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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Venezuela verso le elezioni

Venezuela verso le elezioni

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Venezuelaverso le elezioni

 

 

Alla vigilia delle elezioni in Venezuela la rivista “Inprecor” (pubblicata sotto la responsabilità del Burò esecutivo della IV Internazionale), ha curato un ampio dossier con articoli di vari autori, tutti di grande interesse. Uno di questi era già stato tradotto e inserito nel sito: Toussaint: Venezuela (it). Altri sono già disponibili in francese, sul sito di Inprecor, raggiungibile facilmente col link inserito sul mio sito: Inprecor.

Questi due testi sono rispettivamente la seconda e terza parte di un articolo molto più lungo di bilancio complessivo del “laboratorio del socialismo del XXI secolo” scritto in collaborazione da Sébastian Brulez (giornalista e collaboratore del quotidiano svizzero Le Courrier e della rivista della sezione belga della IV Internazionale), e da Fernando Esteban, membro del NPA francese: entrambi vivono da tempo in Venezuela. (a.m. 30/8/2010)

 

 

 

II - UN CONTESTO PARTICOLARE

Sébastian Brulez e Fernando Esteban

 

 

 

 

 

Negli ultimi mesi, il Venezuela si è trovato di fronte a una delle più forti siccità della sua storia, in seguito al fenomeno de El Niño. La pluviometria indica, per il 2009, un calo dal 30% al 60% a seconda delle regioni, stando all’Istituto nazionale di Meteorologia e Idrologia (INAMEH). L’assenza di piogge ha colpito in particolare il fiume Caroni; il livello delle acque dei suoi affluenti è sceso dell’80%. Nello Stato di Bolivar (nel sud del paese), dove è concentrata gran parte delle centrali idroelettriche, il livello dell’acqua della diga del Rio Gurí si è abbassato di oltre 9 metri. In tutto il paese, la siccità è stata aggravata dal forte aumento delle temperature. A Caracas, il termometro ha segnato per varie settimane circa 40°, invece dei normali 27°-28°.

Una siccità di questa portata ha ovviamente un impatto drammatico. Innanzitutto, a livello dell’ecosistema locale, che è stato notevolmente sconvolto. Le ripercussioni, però, sono molto importanti anche per i venezuelani. Il governo ha dovuto decidere razionamenti di acqua ed elettricità, data la notevole riduzione della produzione idroelettrica. Tutto ciò non poteva non creare una serie di problemi e suscitare un grosso malcontento nella popolazione.

Per far fronte alla carenza d’acqua, il governo ha deciso un’ampia campagna tendente al razionamento e, al tempo stesso, a rendere consapevole la gente al fine di ridurre gli sprechi. Secondo Alejandro Hitcher, il ministro dell’Ambiente, queste misure hanno consentito, solo nel caso di Caracas, di ridurre il consumo di acqua del 30%, vale a dire l’equivalente di 70 milioni di metri cubi [conferenza stampa del 13 marzo 2010]. Tuttavia, tali misure non sono state sufficienti ad arginare il tracollo della produzione agricola. La produzione di latte e carne è scesa del 40%, quella del girasole del 30%. I prezzi si sono impennati di colpo. Quelli di alcuni frutti e legumi (ad esempio il pomodoro, la guayaba, il cocomero) sono aumentati di oltre il 50%. L’Assemblea nazionale (il parlamento) è stata allora costretta a prendere una serie di misure, per contenere le ripercussioni sulla produzione agricola, in previsione del protrarsi della siccità.

 

Carenze del sistema elettrico

 

In un paese che dipende per più del 70% dalla produzione dell’energia idroelettrica, la siccità ha anche un impatto enorme sull’alimentazione della rete. In un decreto presidenziale, Hugo Chávez ha dovuto dichiarare il Venezuela in stato di “emergenza elettrica” [decreto n. 7.228, dell’8 febbraio 2010]. La penuria d’acqua sopraggiunge in una situazione in cui il consumo idroelettrico è aumentato annualmente del 7% negli ultimi anni. Inoltre, lo scorso anno la Colombia ha ridotto la sua vendita di elettricità al Venezuela di 140.000 megawatt, essendo anch’essa colpita dalla siccità.

In concreto, il decreto “Urgenza elettrica” mira a ridurre il consumo di elettricità. Gli uffici pubblici restano chiusi il pomeriggio, le industrie private sono invitate a ridurre i loro consumi del 20% (eliminazione dell’aria condizionata, delle scale mobili, ecc.), i centri commerciali (grandi consumatori di energia) aprono più tardi e chiudono prima, tutte le città (salvo Caracas, dove il fallimento del razionamento era costato il posto al ministro dell’Energia elettrica, Angel Rodríguez) subiscono interruzioni involontarie di varie ore… Tra le altre cose, ci si è sforzati di cercare di integrare sistemi nuovi di produzione di energia elettrica. L’obiettivo? Tentare di arginare le conseguenze del continuo calo della diga del Río Gurí, che da sola produce il 73% dell’energia nazionale! Il governo si è proposto l’obiettivo di dotarsi di un apparato produttivo termoelettrico in grado di produrre 5.900 megawatt per la fine del 2010; ma affiorano parecchi interrogativi sulla sua capacità di raggiungerlo. Secondo l’Agenzia bolivariana dell’Informazione (ABN), alla fine di febbraio del 2010 sono stati aggiunti solo 605 nuovi megawatt. Stando ad alcuni esperti, la diga avrà bisogno almeno di due anni per tornare al livello precedente. Nel frattempo, i frequenti tagli di elettricità, spesso improvvisi, alimentano il malcontento generale. Se Caracas è risparmiata dalle interruzioni, queste fanno ormai parte integrante della vita quotidiana della popolazione insediata nella parte occidentale del paese, che non solo è costretta ad affrontare i tagli nelle ore di punta, ma per la quale l’approvvigionamento irregolare significa anche che una serie di apparecchi e macchinari finiscono per subire danni, spesso irreparabili… La situazione sembra a molti tanto più insopportabile in quanto alcuni esperti rilevano che la siccità non è l’unica responsabile delle carenze elettriche, ma che l’assenza di pianificazione influisce considerevolmente sulla crisi energetica attraversata dal paese. Certuni sono, tra l’altro, particolarmente allarmisti. Per Pedro Rondón, sindacalista della SIDOR, se il consumo elettrico non scende immediatamente di 1.600 megawatt, si potrebbe verificare il crollo del sistema elettrico nazionale.

