Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Actualidad latinoamericana --> Dávalos da Quito (It)

Dávalos da Quito (It)

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Ecuador

Alianza País: Dalla teoria della cospirazione

alla real politik

Pablo Dávalos

 

[Ecco la traduzione italiana (fatta tempestivamente da Titti Pierini) di questo testo molto utile, scritto da Pablo Dávalos, che è stato sottosegretario di Correa quando era ministro dell’Economia nel governo di Palacio, dopo la caduta di Gutiérrez, ma che è diventato da tempo un suo critico molto severo. Non va confuso con un altro economista, Mauricio Dávalos, che è stato più recentemente ministro dell’Economia, e si è dovuto ugualmente dimettere. Il testo mi sembra utile per contrastare la vecchia abitudine della sinistra di ingigantire il “complotto” per concludere che tutto va bene, il popolo è forte e unito vincerà. In realtà la conclusione positiva in Ecuador è stata possibile solo contrattando con l’esercito… che è quello di prima. a.m. 5/10/10]

 

 

Che cosa è successo in Ecuador? Che sta succedendo? Nella sollevazione della polizia c’è stato un tentativo di colpo di Stato? I recenti avvenimenti hanno suscitato una duplice interpretazione. La versione governativa va in questa direzione: i poliziotti ed alcuni settori dell’esercito dell’Ecuador hanno tentato un colpo di Stato, in direzione di una restaurazione oligarchica alimentata dal corso politico di un governo sovrano e che aveva tenuto fede all’impegno di rottura con il modello neoliberista e che sta, tra l’altro, effettuando profonde trasformazioni democratiche a vantaggio del popolo, in particolare dei settori più poveri; il tentativo di colpo di Stato è stato sventato grazie alla massiccia mobilitazione del popolo ecuadoriano, pronto ad affrontare la destra e a salvare questo processo che si è autodefinito rivoluzionario e, al tempo stesso, all’atteggiamento coraggioso e deciso del presidente, che ha conservato la sua coerenza anche nei momenti più drammatici.

Fin qui, un’interpretazione che ha come asse di orientamento il governo del paese e che in un modo o in un altro si esprime in varie dichiarazioni ed analisi di settori identificabili con la sinistra continentale. In questa visione la realtà è lineare ed essenziale e sembrano chiare ed evidenti le linee di demarcazione tra la sinistra, i buoni, e quelli che non lo sono.

Tuttavia, i fatti – come a volte ha sostenuto Lenin – sono tenaci e mettono in luce una realtà ben più prosaica e differente: a quanto pare, e come confermano tutti i dati esistenti, non si è mai trattato di un colpo di Stato perché non vi è stata alcuna dichiarazione politica in questo senso da parte delle forze di polizia e dell’esercito coinvolte nel conflitto, ma piuttosto, per quanto assurdo possa sembrare, il nocciolo dello scontro ha riguardato alcune rivendicazioni amministrative e finanziarie da parte dei poliziotti ecuadoriani, che si sentivano colpiti dal Codice di Servizio adottato dal parlamento, ma che è stato cambiato radicalmente dal veto presidenziale di Rafael Correa. Il fatto che una protesta amministrativa abbia generato la più importante crisi politica degli ultimi anni richiede una riflessione, perché questo episodio ha lasciato emergere vari fenomeni, apparentemente diversi e contraddittori.

Innanzitutto, c’è la posizione dei movimenti sociali del paese, tra cui il movimento indigeno, che hanno preso le distanze sia dal governo di Alianza País sia dai poliziotti insorti; pur dovendo mediare qualche maldestra dichiarazione di alcuni suoi membri, l’organizzazione indigena ha tuttavia sfruttato l’occasione per porre l’accento su quello che considera il centro del dibattito politico: le derive estrattiviste e neocoloniali che sta assumendo il governo della Revolución Ciudadana [“Rivoluzione Civica”]. La altre organizzazioni sociali, tra cui i sindacati del settore pubblico, ne hanno approfittato per manifestare il proprio malcontento rispetto a varie leggi approvate dal regime e che ledono i loro diritti lavorativi. La posizione del movimento sociale ecuadoriano consente di capire l’isolamento del governo nei momenti più drammatici, quando aveva assolutamente bisogno di questa organizzazione sociale, sempre considerata come residuo corporativo del neoliberismo, e si trovò completamente solo, o meglio circondato dall’affetto, dalla solidarietà e da buone intenzioni di un ristretto numero di persone che, per quanto importanti, quando si tratta di contendersi e difendere il potere sono in genere poco incisivi se non sono fenomeni maggioritari e convincenti. In quelle ore di solitudine, il presidente ha dovuto fare qualcosa che non avrebbe mai immaginato: trattare la propria stabilità politica con le forze armate.

