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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Alcuni dati sulla nuova "Via della seta

Alcuni dati sulla nuova "Via della seta

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Una rete connessa su tre continenti: con la via della seta, la Cina vuole conquistare l’economia-mondo?

di Laure Siegel

Simbolo e concretizzazione delle ambizioni planetarie cinesi, il progetto «La cintura e la via»(*) è stato lanciato dal presidente Xi Jinping nell’ottobre 2013. Questa vasta rete di infrastrutture connesse su tre continenti, intende resuscitare la famosa via della seta, per la quale è transitata per secoli la maggior parte degli scambi Est-Ovest.

Bangkok (Thailandia), corrispondenza. La versione moderna della famosa mitica via sfida l’immaginazione: 800 miliardi di euro investiti in 70 paesi [1] nei quali vivono 4,4 miliardi di persone; 55% del PIL mondiale e 75% delle risorse conosciute del pianeta. Su più di 10.000 chilometri, le nuove vie della seta sono composte principalmente da una via terrestre, battezzata «cintura economica della via della seta», che collega l’Asia all’Europa, e da una via navale che dall’Asia all’Africa Orientale e al Maghreb sarà «la via della seta marittima del 21° secolo».

I tracciati partono dalla Cina centrale e terminano a Venezia, una scelta pragmatica quanto emblematica. La città dei Dogi e di Marco Polo, pioniera della finanza moderna, è stata il primo esempio di città-mondo, al cuore dell’«economia-mondo». Per completare questa gigantesca rete, l’impero di Mezzo(**) ha lanciato la costruzione di sei corridoi regionali, biforcazioni della via terrestre principale.

Il «ponte dell’Eurasia» finisce a Rotterdam, primo porto europeo, e promette un trasporto di merci quattro volte più rapido che per mare e meno costoso che per aereo. Il corridoio verso la Mongolia e la Russia apre una nuova via verso l’Europa Occidentale. Il corridoio verso l’Asia Centrale e il Medio Oriente è pensato come una passerella per il trasporto di petrolio e di gas naturale attraverso la penisola araba, la Turchia e l’Iran. Il corridoio verso la penisola indocinese si avventura sui mercati tradizionalmente dominati dal Giappone e dalla Corea del Sud. Il corridoio pakistano è una scorciatoia verso i mercati del Medio Oriente e dell’Africa, e collega la costa cinese all’immenso porto di Gwadar. Questo porto permetterà alla Cina di ridurre a metà il tempo di importazione di un barile di petrolio dall’Arabia Saudita, da dove proviene il 16% delle sue importazioni di petrolio, equivalente a 1,4 miliardi di barili al giorno. Come il corridoio verso l’Asia del sud, del Bangladesh e della Birmania, questi due ultimi tracciati hanno lo scopo di tenersi lontani dal Mar della Cina Meridionale e dalla penisola coreana e di aggirare lo stretto di Malacca, zone sotto pressione geopolitica ed economica.[2]

Lungo queste vie emergono dalle terre e dalle acque porti, dighe, miniere, ponti, tunnel, gasdotti, ferrovie, siti industriali, centrali elettriche, nucleari, solari e parchi eolici.

All’orizzonte, investimenti nelle telecomunicazioni, nelle industrie numeriche e nell’infrastruttura sociale, come scuole e ospedali, ma anche una componente «immateriale e culturale». «La Cina ha creato una galassia di gruppi di riflessione per promuovere “La nuova via della seta”, la conoscenza e gli scambi tra i popoli. L’idea è di ridefinire i valori universali, prima monopolizzati dagli Stati Uniti, e di rafforzare la connessione e le influenze sui paesi lungo la via», fa presente un diplomatico familiare con il dossier. Questo colossale cantiere, che ogni settimana ingloba nuovi progetti, è aperto a tutti i paesi e a tutte le iniziative.

