Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Chi è stato l’untore?

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Tra i dati forniti giornalmente sull’andamento della pandemia mancano sempre quelli che potrebbero rendere più chiaro il dibattito sulla cosiddetta “fase 2”: quelli sulle circostanze in cui sono avvenuti i contagi. Come ha osservato Fabrizio Burattini su Sinistra Anticapitalista, l’unico dato fornito dal governo e dalle tante commissioni tecniche o pseudotecniche non spiega niente. Se circa un quarto dei contagi si sarebbe prodotto “in famiglia”, è lecito domandarsi chi ha portato il contagio all’interno della famiglia quando di quella famiglia escono quotidianamente solo coloro che vanno al lavoro? E se si produce “in famiglia” un contagio su quattro, dove si producono gli altri tre?

Certo una parte non trascurabile dei contagi sono avvenuti in alcuni ospedali risultati poco attrezzati e in molte RSA (Case per anziani) il cui personale era assolutamente impreparato ad affrontare l’improvvisa emergenza scaricata cinicamente su strutture già molto fragili. Moltissime testimonianze descrivono un’assenza pressoché totale di mascherine e guanti, per non parlare dei tamponi, e soprattutto una preparazione inadeguata di infermieri e anche di ottimi medici di famiglia su cui nei primi giorni si sono scaricate responsabilità enormi. Basti ricordare che i primi comunicati spiegavano che ai primi sospetti bisognava rivolgersi al 112 (che in realtà era spesso intasato) o al medico di famiglia, il cui aggiornamento è da anni delegato in buona parte ai cosiddetti “informatori scientifici”, braccio armato delle grandi case farmaceutiche.

Ma anche se una percentuale notevole di contagi può essere attribuita effettivamente alla combinazione di generosità e di impreparazione di parte del personale medico-sanitario lasciato solo nella prima fase, difficilmente potrebbe rappresentare i tre quarti dei contagiati. Allora non si può che concludere che la coincidenza quasi totale tra la mappa dei contagi e quella delle zone più industrializzate fornisce una traccia importante, e rende urgente la pubblicazione di tutti i dati sull’attività lavorativa svolta da chi è stato contagiato, non solo l’età di chi è morto.

Tuttavia ci sono altre tracce. Sintomatica l’insistenza di svariate organizzazioni padronali per aprire subito la fase 2 mandando in avanscoperta la cavalleria leggera dei pizzaioli o delle estetiste, che gettano ai piedi delle autorità le chiavi (più o meno simboliche) del loro esercizio, per avvalorare l’idea che smettere il confinamento sia la soluzione più desiderabile per tutti. Ovviamente i pericoli di contagio nel caso di un rapido taglio di capelli su appuntamento in un locale vuoto e sanificato sono ben più scarsi che in un’azienda di migliaia o anche solo centinaia di operai, che per giunta devono prendere mezzi pubblici inevitabilmente affollati. Quasi impossibile poi garantire distanze di sicurezza soprattutto nella miriade di piccole industrie complementari di quelle maggiori, a cui assicurano un flusso di parti essenziali per il ciclo produttivo a un prezzo ridotto all’osso.

Ma il martellamento da parte padronale è incessante e a senso unico: si parla sempre di uno stato di necessità assoluta, per “non bloccare tutta la filiera”. Poi si scopre a volte che si è riaperto uno stabilimento solo per consegnare un po’ di prodotti accumulatisi per il blocco prolungato delle frontiere e dei trasporti internazionali, o per non perdere una commessa interessante, o semplicemente per approfittare dello stato di crisi per riorganizzare le linee produttive utilizzando un numero ridotto di operai grazie al largo uso della Cassa Integrazione (e magari anche liberandosi in modo indolore e apparentemente “volontario” di qualche “eccedente” che non vuole rischiare o ha problemi di figli piccoli). La campagna demagogica di Confindustria, Confcommercio, ecc. (in sintonia con le destre) contro le chiusure precauzionali nasconde non solo l’esigenza di presentare come desiderabile da tutti il “ritorno alla normalità” delle fabbriche (possibilmente con una riduzione degli organici del 30 o 40% per asseriti “motivi dii sicurezza”), ma anche la preparazione delle classiche operazioni di concentrazione di capitali ai danni dei più deboli che accompagnano sempre la fase conclusiva di una crisi economica.

In realtà in molte zone la riapertura di quel che premeva riaprire è già stata fatta da settimane, grazie al “silenzio assenso” dei prefetti e a controlli quasi simbolici sull’uso di mascherine e di flaconi di disinfettanti all’uscita dei capannoni. Con il più rigoroso silenzio dei maggiori sindacati, che invece sono molto solerti nell’appoggiare le richieste di aiuti per gli imprenditori, che in ogni occasione pretendono che lo Stato li finanzi e che ci siano “semplificazioni” per i finanziamenti, da concedere cioè senza troppe formalità. Nessuno, assolutamente nessuno, tranne la tenace ma numericamente ridotta opposizione in CGIL e i sindacati autorganizzati, controbatte che sarebbe il momento di redistribuire il lavoro esistente tra tutti, e di crearne di nuovo finanziandolo con la tassazione fortemente progressiva dei patrimoni, invece di implorare la concessione di “ammortizzatori sociali”, che hanno la funzone di tranquillanti, ma sono finanziati dai lavoratori, che insieme ai pensionati sono i soli a pagare le tasse

Per pretendere l’ennesimo intervento dello Stato a favore dei ceti parassitari, tutte le responsabilità delle difficoltà economiche attuali vengono attribuite al fatale improvviso e ineluttabile intervento del Coronavirus, mentre la crisi era stata preparata da vari fattori tutti dovuti a scelte politiche: la distruzione o pesante ridimensionamento del sistema sanitario pubblico (in tutto il mondo, Cina inclusa); una violenza senza precedenti all’ambiente in cui viviamo; una guerra economica condotta da tempo dalle principali potenze senza esclusione di colpi, e che ha portato a bruschi scossoni già nei mesi precedenti l’esplosione del Covid19.

Di tutte queste scelte, i lavoratori non sono responsabili ma ne pagano il prezzo, mentre i capitalisti si presentano come vittime e come al solito vogliono essere indennizzati per la riduzione dei profitti, cavalcando i risentimenti di commercianti e piccoli imprenditori nei confronti delle misure decise dal governo. In realtà sarebbe sbagliato e fuorviante attribuire ogni responsabilità solo all’ultimo governo in carica, dimenticando che ai tagli alla sanità pubblica e alla scuola sono stati fatti senza eccezioni da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi quarant’anni, proprio per soddisfare le pretese di capitalisti famelici e mai soddisfatti, che hanno potuto approfittare della collaborazione di sindacati per cui da decenni è diventato logico accordarsi preventivamente con quella che una volta era la controparte. (a.m.)