Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Tremonti ha ragione…

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Tremonti una volta tanto ha ragione…

 

Tremonti tra tutti i ministri, è indubbiamente uno dei più odiosi. Non ha nemmeno l’attenuante di essere una nullità manovrata da Berlusconi, come la Gelmini o Alfano. Ma ha il merito di aver detto una terribile verità: l’Italia, che (forse) aveva davvero meno bisogno di altri paesi della dura medicina dei tagli alle spese sociali, ha ingoiato il boccone amarissimo della manovra senza neppure un’ora di sciopero…

Purtroppo è vero, anche se la spiegazione di Tremonti è falsa: non è merito suo o del governo, ma è solo l’ennesima conferma della vergognosa complicità della finta opposizione, che continua ridicolmente a chiedere a Berlusconi di andare in parlamento a spiegare i suoi legami con la nuova P3… “Deve dire tutta la verità”, ripete grottescamente Bersani, riferendosi al più grande mentitore della storia italiana, che continua a lamentarsi invece per i complotti di una “magistratura rossa” che non è mai esistita (era forse “rosso” chi proclamava che Pinelli era stato vittima di una caduta accidentale e Calvi suicida?)

E ancora più comico è l’atteggiamento del PD quando afferma che la maggioranza se ne dovrebbe andare perché… non saprebbe governare, mentre invece continua a fare quello che vuole, senza neppure preoccuparsi delle forme. Sa governare molto efficacemente invece, ovviamente solo nell’interesse di una ristretta minoranza.

 

Ma torniamo a Tremonti: ultimamente si è permesso un altro sberleffo all’opposizione, chiarendo che lo spostamento in avanti degli anni necessari per aver diritto alla pensione (inserito nel testo con un emendamento del relatore) non era un refuso, come dichiarato da suoi autorevoli colleghi, ma un sondaggio… Naturalmente le opposizioni si erano bevuta l’ennesima bugia!

D’altra parte quella di fare una girandola di emendamenti e controemendamenti, inserendo surrettiziamente qualche norma scandalosa se nessuno ci fa caso, e ritrattando addebitandola a un errore di battitura se almeno uno dalla sonnacchiosa opposizione se ne è accorto e la ha denunciata, è tecnica antica e ben sperimentata. Ora ad esempio nella manovra è rispuntata una piccola clausola che prevede la non punibilità di un bancarottiere se aveva cominciato a trattare per un concordato preventivo: una norma concepita soprattutto per Geronzi (e a diversi altri bancarottieri collegati allo scandalo Parmalat), e che in passato era stata bloccata proprio da Tremonti.

Cos’è successo che ora gliel’ha resa accettabile? E che c’entra con le misure per affrontare la crisi? Sia pensata soprattutto per Geronzi o invece per altri della sua specie, questa norma vuole in ogni caso rendere impossibile la giustizia e garantire un risarcimento per chi è stato vittima di speculatori senza scrupoli. Ci sono otto milioni di poveri, ma la manovra del governo si preoccupa solo di un pugno di delinquenti!

 

Perché pensano di poterlo fare? Perché in tutte le intercettazioni della cosiddetta P3 risulta sempre il coinvolgimento di alcuni esponenti della sinistra, parlamentari o magistrati. Quanto basta per non volere e non potere andare a fondo… Ma d’altra parte, avendo fatto lo stesso tipo di politica (ricordiamo le manovre di Amato e Prodi), la sinistra non ha la possibilità di indicare un’alternativa, una proposta veramente diversa. Per questo continua a criticare Berlusconi, ma non il capitalismo rapace che lo sostiene e che il premier sa  ricompensare bene…

 

