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America Latina dal basso

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MININOTIZIARIO AMERICALATINA DAL BASSO  - n. 90 del 10 settembre 2010

A cura della Fondazione Neno Zanchetta - Gragnano (Lucca)

Segnalo volentieri, anche se con un paio di giorni di ritardo, l’uscita del n. 90 del MININOTIZIARIO AMERICALATINA DAL BASSO.

Per ricevere questa utile lettera periodica, scrivere a Aldo Zanchetta, Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.



DA FIDEL A CHAVEZ,LA STAMPA ITALIANA DI OGGI "SCOPRE" L'AMERICA LATINA





Il compilatore di turno della Rassegna Stampa di Rai 3 di oggi, il direttore del giornale L'Avvenire, Marco Tarquinio (al quale perdoniamo la svista di aver localizzato Cuba nell'America del sud anzichè nei Carabi) ha sottolineato come insolitamente ben tre notizie di rilievo riguardanti l'America latina fossero presenti sui giornali italiani. Fra queste la più diffusa e evidenziata sui giornali quella relativa all'intervista di Fidel Castro al giornalista Jeffrey Goldberg di The Atlantic Monthly.



Partiamo dalle altre due.



Il Venezuela ha spodestato il Messico dal primato di omicidi: uno ogni 27 minuti contro uno ogni 30 in Messico. La violenza in Venezuela è endemica, e non è il frutto del governo Chavez come naturalmente si vuole accreditare. Lo so per esperienza perché sono stato più volte a Caracas per motivi di lavoro negli anni '70 e '80 e ricordo bene la situazione. Probabilmente la situazione è peggiorata, e il governo Chavez sta tardivamente approntando misure straordinarie di professionalizzazione e moralizzazione di reparti speciali della polizia. Non sottovaluto il tema ma lo rinvio al prossimo mininotiziario dedicato alle ormai imminenti elezioni per il rinnovo del parlamento. Una unica nota: fino a pochi mesi fa il primato apparteneva alla Colombia (un morto circa ogni 30 min), poi è passato al Messico. Ora al Venezuela. Ma la stampa italiana si accorge solo ora di questo grave problema perché si parla del Venezuela. Mai una parola sulla Colombia di Uribe, che meriterebbe invece qualche attenzione da parte del nostro governo. Il precedente ambasciatore colombiano in Italia Sabas Pretelt de la Vega è stato destituito e escluso per 12 anni dagli incarichi pubblici per decisione della Procura generale; il precedente console della Colombia a Milano Jorge Noguera Cote, ex direttore del DAS (Dipartimento Amministrativo di Sicurezza, la polizia segreta colombiana) fu richiamato perchè accusato nel suo paese dalla Fiscalía per due procedimenti penali e uno disciplinare. Il nuovo ambasciatore Andres Felipe Arias, ex ministro del governo Uribe, è ora incriminato dalla magistratura colombiana con gravi imputazioni. I governi italiani, di centro sinistra o destra mai hanno obiettato su questi nominativi dando sempre il gradimento. Immaginatevi se in queste situazioni si fossero trovati ambasciatori e consoli venezuelani.

In Colombia, secondo quanto denunciato in un rapporto dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr),. ben 34 tribù amazzoniche rischiano l'estinzione per le continue violenze cui sono sottoposte nelle loro terre. "Tra il 2008 e il 2009 gli omicidi sono aumentati del 63 per cento e nel solo 2009 sono stati assassinati 33 membri della tribù degli awa, e sistematiche vessazioni sono state inflitte ai nukak, una delle ultime tribù nomadi dell'Amazzonia". Non è roba da poco! Ma a dare risalto alla notizia è solo l'Osservatore Romano, che stampa "italiana" non è, mentre la quasi totalità degli altri la ignora. E ciò offre la seconda occasione di riflessione sulla selettività, voluta o meno, della stampa nostrana. Anche su questa torneremo a breve commentando le recenti elezioni colombiane. Immaginate però nel frattempo quali clamori sui nostri giornali se questo avvenisse nel Venezuela di Chavez.

Veniamo infine all'intervista "sensazionale" di Fidel Castro il quale avrebbe affermato che il cosiddetto modello cubano è superato, infatti "nel nostro modello lo Stato ha un ruolo troppo grande nella vita economica del paese". Non ho potuto leggere ancora l'intervista completa, salvo due brevi frasi riportate nell'intervista di Cotroneo, che su queste costruisce il suo atto di accusa, non perdendo l'occasione per estrapolare il discorso di Fidel chiedendosi se egli "si sia infine reso conto in vecchiaia di aver messo in piedi un disastro completo? Quasi." Da notare anche la (s)correttezza giornalistica del Corriere che mette fra virgolette il titolo dell'articolo "Il comunismo a Cuba non funziona più" lasciando pensare che queste siano parole del "comandante" e non del redattore. Questo è quanto il convento della stampa italiana passa..