Finora, il ministero dell’Energia e delle Miniere ha lanciato un piano d’emergenza per riparare gli impianti idroelettrici guasti nella zona andina. Ma se non si prende in fretta qualche misura, entro un paio d’anni i venezuelani potrebbero conoscere razionamenti dovuti alla mancata produzione e non ai soli problemi attuali di mancata trasmissione di energia. La Compagnia energetica nazionale (CADAFE) ha avvertito che occorrerebbe un investimento di circa 7 miliardi di dollari entro il prossimo quinquennio per evitare il rischio di blocchi elettrici molto estesi, e un investimento di 20 miliardi di dollari nel prossimo decennio.

Mentre si stanno costruendo nuove dighe e se ne prevedono altre ancora, la soluzione a lungo termine sembra essere quella dello sviluppo di energia termica, costruendo nuove centrali e riparando quelle esistenti. Il Venezuela, inoltre, ha sottoscritto di recente un accordo con la Russia per sviluppare a lunga scadenza il nucleare civile. Pur se si stanno costruendo alcuni parchi eolici, ad esempio nella penisola di Paraguaná [la prima pietra del cantiere è stata aperta nel 2006, ma l’impianto non è ancora entrato in funzione], la scelta prevalente sembra essere quella di un modello classico di sviluppo, ben lontano da ogni preoccupazione ecologica.

Nel 1999, il parlamento ha varato una legge sui servizi elettrici che incentiva l’investimento privato nella produzione di elettricità, con l’obiettivo di consentire la libera concorrenza in questo campo, pur conservando in mano pubblico la distribuzione e le reti di trasmissione. Attualmente, la cattiva manutenzione del sistema di distribuzione fa sì che esistano parecchi punti neri che determinano strozzature, mentre le compagnie elettriche private continuano ad arricchirsi.

Da parte loro, i lavoratori del settore elettrico rivendicano da parecchi mesi di poter partecipare alle decisioni. Essi, peraltro, denunciano sia una gestione del modello produttivo, che è ancora di ispirazione liberista e in cui agli errori di valutazione della IV Repubblica si sono aggiunti quelli della V, sia la mancanza di un razionamento coerente del consumo elettrico, che potrebbe evitare una serie di sprechi.

In effetti, se il governo venezuelano non prende in fretta le misure adeguate, ascoltando soprattutto le tante voci che si levano dal versante dei lavoratori del settore elettrico, c’è da scommettere che il conto si paghi in occasione delle prossime elezioni.

 

Insicurezza e corruzione: problemi ricorrenti

 

Un’altra questione, destinata sicuramente a pesare sulla decisione degli elettori nella prossima tornata delle politiche, è l’insicurezza, che colpisce indistintamente e investe soprattutto gli strati popolari, quelli più esposti al crimine e alla delinquenza. Se i mezzi di comunicazione e la destra sfruttano, come in Europa, questo argomento a fini elettorali, non per questo il problema è meno concreto, e di dimensioni considerevoli. Nell’ultimo decennio, Caracas si è eretta al rango delle città più pericolose del continente e il numero degli omicidi in Venezuela è passato da circa 6.000 a 13.000 ogni anno [fonte, per questi e gli altri dati: S. Brulez, “La délinquence aura-t-elle la peau de la ‘Révolution bolivarienne’?, in Le Courrier (www.lecourrier.ch), 26 maggio 2009]. Tra il 1999 e il 2008 sono cadute sotto il fuoco della delinquenza 22.000 persone nella sola Caracas (2 milioni di abitanti, secondo l’Istituto nazionale di Statistiche). Sul piano nazionale, un documento del Corpo di Investigazioni scientifiche, penali e criminali (CICPC), divulgato dalla stampa lo scorso anno, avanza la cifra di 101.141 omicidi in dieci anni (su una popolazione complessiva di 28 milioni di abitanti, nel 2008).