«Il sostanziale aumento degli investimenti cinesi è stato reso possibile dall’attuazione di una specifica politica verso le imprese [operanti] all’estero, iniziata all’inizio degli anni 2000 dalle autorità cinesi – Going out strategy (strategia di andare fuori) – che mirava da un lato a mettere in sicurezza il loro accesso alle materie prime per soddisfare i bisogni crescenti del mercato cinese, che superano largamente l’offerta nazionale, e dall’altro lato a fare emergere delle solide compagnie capaci di rivaleggiare con le multinazionali straniere», spiegano Danielle Tan e Caroline Grillot, autrici dello studio L’Asie du Sud-Est dans le «siècle chinois» (Carnets de l’Irasec, 2014[3]).

«La nuova via della seta» è la tappa seguente di questa espansione mondiale, che offre anche uno sbocco ai suoi prodotti ad alto valore aggiunto (smartphones, droni ed energie rinnovabili) a prezzi di vendita sempre più bassi. «Nel corso degli ultimi trent’anni, il paese ha alimentato la sua folgorante crescita grazie all’utilizzo sfrenato del carbonio, diventando rapidamente il primo emettitore mondiale e cadendo in una drammatica crisi idrica. Recentemente il paese ha aumentato la sua capacità in energia rinnovabile, allo scopo di ripulire la propria aria e il proprio suolo, e si specializza nell’esportazione di tecnologie e conoscenze in energia pulita», articola Irin News, sito della rete di notizie e di analisi umanitarie Irin. Nel 2015 la Cina è diventata il primo produttore mondiale di energia fotovoltaica.

La strategia è anche politica. Cumulando le funzioni alla testa dello Stato, Xi Jinping ha fatto inscrivere «il progetto del secolo» nella Costituzione, imprimendo la sua ideologia nella memoria nazionale, mentre il Partito comunista cinese (PCC) ha appena fatto saltare il limite dei due mandati presidenziali. «Questa restrizione era stata imposta per evitare l’autoritarismo, le violenze e le lotte di fazione che avevano segnato il regno di Mao Zedong (1949-1976), e per favorire un governo collettivo», ricorda l’AFP. Xi Jinping giustifica l’accaparramento del potere da parte del partito-Stato invocando il bisogno di continuità per realizzare i due obiettivi del suo «sogno cinese» fondato sul capitalismo di Stato: diventare una società «moderatamente ricca» entro il 2021, per il centenario del PCC, e una nazione completamente sviluppata nel 2049, per il centenario della Repubblica popolare.

Il dirigente più potente dell’era moderna cinese, deve inoltre adempiere al suo impegno di raddoppiare il reddito per abitante entro il 2020, mentre il tasso di crescita nazionale si stabilizza attorno al 6,5% dopo aver galoppato per anni al 10%. Di fronte a una diminuzione della domanda mondiale dovuta alla crisi finanziaria, e alle rivendicazioni di una mano d’opera sempre più cara, la Cina esce dalle sue frontiere. «La nuova via della seta», un ibrido tra il piano Marshall che ha finanziato la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale allo scopo di assicurare mercati prosperi per le merci americane, e l’economia pianificata da un partito unico dei tempi dell’URSS, attira i paesi che non hanno i mezzi per finanziare le infrastrutture necessarie al decollo della loro economia.

In Africa la Cina, come tutti gli investitori, è interessata alle risorse naturali, in particolare il cobalto congolese, cruciale per la produzione delle batterie delle auto elettriche sulle quali punta fortemente, e all’apertura di un nuovo mercato di consumatori. Da una decina di anni, dalla costruzione dell’autostrada del secolo in Algeria, a una città industriale nel Marocco, passando per la ricostruzione di una ferrovia in Senegal e l’installazione della fibra ottica nel Burkina, la sua presenza è tale che ha dato origine all’espressione Cinafrica. [4]