In secondo luogo, c’è lo stesso sistema politico ecuadoriano. L’istituzionalità politica si è rivelata incapace di scongiurare i fantasmi da lei stessa evocati. La serie di leggi approvate sul piano legislativo e che avevano comportato un processo di dialogo, consenso ed accordi tra soggetti diversi, e che hanno prodotto vari progetti di legge, la cui stesura non soddisfaceva molti di questi ma che dimostravano che si era dovuto cedere per conservare un fragile equilibrio, quando sono arrivati all’esecutivo per la loro approvazione finale sono stati cambiati radicalmente, alterando appunto l’equilibrio a cui si era laboriosamente arrivati. Il veto presidenziale a varie di queste leggi, ad esempio quella sull’Istruzione Superiore e il Codice Organico di Servizio Civile, il Codice Organico di Assetto Territoriale, tra le altre, hanno modificato l’equilibrio grazie al quale erano state approvate in parlamento, trasformando il presidente della Repubblica in legislatore di ultima istanza.

I parlamentari del partito di governo non hanno mai potuto dissentire, né presentare la sia pur minima resistenza, nei confronti della volontà dell’esecutivo e, alla fine non hanno mai sostenuto né riconosciuto le intese precedenti da loro stessi sottoscritte con vari soggetti sociali, politici e istituzionali per ottenere i voti necessari per approvare queste leggi. Questo ha determinato la perdita di fiducia nella legislatura e il ridursi di vari settori sociali che vedevano come la loro volontà di arrivare ad accordi  e di fare concessioni veniva completamente calpestata dall’Esecutivo.

Le ripetute mobilitazioni delle università, dei dipendenti pubblici, dei pensionati, degli indigeni, tra gli altri, dimostravano il restringersi del sostegno sociale. Eppure, il sistema politico non sembrava voler assorbire l’energia sociale incanalandola nel quadro istituzionale vigente, perché qui si parlava un solo linguaggio, e in un senso solo: quello del partito di governo. Alianza País stava ricostruendo il quadro politico istituzionale ecuadoriano a partire dall’autismo e dall’arroganza del potere. Nel momento in cui si verifica la crisi politica, il sistema politico ecuadoriano è stato incapace di risolverla, essendo esso stesso parte del problema. Così come stanno le cose, ora Alianza País dovrà creare le garanzie della sua stessa sopravvivenza politica e risolvere la crisi senza ricorrere a un discusso sistema politico, una fatica di Sisifo.

In terzo luogo, ci sono i mezzi di comunicazione di massa trasformati in capro espiatorio della Revolución Ciudadana. Poche ore dopo l’esplosione del conflitto politico, il governo ha scelto di recuperare e ha risolto la polemica mediatica e sul significato dello scontro assumendo il completo controllo dell’informazione. In questo processo il governo ha imposto l’idea che fosse in gioco la democrazia attaccata dalla destra camuffata in settori della polizia, che erano stati oggetto della manipolazione di settori chiaramente identificati con l’opposizione (si è parlato con insistenza del Partido Sociedad Patriótica e del suo leader Lucio Gutiérrez). Al di là che questa versione sia plausibile, c’è il fatto che, quando alla fine si è aperto il segnale per tutte le televisioni, si è avuto accesso a un’informazione che contrastava con le notizie ufficiali e che suscitava dubbi sugli avvenimenti accaduti.

I mezzi di comunicazione pubblici che fino ad allora si erano battuti per la propria legittimità, cercando anche di essere un minimo critici nei confronti del governo, in questa occasione hanno invece dimostrato come semeiotica e comunicazione siano fondamentali se si tratta di mettere in discussione il potere e come, arrivato il momento, l’imparzialità diventi una maschera scomoda: la verità è sempre una prerogativa del potere. I media sono ancora una volta al centro della discussione perché presentano una realtà e una serie di fatti che contrastano con le versioni ufficiali. Ora il governo deve affrontare i divari tra la propria versione che si sia trattato di un tentativo di colpo di Stato e le notizie che vengono fuori a poco a poco e che indicano che non si è trattato neppure del sequestro del presidente. Il problema è che questa discussione erode l’egemonia ideologica del partito di governo e comincia a sgretolarla e, senza questa egemonia ideologica, il solo sostegno concreto che per ora ha il regime, anche le adesioni clientelari ed elettorali possono egualmente logorarsi, mettendone in pericolo la stabilità politica.

