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La pagina di Antonio Moscato

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Ecuador in pericolo

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ECUADOR

DOPO LA DOLOROSA VICENDA OCCORRE UN COLPO

ALLA BARRA DEL TIMONE

INTERVISTA AD ALBERTO ACOSTA, EX PRESIDENTE DELL’ASSEMBLEA COSTITUENTE

DI MONTECRISTI

di María Elena Verdezoto

[in Diario Hoy, Quito: http://www.hoy.com.ec/]

 

Alberto Acosta è da anni uno dei più prestigiosi economisti  ecuadoriani ,  autore di una importante e leggibilissima Breve historia económica del Ecuador (Corporación Editora Nacional; Quito, 1995, più volte ristampata e ampliata). È stato Ministro de Energía y Minas e poi Presidente dell’Assemblea Costituente. (a.m. 6/10/10)

 

 

In un messaggio rivolto ai giovani, il giorno della sollevazione politico-militare, lei ha invitato a riflettere e a respingere qualsiasi tentativo di colpo di Stato. Ritiene che sia stato questo il tentativo dei poliziotti?

È difficile saperlo con certezza matematica. A prima vista parrebbe che si sia trattato di un semplice ammutinamento di un gruppo di poliziotti e di qualche soldato, che si sentono colpiti da alcuni riassetti che comporta la Legge sul Servizio Pubblico. Sembrerebbe che ne risultino danneggiati perché si sopprimono alcuni vantaggi, mentre secondo il Governo ne trarrebbero vantaggi perché nella sostanza sarebbero sostanzialmente aumentati i loro introiti mensili.

Un colpo di Stato è una cosa pianificata, premeditata. Cosa le fa pensare che in questo caso lo fosse?

Strano che a livello ufficiale non ci si fosse accorti del malessere esistente. Dove sono stati i servizi segreti, oppure facevano parte anche loro del complotto? Ricordi anche che pochi giorni prima un gruppo di dirigenti studenteschi ha fatto irruzione in parlamento

Che cosa ha a che vedere questo con la rivolta di giovedì?

Su questo, già si sarebbero dovuti chiedere come fosse stato possibile irrompere in un palazzo molto ben custodito e difendibile con relativa facilità. Magari è stato possibile perché vi erano coinvolti membri della polizia? mi chiedo. Il giovedì 30 settembre, quel triste giovedì, il parlamento è stato chiuso dalla polizia. Gli esponenti ufficiali hanno avuto difficoltà ad entrare, mentre i parlamentari del Partido Sociedad Patriótica dell’ex colonnello Lucio Gutiérrez sono entrati come a casa loro.

Dunque, è d’accordo con Rafael Correa sul fatto che quello di giovedì è stato un tentativo di colpo di Stato e che Lucio Gutiérrez ne è l’ispiratore?

Un colpo di Stato non sempre è programmato, in alcuni casi il caso determina le condizioni: Non si segue un libretto univoco, né avviene sempre in un unico atto. Di più, se il colpo di Stato fallisce, la diffusione di notizie che lo smentiscono può indurre vasti settori della popolazione a restare neutrali. Ammettiamo dunque che in Ecuador ci sia stato semplicemente un tentativo fallito di colpo di Stato. In che misura vi fossero coinvolti Lucio Gutiérrez e la sua gente è un’altra cosa.

Il presidente Correa, però, si è spinto oltre ed ha assicurato che ci sono cospiratori nel suo stesso blocco di parlamentari. Ci crede anche lei?

Lo chieda a lui, io non sto più in Alianza País.

Lei ha detto che la protesta della polizia e dell’esercito può essere giusta. Perché, allora, parlare di colpo di Stato?

Per una ragione molto semplice: se avevano ragione potevano esprimere la loro protesta nelle dovute forme e non prestarsi alla strumentalizzazione della loro mobilitazione da parte della destra. Questi tentativi golpisti, cerchino o meno di cambiare il governo, e che ledono in questo modo il quadro costituzionale, non si possono tollerare, da qualsiasi parte provengano.

Si è esagerato da entrambe le parti?

È stata una giornata di eccessi e di violenze di ogni genere. La violenza degli insorti contro la cittadinanza in genere, non solo contro il presidente. La violenza innescata dall’assenza di poliziotti [Sapendo i poliziotti impegnati, si sono scatenate rapine e assalti a negozi. NdR]. La censura dei mezzi di comunicazione. La battaglia campale all’inizio della sera… trasmessa come un reality show.