Ma al di là delle complicità e contiguità del ceto politico dei due schieramenti, è l’assenza totale di un’opposizione sul terreno sindacale che permette a Tremonti di vantarsi confrontando la debolissima risposta italiana a quella greca o francese. Per questo possiamo dire che se la situazione italiana è grave, la principale responsabilità va cercata nell’assenza totale di un ruolo del movimento sindacale. CISL e UIL sono complici attivi e confessi del governo e di Confindustria, impegnati solo a denunciare i presunti “cedimenti” della CGIL alla FIOM, e a considerare questa il nemico. Per i Bonanni e gli Angelini, burocrati cinici e organizzatori di clientele, un sindacato vero è un pericolo mortale. Solo che la CGIL è ben lungi dall’essere succube della FIOM, e anzi esercita costantemente pressioni sul suo gruppo dirigente, che però finora ha retto molto bene alla dura prova, finendo per avere un ruolo nazionale superiore alle previsioni, anche se lontano dal potersi accollare la responsabilità di proporre una risposta di classe alla crisi. Al di là delle pressioni dirette ed esplicite, pesa anche sulla FIOM lo sforzo della CGIL per ristabilire un’intesa con gli altri due sindacati, come se fossero veri sindacati e non fiancheggiatori del governo e del padronato.

 

Per giustificare questa critica i dirigenti della maggioranza della CGIL ricordano sempre che questi sindacati godono comunque del consenso di una parte dei lavoratori e hanno un discreto numero di iscritti. È vero, ma era vero anche prima del 1968, quando la loro funzione scissionista e filo padronale veniva denunciata più apertamente dalla CGIL: effettivamente una parte dei lavoratori più arretrati, sospinti dalle parrocchie o dai notabili repubblicani e socialdemocratici che agitavano lo spauracchio del “sindacato rosso” fiancheggiatore dei comunisti, avevano aderito a quei due sindacati. E per giunta ce n’erano altri ancor più filo padronali, ad esempio alla FIAT il SIDA, antenato dell’attuale FISMIC e più apertamente filo padronale della CISL da cui era nato.

Ma di fronte a proposte concrete e a forme di lotta più decise ed efficaci, una parte della loro base si spostò: la FIM-CISL, ad esempio, soprattutto a Torino e Milano era spesso più combattiva della stessa FIOM, che aveva troppe “cinghie di trasmissione” col prudente moderatismo del PCI. Ma anche nell’area comunista, soprattutto tra i giovani, emersero forze nuove che si saldarono con la radicalizzazione cattolica, anche incontrandosi in campagne antimperialiste in difesa del Vietnam.

Così poté emergere la nuova leva operaia che permise l’autunno caldo, scavalcando tutte e tre le direzioni ereditate dal passato. Rinvio per questo a una ricostruzione che avevo fatto per un seminario, e che ora è stata inserita sul sito: Come si arrivò al '68.

 

Su queste esperienze di un passato che sembra lontano, ma di cui resta la memoria in un’intera generazione di protagonisti, oggi si deve riflettere, per preparare la controffensiva che è necessaria anche se molto difficile: è più che mai legata alla capacità di rilanciare una lotta generale, centrata su rivendicazioni normative valide per tutti.

 

Si tratta di partire dalla richiesta della riduzione generalizzata d’orario a parità di paga, della confisca o “rinazionalizzazione” delle aziende privatizzate che licenziano (come l’Alfa di Pomigliano), e anche di rivendicazioni politiche generali, come la detassazione di salari e pensioni. Ma è necessario anche lo scatenamento di una campagna dal basso per identificare gli evasori, che sono sempre stati protetti e tollerati dall’apparato statale, che scaricava intanto sui più deboli il carico fiscale per riparare ai danni fatti da speculatori e finanzieri avventurosi. E al tempo stesso riproporre la spiegazione della natura di classe dello Stato e della nostra società, abbandonata da quel che resta della sinistra, che l’ha sostituita con una puerile attribuzione di ogni responsabilità a un Berlusconi, che non reggerebbe un mese, se ci fosse una vera opposizione.

 

È difficile, certo, ma senza costruire questa lotta generale, la prospettiva è solo quella di altri licenziamenti, altri tagli a salari e pensioni, altre distruzioni dei servizi sociali, della sanità e della scuola pubblica…

(a.m. 17/7/10)



Tags: Tremonti  CGIL  FIOM  lotte operaie  Berlusconi