L’Egitto, scrigno del canale di Suez, e Gibuti, costa strategica del Mar Rosso, sono destinazioni privilegiate della «Nuova via della seta». Ricompensata da una zona franca industriale e una nuova linea ferroviaria che collega la capitale etiopica, Addis Abeba, al suo porto di Doraleh, in cambio di una base militare che ospita 10.000 soldati cinesi sul suo suolo, Gibuti sogna di diventare la Singapore del Corno d’Africa. In un’intervista in francese [5] su Radio Cina Internazionale, Abdallah Migul, ambasciatore di Gibuti in Cina, ha difeso questa alleanza: «Gibuti è situata sulla rotta marittima più frequentata al mondo [tra l’Asia e l’Europa – ndlr]. È stato stipulato un accordo al più alto livello con la parte cinese per […] costruire un ponte virtuale con la Cina e affinché Gibuti possa servire da base logistica per i prodotti cinesi verso i mondi arabo e africano».

Primo partner commerciale dell’Associazione delle nazioni dell’Asia del Sud-Est (ASEAN) da un decennio, la Cina si è di recente ricentrata sulla regione, il suo orto di casa. Nel 2015, il continente ha beneficiato del 51% dei prestiti legati alla “Nuova via della seta”, contro il 27% nel 2013. Tra i cantieri emblematici nell’Asia del Sud-Est, la ferrovia da Kunming a Singapore, le dighe sul Mekong e numerose zone economiche speciali e parchi industriali. Nell’Asia del Sud, la Cina ha preso il controllo di importanti porti in Birmania, in Bangladesh, nello Sri Lanka, in Pakistan, nelle Maldive, fino all’Oman, e investito in tutti i settori, dal turismo all’immobiliare, passando per la produzione di energia.

Nell’Asia centrale il Kazakhstan, il Turkmenistan, l’Uzbekistan e l’Azerbaigian, ricchi di risorse ma privi di sbocco al mare a parte il loro accesso al mar Caspio, accolgono a braccia aperte i progetti di strade, ferrovie, miniere e gasdotti. Nel 2016, l’Europa dell’Est ha beneficiato di 48 miliardi di euro di investimenti cinesi, in opere come l’autostrada tra la Serbia e il Montenegro e la linea ferroviaria Belgrado-Budapest, e decine di progetti, come l’aeroporto nazionale in Polonia, sono in discussione.

György Matolcsy, governatore della Banca centrale dell’Ungheria, ha sintetizzato la speranza che solleva il nuovo soffio venuto dall’Est [6]: «La regione asiatica, e la Cina in particolare, è la risposta alla domanda: che cosa potrebbe fare raddoppiare il nostro PIL, qual è la fonte dei secondi 100 miliardi di euro che ricerchiamo? Come diventare ricchi e sviluppati? La via della seta è il futuro della mondializzazione. Credo che l’apertura verso la via della seta ci dà l’opportunità di raggiungere l’Austria, il Baden–Wurtenberg, e anche la Lombardia e la Baviera».

In Europa occidentale, l’offensiva è iniziata traendo vantaggio dalle privatizzazioni consecutive alla crisi dell’euro, dalle compagnie minerarie e petrolifere alle infrastrutture portuali. Nel gennaio 2016, la Cina ha ottenuto per 35 anni la maggioranza delle quote del porto greco del Pireo, e lo ha collegato a Budapest con una ferrovia. Oggi la sua influenza si estende fino all’Inghilterra, dove investe miliardi di dollari in progetti controversi di centrali nucleari. Nel gennaio 2017, Londra è diventata una delle 32 città europee direttamente collegate alla Cina da un treno merci, come Lione in Francia, Duisburg in Germania e Kouvola in Finlandia.

Infine, la Cina vorrebbe collegare «La nuova via della seta» alla via polare nell’oceano Artico, rotta marittima resa possibile dallo scioglimento dei ghiacci dovuto al cambiamento climatico, per sfruttare il gas, gli idrocarburi e i minerali della regione, che rappresenterebbero un terzo delle risorse mondiali non scoperte, sviluppare la pesca intensiva e accelerare il trasporto di merci.

