Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Celia, "trotskera"

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La Hart, “trotskera” di professione

Intervista di Manuel Talens a Celia Hart

 

 

 

Dopo un occasionale incontro all’aeroporto dell’Havana, in attesa del suo rientro in Spagna dopo il IV Congresso Internazionale su “Cultura e sviluppo”, Manuel Talens, romanziere, traduttore e giornalista spagnolo, collaboratore del País e, come Celia, di Rebelión, concorda con la Hart di proseguire i contatti via e-mail, e ne nasce l’intervista-documento che proponiamo di seguito ai lettori in traduzione italiana. È stata pubblicata su Rebelión nel marzo 2006.

 

_______________________________

 

 

“Quali sono i diritti degli scrittori e degli artisti rivoluzionari o non rivoluzionari? Dentro la Rivoluzione, tutto. Contro la Rivoluzione, nessun diritto”.

Fidel Castro

 

 

Manuel Talens – Celia, presentati.

Celia Hart – Per prima cosa, ti dirò da dove sono venuta fuori, visto che fino a due anni fa rappresentavo semplicemente due cognomi illustri, che in certe occasioni avrei voluto uccidere, perché Hart e Santamaría [i due noti genitori su Celia: Armando Hart e Haydée Santamaría] divoravano impietosamente la povera Celia che ci stava dentro, pur a fatica.

Sono nata con i primi rumori della rivoluzione cubana, biologicamente, assolutamente figlia di questa. La passione e l’indomabile spirito ribelle di Haydée Santamaría e il talento di Armando Hart per l’attività politica, continuamente nella mischia, sono riusciti ad unirsi soltanto al calore vulcanico di un’autentica rivoluzione, sospinta da figure quali Fidel e il Che. Senza quella rivoluzione, i caratteri dissimili dei miei genitori non avrebbero mai permesso che si unissero tramite l’amore. Ti dico una cosa: con mia sorpresa, in uno dei suoi ultimi libri, Aldabonazo [Bussata alla porta], mio padre confessa che, per quanto riguarda la politica, lui e mia madre “erano come una sola persona”. Conosco bene entrambi. Solo una creazione innamorata e incantevole come la rivoluzione riesce a “disciplinare” (tanto per usare un verbo) una personcina come Yeyé e rendere fragile e legato ai sentimenti un intellettuale di raffinata educazione giuridica come Armando.

Mia madre la si ricorda fondamentalmente per aver partecipato all’assalto alla caserma Moncada con Fidel, e non mi sembra giusto. Pazienza, ma anche al Che si affibbia l’epiteto di Don Chisciotte e dalla battaglia di Santa Clara se ne traslata l’immagine senza scali in Bolivia, e diventa nient’altro che un santino. Tutti dimenticano gli apporti del Che alla prassi marxista e il suo lavoro rivoluzionario e creativo a Cuba. Ma è un altro discorso. La stessa cosa accade per mia madre. È stata un’internazionalista per natura e nella Casa de las Américas [da lei diretta] si raccoglieva tutta la contestazione artistica latinoamericana. Il premio letterario “Casa” è stato uno dei più brillanti quando c’era lei.

Nel suo grembo ho appreso il cammino protetto della felicità, che è assai di più che ricevere tante bambole. La mia è stata un’educazione così eretica, e credo di sapere come mai ho distillato la pazzerella che porto dentro. I valori morali me li hanno inculcati come un riflesso condizionato, non col ragionamento. Ti faccio un esempio: quando avevo cinque anni, mi hanno regalato una bambola che parlava tirandole da dietro un cordoncino. Era un sogno di nome Pablita. Un bel giorno, cerco Pablita e non la trovo. La ragazze che lavoravano in casa e che si curavano di me quando mia madre lavorava piagnucolavano e io non capivo nulla. Chiesi alla mamma e lei mi disse, come se mi stesse spiegando di dove derivi la luce del sole: “una bambina muta è passata di qua e ho pensato che ti avrebbe fatto piacere regalarle la bambola”. Non riuscivo a crederci, cominciai a urlare, considerando la cosa un’ingiustizia e i miei pochi anni non mi bastavano per esprimere coerentemente la mia angustia. Lei mi guardò con quell’espressione che più tardi ho imparato ad apprezzare e, senza alzare la voce né allarmarsi per la mia disperazione, mi disse: “Vedi? Tu riesci ad urlare, a protestare. Lei no. Pablita è in ottime mani. Tu ci parli con le tue bambole, mentre lei non può farlo. Allora, deve essere la bambola a parlarle”.

Questo tipo di ragionamenti, che ha continuato a ripetermi in seguito, ora li considero giusti, a venti anni dalla sua morte. A volte mi sembra che mia madre mi abbia impartito un’educazione a lungo termine, che mi durasse per tutta la vita, o qualcosa del genere. Di aneddoti del genere potrei raccontartene a migliaia, ma non è il caso.

Da quella formazione, ciò che sono riuscita a ricavare è un disprezzo quasi insano per le cose materiali. Arrivo agli stessi estremi. Non mi interessano vecchi ricordi, né fotografie o altro. È come se la direzione della mia vita non avesse marcia indietro. Tuttavia, non mi disperdo più.

Così è cresciuta quella bimba che si è innamorata di Martí fino a farne una malattia. E la rivoluzione ha costituito il grande mistero entro cui ho intuito che si sarebbe svolta la mia esistenza.

Da parte sua, mio padre mi suggeriva testi di marxismo e io discutevo di politica solo con lui. A mia madre piaceva ascoltarci, ma in genere, quando c’ero io, non partecipava. Di più, la vicenda della caserma Moncada e il resto l’ho letto nei libri, a lei non piaceva parlarmi del suo passato.

Sono sempre stata una buona studentessa e, quando è arrivato il momento di scegliere la mia carriera, per qualche ben strana ragione, ho deciso di studiare Fisica. La filosofia è sempre stata una della mie passioni, ma la Fisica studia i fenomeni più generali della natura e mi affascinava l’idea di capirli. Protestarono tutti, tranne mia madre, che mi disse, esattamente un mese prima di suicidarsi: “Fallo, figlia, forse è una delle poche cose che non riusciresti a fare da sola”. La gente si stupì. Tutti erano convinti che mi sarei dedicata alla politica o alla letteratura.

