Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Zibechi: conflitti pericolosi

Zibechi: conflitti pericolosi

E-mail Stampa PDF

Nuovi conflitti, vecchi ATTORI

Raúl Zibechi / La Jornada

 

Questo articolo era già stato inserito in lingua originale nella sezione Actualidad latinoamericana, col titolo forse non attraente di Nuevos conflictos. Sullo stesso tema era apparso anche un articolo più descrittivo, in italiano: Zibechi: Bolivia-Ecuador. Lo riproponiamo tradotto, per la sua efficace sintesi, e per il prestigio del nome dell’autore.

 

 

 

Il Sud America è attraversato da una nuova generazione di conflitti sociali attorno alla difesa dei beni comuni di fronte alla rinnovata aggressività delle multinazionali del settore minerario. Degli idrocarburi e dell’agrobusiness. In tutti i paesi, i movimenti più svariati sono stati protagonisti di scontri con governi di segno diverso: la resistenza degli indigeni amazzonici al governo di destra di Alan García in Perù, che ha conosciuto il momento più drammatico nel massacro di Bagua lo scorso anno ha costituito finora il caso con maggiore risonanza.

 

La guerra colombiana si concentra, come hanno denunciato le organizzazioni indigene del Cauca, proprio nelle zone in cui le multinazionali sperano di ricavare succulenti profitti. In questo senso, il Plan Colombia è funzionale al capitale, in una fase contraddistinta dall’accumulazione tramite espropriazione.

Ciò che sorprende maggiormente è il fatto che in paesi governati da forze progressiste e di sinistra stia crescendo anche un poderoso conflitto tra movimenti indigeni e contadini che non vogliono che si sfruttino le risorse naturali senza neanche consultarli.

In Brasile, è in atto negli ultimi mesi un dibattito sulla costruzione del bacino idroelettrico di Belo Monte, osteggiata da un ampio arco di movimenti perché destinata a inondare terreni indigeni. Lula ha definito gringos quelli che contrastano il progetto, e tale qualifica include, tra parecchi altri, anche il Movimiento Sin Tierra (MST).

Qualche giorno fa, Evo Morales ha dichiarato: “Interessi esterni avanzano parole d’ordine come ‘Amazzonia senza petrolio’, riferendosi al rifiuto provocato da imprese del genere tra molte organizzazioni sociali. La Confederazione dei popoli indigeni di Bolivia, che raccoglie 34 nazioni della zona orientale, ha effettuato una marcia su La Paz, per rivendicare il rispetto del diritto di essere consultati quando si pretende di sfruttare risorse naturali nei loro territori.

La Confederazione di Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE) ha organizzato il 25 giugno manifestazioni contro il decimo Vertice dell’Alba, a Otavalo, denunciando lo pseudosocialismo del governo di Rafael Correa, con il quale mantiene una forte polemica sul diritto all’acqua, a causa delle concessioni alle imprese minerarie. Correa ha dichiarato che le mobilitazioni sono parte della manipolazione di giovani gringos, che al momento si presentano come gruppuscoli all’interno di ONG.

La presidentessa argentina Cristina Fernández si è riunita durante il vertice del G-20 in Canada con imprenditori canadesi per invitarli a investire nei progetti relativi al settore minerario e degli idrocarburi in Argentina. Tra costoro figuravano membri di Barrick Gold, un’impresa contestata da centinaia di assemblee di cittadini che si scontrano con gli sfruttamenti minerari nelle Ande.

L’elenco di questo tipo di conflitti potrebbe allungarsi. Ovviamente, non si possono affrontare tutti da un solo punto di vista. Sicuramente esistono organismi internazionali e ONG che lavorano per destabilizzare governi critici nei confronti della politica di Washington. La denuncia recente del fatto che l’Agenzia di cooperazione statunitense (USAID) ha a disposizione 100 milioni di dollari per infiltrare organizzazioni sociali boliviane rivela la diversità delle strade che il Pentagono sta utilizzando per raggiungere i propri obbiettivi. Ma è arbitrario includere nello stesso pacchetto la CONAIE, il MST o qualunque movimento per il solo fatto che rifiuti il modello egemone. Va aperto un dibattito approfondito sui modelli di sviluppo, sul ruolo che spetta allo Stato e alle popolazioni nel formulare progetti che le riguardino. Non basta che uno Stato si dichiari plurinazionale o facente parte del socialismo del XXI secolo per risolvere il problema. Non esiste un’attività estrattiva buona e un’altra cattiva, decisa a seconda di chi occupa il seggio di presidente. Eludere questo dibattito incoraggia la spoliticizzazione.