Nessun paese ha mai investito tanto in così poco tempo nello sviluppo planetario. La somma finale potrebbe rappresentare da 3.200 a 6.500 miliardi di euro, che alcuni mettono in prospettiva con le guerre americane in Iraq e Afghanistan che sono costate tra 3.200 e 4.800 miliardi di euro, secondo uno studio dell’università di Harvard.[7]

Quest’anno la Cina, che possiede già il più grande esercito del mondo ed è impegnata in numerosi conflitti alle sue frontiere, destinerà 141 miliardi di euro al suo bilancio militare. Mentre Donald Trump si isola, fedele al suo slogan «Prima l’America» e si è ritirato dal Trattato transpacifico, e la Brexit fa tremare l’Unione Europea, Xi Jinping guadagna terreno e si pone come attore ineludibile proponendo di assistere la comunità internazionale «per costruire insieme un nuovo ordine mondiale più giusto e ragionevole» e «mantenere insieme la sicurezza internazionale». Maggiore contributore di truppe tra i membri permanenti e seconda a finanziare l’ONU, la Cina partecipa alle operazioni di mantenimento della pace con 35.000 soldati dal 2015.[8] Il gigante non lesina sul soft power, per conquistare i cuori dei piccoli [9] e dei grandi[10], ma ci vorrà ben altro per convincere certe potenze che vedono sfuggire la loro sfera di influenza.

La Russia osserva da vicino la Cina avventurarsi nelle steppe dell’Asia centrale e nella Bielorussia, miglior amico della Cina nell’Europa orientale. L’India è urtata dalla crescente presenza cinese sui suoi contorni agitati, dal Kashmir all’Arunachal Pradesh, e si considera accerchiata dalla «collana di perle», rete di porti della Cina nell’Asia del Sud che l’India teme di vedere utilizzati a termine come basi militari. Sviluppata su tutti i mari, questa rete mette la Cina nella posizione di sfidare gli Stati Uniti per il titolo di superpotenza marittima più importante del mondo.

La risposta americana sembra essere la strategia indo-pacifico condotta dalla Quad, una coalizione formata nel novembre 2017 da Stati Uniti, Giappone, India e Australia. «Anche se i membri della Quadrilaterale non hanno detto che il loro obiettivo era di contenere l’ultima grande nazione comunista del mondo, vedono l’ascesa del totalitarismo come una minaccia potenziale per la stabilità e la pace regionali e mondiali. Il raggruppamento ha dichiarato che il proprio obiettivo è promuovere la libertà e la democrazia e fare in modo che il liberalismo prevalga sul totalitarismo nella regione», commenta il South China Morning Post [11].

«Come le parti di auto tedesche, i prodotti britannici per mamme e bambini, il vino rosso spagnolo e il latte in polvere polacco sono introdotti sul mercato cinese, così i fondi cinesi rispondono al bisogno urgente di rilanciare l’economia europea» assicura la Xinhua [12], l’agenzia di stampa ufficiale cinese. Il gruppo 16+1, costituito dalla Cina alle porte dell’Europa e che ingloba la fascia di paesi dall’Estonia all’Albania, rafforza la vigilanza degli Europei, che cominciano a ripensare le loro relazioni con la Cina quando la Cina è il secondo partner commerciale dell’Unione Europea.

In occasione di una visita in Tailandia nel febbraio 2018, il Francese Jean-Baptiste Lemoyne, segretario di Stato presso il ministero dell’Europa e degli affari esteri, ha evocato al riguardo: «Nel quadro della «Nuova via della seta», possiamo cooperare su certi progetti, ma devono essere basati sulla reciprocità. Siamo d’accordo di impegnarci in una strategia “win-win [vincente-vincente]” ma non bisogna che una parte guadagni due volte….» un riferimento allo slogan venduto dalla Cina come principio di un nuovo mondo fondato sull’armonia, la pace e la prosperità comune.

