra civile spagnola), e che scriveva a un compagno nel libro La piattaforma dell’Opposizione: «Ad Alberto Martínez , al lo scopo di riarmare il comunismo, Julio Antonio Mella», non è il suo trotskismo dichiarato la cosa che deve interessarci di più. Di maggiore rilevanza sono le sue posizioni radicali in Messico. Di fatto e per la loro coerenza politica «i trotskisti considerano Mella come il promotore della corrente che diede vita successivamente all’Opposizione di sinistra nel PCM (Partito comunista messicano)», stando alla storica Olivia Gall.

E fu Antonio Mella a introdurci nella via del socialismo a Cuba; fu lui a tendere quel bel ponte tra Martí e il bolscevismo che fuse il nostro miglior recente passato con il prossimo futuro del mondo. E checché se ne possa dire, per quanto alcuni vogliano ingabbiarlo in una patetica bandiera patriottica e non lo considerino molto, è questo Mella valoroso, vigoroso, polemico, e nessun altri, il primo comunista cubano.

Lo stalinismo che ci ha contagiato in seguito e che in qualche modo ha esercitato una sua influenza  per alcuni anni sulla rivoluzione socialista non è altro, appunto, che un virus contagioso, indipendentemente dal quale e non senza battaglie l’ideale del socialismo è riuscito a sopravvivere, perché era l’essenza stessa del processo rivoluzionario. I partiti stalinisti non hanno contribuito ideologicamente al nostro processo, né quando cacciarono Mella dal partito, né quando vennero a patti con Machado, né in tante altre occasioni, grazie a Dio.

Vi sono ancora alcuni compagni trotskisti che hanno molte cose da raccontarci, fedeli alla rivoluzione socialista... e grati per essere stati aiutati e ascoltati da un altro marxista conseguente, che figura accanto a Mella sull’emblema dell’Unione dei Giovani comunisti di Cuba: il Che.

Ed è appunto il Che che voglio invitare, appieno e con la sua stella in fronte, a dare questo benvenuto a Leone Trotsky nel sessantacinquesimo anniversario del suo assassinio.

Anche Che Guevara, simbolo del comunismo più radicale, è riuscito ad avvalersi di posizioni trotskiste pur senza conoscere Trotsky.. E, questo, solo perché il vero bagaglio teorico di Trotsky ha la stessa persistenza del valore di G, la costante di gravitazione universale. Il Che è arrivato a molte delle tesi del pensiero di Trotsky per conto proprio, senza mai saperlo... senza che gli permettessero di saperlo.

Vi fornirò un paio di esempi, quelli grazie a cui ho cominciato a scoprire una comunione segreta tra il Che e Trotsky..

Il Che, di tutti i rivoluzionari che sono esistiti, è stato quello che ha capito meglio i principi della rivoluzione permanente... A tal punto che è morto per cercare di sostenere questi suoi principi. Non solo perché è morto traducendo in pratica quelle tesi, ma anche per aver cercato di penetrarne intellettualmente l’essenza.

Essendo l’anniversario dell’assassinio di Trotsky, mi permetto di richiamare i tre aspetti della rivoluzione permanente.

Primo aspetto: «La teoria della rivoluzione permanente, risorta nel 1905, ha dichiarato guerra a queste idee dimostrando come gli obiettivi democratici delle nazioni borghesi arretrate portassero, nella nostra epoca, alla dittatura del proletariato, ponendo all’ordine del giorno gli obiettivi socialisti».

Il Che era categorico al riguardo. Lasciatemelo dire tramite Nestor Kohan: «Egli [il Che] non accetta in nessun momento che in America Latina [e nel mondo, direi] i compiti consistano nel costruire una “rivoluzione nazionale”, “democratica”, “progressista”, o un capitalismo dal volto umano, che rimanda regolarmente all’indomani il socialismo. Sostiene in modo tagliente, molto polemico, che o la rivoluzione è socialista, o è caricatura di rivoluzione, destinata a lungo andare a finire in sconfitta o in tragedia, come è accaduto tante volte».[4]

Si tratta di due posizioni identiche. I paesi sottosviluppati non hanno motivo di aspettare che un inglese o un tedesco decidano di fare la rivoluzione. Trotsky lo diceva nella cosiddetta Conferenza “d’emergenza” della IV Internazionale del maggio 1940: «[...] la prospettiva della rivoluzione permanente non significa in alcun modo che i paesi arretrati debbano aspettare il segnale dai paesi avanzati, né che i popoli coloniali debbano aspettare pazientemente che il proletariato dei centri metropolitani li liberi. Aiutati da solo!».