Quella è stata una delle decisioni più convinte della mia vita. Ho studiato Fisica con la stessa passione con cui leggevo Martí, per giunta mi selezionarono per completare i miei studi in Germania dove, ben lontana dai miei cognomi, ho cominciato a riconoscermi come Celia e ho preso ad appassionarmi all’Universo, che di sicuro è più facile da capire di quel che non immaginiamo: basta tradurre il linguaggio matematico in quello dell’amore e tutti gli esseri umani capirebbero e rimarrebbero attoniti per lo stupore di fronte alla verità rivoluzionaria ed audace della creazione, semplicemente disegnata da leggi, e non da un qualsiasi presunto creatore.

Un mese dopo quella decisione, nel 1980, durante un’estate tremenda, nota come “quella di Mariel”, centinaia di migliaia di compatrioti hanno abbandonato Cuba.

La stanza di mia madre, dove all’epoca dormivo dopo la sua rottura con mio padre di due anni prima, aveva un’enorme vetrata che dava sul mare. Da quella guardavamo entrambe le piccole imbarcazioni che abbandonavano la rivoluzione cubana. Mia madre quasi non pronunciava parola. I suoi enormi occhi verdi erano iniettati di rosso, ma senza che le uscisse una sola lacrima. Ne intuivo la tristezza, che le arrivava fino ai capelli. Nessun commento od analisi.

Si mise a cucire un mio abito, che logicamente rimase inconcluso.

Una sera di quel mese di luglio stavo facendo il bagno e la vidi entrare. Mi guardò come mai, era molto incurvata e anche molto esile. Quello sguardo è tra le poche cose che oggi potrei dipingere se fossi pittrice: era verde olivo, come la sua divisa di battaglia, e di un’intensità da fare spavento. Per lunghi secondi non lo distolse da me, riuscì a farmi ammutolire. Immaginavo che le stesse succedendo qualcosa. Pochi istanti dopo, arrivò mio fratello Abel e mi disse: “mamma si è sparata un colpo”. Per qualche ragione, non ne fui troppo sorpresa. Mi sedetti sul letto, cercando di capire, perché non gli ero stata accanto bagnata e tutto. Oggi credo di aver fatto quello che era giusto fare. Voleva andarsene, ed è una decisione da rispettare, come qualsiasi altra. Poco dopo, andai nella stanza dall’enorme vetrata. Il sangue arrivava a terra e c’erano un’infinità di carte, cui non avevo mai avuto accesso, inzuppate e sparse a terra. L’avevano portata ancora viva all’ospedale, ma sapevo che era la fine. E così fu. Poi, la mia casa si riempì di centinaia di persone che mi stordivano con le loro attenzioni e che mi dicevano “tesoro”, senza che né io né mio fratello Abel potessimo star soli un secondo né potessimo renderci conto della tragedia di essere rimasti come pianeti senza orbita al collasso del sole.

Ci trasferirono subito, né sono più tornata a vedere la casa della mia infanzia, le palme da cocco di mia madre e, soprattutto, quell’enorme vetrata da dove i primi balseros affondarono in mare ciò che restava della vita di quell’inedita donna che resta ancora l’essere umano più bello che abbia mai potuto conoscere.

In Germania, come ti dicevo, è cominciata una nuova fase. Sono entrata in tutte le organizzazioni politiche internazionali che potessero esserci. All’Ambasciata, agli inizi, non lo permettevano, ma abbiamo fatto un putiferio finché non ce lo hanno concesso.

Ai giovani tedeschi la politica non interessava e passavano tutto il santo giorno rimpiangendo il cioccolato della Germania Occidentale.

I funzionari tedeschi che ci hanno mandato nella DDR dicevano che Cuba sarebbe diventata così trent’anni dopo. Ma loro non avevano sangue nelle vene! Saltavano dal calcio alla musica di Bach, scavalcando qualsiasi accenno alla politica o al passato.

Ho conosciuto il razzismo. La mie pelle è spaventosamente bianca e lo era ancora di più con il freddo. Nei ristoranti economici che frequentavo mi facevano presente che non ci dovevo andare con i miei compagni più scuri. Lo dicevano vecchierelli che sembravano persone per bene. La burocrazia era padrona dell’università, dei dormitori, di tutto. Parlare di politica era di cattivo gusto “visto che eravamo andati là a studiare Fisica”. A poco a poco ho cominciato a fare l’indiano. Il tumulto degli avvenimenti alla mia partenza era così intenso che non riuscivo a capire di preciso se a Cuba fosse la stessa cosa ma, a sentirmi dire che Cuba sarebbe diventata così nel giro di qualche decennio, mi ero spaventata. Non potevo accettare che quel socialismo della Germania Est costituisse umanamente un’alternativa per costruire la felicità.

All’epoca, i testi di marxismo che studiavamo erano manuali distorti e stomachevoli. Niente di tutto quello aveva a che vedere con le letture fatte con mio padre, con le cose che mi leggeva da ragazzina. Ricordo che, se cercavo di utilizzare la Critica al Programma di Gotha di Marx, mi dicevano tranquillamente che sarei stata un fisico, che non esagerassi. Qualcosa come la Bibbia, che deve essere solo in latino. In certo senso, era corretto. Il rigore dei miei corsi assorbiva tutte le mie energie. Anche così, mi dichiarai pubblicamente contro quel tipo di Stati socialisti. Non rappresentavano, per me, alcuna alternativa degna di essere vissuta e, con incredibile tranquillità, divenni una fanatica dei pensatori dell’illuminismo, e una devota della Rivoluzione francese e della Comune.

