Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Lezioni pericolose dal successo di Maduro

Lezioni pericolose dal successo di Maduro

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L’articolo Venezuela, elezioni con molte incognite, qualche giorno fa, metteva le mani avanti su una possibile interpretazione trionfalistica di un successo prevedibile, ma ottenuto facilmente solo perché tempi e regole del gioco erano stati fissati unilateralmente. Un successo relativo, per giunta, perché sommando i voti convinti e fiduciosi (che ovviamente ci sono, e formano uno zoccolo duro su cui Maduro può contare) con quelli ottenuti in cambio di un pacco di viveri o di una pressione sui tanti dipendenti dello Stato, si rimane molto lontani dai risultati del PSUV degli anni di Chávez.

Ma non mi aspettavo di trovare Giorgio Cremaschi così entusiasta del risultato, da usare un linguaggio di altri tempi che mi ricorda quei resoconti dei “pellegrinaggi” a Mosca, Praga o Berlino Est durati fino alla fine degli anni Ottanta, in cui dopo una breve visita ben organizzata i frettolosi visitatori di quei paesi raccontavano di aver “visto le file ordinate e serenamente sedute del popolo ai seggi” senza sospettare minimamente che quelle file ordinate erano il mezzo usato per controllare, in ciascun posto di lavoro, che nessuno tentasse di non recarsi alle urne per un rito ritenuto poco utile. In paesi in cui non c’è una vera scelta di voto, la sola protesta utile è l’astensione. Ho assistito da vicino a Cuba alla “preparazione del voto” con la mobilitazione delle e dei presidenti dei CDR per rintracciare e far votare chi era fuori sede per lavoro o per cure mediche.

La frase successiva di Cremaschi accetta senza un’ombra di dubbio la spiegazione ufficiale della crisi (misurabile con i dati dell’inflazione al 14.000%, della penuria, ecc.), che sarebbe esclusivamente la conseguenza della “terribile guerra economica scatenata degli USA dalla UE e da tutte le forze reazionarie dell’America Latina”. Cremaschi ignora evidentemente le denunce fatte da molti ex collaboratori di Chávez sull’origine endogena della crisi, dovuta ai capitalisti locali facilitati da una burocrazia corrotta. Gli attacchi ci sono e sono una costante del capitalismo nei confronti del pur minimo tentativo di strada alternativa, ma ci sono stati in tutti i paesi con governi “progressisti” con effetti diversi e mai così gravi come in Venezuela. L’unica cosa esatta della sua “testimonianza” è che effettivamente “c’è una parte del popolo che critica il governo non perché troppo socialista, ma perché lo accusa di essere troppo tollerante con chi accaparra medicine e cibo e accumula ricchezze con la speculazione” ed è una parte grande, che aveva cominciato a dirlo insieme a Chávez quando prometteva “un colpo di timone” per cambiare rotta. Sotto Chávez almeno se ne parlava e lo si auspicava, mentre Maduro ha messo alla porta i ministri che insistevano su questo, come Jorge Giordani, sulla cui vicenda rinvio all’articolo Un nuovo capro espiatorio a Caracas, che ricostruisce anche le giravolte di molti seguaci acritici di Maduro come Geraldina Colotti e Luciano Vasapollo

È triste che un compagno come Cremaschi, che è stato per tanti anni attaccato e calunniato dai burocrati sindacali oltre che dai padroni, poi usi il metodo usato tante volte contro di lui, attribuendo la scarsa partecipazione al voto al sistema di conteggio usato o alla “paura di perdere”, mentre ha una spiegazione semplice: con tanti candidati impediti perché arrestati per condanne discutibili e con i tempi stretti imposti unilateralmente dal governo, e senza controlli possibili per i criteri con cui è stata formata la Commissione nazionale elettorale, non era di fatto consentita la discussione per arrivare alla presentazione di un candidato comune delle opposizioni, mentre sul principale di essi, Falcón, pesava una lunga partecipazione al chavismo che lo faceva apparire un cavallo di Troia di Maduro.

Dopo di ché Cremaschi si consola perché Maduro ha avuto una “partecipazione al voto superiore a quella con cui venne eletto Trump” e tira in ballo “la dittatura fascista Ucraina” per sostenere che nessun paese europeo ha il diritto di giudicare e meno che mai di imporre sanzioni. Vero. Ma in realtà le sanzioni, che sono effettivamente “prive di qualsiasi giustificazione politica e morale”, non sono la causa principale delle sofferenze di quel popolo” come Maduro ripete incessantemente e molti venezuelani condividono. In realtà il Venezuela per anni ha avuto gli Stati Uniti (e diverse compagnie nordamericane) come principali clienti, e ha anche acquistato società di raffinazione e distribuzione dei combustibili in quel paese, senza incontrare problemi, nonostante le dichiarazioni antimperialiste di Chávez. E quanto al capitalismo interno, la maggior parte delle nazionalizzazioni sono semplicemente avvenute con lauti indennizzi al capitalista “espropriato”, che si spostava verso altri settori.

I problemi veri, in discussione da tempo nella sinistra venezuelana e latinoamericana (e di cui ho dato notizia frequentemente sul mio sito) riguardano caso mai le scelte economiche fatte al tempo dell’abbondanza, e l’incapacità di bloccare corruzione e un capitalismo vorace da parte di un governo basato su una stretta alleanza con le gerarchie militari, che occupano metà dei ministeri e dei governatorati. Accontentarsi di frasi retoriche che tranquillizzano al momento, lascia poi impreparati di fronte al perdurare della crisi, in un contesto latinoamericano sempre più difficile.

(a.m.)



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