Ma c’è anche di più: la situazione economica del paese non favorisce il governo. Non può presentare dati di crescita economica, creazione di posti di lavoro, investimento, riduzione della povertà, perché le cifre dimostrano che, almeno per quanto riguarda l’economia, la proposta di Alianza País è fallita e non c’è speranza di ripresa. La disoccupazione palese o mascherata raggiunge i due terzi della popolazione in grado di lavorare. Il costo del paniere dei beni di consumo di una famiglia è aumentato ai massimi storici (550 dollari), mentre il salario minimo copre appena il 43% del paniere. Di fatto, la povertà è cresciuta. Tutto questo, in un contesto di buon andamento dei prezzi del petrolio, di un importante incremento degli introiti fiscali e di espansione delle esportazioni non tradizionali. Certo, il regime di Alianza País ha ancora bisogno di maggiori risorse economiche, soprattutto per risolvere i problemi del passivo fiscale. In questo senso, ha presentato una proposta di legge per accrescere la possibilità di indebitamento fino al 50% delle entrate nazionali e pagare in buoni gli assegni pensionistici. Una proposta che ha sollevato l’opposizione dei pensionati e dei dipendenti pubblici contro il regime e che preannuncia future mobilitazioni sociali. L’economia costituisce una bomba a tempo per Alianza País che, per il momento non sta nel suo elenco di priorità ma che a media scadenza rivelerà la sua importanza.

Dopo l’attuale crisi, Alianza País sa che una cosa è il discorso e un’altra cosa sono le esigenze del potere. Può darsi che l’immagine del presidente si sia rafforzata congiunturalmente, ma questo non vuol dire che le condizioni di governabilità siano per lui le migliori. Viceversa, sa che nella rappresentazione non può confondere le ombre nello specchio e ha bisogno di risposte efficaci che gli garantiscano a lunga scadenza la sua permanenza al potere e di difendere quel grado di libertà nel sistema politico che ne fa la forza egemone. Il malcontento di vari settori sociali, tra cui l’esercito e la polizia nazionale, è lì ed è indubbio. Se Alianza País sceglie di risolvere la crisi provocata dalla sollevazione della polizia nazionale senza risolvere prima le cause del conflitto che non coinvolge solo la polizia ma anche altri settori sociali sa che il simulacro del colpo di Stato può trasformarsi in profezia auto realizzata. Non può però risolvere le condizioni della sua governabilità senza cambiare il formato politico della sua egemonia, ma non può farlo senza rinunziare ai corrispondenti spazi politici, vale a dire rendere vulnerabile questa egemonia.

Alianza País è un movimento autistico, nel cui lessico politico le parole “dialogo” e “consenso” non esistono. La spinta storica che ha portato al potere Alianza País si sta sfaldando perché la società ecuadoriana comincia a cambiare il suo ordine di priorità. È questo il suo dramma principale e qui sta il maggior paradosso: come pensa Alianza País di recuperare quei livelli di libertà con cui stava ricostruendo il quadro istituzionale e il sistema politico senza incrinare le condizioni della sua governabilità? Come può il sistema politico ecuadoriano recuperare la propria legittimità senza fare tabula rasa di se stesso e dover riportare a zero il contatore? Come mobilitare una società, specie nel momento in cui se ne ha più bisogno, e che non ha nulla a che vedere con le scommesse elettorali, quando si è cercato di destrutturare, di manipolare e smobilitare questa stessa società? Come fare appello all’organizzazione sociale se si è cercato di cooptarla e trasformarla in un’appendice del regime, o altrimenti di distruggerla? Come dire alla cittadinanza che la verità presentata dai mezzi di comunicazione governativi non sono altro che una strategia di dissuasione e che la verità è altrove?