Secondo il Rapporto dell’ONU del 2007 sullo stato delle città nel mondo, l’incremento della violenza è un fenomeno globale ed è soprattutto ben noto nei paesi in via di sviluppo che conoscono una forte crescita urbana. Con una popolazione concentrata per il 93% nelle principali città, il Venezuela supera ampiamente la media regionale, che si aggira intorno al 79%. A titolo di esempio, in Brasile, a partire dagli anni ’70, il tasso di omicidi è triplicato a Rio de Janeiro ed è quadruplicato a São Paulo. A Caracas, in venti anni, si è moltiplicato praticamente per dieci. L’Organizzazione panamericana della Sanità (OPS) segnala che, tra il 1980 e il 2002, il tasso di omicidi in Brasile è passato da 11,4 a 28,4, per 100.000 abitanti. Il Venezuela, da parte sua, ha compiuto un balzo da 19,4 a 50, 9, tra il 1998 e il 2003. Viceversa, nel Salvador e in Colombia, finora i paesi più violenti del continente, si è delineata una diminuzione di questa mortalità (rispettivamente, da 62,5 a 54,9 e da 64 a 38).

 

La sinistra senza soluzioni?

 

Mentre Hugo Chávez guida il paese da più di undici anni, l’opposizione non esita a fare il parallelo tra l’aumento della violenza e la gestione del presidente. . “Dite no all’insicurezza, votate no!” era uno degli slogan utilizzati nel corso della campagna del referendum costituzionale vinto nel febbraio 2009 dal campo bolivariano. C’è da scommettere che la campagna delle politiche sarà di nuovo incentrata con forza su questo tema. Va detto che già nel novembre 2008 gli elettori regionali avevano dimostrato un certo malcontento nelle zone maggiormente popolate. Dei sette Stati persi in quella tornata, quattro figurano tra i più violenti del paese (il distretto di Caracas e gli Stati di Carabobo, Zulia e Miranda).

Secondo il criminologo Andrés Antillano, la delinquenza pone un problema reale ai governi progressisti dell’America Latina: “Sull’argomento non esiste un discorso consistente della sinistra. L’agenda dell’insicurezza è un’agenda colonizzata dalla destra, nella maggior parte del paese”. Docente presso l’Istituto di Scienze penali dell’Università Centrale del Venezuela (UCV), Antillano ritiene che i progressisti si limitino a concepire il problema come se si trattasse di miti: “Il primo è il mito della negazione: non c’è insicurezza, è un’invenzione dei media, è una maniera di criminalizzare il popolo, ecc. È stata la posizione dell’attuale governo per tutta una fase”. Un altro mito è quello che egli definisce “il funzionalismo di sinistra” e che equivale a pensare che “semplicemente” migliorando le condizioni di vita e l’inserimento sociale, si potessero abbassare i dati dell’insicurezza. “La realtà venezuelana dimostra che non è vero, che non c’è un rapporto meccanico. Vi è, inoltre, un effetto paradossale, perché non solo le politiche di integrazione sociale non determinano la riduzione dell’insicurezza, ma anzi la stessa insicurezza accresce l’emarginazione sociale”, commenta.

In Venezuela, il tasso di disoccupazione è passato dal 10,2% del 1995 al 7,5% del 2009. Da parte sua, la povertà è scesa dal 49,4% della popolazione nel 1999 al 27,6% nel 2008. Ma il segmento della popolazione più colpito dalla violenza resta il settore più emarginato rispetto al resto della società: gli uomini giovani, gli abitanti di località socialmente ed economicamente depresse dei grandi centri urbani del paese.

 

Poliziotti delinquenti

 

Se però il numero degli omicidi è effettivamente cresciuto negli ultimi anni, l’insicurezza sembra un problema strutturale, che affonda le sue radici nelle politiche pubbliche degli scorsi decenni, soprattutto a livello delle forze dell’ordine, regolarmente accusate di inefficienza, quando non di complicità. Nei quartieri popolari, i poliziotti non vengono visti realmente come la soluzione del problema, ma piuttosto come potenziali autori di gravi delitti, quali sequestri, estorsioni, furti o traffici di droga. “Qui i poliziotti rivendono la droga che confiscano ai trafficanti, oppure gli fanno pagare una tangente (vacuna, letteralmente antidoto, vaccino) perché chiudano gli occhi. Qualche agente arriva addirittura ad affittare la propria arma ai delinquenti”, testimonia Francisco Pérez, militante alternativo risiedente nel quartiere popolare di La Vega, a Caracas.

Secondo il ministro dell’Interno e Giustizia, Tareck El Aissami, il 20% dei delitti commessi nel paese sono perpetrati da questi stessi funzionari. Va detto che la molteplicità dei corpi di polizia non facilita il compito, né il controllo sugli effettivi. In Venezuela esistono 25 polizie dipartimentali e 67 municipali. A queste si aggiungono il CICPC, le autorità di trasporto e traffico (senza armi), oltre alla Guardia nazionale e all’Esercito. E si è dovuto attendere il 2001 perché fosse approvato il decreto di “Coordinamento della sicurezza civica”, che ha il compito di collegare tra loro i vari organismi preposti al mantenimento dell’ordine. Un secondo passo è stata, nel 2006, la creazione di una Commissione nazionale di Riforma poliziesca (Conarepol), che ha riconfermato la constatazione di una precedente commissione nel 2001: il Venezuela paga “l’inesistenza di una politica nazionale in materia di polizia, la mancanza di meccanismi di coordinamento poliziesco, la sovrapposizione di funzioni tra i vari corpi di sicurezza”, ecc.