Questo mininotiziario non ha mai parlato di Cuba, né in bene né in male. Non è un vanto, perché la ragione di questo silenzio sta nel fatto che lo scrivente ha una conoscenza insufficiente di questo paese e della sua storia. Ed essendo il tema cruciale, ha preferito glissare. Solo una volta ha scritto a La Repubblica in difesa di Cuba per uno squallido scritto di Michele Serra nella sua rubrica L'amaca. Naturalmente il breve scritto venne ignorato dal giornale, ma piacque a molti cui fu successivamente diffuso, e fu chiesto il permesso di pubblicarlo su alcuni siti. Per la stessa ragione nel primo dei due libri da me curati sull'America latina ho affidato il capitolo su Cuba a Giulio Girardi, un simpatizzante critico di Cuba, che da par suo aveva tracciato meriti e limiti dell'esperienza cubana, sotto il titolo "Cuba:perché il socialismo cubano non crolla". Un testo da rileggere e che riporto in allegato per gli interessati.



A chi mi chiede di tanto in tanto la mia opinione su Cuba, rispondo di non essere un esperto del paese citando due fatti, a partire dai quali ritengo possibile una riflessione serena.



Il primo si riferisce alla lettura di un'intervista ad un giornalista francese, del quale non ricordo il nome, che prendendo come metro di giudizio le tre parole simbolo della Rivoluzione francese, Libertà, Uguaglianza, Fraternità, osservava che Cuba aveva posto in valore le ultime due, restando carente sulla prima, mentre gli stati vicini a Cuba avevano forse valorizzato meglio la prima, ma cancellate le altre due.



Il secondo si riferisce ad una esperienza personale. Nel mio lavoro professionale ebbi occasione di avvalermi per alcuni anni della consulenza di un professore universitario cubano esule in Italia col quale si stabilì una cordiale amicizia. Un giorno mi raccontò che aveva abbandonato Cuba perché intransigente libertario ma che si arrabbiava fortemente quando ascoltava critiche indiscriminate su Cuba perché, mi disse con decisione, il sistema sanitario e il sistema scolastico cubano erano tecnicamente ed eticamente i migliori al mondo.



Nelle mie due sole visite a Cuba incontrai Castro. La prima volta mi consegnò personalmente una pergamena di ringraziamento per il dono che avevo fatto fornendo gratuitamente i disegni dei pezzi di ricambio delle apparecchiature farmaceutiche di mia costruzione che avevo fornito, perché ero cosciente che in caso di guasti od usura difficilmente avrebbero avuto i mezzi per acquistare i ricambi (i macchinari erano stati commissionati e pagati dall'OMS). La seconda in occasione di un seminario di 3 giorni della Alianza Social Continental,  al quale Castro partecipò come uditore, col suo bravo quaderno di appunti, sedendo e mescolandosi fra i partecipanti durante gli intervalli. Ne riportai un'ottima impressione umana, come sto apprezzando i testi che da molti mesi scrive quotidianamente su argomenti di attualità mondiale. Questo senza dimenticare i lati oscuri della sua abile e lunga gestione politica e senza mitizzarlo.



Sono un detrattore di Cuba? Certamente no. Tanto meno sono allineato con le critiche che vengono da una destra mondiale oltranzista, incapace di un minimo di serietà. Sono un critico di Cuba? Certamente si, ma non un critico distruttivo. Penso che ci siano molte cose da cambiare, senza però gettare via il bambino (cinquantenne) con l'acqua sporca. Per chi vuole approfondire la situazione a Cuba, una visione serena e documentata è reperibile sul sito di Antonio Moscato (http://antoniomoscato.altervista.org).



Per chiudere per ora sull'intervista di Fidel, credo che una volta letto il testo completo si potrà andare bene al di là di questa breve sommarissima nota che è stata più un pretesto per porre il problema del significato positivo della critica documentata e pacata e del suo indispensabile contributo alle "cause" sostenute.



Vengo così al nocciolo del discorso che mi preme fare, prendendo spunto dall'intervista: si può criticare da sinistra Chavez, Correa, Morales, Lula senza venire accusati di essere "agenti dell'imperialismo", lacayos, venduti e da destra (questo è il caso del "presidente operaio" Lula, ahimè) di essere "trinariciuti" di guareschiana memoria?



Io credo che l'esaltazione acritica verso gli idoli del momento praticata da parti consistenti del mondo delle Ong e dei movimenti sociali, che è quello che ci sta più a cuore, costituisca un doppio errore. Il primo è un torto alla verità, e non toccherebbe a me ricordare a costoro che è stato uno dei loro "maestri" a affermare che "la verità è rivoluzionaria". Il secondo è un errore politico grave perché non ammette la possibilità e necessità di una correzione in corso d'opera delle cose che non vanno (e nel caso dei nomi sopra citati oggi non sono poche e presto cercheremo di documentarle), ma anche perché chiude ogni "via di fuga": chi oggi ad es esalta un Morales senza macchia, domani che l'operato suo risultasse indifendibile o quanto meno fortemente criticabile, con quale credibilità potrebbe ragionare sul "bene" e sul "male" da lui fatto, salvando il primo e cercando di correggere il secondo?



E' un discorso molto grosso, su cui torneremo, partendo da casi molto concreti



A.Z.



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