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Pericoli reali e immaginari

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Riflessione sull’America Latina

Pericoli immaginari e pericoli reali

 di Antonio Moscato

La discussione sulla caratterizzazione degli avvenimenti del 30 settembre si è trasformata in una riproposizione di luoghi comuni sacri alla sinistra che cerca ovunque le colpe dei suoi guai, meno che nel proprio comportamento. Quello che lo stesso Correa aveva inizialmente definito “golpe da operetta”, è diventato gradatamente un golpe vero, sventato da una mobilitazione popolare.

Un vecchio metodo che mi preoccupa perché rassicura nei confronti di una possibile riproposizione meglio organizzata da parte di attori più pericolosi dei poliziotti esaltati per un presunto o possibile taglio ai loro privilegi.

E questa riproposizione sarà tanto più possibile e probabile se Correa continuerà ad assumere personalmente il potere legislativo, annullando le faticose mediazioni raggiunte nel parlamento. A dirlo sono dirigenti che hanno collaborato con lui, e di cui lui si è liberato in un modo o nell’altro alle prime divergenze. Non solo i leader indigeni delusi dallo scarto tra le belle enunciazioni di principio sui diritti della Pachamama e la pratica delle concessioni di acque e terre alle imprese minerarie, ma vecchi collaboratori come Pablo Dávalos (Dávalos da Quito (It)), e perfino uno dei padri della revolución ciudadana, quell’Alberto Acosta che insieme a Esperanza Martínez era stato anche il vero ispiratore del progetto dello Yasuní.

Acosta era stato eletto presidente dell’Assemblea Costituente di Montecristi, grazie al fatto di essere stato in assoluto e di gran lunga il deputato più votato, ma si era dovuto dimettere prima della conclusione dei lavori per le ingerenze autoritarie di Correa. Aveva mantenuto le sue critiche su un tono cauto e rispettoso, irritandosi solo quando insieme ad altri era stato accusato di essere passato dalla parte della CIA: avevano dovuto ricordare a Correa che la loro battaglia era cominciata quando lui neppure pensava a occuparsi di politica.

Questo vale per l’Ecuador, ma anche per il Venezuela e la Bolivia. Per certi aspetti direi, anche per il Brasile, anche se la situazione è per molti aspetti abbastanza diversa, dato che Lula non fa parte dell’area “bolivariana” e del “socialismo del XXI secolo”, e preoccupa assai meno gli Stati Uniti, di cui è un ottimo partner (ora, ma lo era anche al tempo di Bush). Tuttavia i suoi nemici interni possono approfittare di ogni segno di indebolimento, come l’enorme aumento dell’astensionismo nel “suo” Nordest o il plebiscito per la popolare ma tutt’altro che alternativa Marina Silva (come sottolinea bene Guillermo Almeyra nel suo testo, subito inserito sul sito e ora tradotto, Almeyra - Brasile (It)).

Le elezioni venezuelane del 26 settembre avevano dato un altro segnale di allarme, con pezzi provenienti dalla coalizione bolivariana passati all’opposizione (Venezuela dopo il voto); in Bolivia avevamo già segnalato sintomi di scollamento e di fuga di parte della sinistra nelle elezioni di Pasqua. Rinvio all’analisi di Raúl Zibechi: Bolivia-Ecuador e al mio Scontri evitabili, che tengono conto delle diverse situazioni.

Acosta è sempre prudentissimo nelle sue polemiche, e pur avendo preoccupazioni per come è stata gestita la crisi ed evidenti dubbi sulla versione ufficiale, la accetta. Ma considera preoccupante “la prepotenza del Governo, con il suo comportamento autoritario e non rispettoso della stessa Costituzione” uscita dall’Assemblea Costituente di Montecristi, proprio perché questo può interagire con “la resistenza delle oligarchie” che temono di perdere i propri privilegi.

Acosta è preoccupato perché “non si sta toccando la concentrazione e distribuzione della ricchezza e delle entrate, la povertà non diminuisce, la disuguaglianza rimane” ma anche perché non si modifica il modello estrattivista subordinato all’economia internazionale, e anzi, come in Bolivia e in Venezuela quello che c’è può essere definito “una specie di neo estrattivismo del XXI secolo”. Una polemica indiretta nei confronti della retorica sul “socialismo del XXI secolo”.