Nel marzo 2009, il governo ha annunciato l’attivazione di “sette fronti contro la violenza”, con la creazione di un Consiglio nazionale di Prevenzione e Sicurezza civica, in stretta collaborazione con vari ministeri. Figurano inoltre nel menu la creazione di un Sistema integrato di polizie, nonché una nuova Polizia nazionale, in questo momento operante come progetto-pilota in alcuni settori popolari di Caracas e che dovrebbe lavorare in stretta collaborazione con i consigli comunali e le comunità organizzate. È stata inoltre creata di recente una Università nazionale sperimentale della Sicurezza, per migliorare il livello di formazione dei funzionari. A più lunga scadenza, l’ambizione è quella di riformare le polizie dipartimentali e municipali: un tema delicato, in questo paese così accentuatamente polarizzato, dove l’opposizione resta ancorata ad alcuni bastioni locali. Sono anche in corso di elaborazione in parlamento una serie di leggi: ad esempio, sul miglioramento dello statuto sociale e professionale del poliziotto e sull’inasprimento delle pene per il porto d’armi.

 

Prende piede il paramilitarismo

 

Oltre alla delinquenza “classica”, alcune regioni del paese e alcuni quartieri popolari della capitale vedono prender piede una delinquenza molto più subdola: quella dovuta ai gruppi paramilitari. Ispirati al “modello” colombiano, essi sono legati al traffico di droga e di benzina nelle zone di frontiera e lungo la costa, ma hanno anche obiettivi politici che mirano a destabilizzare il processo bolivariano. Si radicano in seno alla popolazione e, in assenza di uno Stato in grado di far rispettare l’ordine, conquistano la simpatia degli abitanti, controllando i quartieri e dando in prestito consistenti somme di denaro.

Nello Stato di Sucre, sulla costa nord-orientale, la presenza di questi gruppi è ben nota alla popolazione: Essi intimoriscono i pescatori e praticano atti di pirateria. Oltre a suscitare una forte sensazione di impotenza e di insicurezza, dissuadono gli abitanti dal praticare la pesca artigianale, accentuando in tal modo la carenza di approvvigionamento alimentare. Alcuni pescatori, specie tra i più giovani, finiscono per diventare raccoglitori di pacchetti paracadutati in mare aperto e destinati ad essere inoltrati per altre vie, ricavandone così due vantaggi tutt’altro che trascurabili: sono, al tempo stesso, al riparo da aggressioni e percepiscono per giunta un compenso che va ben oltre il loro salario di semplici pescatori. Si tratta del primo passo verso il pericoloso inserimento del paramilitarismo nella società attraverso l’instaurazione di un’economia mafiosa, di cui finisce di beneficiare anche una parte della società. Di fronte a questo, le risorse impegnate dallo Stato rasentano il ridicolo: qualche agente male addestrato e spesso coinvolto nel traffico, e solo alcune imbarcazione insufficienti a coprire la zona.

I gruppi paramilitari che imperversano negli Stati di confine hanno stabilito contatti con quelli della capitale. La presenza delle Aguilas Negras [Aquile Nere, sorte in Colombia dopo lo smantellamento del principale gruppo paramilitare di estrema destra, le Autodifese Unite di Colombia – AUC] si è riproposta in alcuni quartieri. Spesso degli attivisti di comunità vengono uccisi in circostanze misteriose, presi “tra due fuochi” da bande rivali. E gli assassinii mirati effettuati da sicari in certi casi attestano una violenza e una potenza di tiro poco comuni. Nel popolare quartiere del 23 de Enero il fenomeno è anche stato individuato: “Qui ogni gruppo della comunità, ogni collettivo contribuisce con il proprio lavoro sociale, con il proprio lavoro politico, per impedire che la delinquenza e il traffico di droga prendano piede nel quartiere. Vi sono stati, tra l’altro, scontri e alcuni compagni sono stati assassinati dai narcotrafficanti”, spiega Juan Contreras, membro della Coordinadora Simón Bolívar (CSB), un raggruppamento di collettivi e di associazioni del quartiere. Contreras non manca però di individuare l’origine storica e politica del flagello: “Qui noi conduciamo da lunga data la lotta contro la droga e la delinquenza. Fin dalla fine degli anni ’70, lo Stato ha cominciato a portare avanti una ‘sporca guerra’ e a inondare il quartiere di droga, per venire a capo delle lotte sociali che rivendicavano la trasformazione della società”.

Finora, lo Stato venezuelano sembrava prestare scarsa attenzione a questo preoccupante fenomeno. Tuttavia, nel marzo scorso Hugo Chávez ha finalmente ordinato la creazione di un “commando unificato”, per garantire la sicurezza marittima dello Stato di Sucre. La vicina Colombia dovrebbe valere da avvertimento, come esempio da non seguire. E gli arresti già avvenuti di gruppi paramilitari armati fino ai denti dovrebbero far riflettere il governo sulle disastrose conseguenze che questo flagello potrebbe comportare a lungo termine sul processo bolivariano e sulla società venezuelana nel suo complesso.

 

Il flagello della corruzione

 

Un altro flagello che inficia la credibilità della gestione bolivariana è quello della corruzione. Nonostante il discorso ufficiale sulla lotta contro qualsiasi forma di corruzione, non si può non prendere atto che la giustizia non opera allo stesso modo se si tratta di oppositori oppure di funzionari chavisti. Un esempio eloquente è quello dell’ex ministro della Difesa, Raúl Isaías Baduel, mai disturbato finché svolgeva le proprie funzioni nel governo bolivariano. Tuttavia, una volta prese le distanze dal chavismo (esattamente nel novembre 2007, al momento della campagna per la riforma della Costituzione, con cui era in disaccordo), si è visto accusare di atti di corruzione risalenti all’epoca in cui era ministro. Alla fine è stato condannato a otto anni di prigione per lo storno di circa 4 milioni di dollari durante la sua amministrazione. Altri casi di persone di calibro inferiore nell’apparato dello Stato (soprattutto governatori e deputati) sono stati contrassegnati dalla medesima logica: nessun fastidio finché erano considerati bolivariani ma, una volta mutato abito, si sono visti volare i “panni sporchi”.