«L’Europa è aperta. La Cina è in un processo di chiusura politica e mercantilistica che vanifica il suo sostegno di superficie alla mondializzazione» valuta il Consiglio europeo degli affari esteri in un rapporto che mette in guardia sull’urgenza della situazione [13]: «L’Europa deve bloccare questa tendenza prima che raggiunga i suoi obiettivi. Questi riguardano le pratiche commerciali sleali, gli investimenti strategici e altre pratiche che compromettono la sicurezza europea, l’influenza indebita sulla presa di decisione pubblica e i media, e il rispetto delle regole e dell’unità dell’UE».

L’entrata in vigore di un accordo di modernizzazione degli strumenti di difesa commerciale europei è prevista per la fine di maggio.[14] «Questa riforma, con la nuova metodologia anti-dumping applicata dal 20 dicembre 2017, rende questi strumenti più rapidi, efficaci e trasparenti. L’UE è quindi meglio attrezzata per far fronte alle sfide dell’economia globale e della concorrenza sleale delle importazioni. Nessuna di queste misure è diretta a un paese particolare» precisa un portavoce della Commissione europea.

Interrogato sui rapporti con la Cina, questi aggiunge che nel giugno 2017, «una riunione della piattaforma UE-Cina [15], lanciata alla fine del 2015 per contribuire a una maggior sinergia tra i progetti di infrastrutture dell’Unione europea e della Cina, ha permesso progressi relativi all’allineamento tra i principi e le priorità delle due parti, e all’identificazione di progetti concreti».

L’ex primo ministro Jean-Pierre Raffarin è stato di recente nominato dal governo rappresentante speciale per sostenere le imprese francesi che vogliono investire in Cina. Nella sua audizione presso la Commissione affari esteri, difesa e forze armate del Senato [16] ha fatto appello al pragmatismo: «Si valuta che i due sistemi comunisti russo e cinese siano inconciliabili, ma i due uomini alla loro testa hanno creato una solidarietà di fronte alla reticenza dell’Occidente. Bisogna che l’Europa continui a tenere rapporti con Putin, se no questi non avrà altra scelta che abbracciare la Cina, e con questa alleanza l’Europa diventerebbe piuttosto marginale in Eurasia».

Secondo il gruppo di riflessione Bruegel, il cofinanziamento di alcuni progetti di infrastrutture permetterebbe all’Europa di ritrovare il suo posto poiché, per ora, le nuove vie della seta sono costruite sul debito cinese [17]. Questo, uno dei più importanti della storia moderna, equivale alla fine del 2017, al 317% del suo PIL (vedere sotto).

Per i prossimi tre anni, la Cina ha identificato tre battaglie interne prioritarie da condurre: la povertà, l’inquinamento e il debito, in particolare spingendo i suoi cittadini a investire nel suo sistema bancario. «Se la Cina, forte nella produzione, vuole riuscire a volgersi verso un’economia basata di più sul consumo e i servizi, i suoi abitanti dovranno risparmiare di meno e spendere di più. Il debito delle famiglie aumenta rapidamente, nella misura in cui le persone prendono in prestito per pagare beni e servizi», spiega la Nikkei Asian Review. [18]

Dopo una prima edizione in gran pompa a Pechino, nel maggio 2017, il secondo forum «La nuova via della seta», previsto per l’anno prossimo, sarà l’occasione di un primo bilancio delle ambizioni economiche della Cina, all’interno e all’estero.