Il secondo aspetto della teoria caratterizza già la rivoluzione socialista in quanto tale. Lungo una fase di durata indefinita e di una lotta interna costante si vanno trasformando tutti i rapporti sociali. La società subisce un processo di metamorfosi [...]. Tale processo conserva per forza un carattere politico [...]. Le rivoluzioni dell’economia, della tecnica, della scienza, la famiglia [...] si sviluppano in una complessa azione reciproca che non consente alla società di raggiungere un equilibrio».

E il Che ha sostenuto nel Socialismo e l’uomo a Cuba:[5] «Nel periodo della costruzione del socialismo possiamo vedere l’uomo nuovo che sta nascendo. La sua immagine, tuttavia, non è ancora completa, né potrà mai esserlo perché il processo procede parallelamente allo sviluppo di nuove forme economiche». Secondo il Che «il solo riposo dei rivoluzionari è la tomba».

Il terzo aspetto è quello internazionale. Trotsky ha detto: «Questo aspetto della teoria della rivoluzione permanente è inevitabile conseguenza dello stato attuale dell’economia e della struttura sociale dell’umanità. L’internazionalismo non è un principio astratto, ma solo un riflesso teorico e politico della natura mondiale dell’economia [...]. La rivoluzione socialista comincia all’interno dei confini nazionali; ma non può restare entro questi. Il mantenimento di una rivoluzione proletaria nei confini di un regime nazionale non può costituire se non un regime transitorio, pur se prolungato, come dimostra l’esperienza dell’Unione Sovietica. Naturalmente, con l’esistenza di una dittatura del proletariato, le contraddizioni interne ed esterne aumentano parallelamente ai loro sbocchi. Continuando nell’isolamento lo Stato proletario cadrebbe, prima o poi, vittima di tali contraddizioni [...]».

Il Che, parlando dei rivoluzionari, ha affermato: «Se la sua fatica di rivoluzionario si snerva quando si vedono realizzati i compiti più urgenti su scala locale e si dimentica l’internazionalismo proletario, la rivoluzione che dirige cessa di essere una forza propulsiva e si sistema in un comodo letargo, di cui approfittano i nostri avversari inconciliabili, ne approfitta l’imperialismo, che guadagna terreno. L’internazionalismo è un dovere, ma è altresì una necessità rivoluzionaria».

non insisto oltre. Se qualcuno ha lottato per rendere sempre più socialista la rivoluzione cubana è stato il Che. Il Che si è buttato nella costruzione del socialismo in un paese arretrato, approfondendone giorno dopo giorno la natura socialista... per poi abbandonarlo completamente in nome della rivoluzione mondiale. Non conosco nessun altro che abbia fatto lo stesso. Non credo che vi sia stata maggiore fedeltà alle tesi della rivoluzione permanente. Se le condizioni in Bolivia fossero propizie o meno... è argomento di un’analisi diversa e non riguarda la rivoluzione permanente. Se una critica possiamo fargli è di essere stato un rivoluzionario troppo permanente o troppo conseguente.

Un altro aspetto che, con le debite differenze di circostanze, avvicina il pensiero di Trotsky a quello del Che è sicuramente la scelta decisa in favore dell’economia pianificata. Certamente Trotsky ha optato, agli inizi, per la NEP nel giovane Stato sovietico, viste le terribili condizioni del cosiddetto “comunismo di guerra”. Ma quasi fin dall’inizio Trotsky  ha criticato quello stato di cose. Come ci riferisce Deutscher (nel Profeta disarnmato), sostenne che «con il passaggio alla NEP, l’esigenza di pianificare era diventata più urgente [...]. Proprio perché il paese tornava a vivere in un’economia di mercato, si doveva cercare di controllare il mercato e prepararsi ad esercitarne il controllo. Tornò a porre la richiesta del Piano unico, senza il quale era impossibile organizzare la produzione, concentrare le risorse nell’industria pesante e stabilire l’equilibrio tra i diversi settori dell’economia».