Arrivai a chiedermi se Lenin avesse calcolato bene l’Ottobre del 1917. Per qualche ragione, lo spettacolo delle barche che partivano visto dalla finestra di mia madre qualche ora prima della sua morte si mescolava, con tante lacrime, a quelle riflessioni. La fisica mi ha aiutato a fare i conti e mi ha abituata a una semplice logica aristotelica. Non riconoscevo il Che nella società tedesca orientale, non vi vedevo la passione di mia madre. Quell’anno sono tornata a Cuba e, nonostante la mia ammirazione per Fidel e per il passato della mia famiglia, in una crisi completa di fiducia, ho comunicato a mio padre che i miei dubbi vertevano sull’equilibrio tra giustizia sociale e libertà individuale, che non volevo giustizia senza libertà e viceversa, che prendere il potere era un mezzo per lasciarlo, come ha fatto il Che, mentre quello che vedevo nella DDR e, in certa misura, anche a Cuba, era uno Stato sempre più forte. Non capivo quello che Gorbacev faceva, dalla sera al mattino. Ero in uno stato di confusione totale e mi si era stravolto il concetto di rivoluzione, di quando cominciasse e quando finisse.

Pioveva. Avevo appena visto un film ucraino intitolato Arrepentimiento (Pentimento) che parlava di Stalin. Aspettavo mio padre, inzuppata di lacrime e vodka. Nella mia mente si succedevano l’una dopo l’altra frasi di Martí che conoscevo a memoria, il Che e Haydée. Intuivo un grosso inganno e mio padre, vedendomi così confusa e disperata, tirò fuori da un vecchio armadio tre libri e, pur esitando, me li mise davanti. Quei libri e mio padre, in quella sera piovosa, salvarono la mia anima lacerata per porla al servizio della rivoluzione.

Manuel Talens – Non lasciarmi l’acquolina in bocca, dimmi subito di che libri si trattava.

Celia Hart – Erano i libri di Isaac Deutscher: Il profeta disarmato, Stalin e La rivoluzione incompiuta. Sono libri abbastanza superficiali (letteralmente: bien comerciales), ma li ho divorati come se stessi leggendo la soluzione di un mistero: il socialismo aveva un volto diverso, un altro modo di realizzarsi. Eravamo stati sottoposti a un inganno sistematico. Per me, quei libri sono stati come i cosiddetti “libretti rosa”. Piangevo dalla felicità e dalla passione. E come succede nei romanzi d’appendice, i cattivi erano quelli odiati: Stalin aveva patteggiato con Hitler, era un assassino e non era affatto quello che aveva vinto la guerra. Tutto era ritornato a posto e mi sono chiesta allora perché non avessi mai letto che il Che o Fidel, o il mio stesso Partito, avessero richiamato quegli eventi. Ah! Sento ancora l’odore della carta di quell’edizione messicana di “Era”, del 1968. I suoi fogli rugosi e le frasi appassionate del vecchio Leone. Tutto era verità. E mi sono sentita di nuovo leninista, perché senza Leone Trotsky non c’è Lenin che valga la pena di ricordare. È tornato a me il buon Lenin con la sua mano alzata, quelle foto scolorite da cui ci hanno tolto Trotsky.

Vaticinai che la DDR sarebbe crollata come un castello di carte. L’ho detto tante volte, lo ripetevo fino alla nausea. Ma niente! Credo di aver sofferto di qualcosa come la maledizione di Cassandra: “Niente affatto Celia”, mi dicevano, “la forza economica della DDR le impedirà di crollare”. “No”, gridavo io, “il socialismo è un tipo di società che assume la volontà e la coscienza come premessa. Se 2+2 fa 4, se quella gente pensa solo al calcio e al cioccolato occidentale, se le persone non tornano ad essere complici innamorati della società che costruiscono, non credo che possa durare”. Ricordo che parlavo molto di questo con un buon amico, molto vicino a mio zio Aldo Santamaría, una persona che oggi mi manca molto. Dopo la caduta del Muro, a quell’amico piaceva dire che ero un’indovina. Non lo ero, ovviamente, mi limitavo ad applicare le leggi della Fisica: se la pressione al centro di una depressione tropicale diminuisce e le acque del mare sono molto calde, aspettatevi un uragano. Anche così, e per quanto a molti non piaccia quel che dico, Trotsky mi ha restituito la sostanza del socialismo, associandolo alla libertà, alla cultura e alle polemiche.

Manuel Talens – E come si sente una donna “trotskofila” (letteralmente: trotskera) in una società socialista come quella cubana, dove la figura di Trotsky non rientra fra le icone ufficiali? Rispondimi, però, non solo come “trotskofila”, ma anche come donna, perché non mi sfugge che il machismo, per quanti sforzi si siano potuti fare negli ultimi quarantacinque anni, non è ancora scomparso dall’isola e un discorso come il tuo non solo corre il rischio di essere minoritario pur difendendo a fondo la rivoluzione, ma anche di subire la consueta cancellazione del sesso femminile nelle decisioni importanti.

Celia Hart – Certo. E non solo ora, né solo per il fatto di essere donna. Da giovane sono stata fin troppo femminista. Mi affascina il mio genere, perché mi affascinano gli uomini, la loro ingenuità, il loro modo di innamorarsi di ogni gonna ben indossata e, a volte (se non ti offendi), la loro semplicioneria. Sono sempre stata una ragazza cui piacevano le famose specificità “machistas”, come i fiori o la musica un po’ pacchiana e romantica. Di fatto, quando ho voluto studiare Fisica nessuno mi ha preso sul serio. Tutti davano per scontato che avrei studiato lettere o arte o qualcosa del genere perché amavo scrivere e per il mio carattere infantile. La mia è stata una risposta definitiva: “Mi sono innamorata del professore di Fisica del liceo e quello che ci raccontava della natura sono poemi d’amore”. Sembravo ancora più stupida, specie perché proprio in quel mese si è suicidata mia madre. La causa ultima, a parte l’amore per il mio professore che, sia detto di passata, non se ne è mai accorto e mai gli sarebbe interessata quella ragazzina così bruttina dagli occhi strabici, è stata il voler capire come e per quale ragione si muova il mondo. Nessuno pensava che avrei ottenuto l’accesso a una facoltà così “mascolina”. Non solo ce l’ho fatta, ma sono rimasti tutti senza fiato quando ho deciso di andarmene con altri nove ragazzi in Germania a proseguire gli studi. Ma nessuno mi prendeva sul serio. Sono stata la prima ragazza non tedesca che si sia laureata in Fisica in quella università, in 300 anni. Ma continuavano a non prendermi sul serio. Restavo sempre la figlia di papà, un po’ rimbambita per la morte della madre. Credo mi ci fossi abituata. E adesso che ho deciso di dedicarmi a scrivere e a promuovere le idee del socialismo, le uniche che possano conquistare, perché conquistano me come le lezioni di Fisica di quel professore ormai perduto, continuano a non prendermi sul serio.