Laure Siegel

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La Banca asiatica d’investimento nell’infrastruttura (BAII)

La Cina, creditrice del mondo, ha specificamente creato la Nuova Banca di sviluppo, il Fondo della via della seta e la Banca asiatica d’investimento nell’infrastruttura (BAII) per finanziare La nuova via della seta. Il Regno Unito, la Francia, la Germania e l’Australia sono entrate nella BAII, malgrado le richieste esplicite dell’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama di astenersi dal partecipare a questa struttura, vista come una potenziale concorrente del Fondo monetario internazionale. Anche la Banca cinese di sviluppo, gestita dallo Stato, ha promesso di investire 200 miliardi di euro nella Nuova via della seta

La Cina si aspetta un ritorno di 2.000 miliardi di euro sull’investimento nel prossimo decennio, ma senza garanzia che tutti questi progetti siano redditizi. Il programma La nuova via della seta avrebbe già reso otto paesi vulnerabili sul piano finanziario: Gibuti, il Kirghizistan, il Laos, le Maldive, la Mongolia, il Montenegro, il Pakistan e il Tagikistan. Il Financial Times cita delle autorità che si aspettano di perdere l’80% del capitale investito in Pakistan, il 50% in Birmania, e il 30% in Asia centrale a causa della corruzione.

Il progetto si basa su un debito delle imprese di Stato verso le banche di Stato, che prestano anche miliardi di dollari a paesi che non hanno i mezzi per gestire i rischi dell’indebitamento a lungo termine. Nel 2017, la Cina ha formalmente ottenuto un contratto di sfruttamento di 99 anni del porto di Hambantota, dopo l’insolvenza dello Sri Lanka sul prestito di un miliardo di dollari che aveva contratto, cosa che è stata considerata dai cittadini come un’erosione della sovranità dell’isola.

* * * *

(*) In inglese: “One Belt One Road”. La definizione più usata in italiano è “La nuova via della seta”, che sarà usata di seguito.

(**) In cinese “Cina” è: Zhong guo, letteralmente “Paese di mezzo/del centro”.

P.S. * MEDIAPART. 31 MARS 2018 :
https://www.mediapart.fr/journal/international/310318/avec-la-route-de-la-soie-la-chine-veut-conquerir-l-economie-monde?onglet=full

Europe Solidaire Sans Frontières – Art.N°44781

Traduzione di Gigi Viglino

Note

[1] http://china-trade-research.hktdc.com/business-news/article/The-Belt-and-Road-Initiative/The-Belt-and-Road-Initiative-Country-Profiles/obor/en/1/1X000000/1X0A36I0.htm

[2] Si veda sull’articolo originale una carta interattiva.

[3] http://www.irasec.com/ouvrage112

[4] http://www.jeuneafrique.com/mag/453084/economie/cherche-chine-investissant-autant-afrique

[5] https://fra.yidaiyilu.gov.cn/ydylzt.htm

[6] http://beltandroadcenter.org/2017/11/07/hungary-a-key-state-on-the-silk-road/

[7] https://research.hks.harvard.edu/publications/workingpapers/citation.aspx?PubId=8956&type=WPN

[8] http://www.china-un.org/eng/chinaandun/securitycouncil/thematicissues/peacekeeping/t1496645.htm

[9] https://www.youtube.com/watch?v=H6Adz_arAYE

[10] https://www.youtube.com/watch?v=98RNh7rwyf8

[11] http://www.scmp.com/week-asia/opinion/article/2121474/us-japan-india-australia-quad-first-step-asian-nato

[12] http://www.xinhuanet.com/english/2017-05/11/c_136274209.htm

[13] http://www.ecfr.eu/publications/summary/china_eu_power_audit7242

[14] http://europa.eu/rapid/press-release_MEMO-17-5377_en.htm

[15] https://ec.europa.eu/transport/sites/transport/files/2017-06-01-joint-agreed-minutes-second-chairs-meeting-eu-china-connectivity-platform.pdf

[16] http://videos.senat.fr/video.594858_5ab0477ab4d66.nouvelles-%20routes-de-%20la-soie-%20--%20audition-de-%20m-jean-%20pierre-raffarin?timecode=1143630

[17] http://bruegel.org/2017/05/china-cannot-finance-the-belt-and-road-alone/

[18] https://asia.nikkei.com/magazine/20180301/On-the-Cover/The-hidden-risks-of-China-s-war-on-debt



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