Le posizioni del Che in favore del piano e la sua proverbiale avversione per la NEP sono abbastanza note. Di fatto, il Che insisteva che se Lenin ne avesse avuto il tempo ci avrebbe ripensato. E non solo per il piano: il Che si è espresso negli ultimi anni anche sulla democrazia socialista. Ha scritto Michel Löwy: «Sappiamo che negli ultimi due anni della sua vita Ernesto Guevara si è spinto molto in là nella sua presa di distanze rispetto al paradigma sovietico [...] Tra questi documenti troviamo una critica radicale al Manuale di Economia politica dell’Accademia delle Scienze dell’Urss, redatta nel 1966 [...] Uno di questi è molto interessante, perché dimostra che nelle sue ultime riflessioni politiche Guevara si avvicinava all’idea della democrazia socialista»[6].

Questo, dunque, il Che: senza avere studiato a sufficienza Trotsky, coniava le tesi trotskiste più conseguenti. Forse non lo ha mai saputo, ma non importa. Questo semplicemente sta ad indicare che quelle tesi sono vere e, paradossalmente, il pensiero di Trotsky ne ricava ancora maggior forza. Nel 1965 il Che scrive ad Armando Hart mentre era in Tanzania proposito delle sue convinzioni circa lo studio della filosofia marxista, e al VII capoverso gli dice: «e ci dovrebbe essere il tuo amico Trotsky, che è esistito ed ha scritto, a quanto pare».[7]

Potete ben immaginare quanto poco il Che conoscesse del fondatore dell’Armata Rossa. Sembra tuttavia che nell’ultimo anno abbia potuto avvicinarsi alla lettura di Trotsky. Me lo ha confermato Juan Léon Ferrer, un compagno trotskista che lavorava al Ministero dell’Industria. Il Che riceveva tra l’altro il giornale della sua organizzazione ed è stato il Che a tirarlo fuori dal carcere dopo il ritorno dall’Africa. Il compagno Roberto Acosta, poi deceduto, ebbe grande familiarità con Guevara. Stando a Juan Léon Ferrer, durante le raccolte dello zucchero (zafras) discutevano queste questioni. Il compagno sostiene che il Che aveva letto La rivoluzione permanente ed è noto che in Bolivia il Che si portava dietro nel suo sacco di combattente la Storia della Rivoluzione russa.

Potremmo aggiungere tanti altri esempi, dai quali risulta come entrambi questi rivoluzionari esemplari illuminassero lo stesso percorso.

Entrambi hanno diretto un esercito e un nascente Stato socialista in maniera brillante e con successo, assumendo appieno Karl Marx; furono entrambi ideologi rivoluzionari che presero il potere e cercarono di approfondire i rispettivi processi rivoluzionari, restando fedeli l’uno a Lenin e l’altro a Fidel, collocati – questo sì – alla loro sinistra. Per il fatto di rappresentare l’ideale più compiuto dell’internazionalismo e della coerenza rivoluzionaria, entrambi sono stati brutalmente assassinati.

Ernesto Guevara mi ha fatto diventare trotskista. Quando ho avuto accesso a Trotsky, molto tardi per i miei gusti, mi sono resa conto di molte di queste cose... me le aveva già dette fin da piccola il Che. Leggendo le sue prime pagine, ho avuto conferma di ciò che tante volte avevo sentito nei suoi testi: che la rivoluzione non ha niente a che vedere con l’ossessione nazionale; e che per questo nel socialismo non trovano spazio i pronomi “nostro” e “vostro”; che la teoria rivoluzionaria, al pari delle leggi fisiche, ha lo stesso linguaggio universale; che, come ha segnalato Armando Hart in altra epoca: «La nostra lotta non è solo per Cuba, ma per tutti i lavoratori e gli sfruttati del mondo. Le nostre frontiere sono morali. I nostri limiti sono di classe».[8]

Quello che ammiro di più in Trotsky è questo... il modo di esprimersi, la passione che ancora mi suscitano i suoi discorsi. È la stessa cosa che mi ha conquistato di Che Guevara. Per questo milito nelle sue file e in quelle del Che senza tradire nessuno. Entrambi utilizzano con la stessa lampante verità la parola, il fucile, il cuore.