E questo perché si suppone che il femminismo sia fatto per donne che assumono i ruoli maschili, e io ti confesso che è tanto ciò che amo negli uomini – al punto che mi addolora la loro condizione di inferiorità per non potersi avvicinare alla natura come noi al momento del parto – che credo di essere mezzo maschilista. Per sostenere le idee di Trotsky, non rinuncio neanche per un istante alla mia femminilità. Ma sono precisamente quel tipo di donna che non è “femminista”. Ho imparato a provare pietà per gli uomini perché sono come i bambini, e gli consento di continuare… a non prendermi sul serio. Il mio discorso è più che minoritario, ma non importa, a molti giovani e studenti appare attraente e originale. Mi fanno domande, e mi basta.

Ora, a Cuba non sanno bene a che punto sono. Tanti amici – compreso mio padre – mi chiedono di lasciare stare Trotsky, essendoci personaggi migliori da passare in rassegna. È bizzarro, come se si trattasse di una scatola di pastelli e l’azzurro fosse meglio del verde, ecc. Sono andata controcorrente, come il salmone, e non voglio essere sardina e, come mi dice un caro amico, finire  in lattina. Perciò non rinuncio né alla Fisica né alle idee comuniste, che credo vere, e tantomeno agli uomini. Morirò senza che nessuno mi prenda sul serio… tranne la felicità, che invece lo fa. Io è lei siamo le alleate migliori.

Manuel Talens – Fatta questa dichiarazione di principio, dimmi in che cosa, secondo te, il trotskismo potrebbe migliorare le acquisizioni della Rivoluzione cubana, o che aiuto potrebbe offrire all’incipiente Rivoluzione bolivariana del Venezuela. Il punto è, infatti, che le rivoluzioni siano le più perfette possibili, non di appioppare loro aggettivi, per quanto onorevoli. E non dimenticare di soffermarti un po’ sulla ragione per cui voi “trotskofili” siete una specie di rara avis nel progressismo globale, minoritari sia a Cuba sia in tutte le democrazie borghesi che subiamo in Occidente.

Celia Hart – Il trotskismo è stato presente nella rivoluzione. Ne ho parlato un po’ in un paio di miei articoli. Ma lo ha fatto in maniera clandestina, silenziosa. Come la luce diffusa del tramonto. Come quel bagliore che è solo un istante, che entra senza chiedere permesso nelle nostre pupille. Il mio caso specifico, ad esempio, è quello di una che non lo conosceva fino a qualche anno fa. Se ero legata a Martí e al Che e seguace di Fidel, come mai sono “trotskofila”? Semplicemente perché aspiro ad essere rivoluzionaria. Ad insegnarmi ad essere rivoluzionaria è stata mia madre, che non conosceva Trotsky, neppure la sua fotografia. Ma non ce n’era bisogno, nessuno insegna a una rosa ad essere bella, né alle onde del mare ad essere permanenti. La ragione è questa. C’è una storia di fondo in questa luminosa rivoluzione, che la converte in speranza. Lo stalinismo ha solo fatto sì che trovassimo più petrolio, ma meno cuore. Ora siamo liberi da questo. Evviva!, ma non siamo liberati dal pericolo. A Cuba Lenin non è ancora morto. Adesso che la verità del socialismo è chiara; che Trotsky ha avuto altrettanta ragione di Einstein nel 1919 quando nessuno credeva nella teoria della relatività e si è dovuta aspettare un’eclisse per misurare il perielio di Mercurio, l’URSS e l’intero campo “socialista” sono dovuti crollare per dare ragione al Vecchio, che magari in tante altre cose si è sbagliato, ma non in questa. Il misterioso canale Martí-Mella-26 luglio-Che è protetto da un socialismo non stalinista.

La questione, adesso, è che non abbiamo il diritto di procedere facendo appello soltanto agli eroi perché continuino a salvare la nostra storia. La rivoluzione cubana può assumere l’eredità trotskista senza che la si tacci di opportunista. E dobbiamo farlo subito, consapevolmente. Lo dobbiamo ai nostri giovani, come tante altre eredità. E, bada bene, sostengo Trotsky perché è il grande dimenticato, non perché creda che sia il solo che serva, ma perché, per ragioni che non riesco a capire, non lo si menziona come Gramsci o Mariátegui, o anche pensatori precedenti. Deve esserci un qualche fenomeno freudiano, visto che non vi è un solo motivo logico per non farlo. Forse è perché il suo assassinio, a differenza di tanti altri, lo ha commesso uno “Stato socialista”, anche se non ne siamo certi. Nello stesso senso vanno le versioni dell’assassinio di Antonio Mella: Vidali o Contreras, o come altro si chiamava, se non lo ha assassinato, avrebbe sicuramente potuto farlo. E quel tal Codovilla? (Vidali o Contreras era l’italiano Vittorio Vidali, che fu sospettato per la morte di Mella, Codovilla il segretario del partito comunista argentino. NdR) Anche lo stalinismo ha avuto la sua colpa nella morte del mio Che. Questo, Manuel, andrà indagato, perché se il capitalismo ha avuto un buon alleato è stato lo stalinismo. Tra l’altro, spaventa pensare alle centinaia di milioni di persone che sono riusciti ad ingannare. Per questo lo odio tanto. Ha ingannato più gente di Hitler, e non in nome del nazifascismo, ma in nome della bandiera rossa del proletariato.

Per il mio paese, per la mia rivoluzione, riprendere, studiare l’opera di Leone Trotsky sarebbe una buona cosa. Insisto che la passione è la strada perfetta per essere rivoluzionari, non vi è maniera più efficace, non certo “le ore-passate sulle natiche a leggere libri”. Se si legge mentre si lotta, come faceva il Che, si legge molto meglio. Io dico anche che essere rivoluzionario è il modo più economico di essere felice e mantenersi giovani. Ma i nostri giovani non si conquistano unicamente con la sanità, l’istruzione, la sicurezza, che è solo una parte. Dobbiamo farli innamorare della rivoluzione e convincerli che il mondo dipende da loro! Per questo sono felice che vadano a vedere la giovane rivoluzione venezuelana.