Sul versante di chi sostiene le monoculture, l’attività di estrazione mineraria e lo sfruttamento degli idrocarburi possono essere apportati argomenti validi evitando sparate come quella di attribuire a interessi stranieri le critiche. Potrebbero, ad esempio, sostenere che quelle attività assicurano alle finanze statali introiti rilevanti perché lo Stato possa assolvere ai suoi compiti, tra i quali spiccano il pagamento mensile dei salari e agevolazioni sociali a vantaggio dei più poveri. In secondo luogo, potrebbero sostenere che un determinato livello di produzione estrattiva costituisce un male necessario per accumulare attivi di bilancio che consentano di operare un balzo in avanti nello sviluppo industriale.

Entrambi gli argomenti potrebbero contribuire ad elevare il livello del dibattito, perché riguardano problemi reali e concreti che nessuno può ignorare. Occorrerebbe spiegare come si possa passare dall’attuale modello, forzatamente escludente oltre che inquinante, a un altro che generi distribuzione di reddito. La produzione estrattiva è infatti di per sé accentratrice di ricchezza: richiede scarsa manodopera ed esporta commodities, cosicché non ci sono lavoratori a nessuno dei due estremi della catena, né nella produzione né nel consumo. Per questo il modello attuale è inscindibile dalle politiche sociali compensative, che ingenerano dipendenza e passività tra chi ne trae vantaggi.

La tentazione di attaccare coloro che si mobilitano contro il modello e di accusarli come se fossero dei nemici equivale a riproporre un film già visto. Sostenere che l’accumulazione per privazione di possesso non può esservi quando sono gli Stati ad appropriarsi delle plusvalenze e non il capitale privato vuol dire ritirar fuori i vecchi dibattiti che tanto danno hanno fatto al socialismo nell’Unione Sovietica. Confondere capitalismo di Stato con socialismo, o socialismo con potere del popolo equivale a dimenticare un secolo di lotte rivoluzionarie.

Non esiste un modello di società socialista, o come la si voglia chiamare, già bello e pronto per realizzarlo. Sia come sia, questa società gira intorno a coloro che prendono le decisioni.  La cosa grave è credere che si possa costruire un mondo diverso senza tenere conto dei movimenti e senza conflitti.

 

Raúl Zibechi

Scrittore e ricercatore sociale uruguaiano.

 

Scritto per il quotidiano messicano La Jornada, inviato da:

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

-----------------------------------------------

 

Nuevos conflictos, viejos actores

Raúl Zibechi / La Jornada

La región sudamericana está siendo atravesada por una nueva generación de conflictos sociales en torno a la defensa de los bienes comunes ante la renovada agresividad de las multinacionales de la minería, los hidrocarburos y el agronegocio. Los más diversos movimientos, en todos los países, han protagonizado enfrentamientos con gobiernos de signos distintos: la resistencia de los indígenas amazónicos frente al gobierno derechista de Alan García en Perú, que tuvo su punto más dramático en la masacre de Bagua un año atrás, ha sido hasta el momento el caso más resonante.

La guerra colombiana está focalizada, como han denunciado las organizaciones indígenas del Cauca, justamente en las regiones donde las multinacionales esperan conseguir jugosas ganancias. En ese sentido, el Plan Colombia es funcional al capital en un periodo signado por la acumulación por desposesión.

Lo que más sorprende es que en países gobernados por fuerzas progresistas y de izquierda está creciendo también un potente conflicto entre movimientos indígenas y campesinos que rechazan que se explote los recursos naturales sin siquiera consultarlos.

En Brasil se está produciendo en los últimos meses un debate sobre la construcción de la represa hidroeléctrica de Belo Monte, que es resistida por un amplio arco de movimientos porque inundará tierras indígenas. Lula calificó de gringos a los que se oponen al proyecto, adjetivo que incluye al Movimiento Sin Tierra, entre muchos otros.