 

Alianza País si trova fra Scilla e Cariddi. Per uscire dalla crisi deve appellarsi al dialogo e al consenso, ma questo la indebolisce politicamente, perché finirà per dare un’impressione di vulnerabilità, ed è questo il segnale di cui l’opposizione ha bisogno. Se, invece, mantiene la sua posizione di egemonia e di imposizione, è solo questione di tempo perché la sua teoria della cospirazione si converta in una profezia auto realizzata. L’insubordinazione poliziesca e militare ha dimostrato che il re è nudo e, a quanto pare, apre il conto al rovescio per la tenuta politica di Alianza País.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ecuador

Alianza País: De la teoría de la conspiración a la real politik

Pablo Dávalos

 

 

¿Qué pasó en Ecuador? ¿Qué está pasando? ¿Hubo intento de golpe de Estado en la insubordinación policial? Los recientes acontecimientos han suscitado una doble interpretación. La versión gubernamental va en la siguiente línea: los policías y sectores de las fuerzas armadas del Ecuador intentaron un golpe de Estado en una línea de reconstitución oligárquica suscitada por el rumbo político de un gobierno soberano y que había mantenido una agenda de ruptura con el modelo neoliberal y que está produciendo, además, profundas transformaciones democráticas en beneficio del pueblo en especial de los sectores más pobres; este intento de golpe de Estado ha sido evitado por la masiva movilización del pueblo ecuatoriano dispuesto a confrontar a la derecha y a salvar este proceso que se ha autodenominado revolucionario, y, asimismo, por la valiente y firme actitud del Presidente del Ecuador que mantuvo su coherencia hasta en los momentos más dramáticos.

Hasta ahí una interpretación que tiene como eje director al gobierno ecuatoriano y que de alguna manera consta en varios pronunciamientos y análisis de sectores identificados con la izquierda política del continente. En esta visión la realidad es simple y contundente y las líneas que demarcan a la izquierda (los buenos) y a los que no lo son, aparecen claras y transparentes.

Sin embargo, los hechos, como alguna vez dijo Lenin, son tenaces y evidencian una realidad más bien prosaica y diferente: al parecer y tal como lo confirman todos los datos existentes, nunca se trató de un golpe de Estado porque no hubo un pronunciamiento político en ese sentido de los sectores de la policía y de las fuerzas armadas involucradas en el conflicto, sino más bien, y por absurdo que pueda parecer, el núcleo del conflicto giró alrededor de reclamos administrativos y financieros por parte de la tropa de la policía ecuatoriana, aparentemente lesionados por el Código de Servicio Civil que fue aprobado por la Asamblea Nacional del Ecuador, pero que fue radicalmente cambiado por el veto presidencial de Rafael Correa. El hecho de que un reclamo administrativo haya generado la crisis política más importante del Ecuador de los últimos años, llama a la reflexión porque este hecho permitió que afloren varios fenómenos aparentemente disímiles y contradictorios.

En primer lugar está la posición de los movimientos sociales del Ecuador, entre ellos el movimiento indígena, que se desmarcaron tanto del gobierno de Alianza País cuanto de los insubordinados policías ecuatorianos, aunque mediaron algunas declaraciones desafortunadas de varios de sus líderes, pero la organización indígena aprovechó la coyuntura para resaltar lo que consideran el centro del debate político: las derivas extractivistas y neocoloniales que está asumiendo el gobierno de la Revolución Ciudadana. Las demás organizaciones sociales, entre ellas los sindicatos del sector público, aprovecharon de la coyuntura para manifestar su malestar con varias leyes aprobadas por el régimen y que lesionan sus derechos laborales. Esta posición del movimiento social ecuatoriano permite comprender la orfandad del gobierno en sus momentos más dramáticos, cuando necesitaba de forma desesperada esa organización social, a la que siempre la había considerado como rezagos corporativos del neoliberalismo, se vio completamente solo y más bien rodeado de afectos, solidaridades y buenas intenciones de un reducido grupo de personas que, si bien son importantes, cuando se trata de disputar y defender el poder generalmente son intrascendentes si no son fenómenos mayoritarios y contundentes. En esas horas de soledad, el Presidente ecuatoriano Rafael Correa tuvo que hacer algo que jamás se habría imaginado: negociar su estabilidad política con las fuerzas armadas.