C’è un bellissimo duo popolare di giovani cantanti cubani che si chiama Buena Fe e una delle loro canzoni, molto ascoltata dai giovani, “Todos nacimos ángeles” (Siamo tutti nati angeli), contiene un paio di versi che ti ripeto perché è esattamente ciò che i giovani devono sentire: “Se il cielo ti dà limoni, spartiscimi i semi, poi a vendere limonata… e a piangere … alla Cappella”. Dobbiamo offrirgli semi, e Trotsky ha questo, lo spirito contestatario, di opposizione, a partire dalla stessa rivoluzione. La teoria della rivoluzione permanente è basilare, e le sue teorie sullo sviluppo disuguale e combinato, un gioiello. Ma non è stato questo a farmi innamorare di quest’uomo (come vedi, mi innamoro facilmente). Ti ripeto un grido del Vecchio che mi ha conquistato più di ogni altra cosa e che mi ha riaperto il cuore: nella sua polemica con la cosiddetta “vecchia guardia bolscevica”, ormai burocratizzata, Trotsky ha lanciato questo grido di guerra, che mi piacerebbe giungesse a tutti i giovani:

“Via l’ubbidienza passiva, il livellamento automatico da parte della burocrazia, la soppressione della personalità, il servilismo e l’arbitrio! Un bolscevico non è semplicemente un uomo disciplinato: è un uomo che in ogni momento e in ogni situazione si forgia una salda opinione personale e la sostiene con coraggio e intelligenza, non solo contro i nemici, ma all’interno del suo stesso Partito. Forse oggi si troverà in minoranza… si sottometterà…ma non sempre questo significa che si stia sbagliando. È possibile che abbia scorto o compreso un nuovo compito o la necessità di una svolta prima degli altri. Porrà insistentemente il problema una seconda, una terza, e una decima volta, se fosse necessario. Nel farlo, renderà al suo partito un servizio che lo aiuterà ad affrontare perfettamente armato il nuovo compito, o gli consentirà una svolta senza sconvolgimenti organici e senza convulsioni settarie”.

Ed è questo, e solo questo, l’unico modo in cui concepisco una società migliore. Sono una “dipendente dalla verità”. Non è una virtù, è un vero e proprio difetto. Anche mio padre mi dice che non servirà mai per “fare politica” e credo che abbia ragione. In Martí c’è una frase molto simile al brano del Vecchio che ho appena citato; nella Etad de Oro (Età d’oro) ha detto: “Voglio che i bambini dicano quel che pensano e che lo dicano bene, che siano uomini eloquenti e sinceri”.

Nel medesimo spirito, ti dico che i nostri giovani sono affascinati dalla rivoluzione. Ho sostenuto più volte che i giovani sono rivoluzionari di per sé. Dobbiamo dire loro che non bastano né disciplina né discrezione. Che debbono ribaltare verso la rivoluzione tutta questa energia ormonale. I giovani che non diventano rivoluzionari così, diventano opportunisti per dare la scalata alle posizioni o, nel peggiore dei casi… si allontanano dalla rivoluzione, come hanno fatto quei balseros che mia madre scorgeva dalla sua finestra.

Trotsky l’abbiamo dentro, è fratello gemello del Che, non vi è posto al mondo dove il vecchio Leone possa avere asilo migliore. E, come lui, Rosa e tutto il resto. Fatto sta, però, che non si vuole parlare di Trotsky qui a Cuba, con cui invece ha molto a che vedere. La rivoluzione cubana è una delle più veterane della storia e abbiamo la maturità per accogliere parecchie cose. Qui si parla di pensatori precedenti, si invita a pranzo persino il Vescovo Espada. Perché non Trotsky? Mai, Manuel, mai hanno voluto rispondermi e ti giuro che ho chiesto dappertutto.

Con la giovane rivoluzione bolivariana la cosa è ancora più importante. Questa rivoluzione è stata “il nostro figlio della vecchiaia”. Mentre il neoliberismo in auge ci accusava di impotenza sessuale… ci è nata una rivoluzione-figlia rigogliosa, popolare e radicata nel suo popolo. Chávez non è un leader dello stile di Fidel, di Lenin, di Mao o di tanti altri grandi uomini. È una brava persona che ha deciso di seguire Bolívar fin da giovane e che ha preso seriamente a cuore i Vangeli. Nient’altro che questo; canta, scherza, approfitta in modo inedito del fatto di dirigere una rivoluzione. La nostra responsabilità che essa ci vada a finir bene fin dall’inizio è cruciale per il movimento rivoluzionario. Non sa che cosa sia il sistema stalinista moscovita e non deve ringraziare nessuno. Per la prima volta nella storia sento che sta cominciando una rivoluzione senza sforzi, come un parto non assistito da medici. Chávez ha una personalità soggiogante, perché per la prima volta tutti lo riconoscono come un uomo in carne ed ossa, se lo immaginano mentre si abbottona le sue camicie; sbaglia, chiede scusa, prende in giro chi vuole e, per la prima volta un figlio del popolo è il presidente più amato di ogni altro posto. Guarda, sono una fan di Chávez e ho scritto tante cose sulle sue peripezie di ogni genere. Ma mi è successo qualcosa quando sono stata in Venezuela al II Incontro di Solidarietà per il 14 aprile. Il Venezuela è Chávez! È un’unica cosa. Certo, non parlo di Altamira, ecc., ma il popolo venezuelano parla della rivoluzione come se parlasse del piatto di fagioli che si mangerà a cena. Chávez è soltanto il portatore. È una rivoluzione che cerca insieme al suo capo. È arrivato a parlare di socialismo per default. Aspira ad assolvere i mandati di Bolívar in questo secolo, e ad essere cristiano. Questa volta, senza la rivoluzione socialista non potrà farlo e lo sta intuendo. Inoltre, ha quello che noi non abbiamo mai avuto, risorse economiche, e può darsi da fare per realizzare i “miracoli” delle sue “missioni”, restituire la vista ai ciechi e far camminare i paralitici. Questo, per un verso. Per altro verso, c’è il suo latinoamericanismo come grande Patria. Si sente colombiano, ecuadoriano, boliviano e credo che, per la prima volta nella storia, dovrà formarsi un vero partito che lo sostenga, perché né quello della V Repubblica né i partiti di sinistra tradizionali del paese possono seguire la spinta di un popolo che sta chiamando a farsi (se non sono chiacchiere, come diciamo noi cubani), ad essere l’avanguardia mondiale della rivoluzione. Il popolo venezuelano non ha chiesto ad alcun classico che fare per recuperare il suo presidente nell’aprile 2002, né al momento dello sciopero petrolifero. Parlano di controllo operaio della produzione, di cogestione, di socialismo come se fosse più naturale dell’immondizia delle strade di Caracas (che, detto di passata, è spaventosa). Il partito di cui hanno bisogno Chávez e la sua magnifica squadra è per la prima volta un partito continentale.

