Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Messico: Venticinque anni dall’insurrezione zapatista

Messico: Venticinque anni dall’insurrezione zapatista

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Dal primo numero del 2019 del MININOTIOZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO (n.1/2019 del 7 gennaio 2019) ho stralciato la parte dedicata al rapporto tra EZLN e il nuovo presidente “progressista” AMLO. In appendice un breve testo di Adolfo Gilly apparso su La Jornada

[...] Ma torniamo al 25° dell’insurrezione zapatista e al discorso del subcomandante Moisés [in un’assemblea delle comunità zapatiste a La Realidad] col suo drammatico inizio:

È arrivata la nostra ora, popoli zapatisti, e siamo soli.

Ve lo dico chiaro, compagne e compagni basi di appoggio, compagni e compagne miliziani e miliziane, ci siamo accorti che è così, siamo soli come venticinque anni fa.

Soli, siamo usciti a svegliare il popolo del Messico e del mondo ed oggi, venticinque anni dopo vediamo che siamo soli, ma tanto avevamo parlato, abbiamo fatto molti incontri, lo sapete bene compagne e compagni, voi ne siete testimoni, abbiamo dato la sveglia ed abbiamo parlato ai poveri del Messico, delle campagne e delle città.

Molti ci hanno ignorato, alcuni si stanno organizzando e speriamo che continuino ad organizzarsi, la maggioranza ci ha ignorato.

Ma il nostro lavoro l'abbiamo fatto e per questo vi stiamo parlando chiaro, compagni e compagne.

Il discorso contiene in particolare un attacco duro e impietoso (loco, decebralizado …) verso il presidente eletto e ormai in carica da un mese, il cui progetto paese appare ogni giorno di più agli antipodi di quello degli zapatisti che in 25 anni di insurgencia hanno conquistato e difeso la propria autonomia, il proprio diritto ad autogovernarsi in conformità coi dettami della propria cultura ancestrale, radicata in un rapporto filiale e non strumentale con la natura, di cui siamo parte e non padroni.

Nella cerimonia di insediamento dell’”illuminato” nuovo presidente, si è potuto assistere ad una oscena “consegna del bastone di comando” da parte di un gruppo di indigeni consenzienti, spettacolarizzando e avvilendo il significato profondo di questo atto simbolico di grande valore spirituale per i popoli indigeni. Questo nonostante già fosse chiaro che molte realtà indigene del paese, e non solo gli zapatisti maya del Chiapas –naturalmente non invitate alla cerimonia né gli uni né le altre- erano in fermento di fronte ai primi annunci dei progetti di AMLO e alla scelta di alcune alte cariche che in passato non erano certo state gradite da indigeni e campesinos. Ha scritto Gustavo Esteva:

Nei villaggi indigeni la cerimonia, che è stata imitata in modo grottesco, ha un carattere ben diverso. I Maya peninsulari l’hanno organizzata l’ultima volta nel 1847. Il bastone del giuramento, ancora usato da molti popoli, simbolizza la lealtà della nuova autorità alla sua comunità. La vara o il bastone non conferiscono potere o comando, ma impegno. Ed è una cerimonia intima, tra persone che si conoscono e che si rispettano, che ne accettano in pieno il significato condiviso.

Quello che è stato fatto allo Zócalo viola quell’intimità … Lo spettacolo del primo dicembre trasudava di questo razzismo che attribuisce ai popoli indigeni un atteggiamento di subordinazione nei confronti del potere.

Fra i molti progetti negativi oggi si fa risaltare il Treno Maya che devasterà le foreste di cinque stati messicani, in nome di uno sviluppo turistico che i popoli indigeni più responsabili rifiutano perché conoscono il degrado naturale e culturale che esso comporta.