Uno scandalo è scoppiato, peraltro, lo scorso maggio, dopo la scoperta di oltre 2.000 container pieni di generi alimentari scaduti in vari porti del paese. Importati dall’impresa pubblica PDVAL – filiale della principale impresa petrolifera PDVISA – i container erano stati “dimenticati” nei porti, a vantaggio di mediatori e imprese private. In seguito a questa faccenda, vari membri dell’ex direzione di PDVAL sono stati arrestati.

L’ex vicepresidente della Repubblica, José Vicente Rangel, ha approvato le misure prese dalla giustizia nel caso dei container, ma le ha giudicate insufficienti: “Bisogna approfondire l’argomento, perché quel che sta avvenendo è rivelatore della mancanza di controlli, dell’inefficienza e dell’incompetenza, miste alla corruzione”, ha dichiarato nel suo programma televisivo di domenica 13 giugno. Secondo Rangel, giornalista di professione, “l’esperienza è dura e sta a indicare che dobbiamo essere più vigili all’interno stesso del nostro processo rivoluzionario, se vogliamo far fronte alle minacce che provengono dai nemici esterni”.

 

Un modello economica in cerca di sé

 

Per quanto riguarda l’economia, il paese continua a conoscere un’inflazione galoppante. Stando ai dati ufficiali della Banca Centrale del Venezuela, se si prende come indicatore l’Indice nazionale dei Prezzi al consumo (INPC) ci si accorge che, nel corso degli undici anni del processo bolivariano, l’inflazione cumulativa è stata del 747%. Va naturalmente ricordato che nel corso degli undici anni prima di Chávez era dell’8.250%, vale a dire di undici volte superiore.

Per i presidente dell’Istituto nazionale di Statistiche (INE), il tasso di inflazione del Venezuela è in gran parte dovuto alla speculazione crescente presente in una serie di settori produttivi. Ad esempio, nella grande distribuzione alimentare, ogni intermediario contribuisce all’aumento dei prezzi in modo tale che c’è una differenza del 30% tra il prezzo stabilito dal produttore e quello pagato dal consumatore.

Secondo il vicepresidente della Commissione delle Finanze del parlamento, il deputato Simon Escalona, “le imprese private sfruttano l’inflazione come un’arma politica, accantonando prodotti allo scopo di alimentare la penuria e provocare così l’aumento dei prezzi, all’unico scopo di destabilizzare il governo e di influenzare gli indicatori economici”. L’economista nonché militante del PSUV, Jesús Farías, ha analizzato il fenomeno. Secondo lui, “la speculazione privata è la causa principale dell’inflazione e la si potrà combattere grazie all’incremento della produzione avviato dal governo e il sistematico attacco ai monopoli, tramite la creazione di migliaia di fabbriche, pubbliche e private, con una visione socialista”.

In base all’analisi dei dati ufficiali della Banca Centrale del Venezuela (BCV) e dell’INE, Victor Álvarez, ex ministro delle Industrie di base nonché ricercatore presso il Centro Internazionale Miranda (CIM), sostiene che, a dispetto delle critiche anticapitaliste del governo bolivariano, dopo undici anni di rivoluzione il peso dell’economia capitalista, lungi dall’essere diminuito, è cresciuto. Ad esempio, l’incidenza del settore privato sull’economia nazionale è passata dal 66,7% nel 1998 al 71% nel 2008. E anche se la Banca Centrale nella sua ultima Relazione annuale segnala che “la partecipazione del settore pubblico al PIL è passata nel 2009 al 30,3%, di contro al 29% dell’anno precedente”, il dato resta pur sempre inferiore all’incidenza del settore pubblico nel 1998, che era del 35,3%.

Questi dati dimostrano che, tra il 1998 e il 2009, l’economia venezuelana è diventata più capitalista, il che entra in totale contraddizione con gli obiettivi fissati dal governo boliviano per costruire un nuovo modello socialista di produzione.

Eppure, il Venezuela sta senz’altro vincendo la battaglia contro la povertà e l’emarginazione sociale. Il grande successo innegabile del governo bolivariano, prosegue Álvarez, è la significativa riduzione del tasso di disoccupazione e della percentuale di persone in stato di povertà e di estrema povertà. La disoccupazione è scesa al solo 7% nel dicembre 2009, mentre arrivava al 20,3% nel febbraio 2003. La percentuale dei poveri è diminuita, passando dal 62,1% del 2003 al 25% del 2008. Allo stesso modo, la percentuale delle persone in condizioni di povertà estrema è passato dal 29% nel 2003 a meno del 10% alla fine del 2009 [fonte: V. Álvarez, Venezuela: ¿Hacia dónde va el modelo productivo?, Ed. del Centro Internacional Miranda, Caracas, 2009].