Tutto questo, amico mio, non può essere più vicino a Trotsky. Ed è importante che sul cammino del socialismo non tornino a smarrirsi nella burocrazia… perché c’è! È un virus che si contrae nel fare la rivoluzione, dobbiamo essere costantemente vaccinati.

La neonata rivoluzione ci ha aperto a tutte le speranze e occorrerà aiutarla a crescere, ma lasciando che vada gattoni, che ogni tanto si rompa la testa, che le spuntino i primi denti.

Non credo che vi sia ricompensa maggiore, per quanti sogniamo la rivoluzione, del Venezuela. Chiaramente, non è la realizzazione di un mandato divino, ma lì abbiamo un nuovo inizio. Quello che ti ho detto: spingere perché arrivi un nuovo Ottobre e si esca dall’eterno Febbraio, che sta diventando un po’ lungo, e inoltre spalancare le porte d’America a Bolívar. Non potrà esservi un’altra Grande Colombia questa volta se non sarà socialista. Il vecchio Leone è lì un’altra volta insieme a tutti gli altri, in un immenso tribunale di buoni defunti che si affrettano a riemergere dai vecchi libri.

 

Sono rara avis i trotskisti… ma noi “trotskofili” sempre di più. A mio giudizio (insufficiente e disinformato), quel che sono riuscita a conoscere delle poche organizzazioni trotskiste cui ho potuto partecipare, è questo: 1) che dovrebbero avere un riconoscimento da parte di tutta la sinistra, perché sono state quelle che hanno retto l’ombrello contro lo stalinismo per tanti anni, sopportandone le conseguenze; 2) che la rivalità (non molta, secondo me) tra mandelisti, posadisti, morenisti, spartachisti, i miei compagni del Militant e tutti i vari gruppi, hanno vari aspetti. Per prima cosa, tutti, in buona fede, hanno inteso mantenere la purezza del Vecchio e, in secondo luogo, credono di essere gli unici a farlo. Le differenze ideologiche (quelle che indicano a me!!!) sono niente. Alcuni a volte mi dicono: “Guarda, quel gruppo ha parlato male della Rivoluzione cubana, o del Che, o ha sbagliato in questa o quell’altra occasione storica”.  Torno a richiamarmi ai metodi della Fisica. Amo visceralmente la mia rivoluzione e ammiro Fidel, nonostante in certe occasioni non sia d’accordo con lui. Ma le differenze non sono insormontabili. Perché tutti aspirano, in forma più teorica o più militante, ad abbattere il sistema capitalista  e, per quanto si affannino, non riescono a spiegare le loro differenze. Certo, non conosco molte organizzazioni, ma è un fattore comune. E Cuba, caro compagno, non è indifferente per nessuno, perché insieme al Venezuela è l’unico paese che “mostra coraggio” contro il nemico; 3) per l’ostracismo subito, sono molto chiusi tra loro e vedono nemici ovunque. Ho discusso con vari gruppi e siamo giunti a concordare su una serie di punti. Non mi offende se mi criticano il Che (che è una delle mie immagini ricorrenti), perché è come criticare le macchie solari. È così facile sostenerne la coerenza rivoluzionaria, comprese le sue posizioni trotskoidi (senza saperlo)!, che dopo lunghe discussioni siamo tutti sorridenti e facciamo progetti comuni; 4) infine, cosa che è davvero conclusiva, non conosco un solo militante trotskista che non sia un perfetto rivoluzionario, con intenzioni serie e una grande integrità personale. Questo ha attirato la mia attenzione.  Possono sbagliare o meno, perché su questo sono ancora molto ignorante, ma sono tutte persone di grande valore che fanno la scelta di un progetto redentore anche contro le proprie personali esigenze. Questo mi entusiasma e, più li conosco, più li ammiro. So che c’è chi ci chiama bonapartisti o non so come altro ancora, ma se parli con loro, polemizzi, arrivi alla conclusione che sono migliori di tanti compagni che ho avuto nel mio stesso Partito a Cuba. Non si organizzano per altra ragione che per motivazioni politiche e per quello che io definisco “vivere ben al di là delle nostre camicie”.

Per tutto questo sono trotskofila e non trotskista. In primo luogo per rispetto nei loro confronti, perché mentre io procedevo pensando a qualsiasi scemenza, loro affrontavano cose serie contro i due nemici fondamentali, l’imperialismo e lo stalinismo, e poi perché non arrivo neanche al 10% della loro cultura politica. In secondo luogo, perché ho ancora paura di militare in queste organizzazioni, non avendo la loro integrità, ma ho collaborato con tutte e mi impegno con tutte fino al midollo.

Manuel Talens – Riprendendo il tema del machismo e prima che me ne dimentichi, in uno dei sette DVD sulla rivoluzione cubana edito dall’ICAIC lo scorso anno – Una isla en la corriente (Un’isola nella corrente) – , una delle ex bambine dell’operazione Peter Pan, che ora vive negli Stati Uniti, dà a Fidel del “macho, contromacho e padre di tutti”. Che cosa risponderesti a un’aggressione verbale così diretta? Approfitta dell’occasione e parlami francamente di Fidel, visto che per l’appartenenza familiare hai avuto più di chiunque della tua cerchia accesso a lui. Non parlarmi del mito, però, perché lo conosco a memoria, ma di come lo percepisci dalla tua condizione di donna, della quale nel tuo paese non si accorgono neppure.