Personalmente pongo invece in prima linea fra le negatività (scelta difficile) il ripotenziamento dell’INPI, l’Istituto Nazionale per i Popoli Indigeni, vecchia istituzione che nel secolo scorso doveva “promuovere” e salvaguardare i popoli indigeni messicani. L’INPI fu il propulsore delle politiche “indigeniste”, cioè politiche pensate non dagli indigeni ma da non indigeni per gli indigeni: soprattutto per la loro museizzazione e folclorizzazione a fini turistici, dimostrativi della “attenzione” ad essi riservata. Gli antropologi più attenti, a partire dal famoso congresso di Patzcuaro (1940), misero sotto accusa questa politica, svelandone le nefandezze culturali (e non solo) e poco per volta, messa in questione, essa andò perdendo credibilità, soprattutto con le contromanifestazioni per il 500° della scoperta dell’America (1992) e l’insurrezione zapatista (1994).

Il nuovo INPI disporrà di 130 nuove sedi nei territori indigeni che, come ha scritto l’antropologo López y Rivas, con le risorse e i progetti loro assegnati  costituiscono <<un’aggressione diretta ai processi di autonomia e dei movimenti in difesa dei territori e contro l’invasione corporativa. Particolarmente nei territori dove si sviluppano i processi autonomisti più profondi, aventi relazione coi conflitti armati, come la regione maya zapatista, o che difendono la territorialità indigena campesina, l’INPI svolgerà azioni controinsorgenti e di ingegneria di quei conflitti che le imprese minerarie mettono in opera per vincere le resistenze>>.

Questo rinforzato modo di intrusione nei territori indigeni vuole essere il “volto buono” dell’esistente presenza massiccia di militari e paramilitari, cui si aggiungerà la recentemente creata Guardia Nazionale, ovvero gruppi di militari cui è stata messa questa nuova divisa (la stessa ONU ha espresso le sue preoccupazioni per questo travestimento). Sempre López y Rivas riassume così le nuove politiche sociali falsamente pro-indigeni (Cuarta Transformación? La Jornada, 18.12.2018):

Si devono analizzare le basi che supportano la Quarta Trasformazione che non consente di vedere con chiarezza la sua strategia programmatica né quella legislativa. La lotta alla corruzione, senza una rottura con il governo sviluppista, non pone le basi per un cambiamento con le dimensioni storiche dell’Indipendenza nazionale, la Riforma e la Rivoluzione del 1910. Negare l’esistenza della lotta di classe in Messico, situarsi come arbitro supremo dei conflitti sociali e pretendere di trasformare lo Stato in un apparato redistributivo clientelare, non significano una transizione storica della Repubblica ne tanto meno un cambiamento d’epoca.

Analogamente, un’elencazione dei progetti economici prioritari: Zone Economiche Speciali, Treno Maya, sviluppo dell’Istmo di Tehuantepec, piantagione di alberi da frutta o da legname in un milione di ettari, costruzione di 300 strade in territori rurali, raffineria, sistemi di aeroporti nell’area metropolitana di Città del Messici; zone franche alla frontiera nord e nella regione dell’Istmo, prosecuzione dei progetti minerari, reiterata affermazione di rispettare i contratti, indipendenza del Banco de Mexico, prospettiva del capo di gabinetto di fare del Messico un paradiso degli investimenti,e l’iniziativa al Congresso di Morena (il partito di AMLO, ndt) per abrogare l’attuale Legge agraria e sostituirla con altra che rafforza i meccanismi di privatizzazione delle terre ejidali (comunitarie, ndt) e comunali e, soprattutto, l’accettazione del Trattato di libero Commercio con gli Stati uniti ed il Canada, confermano la continuità di politiche economiche dentro la logica del sistema capitalista, del neoliberismo che si racconta di voler superare.