La sollevazione è un sintomo dell’intolleranza che sta vivendo il paese. La democrazia è in pericolo?

La prepotenza del governo, con il suo comportamento autoritario e non rispettoso della stessa Costituzione di Montecristi, oltre alla resistenza delle oligarchie a perdere i propri privilegi, spiegano questo clima di intolleranza che stiamo vivendo. La democrazia risulterà rafforzata se la mettiamo in pratica.

Che cosa pensa dell’ordine di trasmettere solo notizie ufficiali?

Goffa, si è trattato, come minimo, di un’altra forma di violenza.

Anche lei pretende rettifiche dal presidente. Precisi le sue osservazioni sulla gestione del governo e del paese.

Le riassumerei in tre punti. Primo: non si sta aggredendo la modalità di concentrazione e distribuzione della ricchezza e del reddito; la povertà non diminuisce, la disuguaglianza resta. Secondo: non si procede verso il superamento del modello estrattivo di inserimento subordinato nell’economia internazionale; al contrario, in questo paese, come in Bolivia e in Venezuela, quello che esiste è una reinvenzione dell’estrattivismo classico, una specie di neoestrattivismo del XXI secolo.

E il terzo punto?

La “rivoluzione cittadina” ha un accentuato deficit di partecipazione civica. Una rivoluzione non la fa un governo, una rivoluzione la fa un popolo organizzato, cosciente e capace di fare proprio il processo. Questo richiede un governo che apra spazi per costruire oggettivamente un quadro di aspettative condivise. La storia ha offerto ancora una volta al presidente Correa l’occasione di incontrarsi di nuovo con le origini del processo rivoluzionario, di correggere. Speriamo che la pensi così.

Quale via d’uscita democratica vede per questa situazione?

Sempre più democrazia, mai meno. Per cominciare, occorrerà rispettare la Costituzione di Montecristi, nella quale si propongono molte opzioni democratiche per affrontare proteste e conflitti. Ad esempio, la revoca del mandato o la “muerte cruzada” [dimissioni del governo, scioglimento delle camere e ritorno alle elezioni NdT], in una direzione e nell’altra. Tutto all’interno della Costituzione, niente ai margini di questa!

Questa crisi è una prova del fuoco per il parlamento. Irina Cabezas ha detto che il veto [di Correa] alla Legge sul Servizio Pubblico è ormai acquisito, e che domenica entrerà in vigore la legge, dato che, ancora una volta, è scaduto il tempo per la discussione. Che cosa ne pensa?

In realtà, è una prova per la democrazia. Il latte versato non si raccoglie, ma va impedito che la cosa si ripeta, occorre quindi creare le condizioni per questo. Questo impone di riaprire le vie del dialogo, a partire dal rispetto delle opzioni altrui. Ed esige anche di garantire l’autonomia di tutti e di ognuno dei poteri dello Stato, cosa che oggi non succede.

La gravità della questione è che il modo con cui entra in vigore il veto non piace né all’Esecutivo, perché motivato con la minaccia di Correa di applicare la muerte cruzada, né ai poliziotti e ai soldati, secondo i quali la legge sopprime alcuni vantaggi ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso inducendoli a ribellarsi al loro capo supremo.

Secondo Correa la legge non riduce i benefici. Se è così, il problema è altrove. È assolutamente evidente che il Governo non si è certo preoccupato di informare le basi della polizia e dell’esercito. Perché mai?, direbbero, se sappiamo noi quel che è buono per loro… è un ulteriore atto di prepotenza.

Crede che questo scenario ponga il parlamento di fronte alla prova del fuoco? Sottomettersi completamente alla volontà del capo dello Stato o dimostrare di non essere un’appendice di comodo e ratificare il testo approvato con una votazione record in questo governo: 108 su 124 parlamentari.

La cosa è più complessa. Non si tratta di una singola legge. Va messo in discussione il modo di legiferare di Alianza País, la Presidenza del parlamento, gli altri blocchi e il presidente della Repubblica, come colegislatore. Per superare le tensioni occorre rispettare tutte le opinioni e le posizioni, c’è bisogno di una vasta partecipazione della cittadinanza.