Effettivamente, gli investimenti nei programmi sociali, tramite le “missioni”, hanno permesso di compensare una suddivisione regressiva delle risorse nel settore privato dell’economia, dove la parte che il capitale si accaparra è aumentata, a detrimento della parte riservata ai lavoratori. Nel 1998, i lavoratori ricevevano il 39,7% del valore creato, di contro al 36,2% destinato ai redditi del capitale. Dieci anni dopo, la quota dei lavoratori è scesa al 32,8%, mentre quella dei capitalisti è passata al 48,8%.

 

[Da Inprecor, nn. 564-565, agosto-settembre 2010, pp. 23-28. Traduzione dal francese di Titti Pierini]

 

 

III - VENEZUELA - LE PROSSIME ELEZIONI PARLAMENTARI

Sébastian Brulez e Fernando Esteban

 

 

Il 26 settembre 2010 i venezuelani sono chiamati alle urne per eleggere i deputati della Nuova Assemblea nazionale [il parlamento]. È bene ricordare che al momento delle politiche precedenti, nel 2005, l’opposizione aveva deciso il boicottaggio, ritirando i propri candidati con il pretesto dalla “inaffidabilità” della Commissione elettorale nazionale (CNE). La coalizione chavista di allora (MVR, PPT, PCV, Podemos, MEP ed altri piccoli partiti) aveva così conquistato il 100% dei seggi. Solo nel 2007, al momento della campagna per la riforma della Costituzione, Podemos aveva deciso di schierarsi con l’opposizione.

 

 

Le primarie nel PSUV

 

Il quadro attuale è radicalmente diverso. In primo luogo perché ha fatto il proprio ingresso, da allora, il PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela). Poi perché questa volta l’opposizione ha saputo ricavare il bilancio negativo della propria politica astensionista e punta a svolgere il suo ruolo di guastafeste. Di fatto, malgrado si contraddistingua per l’incapacità di unificarsi e per l’assenza completa di un programma politico alternativo, la sua sistematica collocazione critica potrebbe assicurarle questa volta la conquista di deputati, date le attuali difficoltà attraversate dal processo bolivariano.

Il PSUV, da parte sua, ha intrapreso un lungo percorso elettorale, tendente a selezionare l’insieme dei propri candidati. Il 2 maggio 2010, 2,5 milioni di aderenti si sono recati alle urne per queste primarie, il che significa una partecipazione del 38%; la percentuale può sembrare non troppo elevata ed è invece piuttosto buona, considerati una serie di elementi. In primo luogo, una macchina così pesante come il PSUV ha dimostrato la propria efficienza. Sono stati, infatti, 3.527 i candidati che si sono confrontati nelle primarie, per 110 posti. Sono stati inoltre organizzati 3.820 uffici elettorali nelle 87 circoscrizioni elettorali del paese [i risultati in dettaglio non sono stati resi pubblici, ma gli elenchi degli eletti alle primarie si possono consultare in: www.psuv.org.ve]. È noto inoltre che buona parte delle persone iscritte al PSUV lo sono per poterne trarre qualche vantaggio, e in genere non partecipano alla vita politica e democratica del partito. Infine, le elezioni politiche, di solito, registrano record di astensionismo (una partecipazione dal 25% al 30%). Assistere a primarie che ottengono oltre 10 punti percentuali in più rispetto al  tasso di partecipazione ad elezioni del genere è quindi un buon risultato, da questo punto di vista.

Rispetto all’elezione dei candidati, si possono notare tre tendenze. La prima è il consolidarsi di una certa linea “ufficiale”. Alcuni dei principali leader del PSUV che si sono presentati, membri della direzione nazionale, sono passati agevolmente, ad esempio Aristóbulo Istúriz, vicepresidente del PSUV, o Freddy Bernal, ex sindaco di Caracas. La seconda tendenza è il forte rinnovamento delle candidature. Solo 22 deputati uscenti sono stati prescelti e potranno quindi candidarsi ancora. Va infine osservato l’emergere, già noto, dei giovani. I giovani del PSUV conquistano dieci candidature, cosa che imprime evidentemente un respiro nuovo, ancorché essi abbiano goduto appieno del peso dell’apparato e non è detto che siano stati espressi dalle correnti più radicali del PSUV. Il segnale più forte, infatti, è questo: la burocrazia è stata in grado di rinnovarsi. Verranno inviati in parlamento nuovi cervelli, per difendere la linea ufficiale del PSUV, mentre nel frattempo le tendenze minoritarie radicali (ad esempio, Marea Socialista) non sono riuscite ad unificarsi e così si ritrovano senza candidato. Peggio ancora, le percentuali ottenute le relegano ai margini del PSUV. Evita la sconfitta soltanto Juan Contreras, storico militante del quartiere popolare (barrio) di Caracas 23 de Enero, riuscendo a strappare un posto di supplente.

Va sottolineato, tuttavia, che 52 candidati non sono stati eletti dai militanti del PSUV, ma direttamente designati da Hugo Chávez, lo scorso 25 maggio. Non stupisce trovare in questo elenco i fidi del “Comandante”, capifila della “boli-borghesia” [termine che indica la nuova classe dominante emersa dal processo bolivariano e che negli ultimi anni si è considerevolmente arricchita], quali Cilia Flores, Presidente dell’Assemblea nazionale, Tania Díaz, ministro della Comunicazione, Héctor Navarro, ministro dell’Educazione, e soprattutto Diosdado Cabello, ministro delle Infrastrutture [fido tra i fidi, Diosdado Cabello era inoltre vicepresidente della Repubblica bolivariana al momento del colpo di Stato dell’11 aprile 2002. Più volte ministro, è ritenuto da molti la figura emblematica della destra endogena e affarista].