A questo si deve aggiungere la sostituzione dell’attuale legislazione agraria con un’altra ben peggiore, la cui realizzazione è stata affidata a una vecchia e discreditata conoscenza del mondo campesino, Victor Manuel Villalobos. Prontamente 40 organizzazioni campesinas e indigene dello Stato di Oaxaca, quando a luglio scorso AMLO ne anticipò il nome, inviarono una protesta al neopresidente chiedendo di recedere da questa scelta. Cosa che non è avvenuta. Fra le molte nomine più che discutibili segnaliamo quella di Manuel Bartlett come responsabile della Commissione Federale per l’Elettricità. Come ministro dell’interno, Bartlett fu l’organizzatore della megafrode elettorale del 1988 che consentì l’ascesa al potere di Carlos Salinas de Gortari che lo stesso AMLO aveva indicato come “capo di tutte le mafie”. Molte sono le nomine di figuri del vecchio regime PRI-PAN-PRDista che  fanno dubitare della buona fede, o dell’intelligenza politica di AMLO. Fra le ultima in ordine di tempo la nomina di Esteban Moctezuma come ministro dell’educazione. Moctezuma, durante la trattative di pace che si svolgevano a San Andrés Larrainzar dopo l’insurrezione del ‘94, architettò il tentativo di catturare a tradimento l’allora Sub-comandante Marcos. Così se guardiamo i curricula di molti dei personaggi nominati ad importanti incarichi troviamo che il “missionario” della lotta alla corruzione ha promosso guardie tanti vecchi ladri, impuniti, adducendo che essi sono oggi pentiti e che non si poteva appesantire il nuovo corso politico con complessi processi conflittuali che lo avrebbero intralciato. Una strana idea della giustizia. O una sottile manovra per cooptarli e renderli così inoffensivi. Però la storiella della rana, dello scorpione e della traversata del fiume sconsiglierebbe questa manovra azzardata.

La elezione di AMLO in Italia è stata accolta con soddisfazione dalla sinistra politica e da buona parte di quella movimentista vicina all’America Latina, anche da parte di alcuni commentatori che francamente avevo finora ritenuto più accorti. “Il socialismo torna a vincere in America Latina”, l’esclamazione di giubilo. Un vecchio discorso di miopie croniche che non voglio riprendere qui. Un commento invece sulla raccolta di firme in corso in Italia per chiedere a AMLO di recedere dal progetto del Treno Maya, che devasterà consistenti porzioni di foresta di cinque Stati. Supposto e non concesso che la supplica, un po’ ecologisteggiante e un po’ semplicisteggiante, venga accolta, AMLO verrà ringraziato, abbonandogli tutto il resto? E perché non si è accennato a questo resto? Perché non è altrettanto deplorevole?

Gli zapatisti questa petizione la firmerebbero? La risposta, drammatica, nel discorso di Moisés è chiara:

Lo affronteremo, non permetteremo che passi da qui il suo progetto di distruzione, non abbiamo paura della sua guardia nazionale alla quale ha cambiato nome per non chiamarlo esercito, perché sono gli stessi, lo sappiamo.

Difenderemo quello che abbiamo costruito e che abbiamo dimostrato al popolo del Messico e del mondo che siamo noi a costruirlo, donne e uomini, non permetteremo che vengono a distruggerci. Oppure sì?

[risuona forte “No”]

Che insolenti, questi indigeni!

Aldo Zanchetta - 7.01.19

PS Avevamo già commentato e analizzando più dettagliatamente l’elezione di AMLO e la sua campagna nei numeri 8 e 9 del 2018 del Mininotiziario, cui rinviamo chi volesse saperne di più.

Alleghiamo, per rievocare il linguaggio zapatista ai tempi dell’insurrezione, l’articolo di Adolfo Gilly, uno dei migliori storici della rivoluzione zapatista del 1910. Il titolo del suo libro La rivoluzione interrotta, contiene il perché dell’insurrezione indigena del 1994.

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EZLN : 25 anni

Adolfo Gilly *

 

Una mattina di 25 anni or sono, il primo gennaio 1994, vedemmo apparire sullo schermo televisivo uno spettacolo insolito: un esercito indigeno, come spuntato dalle ombre della notte del nuovo anno, stava occupando la città di San Cristóbal.