Il cancelliere Ricardo Patiño ha messo in guardia dal pericolo di un’altra rivolta e di un colpo di Stato. Che cosa farebbe, o consiglierebbe di fare al capo dello Stato se gli fosse ancora accanto?

Nulla è impossibile. Ci sono gruppi pronti a fare il colpo di Stato se se ne presenta l’occasione, e ancor più se esistono situazioni che facilitano l’impegno golpista. Speriamo che il presidente ricavi le lezioni della crisi e corregga il tiro. La crisi può essere una grande occasione per  lui, il suo governo e il paese. Il presidente ne esce rafforzato, a breve scadenza. Ma se emargina l’autocritica e continua con i suoi atteggiamenti prepotenti di chiudersi al dialogo, di criminalizzare la protesta popolare, di non ascoltare la società, ho paura che questo tipo di scossoni potrebbero ripetersi.

Che cosa si aspetta dal governo?

Bisognerà vedere come legge il governo quel che è accaduto e come lo affronta. Non basta cambiare i ministri direttamente implicati con i settori dove si sono verificati questi eventi dolorosi. Occorre un colpo alla barra del timone

Come?

Il governo deve ritornare alle origini programmatiche del processo rivoluzionario, da cui purtroppo ci si è andati allontanando in tutto questo tempo.

Conserva ancora una speranza? Lo ritiene possibile?

Vediamo se il presidente Correa è capace a sufficienza di saltare sulla sua stessa ombra.

Come ha vissuto la sollevazione di giovedì?

Con angoscia, indignazione e profonda tristezza. Non è assolutamente giustificabile.

Correa si è sovraesposto recandosi alla caserma? Il presidente sopravvaluta il suo potere, la sua popolarità?

La risposta deve darla il presidente della Repubblica. Certamente, è deplorevole che non abbia ministri di Politica, Polizia e Sicurezza che lo informino e risolvano i problemi. Il presidente si deve occupare di tutto?, mi chiedo. La sovraesposizione sarà un altro gesto di prepotenza… una sorta di mandato culturale di superiorità?, torno a chiedermi. Così, potremmo trovare un’altra grossa difficoltà per costruire la democrazia in America Latina

Forse, se fosse arrivato con un discorso conciliante avrebbe evitato di mettere in pericolo la sua incolumità, la sua stessa vita?

Difficile saperlo ora. I morti ormai sono morti. La cosa vitale è imparare dalle tragedie per non ripeterle in futuro.

 

Traduzione di Titti Pierini.

 

 

Ecuador

 

Entrevista a Alberto Acosta, ex presidente de la Asamblea Constituyente de Montecristi

 

"Tras el doloroso episodio, es preciso dar un golpe de timón"
 

 

María Elena Verdezoto
Diario Hoy, Quito

http://www.hoy.com.ec/


 
Alberto Acosta, ex titular de la Asamblea Constituyente de Montecristi, que aprobó la nueva Constitución, con la que junto al presidente Rafael Correa prometió escribir una nueva historia del Ecuador, analiza la crítica situación del país y, desde una postura frontal, advierte de que tras la sublevación policial y militar del jueves pasado, no bastará cambiar a los ministros responsables, sino dar un golpe de timón en la conducción del país. Entre las principales causas de la situación señala a la prepotencia y a la falta de apertura al diálogo en el Gobierno de Correa, de quien tomó distancia hace más de dos años. Eso, además de la resistencia de las oligarquías a perder sus privilegios, explican el nivel de intolerancia que vive el país, según Acosta.

En un mensaje enviado el jueves, día de la sublevación policial y militar, usted llamó a reflexionar y a rechazar cualquier intentona golpista. ¿Cree que ese ha sido el objetivo de los uniformados?

Es difícil saberlo a ciencia cierta. A primera vista parecería que simplemente fue un motín de un grupo de policías y algunos soldados, que se sienten afectados por algunos ajustes que trae la Ley de Servicio Público. Aparentemente, saldrían perjudicados porque se eliminan algunas bonificaciones. En realidad, según el Gobierno, saldrían beneficiados porque se les habrían incrementado sustantivamente sus ingresos mensuales.

Un golpe de Estado es algo planificado, premeditado. ¿Qué le hace pensar que en este caso lo sea?