Días atrás, Evo Morales dijo: Intereses foráneos plantean consignas como Amazonia sin petróleo, en referencia al rechazo que provocan emprendimientos de ese tipo entre muchas organizaciones sociales. La Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia, que agrupa a 34 naciones del oriente, realizó una marcha a La Paz exigiendo que se respete el derecho de consulta cuando se pretende explotar recursos naturales en sus territorios.

La Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Conaie) realizó el 25 de junio manifestaciones contra la décima cumbre de la Alba, en Otavalo, denunciando el falso socialismo del gobierno de Rafael Correa, con el que mantienen una fuerte disputa por el derecho al agua a raíz de las concesiones a las empresas mineras. Correa dijo que las manifestaciones forman parte de la manipulación de gringuitos que ahora vienen en forma de grupitos en ONG.

La presidenta argentina, Cristina Fernández, se reunió en Canadá durante la cumbre del G-20 con empresarios canadienses para invitarlos a invertir en sus proyectos mineros e hidrocarburíferos en Argentina. Entre ellos figuraban miembros de Barrick Gold, empresa que es resistida por un centenar de asambleas ciudadanas que enfrentan las explotaciones mineras en los Andes.

La lista de este tipo de conflictos podría estirarse. Sin embargo, no todos ellos pueden abordarse desde el mismo lugar. Es cierto que existen organismos internacionales y ONG que trabajan para desestabilizar gobiernos críticos hacia la política de Washington. La reciente denuncia de que la agencia de cooperación estadunidense (USAID) dispone de 100 millones de dólares para penetrar organizaciones sociales bolivianas revela la diversidad de caminos que está utilizando el Pentágono para conseguir sus objetivos.

Resulta abusivo incluir en ese mismo paquete a la Conaie, al MST o a cualquier movimiento por el simple hecho de que rechace el modelo hegemónico. Debe abrirse un debate en profundidad sobre los modelos de desarrollo, el papel que cabe a los Estados y a los pueblos en la formulación de proyectos que los afectan. No alcanza con que un Estado se declare como plurinacional o como parte del socialismo del siglo XXI para dar por zanjada la cuestión. No hay un extractivismo bueno y otro malo, definido según quién ocupe el sillón presidencial. Eludir este debate incentiva la despolitización.

Desde el lado de quienes defienden los monocultivos, la minería y la explotación de los hidrocarburos pueden aportarse argumentos valiosos para evitar disparates como atribuir las críticas a intereses foráneos. Podrían plantear, por ejemplo, que esos emprendimientos aseguran ingresos importantes a las finanzas estatales para poder cumplir sus obligaciones, entre las que destacan el pago mensual de salarios y beneficios sociales para los más pobres. En segundo lugar, podrían argumentar que cierto nivel de extractivismo es un mal necesario para amasar los excedentes que permitan dar un salto industrialista.

Ambos argumentos podrían contribuir a elevar el nivel del debate, porque apuntan a problemas reales y concretos que nadie puede ignorar. Sería necesario explicar cómo se pasa del modelo actual, necesariamente excluyente además de contaminante, a otro que genere distribución de renta. Porque el extractivismo es intrínsecamente concentrador de la riqueza: requiere muy poca mano de obra y exporta commodities, de modo que no hay trabajadores en ninguna de las dos puntas de la cadena, ni en la producción ni en el consumo. Por eso el modelo actual es inseparable de las políticas sociales compensatorias, que generan dependencia y pasividad entre sus beneficiarios.

La tentación de atacar a quienes se movilizan contra el modelo y de acusarlos de enemigos es repetir una película que ya hemos visto. Sostener que la acumulación por desposesión no puede existir desde el momento en que son los Estados los que se apropian de la mayor parte de los excedentes y no el capital privado, es reditar los viejos debates que tanto daño hicieron al socialismo en la Unión Soviética. Confundir capitalismo de Estado con socialismo, o socialismo con poder para el pueblo, es tanto como olvidar un siglo de luchas revolucionarias.

No existe un modelo de sociedad socialista, o como quiera denominarse, ya listo para implementarlo. Sea lo que sea, esa sociedad gira en torno a quienes toman las decisiones. Lo grave es creer que se puede construir un mundo diferente sin contar con los movimientos y sin conflictos.

Raúl Zibechi. Escritor e investigador social uruguayo

La Jornada

 

 

 



Tags: Zibechi  Correa  Evo Morales  Lula  CONAIE  MST  

You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Zibechi: conflitti pericolosi