Erano molti, si vedeva che erano molto poveri e stavano dando inizio a una nuova epoca della storia di questo paese e delle sue genti. Il suo nome era ed è Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale: EZLN.

Subito dopo dissero chi erano, cosa chiedevano, cosa si proponevano, e da allora non hanno cessato di parlare, dalla Prima Dichiarazione della Selva Lacandona fino alla campagna elettorale di Marichy e del Consiglio Indigeno di Governo.

Usarono un linguaggio che oggi, dopo un quarto di secolo, è bene ricordare. Il primo gennaio del 1994, in un messaggio al Consiglio dei 500 Anni di Resistenza Indigena dello Stato di Guerrero, spiegarono la loro esistenza in quello che in realtà era un manifesto diretto al paese tutto. Il loro linguaggio appariva lontano dal discorso politico convenzionale:

Il nostro cuore racchiudeva tanto dolore, tanta era la nostra morte e la nostra pena, che non poteva più essere contenuta, fratelli, in questo mondo che i nostri antenati ci avevano lasciato per continuare a vivere e lottare. Tanto grandi erano il dolore e l’angoscia che ormai non stavano più dentro il cuore di molti, e vennero traboccando, e altri cuori vennero riempiendosi di dolore e di sofferenza, e si colmarono i cuori dei più vecchi e più saggi dei nostri popoli, e si colmarono i cuori degli uomini e donne giovani, tutti valenti, e si riempirono i cuori dei bambini, compresi quelli più piccoli.

Il discorso si rivolse poi al passato:

Parlammo fra di noi, guardammo dentro di noi e ripercorremmo la nostra storia, vedemmo i nostri avi più grandi soffrire e lottare, vedemmo i nostri nonni lottare, vedemmo i nostri padri con la furia nelle mani, vedemmo che non tutto ci era stato tolto, che conservavamo il bene più prezioso, quello che ci faceva vivere, (…) e la dignità tornò ad abitare nei nostri cuori, e così tornammo nuovi, e i morti, i nostri morti, videro che eravamo nuovi e ci chiamarono, una volta ancora, alla dignità e alla lotta.

Questa voce continuò a parlare fra la religione e il mito, la storia, l’ingiustizia e l’orgoglio, la preghiera e l’unione:

Lasciammo alle spalle le nostre terre, le nostre case lontane, lasciammo tutti tutto, ci togliemmo la pelle per vestirci per la guerra e la morte, morimmo per vivere. Nulla per noi, per tutti tutto, quello che è nostro e dei nostri figli. Noi tutti lasciammo tutto.

Ora ci chiedono di restare soli, fratelli, affermano che la nostra morte sia inutile, chiedono che il nostro sangue venga disperso fra le pietre e lo sterco, chiedono che la nostra voce si spenga, chiedono che i nostri passi si dirigano di nuovo lontani. (…)

Non abbandonateci, non lasciateci morire da soli, non permettete che la nostra lotta cada nel vuoto dei grandi signori. Fratelli, che il nostro cammino sia uguale per tutti: libertà, democrazia, giustizia.

L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale celebra in questi giorni i suoi 25 anni di vita. Oltre alla propria storia possiede la propria organizzazione, il proprio linguaggio, la propria politica.

Niente può essere fatto in Chiapas, nel vasto mondo dei popoli indigeni e nel movimento indigeno nazionale che sia l’indigenismo statale di vecchio conio, senza prendere atto della sua presenza, senza dialogare con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, la sua politica e la sua storia, le sue proposte, la sua resistenza e la sua esistenza

· Adolfo Gilly, storico autore di vari testi fra cui La Revolución interrumpida, una delle migliori analisi della Rivoluzione Messicana del 1910

Pubblicato il 24 dicembre 2018 su La Jornada:



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