Resulta raro que la oficialidad no haya tomado nota del malestar existente. ¿Dónde estuvieron los servicios de inteligencia o es que también estaban complotados? Recuerde también que hace pocos días un grupo de líderes estudiantiles irrumpió en el seno de la Asamblea Nacional.

¿Qué tiene que ver ese hecho con la rebelión del jueves?

Aquí ya se debían preguntar cómo fue posible esa irrupción en un edificio muy bien custodiado y de relativamente fácil defensa; ¿quizá eso fue posible porque estaban comprometidos miembros de la policía?, pregunto. El jueves 30 de septiembre, ese jueves triste, la Asamblea fue cerrada por la Policía. Los oficialistas tuvieron problemas para ingresar, mientras que los asambleístas del Partido Sociedad Patriótica, del ex coronel Lucio Gutiérrez, entraban como Pedro en su casa...

¿Entonces, coincide con el presidente Rafael Correa en que lo del jueves fue un intento de golpe de Estado y en que Lucio Gutiérrez es su inspirador?

No siempre se programa un golpe de Estado, en ocasiones el azar provoca las condiciones. No hay un libreto único, ni se da siempre en un solo acto. Es más, si el golpe falla, la difusión de noticias que nieguen el golpe puede conducir a mantener la neutralidad de amplios sectores de la población. Aceptemos que en Ecuador hubo un intento fallido de golpe de Estado y de magnicidio, así de simple. En qué medida estuvieron involucrados Lucio y su gente es otra cosa.

Pero, el presidente Correa fue más allá y aseguró incluso que en su bloque de asambleístas también hay conspiradores. ¿Usted lo cree también?

Pregúntele a él. Yo no estoy más en Alianza País.

Usted dijo que el reclamo de la Policía y las Fuerzas Armadas puede tener razón. Entonces, ¿por qué hablar de golpe de Estado?

Por una razón muy simple, si tenían razón debían procesar su reclamo por las vías correspondientes y no prestarse para que la derecha golpista se apropie de su movilización. Estas intentonas golpistas, busquen o no el cambio de Gobierno, que tanto afectan el marco constitucional no pueden ser toleradas, vengan de donde vengan.

¿Hubo excesos de ambos lados?

Fue un día de excesos y violencias de todo tipo. La violencia de los sublevados contra de la ciudadanía en general, no solo contra el presidente. La violencia desatada por la ausencia de policías. La censura a los medios de comunicación. La batalla campal al inicio de la noche... transmitida como un reality show.

La sublevación es un síntoma del clima de intolerancia que vive el país. ¿La democracia está en riesgo?

La prepotencia del Gobierno, con su forma de actuar autoritaria e irrespetuosa de la misma Constitución de Montecristi, más la resistencia de las oligarquías a perder sus privilegios, explican este ambiente de intolerancia que vivimos. La democracia saldrá fortalecida si la practicamos.

¿Qué piensa de la orden de solo transmitir información oficial?

Torpe, fue otra forma de violencia, por decir lo menos.

Usted también exige rectificaciones al presidente. Puntualice sus observaciones a la conducción del Gobierno y del país.

Las sintetizaría en tres puntos. Primero, no se está afectando la modalidad de concentración y distribución de la riqueza y el ingreso: la pobreza no disminuye, la desigualdad se mantiene. Segundo: no se camina hacia una superación del modelo extractivista de inserción sumisa en la economía internacional; por el contrario, en este país, como en Bolivia y Venezuela, lo que existe es una reinvención del extractivismo clásico, una suerte de neoextractivismo del siglo XXI.

¿Cuál es el tercer punto?

La "revolución ciudadana" tiene un marcado déficit de ciudadanía. Una revolución no la hace un gobierno, una revolución la hace un pueblo organizado, consciente y con capacidad de asumir el proceso. Eso requiere un gobierno que abra espacios para construir colectivamente un escenario de expectativas compartidas. La historia le ha dado al presidente Correa, una vez más, la oportunidad de reencontrarse con los orígenes del proceso revolucionario, de rectificar. Ojalá lo entienda así.

¿Qué salida democrática le ve a esta situación?

Siempre más democracia, nunca menos. Para empezar, habrá que respetar la Constitución de Montecristi, en la que se plantean muchas opciones democráticas para procesar los reclamos y los conflictos. Por ejemplo, la revocatoria del mandato o la "muerte cruzada" en ambas direcciones. ¡Todo dentro de la Constitución, nada al margen de ella!