En segundo lugar está el mismo sistema político ecuatoriano. La institucionalidad política se reveló incapaz de conjurar a los fantasmas que ella misma había convocado. La serie de leyes que se aprobaron en el legislativo y que implicaron un proceso de diálogo, consenso y acuerdos con actores disímiles,  y que produjeron varios proyectos de ley cuya redacción no satisfacía a muchos de ellos pero que demostraban que se tuvo que ceder para mantener un frágil equilibrio, en el momento en el que llegaron al ejecutivo para su aprobación final fueron cambiadas de forma radical y alteraron, precisamente, ese equilibrio al que trabajosamente se había llegado. El veto presidencial a varias de estas leyes, como por ejemplo la Ley de Educación Superior, el Código Orgánico de Servicio Civil, el Código Orgánico de Ordenamiento Territorial, entre otras, cambiaron el equilibrio con el cual fueron aprobadas al interior del legislativo y convirtieron al Presidente de la República en legislador de última instancia.

Los asambleístas del partido de gobierno nunca pudieron ni contradecir ni presentar la más mínima resistencia esa voluntad del ejecutivo y, finalmente, nunca respaldaron ni reconocieron los acuerdos previos que ellos mismos habían suscrito con varios actores sociales, políticos e institucionales para lograr los votos necesarios para aprobar esas leyes. Esto determinó una pérdida de confianza en la legislatura y una crispación de varios sectores sociales que veían que su voluntad de llegar a acuerdos y realizar concesiones eran tabula rasa para el Ejecutivo.

Las reiteradas movilizaciones de las universidades, de los servidores públicos, de los jubilados, de los indígenas, entre otros, daban cuenta de esa crispación social. Empero, el sistema político ecuatoriano no daba muestras de absorber esa energía social y canalizarla dentro de la institucionalidad vigente, porque esta institucionalidad hablaba un solo lenguaje y en un solo sentido: aquel del partido de gobierno. Alianza País estaba reconstruyendo la institucionalidad política ecuatoriana desde el autismo y la arrogancia del poder. Cuando se produce la crisis política, el sistema político ecuatoriano fue incapaz de resolver esta crisis porque él mismo era parte del problema. Tal como están las cosas, ahora Alianza País deberá crear las garantías de su propia supervivencia política y resolver la crisis sin apelar a un cuestionado sistema político, una verdadera tarea para Sísifo.

En tercer lugar están los medios de comunicación convertidos en la víctima propiciatoria de la Revolución Ciudadana. A pocas horas de suscitarse el conflicto político el gobierno optó por curarse en sano y zanjó la disputa mediática y semiótica del conflicto asumiendo el control total de la información. En ese proceso el gobierno posicionó la idea de que estaba en juego la democracia atacada por la derecha camuflada en sectores de la policía, que habían sido objeto de manipulación de sectores claramente identificados con la oposición (se habló con insistencia del Partido Sociedad Patriótica y de su líder Lucio Gutiérrez).  Más allá de que esta versión sea plausible está el hecho de que el momento en el que finalmente se abrió la señal para todos los medios televisivos, se tuvo acceso a información que contradecía las informaciones oficiales y que generaban dudas sobre los eventos sucedidos.

Los medios públicos hasta entonces habían luchado por su propia legitimidad tratando incluso de ser mínimamente críticos con el gobierno, en esta coyuntura más bien demostraron que la semiótica y la comunicación son fundamentales a la hora de disputar al poder y que llegado el momento la imparcialidad es una máscara incómoda: la verdad siempre es una prerrogativa del poder. Los medios de comunicación están otra vez en el centro del debate porque presentan una realidad y unos hechos que contradicen las versiones oficiales. Ahora el gobierno tiene que disputar los sentidos entre su versión de que se trató de un intento de golpe de Estado y las informaciones que van apareciendo paulatinamente y que indican que ni siquiera se trató de un secuestro al Presidente. El problema es que esta disputa rasga la hegemonía ideológica del partido de gobierno y empieza a fracturarla, y sin esa hegemonía ideológica, el único soporte real que al momento tiene el régimen, las adhesiones clientelares y electorales pueden también fracturarse poniendo en riesgo su estabilidad política.