Celia Hart – Sì, quello è stato un attacco molto diretto nel film e sicuramente con intenzioni non buone, anche se non è male: Fidel è un “maschio”. E spero che non sia un’offesa. Ricordo che in questo mondo tutto sembra girare intorno alle definizioni. Io, per esempio, mi sento donna. Sono stati tanti gli imbottigliamenti della nostra specie che ci spaventiamo di fronte a queste parole. Uomo, donna. Anche ai gay, tra i quali conto amici veri, dico di non spaventarsi di fronte alle parole uomo o donna. Lezama Lima, secondo me, è “uomo” d’anima. E, credimi, io sono una di quelle donne che hanno fiuto. Quello che ci distingue dagli animali è questo: saper fiutare. Esistono quelli che non sono niente… La corruzione di questa civiltà, l’anorgasmia spirituale in cui viviamo e di cui siamo tutti colpevoli, ci trasforma in NIENTE, né maschi né femmine, né gay, né rinoceronti, né api.

Sì, Fidel è un “maschio”. Non solo intimamente… lo è anche esternamente. Dopo essere diventata una donna adulta l’ho visto da vicino poche volte, ma ti ho già detto che so fiutare.

È di un verde intenso. Credo che il verde gli si sia attaccato alla pelle. E il verde mi sconvolge l’anima proiettandosi inevitabilmente in tutti i miei sensi. Il suo berretto, Manuel è penetrante, la visiera gli entra dentro quando dice qualcosa che ritiene fondamentale. Certo che è un macho! Chi di noi è donna, di culo o di cuore, gli uomini e le donne per legge, se sono sinceri, dovranno riconoscere in Fidel “un capo riproduttore”. È il capo riproduttore di buoni puledri e puledre.

Non sono sessista, ma i capi di razza esistono, maschi o femmine che siano (l’ape regina è la riproduttrice del favo).

Le mani di Fidel mi soggiogano. Le muove come se fosse un ballerino di flamenco. Guayasamín le ha dipinte benissimo, danzano, oscillano, contengono idee e non vi è modo, perlomeno umanamente, di resistere di fronte a quel movimento.

Non pensare che io sia d’accordo con tutto quel che dice, ma… è come un innamorato. Quell’immagine mobile e verde innamora e io non ho dubbi che sia un “maschio” (per come concepisco questo termine). Ma non è questo quello che mi chiedi. Sì, da bambina l’ho visto tante volte. Mia madre mi ha detto che è stato lui ad accorgersi ero strabica, sostenendo che avevo gli stessi occhi di mio zio Abel.

Da adulta sono tornata a vederlo occasionalmente. Quando andavamo a un Premio Casa, e quella benedetta istituzione (senza alcun mio merito) mi invita regolarmente alla consegna dei premi. Quando lavoravo nel Laboratorio di Superconduttività dell’Università dell’Avana. Ma ora consentimi di passare a raccontarti un inciso, che poi si ricollega a ciò che ti sto raccontando. Sarò breve: la superconduttività è uno dei fenomeni più sorprendenti della natura. Ci sono materiali che, se adeguatamente raffreddati, trasmettono la corrente elettrica senza nessuna perdita. Un filo di rame, quelli delle linee elettriche ad esempio, non riesce a trasmettere tutta la corrente che si vuole. Per questo, per impianti che consumano molto, si usano i superconduttori. Noi siamo stati tra i primi al mondo a ottenere quei materiali che si chiamano Hig TC Superconductors. Fidel, entusiasta, ha insistito perché il mio laboratorio ottenesse un finanziamento. In linea di principio, avrebbe dovuto ricevere il denaro dal Consiglio di Stato.

E ritorno a quanto stavo dicendo: sono andata al Premio. Quella volta Fidel offrì una cena agli intellettuali e io vi partecipai. Con sorpresa, mi riconobbe, perché non mi aveva più visto da parecchi anni. E allora Dio volle (perché a Dio piace a volte divertirsi un po’) che capitasse a Fidel di parlare con gli invitati di quel lavoro di ricerca, come se fosse il capolavoro che funzionava a meraviglia. Fino a quel momento io ero rimasta come un’allocca a sentirlo parlare e, soprattutto, a vederlo muovere le sue belle mani, ma quando affrontò il tema che mi angustiava non riuscii a starmene zitta e proruppi: “No, comandante, il gruppo non esiste più, per mancanza di refrigerante!”. Non so se è vero, come dicono tutti, che al comandante non piace perdere. Ma su quell’argomento io non potevo transigere. “Ma no”, gridava lui; e io: “comandante, la squadra è morta”. E lui a insistere che non era vero, che funzionava benissimo, che non discutessi. Io invece mi arrabbiai e mi allontanai dalla cerchia che ascoltava il discorso. Se avesse detto che il cielo era color verde limone avrei continuato ad ascoltare come un’allocca, ma se parlava di quella squadra, allora no! In quel preciso istante Fidel ha smesso di essere la bellezza verde e geniale, diventando (ingiustamente, da parte mia) il responsabile del fatto che non ci arrivassero i soldi che ci sarebbero serviti. Sembrerebbe che non gli avessero detto nulla e lui non riesce ad essere al corrente di tutto. Più di me stessa e di chiunque di noi, adorava quel lavoro di ricerca e se la prendeva con me. E io a ripetergli: “Venga con me e vedrà che si sbaglia”.

Poche ore dopo verificò, e gli dissero che, effettivamente, il gruppo di lavoro si era sciolto qualche giorno prima, per mancanza di finanziamento. Allora Fidel, che è una persona leale, mi chiamò per ammetterlo, ma io ero ancora arrabbiata perché neanche lui mi aveva preso sul serio. Ti ho detto che in un’altra incarnazione io devo essere stata Cassandra.