Esta crisis es una prueba de fuego para la Asamblea. Irina Cabezas dijo que el veto a la Ley de Servicio Público es cosa juzgada y que el domingo regirá por el imperio de la Ley, dado que, una vez más, se les acabó el tiempo para debatir. ¿Qué opina?

En realidad, es una prueba para la democracia. La leche derramada no se recoge, pero hay que impedir que eso vuelva a suceder, hay que crear las condiciones para ello. Eso exige abrir los causes para el diálogo, a partir del respeto a la opinión de los otros. Y eso también exige garantizar la autonomía de todos y cada uno de los poderes del Estado, algo que no sucede hoy.

Lo grave del asunto es que tal como entra a regir el veto no gusta ni al Ejecutivo, pues eso motivó la amenaza del presidente Correa de aplicar la muerte cruzada, ni a policías y militares, para quienes dicha ley corta varios beneficios y fue la gota que derramó el vaso y los llevó a rebelarse contra su jefe supremo.

Según el presidente Correa la ley no reduce los beneficios. Si esto es así, el problema está en otro lado. A todas luces es manifiesto que el Gobierno ni siquiera se tomó la molestia de informar a las bases de la Policía y de las Fuerzas Armadas. ¿Para qué?, dirían, si nosotros sabemos lo que es bueno para ellos… otro acto de prepotencia.

¿Cree que este escenario pone a la Asamblea ante una prueba de fuego?: allanarse totalmente a la voluntad del jefe de Estado o demostrar que no es un apéndice de Carondelet y ratificar el texto aprobado con una votación récord en este Gobierno: 108 de los 124 legisladores.

El asunto es más complejo. No es el tema de una ley aislada. Hay que interpelar la forma de legislar de Alianza País, la Presidencia de la Asamblea, los otros bloques y el Presidente de la República, como colegislador. Para superar las tensiones, se requiere respetar todas las opiniones y posiciones, una amplia participación de la ciudadanía.

El canciller Ricardo Patiño alertó sobre el riesgo de otra revuelta y un golpe de Estado. ¿Qué haría o le aconsejaría al jefe de Estado si todavía estuviera cerca de él?

Nada es imposible. Hay grupos prestos a dar el golpe en la oportunidad que se presente, y más aún si hay condiciones que facilitan la tarea golpista. Ojalá el presidente saque lecciones de la crisis para rectificar. La crisis puede ser una gran oportunidad para él, su gobierno y el país. El presidente sale fortalecido, en el corto plazo. Pero si margina la autocrítica y sigue con sus andanzas prepotentes de cerrarse al diálogo, de criminalizar la protesta popular, de no escuchar a la sociedad, me temo que este tipo de sacudones podría repetirse...

¿Qué espera del Gobierno?

Habrá que ver cómo el Gobierno lee lo sucedido y cómo lo procesa. No basta cambiar a los ministros directamente involucrados con los sectores en donde se produjeron estos dolorosos acontecimientos. Es preciso dar un golpe de timón.

¿Cómo?

El Gobierno debe retornar a los orígenes programáticos del proceso revolucionario, del que lamentablemente se han ido distanciando durante todo este tiempo.

¿Todavía mantiene una esperanza? ¿Lo cree posible?

Veamos si el presidente Correa tiene la capacidad suficiente para saltar sobre su propia sombra.

¿Cómo vivió la sublevación del jueves?

Con angustia, indignación y profunda tristeza. No hay justificación alguna.

¿Se sobreexpuso al ir al Regimiento? ¿El presidente Correa sobredimensiona su poder, su popularidad?

Eso debe responderlo el presidente de la República. Sin embargo es lamentable que no tenga ministros de Política, Policía y Seguridad que le informen y que resuelvan los problemas. ¿Tiene que estar en todo el presidente?, me pregunto. ¿Esa sobreexposición será otro acto de prepotencia… una suerte de mandato cultural de superioridad?, me vuelvo a preguntar. Por aquí podemos encontrar otra gran dificultad para construir la democracia en América Latina.


¿Tal vez si hubiera llegado con un discurso conciliador se habría evitado poner en riesgo su integridad, incluso su vida?


Difícil saberlo ahora. Los muertos ya están muertos. Lo vital es aprender de las tragedias para no repetirlas en el futuro.


 

 

 

 

 

 



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