Pero hay aún más: la situación económica del Ecuador no le favorece al gobierno. No puede presentar cifras de crecimiento económico, generación de empleo, inversión, reducción de la pobreza, porque las cifras demuestran que, al menos en lo que a la economía concierne, la propuesta de Alianza País ha fracasado y no tiene visos de superarse. El desempleo abierto y encubierto alcanza a las dos terceras partes de la población ecuatoriana en capacidad de trabajar. El costo de la canasta familiar se ha incrementado a sus máximos históricos: 550 dólares y el salario mínimo apenas cubre el 43% de esta canasta. De hecho, la pobreza se ha incrementado. Todo esto en un contexto de bonanza de los precios del petróleo, un importante incremento en la recaudación fiscal y expansión de las exportaciones no tradicionales. Sin embargo, el régimen de Alianza País necesita aún de más recursos económicos, sobre todo para resolver los problemas del déficit fiscal. En ese sentido, ha presentado una propuesta de ley para ampliar la capacidad de endeudamiento hasta un 50% del ingreso nacional, y pagar las bonificaciones de jubilación en bonos. Una propuesta que ha convocado a la oposición de los jubilados y de los trabajadores públicos en contra del régimen y que anuncia futuras movilizaciones sociales. La economía es una bomba de tiempo para Alianza País que, por ahora, no consta en su lista de prioridades pero que a mediano plazo revelará su importancia.

Luego de esta crisis, Alianza País sabe que una cosa es el discurso y otra las necesidades del poder. Puede ser que la imagen del Presidente se haya fortalecido en la coyuntura, pero eso no implica que las condiciones de su propia gobernabilidad sean las mejores. Más bien lo contrario, Alianza País sabe que en este simulacro no puede confundir las sombras en el espejo y necesita respuestas contundentes que le posibiliten garantizar al largo plazo su permanencia en el poder y defender aquellos grados de libertad en el sistema político que la convirtieron en fuerza hegemónica. El descontento de varios sectores sociales, entre ellos las fuerzas armadas y la policía nacional, están ahí, son indudables. Si Alianza País opta por resolver la crisis suscitada por insubordinación de la policía nacional sin resolver de manera previa las causas del conflicto que no solamente comprende a la policía sino a otros sectores sociales, sabe que el simulacro del golpe de Estado puede convertirse en una profecía autocumplida. Pero no puede resolver las condiciones de su gobernabilidad sin cambiar el formato político de su hegemonía, y no puede cambiar este formato político sin resignar los correspondientes espacios políticos, es decir, vulnerar esa hegemonía.

Alianza País es un movimiento autista y en su diccionario político no existen las palabras "diálogo" y "consenso". Está auto-convencida de que su proceso político es una verdadera revolución y ha trazado una línea demarcatoria entre aquellos que suscriben de forma incondicional su proyecto y el resto a quienes considera sus enemigos, incluidos los movimientos sociales. Con Alianza País no hay términos medios. Justamente por ello no hay espacios ni condiciones ni para la crítica menos aún para la autocrítica.

Pero el momento de refundación al sistema político se está agotando. El impulso histórico que llevó al poder a Alianza País se está fracturando porque la sociedad ecuatoriana empieza a cambiar su orden de prioridades. Ése es su mayor drama y allí radica la mayor paradoja: ¿cómo piensa Alianza País recuperar esos grados de libertad con los cuales estaba reconstruyendo la institucionalidad y al sistema político sin fracturar las condiciones de su propia gobernabilidad? ¿De qué manera el sistema político ecuatoriano puede recobrar su legitimidad sin hacer tabula rasa de sí mismo y tener que poner el contador en cero? ¿Cómo movilizar a una sociedad, sobre todo en momentos en los que más se la necesita y que nada tiene que ver con las apuestas electorales, cuando se ha tratado de desestructurar, manipular y desmovilizar a esa misma sociedad? ¿Cómo apelar a la organización social cuando se ha tratado de cooptarla y convertirla en un apéndice del régimen o, en su defecto, destruirla? ¿Cómo decirle a la ciudadanía que la verdad que presentan los medios de comunicación gubernamentales no son sino otra estrategia de disuasión y que la verdad está en otra parte?

Alianza País está entre Escila y Caribdis. Para salir de la crisis tiene que apelar al diálogo y al consenso pero eso la debilita políticamente, porque va a dar la percepción de vulnerabilidad y ésa es la señal que necesita la oposición. En cambio, si mantiene su posición de hegemonía y de imposición, solamente es cuestión de tiempo para que su teoría de la conspiración se convierta en una profecía autocumplida. La insubordinación policial y militar demostró que el rey está desnudo y, al parecer, pone al tiempo político de Alianza País en cuenta regresiva.

 

Pablo Dávalos

 



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