Ma ancora di più Acosta teme l’indebolimento della “revolución ciudadana” per la insufficienza dell’appoggio da parte della società: “una rivoluzione non la fa un governo, la fa un popolo organizzato”. Acosta spera che Correa riesca a capire che deve ritrovare le radici del processo rivoluzionario. Lo speriamo anche noi…

L’analisi di Acosta può valere anche per le altre due realtà analoghe, dove una rivoluzione è cominciata, ma rischia di finire su un binario morto, o esporsi a una controffensiva delle vecchie oligarchie, molestate ma non veramente colpite, e che mantengono legami importanti con l’apparato statale. Sono proprio queste che preoccupano di più, non situazioni come il Paraguay e l’Uruguay che, nonostante la provenienza politica dei presidenti, sono più affini al Cile della Bachelet, anche se la sinistra italiana, sempre ottimista, non se ne accorge molto.

Senza un rilancio della rivoluzione, che permetta di ampliare il consenso e recuperare i settori delusi dalla routine e dalla realpolitik, il pericolo è che in Ecuador, in Bolivia e perfino in Venezuela, possa essere tentato davvero un golpe, come accadde in Cile meno di tre mesi dopo il “golpe da operetta” del 29 giugno 1973. Le forze sociali che lo sosterrebbero ci sono, in tutti e tre i paesi, come c’erano in un Cile ugualmente spaccato in due, in cui Allende credeva invece che per cautelarsi fosse sufficiente affidare le Forze armate a Pinochet…

Chi guarda solo alle manovre delle ambasciate USA e della CIA, dimentica che queste ci sono state e possono esserci sempre, ma hanno successo solo quando c’è uno scollamento tra il governo progressista e la sua base delusa.

Quello che si è prodotto nell’ultimo decennio in parte dell’America Latina è molto importante, e dobbiamo difenderlo perché rappresenta un patrimonio prezioso per la ricostruzione della sinistra in tutto il mondo. Ma proprio per questo non possiamo tacerne le contraddizioni, le esitazioni, gli adattamenti alla realpolitik.

Almeyra ha fatto di recente per Cuba una riflessione molto importante: “la democrazia, l’autogestione, la pianificazione a partire dal territorio e dai luoghi di produzione, la libertà di pensare, di dissentire, di esprimersi, informarsi, sono indispensabili se si vuole tirar fuori la popolazione dalla rassegnazione demoralizzante e creatrice di apatia di fronte alle decisioni che piovono dal vertice dello Stato così come arrivano gli uragani”.

In questo stesso senso vanno anche tutti i commenti sul “golpe” ecuadoriano o sui segnali che vengono dalle ultime elezioni in Venezuela e in Bolivia che ho inserito sul sito. Non per “giudicare” i processi misurando la maggiore o minore corrispondenza a un ipotetico “modello ideale”, ma per identificare i pericoli veri, che ogni tipo di trionfalismo e di abbellimento della realtà potrebbe solo rafforzare.

 

P. S. Avere più di cinquanta anni di militanza rivoluzionaria, non garantisce certo da errori di valutazione, ma perlomeno consente di ricordare alcuni precedenti storici come quello del golpe in Cile, diventato incomprensibile ai più dopo decenni di mitizzazione retorica e per l’abitudine di attribuire la responsabilità di ogni sconfitta solo alla perfidia dell’avversario, e non anche ai propri errori (come faceva sempre Guevara).

Ma consente di ricordare anche quante generazioni di rivoluzionari sono state “bruciate” da verifiche improvvise di sconfitte non imprevedibili (come quella del Nicaragua sandinista) o dalla scoperta brusca - al momento delle guerre fratricide e dei boat people – di una realtà indocinese che avevano giustamente difeso dall’imperialismo, ma senza saperne o volerne cogliere le contraddizioni.

Per questo, non posso rinunciare mai a criticare francamente, finché si è in tempo, la mia parte.

[a. m. 6/10/10]



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