Compagni, diventiamo una buona volta maggiorenni. Troppe sono le ingiustizie dello sfruttamento; troppo grande è l’evidenza dell’unica soluzione; e sono ormai troppi i nostri morti. Leone Trotsky torna a chiamarci alla lotta. Diamogli immediatamente il benvenuto. Suoi anfitrioni sono Che Guevara e i popoli d’America Latina, che invocano il socialismo. Trotsky ha drammaticamente vinto la partita teorica. Armiamo senza indugi, con fiducia, i nostri movimenti rivoluzionari. Trotsky e il Che sono nel nostro partito. Scuotiamo una buona volta l’albero,

 smascherando i nuovi riformisti che impediscono l’avanzata della rivoluzione bolivariana, che è chiamata a costituire la punta di lancia, il primo gradino di una rivoluzione continentale senza precedenti.

Ricordiamoci ancora una volta che il sole, le stelle... e la gravità terrestre sono nostri alleati.

Proletari di tutti i paesi unitevi!

 



* Celia Hart, 41 anni, è figlia di due dirigenti storici della rivoluzione cubana, Armando Hart e Haydée Santamaria. Fisica, scrittrice e membro del PC cubano, si definisce “trotskista sciolta”. Ha pubblicato vari articoli su Trotsky e la rivoluzione permanente (cfr. “Il ‘socialismo in un solo paese’ e la rivoluzione cubana”, in Inprecor, n. 500, dicembre 2004). L’articolo che presentiamo, scritto in occasione del LXV anniversario dell’assassinio di Trotsky ad opera di Ramon Mercader, è apparso originariamente il 26 agosto 2005, sul sito web di Rebelión:

http://www.rebelion.org/noticia.php?id=19360).

[1] E. Mandel, Trotsky als alternative, Verso, Londra, New York,1995, p. 1 (in francese, su Trotsky: E. Mandel, La pensée politique de Léon Trotsky, La Découverte, Parigi, 2003).

[2] O. Gall, Trotsky en Mexico, Coll. Problemas de Mexico, Città del Messico, 1991 (in francese, fondamentale sulla questione è la sua tesi di dottorato, Trotsky et la vie politique dans le Mexique de Cardenas, Università di Grenoble 2, 1986, 669 pagine).

[3] Alejandro Galvez Cancino, “Antonio Mella. Un marxista revolucionario”, in Critica de l’economía política, 1986.

[4] N. Kohan, Ernesto Che Guevara. Otro mundo es posible, Editorial Nuestra América, 2003.

[5] In E. Che Guevara, Scritti scelti, Erre emme edizioni, Roma, 1993.

[6] M. Löwy, Ni calco ni copia: Che Guevara en busqueda de un nuevo socialismo [Ne calco né copia: Che Guevara in cerca di un nuovo socialismo], in Rebelión, 5 agosto 2002 (tr. it. in “Quaderno n. 4” della Fondazione Guevara, Massari editore, Bolsena, 2001).

[7] E. Che Guevara, Lettera ad Armando Hart del 4 dicembre 1965, pubblicata dalla rivista cubana Contracorriente nel 1997. [N. Kohan presenta e analizza in op. cit., nota 5, p. 159, questa lettera, ora pubblicata dopo quarant’anni anche in Italia in: Ernesto Che Guevara, La storia sta per cominciare. Una biografia per immagini, Oscar Mondadori, Milano, 2005].

[8] Armando Hart, “Saluto del CC del PCC al XXIII Congresso del PCUS”, in Política internacional de la Revolución cubana, Editora Política, L’Avana, 1966.