 

Le battaglie interne all’opposizione

 

Il processo di designazione dei candidati dell’opposizione è radicalmente diverso da quello adottato dal PSUV. Come sempre, gli interessi divergenti di ognuno dei principali partiti di opposizione (Primero Justicia, Un Nuevo Tiempo, Acción Democratica, COPEI) rendono arduo, se non impossibile, qualsiasi accordo unitario. Tuttavia, un’intesa unitaria ha portato l’opposizione a organizzare le primarie, la domenica del 25 aprile, ma con molto minor successo ed ampiezza del PSUV. Si sono recati alle urne solo 380.000 elettori, per scegliere 22 candidati in 15 circoscrizioni su 87. I 22 candidati sono stati selezionati tra i 78 che hanno dovuto versare circa 3.000 dollari per avere diritto a presentarsi. Quanto al resto dei candidati di opposizione, sono stati scelti in seguito, per “consenso” o “sondaggi”.

D’altro canto, questa stessa opposizione, che qualche mese fa appoggiava gli studenti dell’Università Centrale del Venezuela (UCV) che protestavano contro la Legge organica dell’Educazione (LOE), ha negato ai dirigenti studenteschi la possibilità di candidarsi all’Assemblea. La cosa non ha mancato di suscitare qualche agitazione, di cui hanno approfittato, del tutto legittimamente, i giovani del PSUV, sottolineando lo spazio rilevante riservato loro nelle primarie e denunciando la manipolazione dei giovani da parte dell’opposizione. Più in generale, di fronte al gigantismo delle primarie del PSUV, quelle dell’opposizione hanno fatto una ben magra figura.

In realtà l’opposizione appare dilaniata tra due strategie totalmente diverse per combattere il processo bolivariano.Da una parte, c’è una vecchia opposizione, revanscista e accecata dall’odio, che rivendica in toto il colpo di Stato dell’11 aprile 2002 e che spera di sbarazzarsi in tutti i modi di Chávez senza aspettare il 2012, la data di scadenza del mandato presidenziale. Per definirla meglio, le si potrebbero attribuire un certo numero di analogie con la destra cilena che ha rovesciato Allende nel 1973. Questa opposizione sembra ormai completamente stravolta, dopo i reiterati insuccessi nel 2002 (tentativo di golpe), 2003 (tentativo di blocco economico delle principali aziende per asfissiare l’economia e costringere così Chávez a dimettersi), 2004 (sconfitta del referendum di revoca). Oggi continua a perdere colpi e stenta a mobilitare le sue truppe.

Esiste però un’altra opposizione, più moderna e disposta ad affrontare il gioco democratico, che è ancor più pericolosa. Questa destra, capeggiata da Julio Borges (Primero Justicia), è al contempo tradizionalista, ultraliberista e sviluppa alcune tematiche che non hanno nulla da invidiare all’estrema destra europea. Essa ha preso chiaramente le distanze dai fautori della destabilizzazione permanente, anche se è chiaro che, nel caso di un nuovo colpo di Stato, si schiererebbe senza esitare con i golpisti. Ma l’immagine che essa coltiva, quella di una destra “più ragionevole”, fa sì che si riveli immediatamente più pericolosa, perché può apparire come un’alternativa agli occhi di una parte dell’elettorato in cerca di un punto di riferimento.

 

Calcoli elettorali

 

Le esitazioni dimostrate e gli errori commessi nel corso della gestione della crisi elettrica e della mancanza d’acqua, oltre alla notoria incapacità di risolvere i problemi ricorrenti del paese (corruzione, insicurezza, inflazione), fanno tuttavia temere a molti chavisti, se non che si perda la maggioranza in parlamento, perlomeno un relativo ridimensionamento del numero di deputati. La stessa direzione del PSUV non è lontana dal condividere questa analisi. Si è anche pensato a una riforma elettorale per schivare sorprese sgradevoli. L’elezione all’Assemblea nazionale avviene in questo modo: il 60% dei seggi si distribuisce nominalmente, il 40% proporzionalmente. Uno dei punti della riforma prevede che la lista che ottiene più del 50% avrà il 75% dei seggi riservati al proporzionale. Ora, se attualmente l’opposizione è ben lungi dall’essere irrisoria nelle grandi città, il PSUV schiaccia qualunque concorrenza nell’insieme degli Stati rurali. E se solo il 15% dei venezuelani vive in campagna, esiste da tempo una loro sovra-rappresentanza in parlamento: circa il 30% dei deputati. Questo lascia pensare al PSUV che potrebbe ottenere il 50% e accaparrarsi così i tre quarti del 40% di seggi riservati al proporzionale.

L’altro cambiamento, annunciato il 19 gennaio 2010 da Tibisay Lucena, presidente del Consiglio nazionale elettorale, è un’abile nuova ridistribuzione delle circoscrizioni, mirante evidentemente a favorire il PSUV. Ad esempio, nello Stato di Miranda, il passaggio della parroquia [suddivisione amministrativa, direttamente ereditata dalla parrocchia religiosa] Leoncio Martinez (conquistata dall’opposizione) dalla circoscrizione n. 3 a quella n.2 dovrebbe consentire una facile vittoria del PSUV nella stessa circoscrizione n. 3.