Con il passar del tempo mi sono resa conto che in quell’occasione Fidel aveva perso molto di più di una squadra sofisticata e non dimenticherò mai il sorriso triste, di nuovo verde, con il quale mi ha abbracciato l’ultima volta che ci siamo visti e ho conversato con lui.

Come ogni rivoluzionaria, lo ascolto, lo guardo, ne studio la voce, il tono. È un privilegio essere contemporanea di un uomo così, per quanto ogni tanto mi fanno arrabbiare alcune sue cose, ma ciò su cui non vi sono dubbi è la sua abilità politica, il suo spirito di battaglia e la sua dedizione.

Il famigerato culto della personalità di cui parlano è una scemenza. Certo che continuerà ad esserci, finché ci saranno uomini e donne che escano dalla media! Io, per esempio, ho il culto di Silvio Rodríguez e non mi vergogno di dirlo.

Ma, attenzione! Non ho il minimo dubbio che per quanto ammiri Fidel come uno dei leader più rilevanti (forse quello che lo è di più) del XX secolo… la rivoluzione mondiale è al di sopra di lui e di tutti. Lui questo lo sa, e sono sicura che lo accetta di buon grado.

Ti dico inoltre che tra le mie quattro immagini, che mi proteggono, mi aiutano e che compongono la mia vita, non c’è quella di Fidel Castro. È il mio miglior contemporaneo, il mio miglior compagno di ideologia.

Manuel Talens – Per concludere, Celia, guardiamo al futuro. Nella sinistra d’Europa - e mi sto riferendo a quella che non ha mai rinunciato agli ideali rivoluzionari, non a coloro che il comandante ha chiamato una volta social codardi – è diffusa la convinzione che se esistono realmente possibilità di un mondo migliore queste si trovino in America Latina. Sei d’accordo con questa analisi?

Celia Hart – Il solo mondo migliore che credo possibile è il socialismo. E non è solo un modo di dire. Questo mondo migliore, che è diventato la patetica parola d’ordine: “Un mondo migliore è possibile”, è stato proclamato da Friedrich e Rosa molto prima che cellulari e computer ci inondassero dei vizi della comunicazione fatua. Ma l’autentico socialismo, amico mio, non la sua immagine patriottarda, distorta e ingannevole.

Dio ha voluto il comunismo. Ma noi gli abbiamo affibbiato etichette: “anticapitalismo, antineoliberismo, antiglobalizzazione”. Un giorno mi piacerebbe parlare di ciò che Dio ha voluto fare con Gesù… E di come ha voluto distribuire i pani e i pesci, oppure spedirci all’inferno… Certo, alla Chiesa conviene confondere tutto, per questo odio così tanto il potere ecclesiastico, così come ammiro i compagni della teologia della liberazione. Mi hanno nauseato i funerali del papa polacco, che non si è impegnato per i poveri. E ho dovuto sopportarne le foto nel Memoriale del mio Martí, che tanto ha criticato la Chiesa e che ha detto: “Il cristianesimo è morto nelle mani del cattolicesimo”. I poveri portano dentro di sé la salvezza del mondo. Potremmo parafrasare più o meno allo stesso modo: “Il comunismo è morto nelle mani dello stalinismo”.

L’America Latina è in condizione di far sì che si realizzi il socialismo. La sinistra dovrà mettersi pantaloni e gonne, unirsi e liberarsi di tante pagliacciate (mi ci metto anche io). Per la prima volta, sono convinta che ci avviciniamo a quel 1917, con la freschezza del nostro linguaggio e il nostro temperamento sensuale.  Stiamo “al punto del caramello”. L’America Latina è l’Europa degli inizi del XX secolo; quel che non ho molto chiaro è chi siano i Lenin, i Trotsky, i Mella e i Gramsci, i Mariátegui, le Rose Luxemburg.

Spetta all’America Latina indossare l’abito da sposa della rivoluzione… e lo faremo. Sicuramente la bella e colta Europa ci metterà i fiori d’arancio tra i capelli, ci darà i consigli della notte di nozze e dovrà tra l’altro spiegarci con calma perché ha dovuto divorziare (per il momento) dalla rivoluzione.

Per altro verso, che cavolo è un mondo migliore? Più TV, o cellulari o automobili? O maestosi eventi di sinistra o destra, o dal basso o dall’alto, dover nessuno si mette d’accordo e ci si scambia posta elettronica? Né immagino un mondo migliore solo come un mondo con maggiore giustizia sociale. È un mondo che vede la partecipazione di noi tutti, in cui ogni pezzo di cielo ci appartenga, in cui la giustizia e la libertà siano così naturali come il volo degli uccelli migratori.

Un mondo migliore sarà quello in cui ci restituiscano l’odorato, il tatto e la tenerezza.

Per conquistarlo c’è solo la rivoluzione, non eventi, né convenzioni, né ONU, né Trattati di Kyoto, né Fori Mondiali. Solo la rivoluzione.

Darei parte della mia vita per essermi trovata a Versailles nel 1789, quando le donne francesi si tolsero di colpo i grembiuli, circondarono il palazzo e fecero rientrare a Parigi Maria Antonietta; o per essere stata nella Comune amando Victor Hugo, o al fianco di Rosa, o a gridare con Mella in Messico, o in Bolivia con il Che.

In un recente discorso all’ONU, Ricardo Alarcón ha concluso dicendo: “O conquistiamo un mondo migliore, o meriteremo la maledizione dei nostri nipoti”. È un ottimista il nostro Alarcón. A questo punto, e salvo eccezioni, come al solito, io non so se riuscirò a vedere nei miei nipoti uomini e donne ben piantati e non puri e semplici artefatti…se mai ci arriveremo. Il capitalismo è nato grondando sangue, a detta di Marx, ma sta già grondando pus e non facciamo niente… solo urla di donzelle spaventate. Ingurgita petrolio, adesso vuole l’acqua, poi sarà la volta dell’aria, ma il peggio, amico caro, è che ci sta succhiando l’anima, e allora si che perderemo il diritto di essere quella specie che a detta di Gabriel García Márquez ha imparato a cantare meglio degli uccelli e a morire per amore.

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(Traduzione di Titti Pierini, 13/7/10)