Questa “cucina” elettorale dovrebbe normalmente evitare una sconfitta del PSUV alle prossime elezioni, permettendo con ciò di consolidare un certo discorso “ufficiale”, pur nascondendo con difficoltà una ben altra realtà, e cioè: la lenta divaricazione, sempre più marcata, tra il PSUV e una parte della popolazione, attratta ieri dal processo e oggi completamente disorientata. Se il processo non affronta immediatamente le misure necessarie in risposta alle inquietudini di questi venezuelani, si può ben scommettere che assai presto l’incompetenza dell’opposizione e le cucine elettorali non basteranno a garantire facili successi.

Se, in realtà, l’opposizione si rivela incapace di costruire e presentare un programma alternativo credibile, è comunque capace di mettere il dito sulla piaga. Ai suoi temi preferiti, come l’inflazione galoppante o l’insicurezza, essa aggiunge la mancanza di efficienza e di pianificazione delle misure tendenti a ridurre l’impatto della siccità, come pura l’assenza di una visione di lungo periodo per quanto riguarda la produzione nazionale di energia elettrica.

Conoscendo la scarsa mobilitazione dei chavisti per le elezioni in cui non è direttamente candidato Chávez (in genere una partecipazione sotto il 30%), ci sono da temere brutte sorprese, di fronte a un’opposizione che può contare in modo continuativo su 4 milioni di elettori. Un recente sondaggio pubblicato dal quotidiano Ultimas Noticias mostra come 3 venezuelani su 4 non sappiano quali siano i compiti specifici di un deputato. Andare a votare per qualcuno di cui si ignora a che cosa possa servire concretamente, in un contesto di disagio complessivo dovuto ai problemi ricorrenti nella gestione locale e nazionale, lascia presagire numerose defezioni nelle file dell’elettorato chavista.

 

Quali prospettive?

 

Come capita spesso, le riforme proposte dal governo bolivariano non cessano di stupire. Alle riforme dai progressi sociali evidenti, che sembrano costituire un ulteriore passo nella costruzione del socialismo del XXI secolo, possono seguire una serie di comportamenti e di decisioni dai contenuti destabilizzanti e che ci permettono di dubitare della coerenza della linea politica stabilita.

Come non esprimere il plauso per l’instaurazione del controllo operaio a Ciudad Guyana? Come non approvare, ad esempio, la Legge delle aree urbane, che mira ad assegnare un titolo di proprietà a tutte le persone che si sono insediate per anni illegalmente e in modo anarchico nei barrios? O la Legge contro i giocattoli di guerra, che vieta la fabbricazione, la vendita e l’affitto di giochi e videogiochi militareschi? Come non appoggiare la Legge organica sull’Educazione, che introduce l’insegnamento obbligatorio, gratuito, e garantisce la giustizia sociale, l’equità, la tolleranza e il rispetto dei valori multiculturali, interculturali? Una legge che rientra nel quadro della laicità, con i collegi religiosi che possono continuare a funzionare, ma con i corsi di educazione religiosa che non fanno più parte integrante di quelli dell’insegnamento generale e sono facoltativi? Una legge che si ispira ai principi di Bolivar di sovranità e indipendenza nazionale, di giustizia sociale, di uguaglianza tra gli uomini, di piena espressione delle singole personalità?...

Si tratta di altrettanti interventi concreti che non possono indurci a dubitare dell’interesse dell’esperienza bolivariana e dell’esempio che questa può costituire in tutto il mondo, in un contesto in cui si continua a cercare di convincerci che via sia un unico modello praticabile.

Tuttavia, stanno emergendo alla luce serie riserve. Come accettare il malcelato sostegno ai proprietari della Mitsubishi nel tentativo di schiacciare la lotta avviata dai lavoratori ormai più di un anno fa? Come giustificare il silenzio della giustizia nei casi di assassinii di contadini e di lavoratori in funzione degli interessi privati? Come giustificare l’espulsione del militante basco internazionalista Walter Wendelin, mentre le autorità spagnole non ne avevano richiesta l’estradizione? Come concepire che il settore privato sia diventato più rilevante nell’economia nazionale nel corso dell’ultimo decennio? Come accettare la corruzione sempre crescente in seno a una burocrazia chavista diventata boli-borghesia, che negli anni ha occupato la maggioranza dei posti chiave dello Stato e che intrattiene rapporti, a volte molto stretti, con gli interessi del capitale privato?

Dopo undici anni di potere, si può supporre che il processo sia riuscito a costruire un certo numero di “fondamentali”. È quindi più che ora che esso conosca un’accelerazione, pena finire per trovarsi paralizzato. Un’accelerazione della presa del controllo operaio, della partecipazione popolare. Un’accelerazione della lotta contro la corruzione e la burocrazia. Un’accelerazione del controllo delle banche e dell’apparato produttivo. Il solo modo per fermare l’inflazione è rilanciare l’economia nazionale. E se il settore privato gioca contro il governo, spetta allo Stato darsi gli strumenti per produrre e far produrre. Il solo modo per ottenere un salto qualitativo del processo è quello di avere finalmente una pianificazione coerente, concertata e ambiziosa, perché il cammino verso il Socialismo del XXI secolo non diventi una delle tante chimere in più.

 

[Da Inprecor, nn. 564-565, agosto-settembre 2010, pp. 28-31 – Traduzione dal francese di Titti Pierini]

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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