Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> PER UN BILANCIO DEI GOVERNI DI UNITÀ NAZIONALE (1944-1947)

PER UN BILANCIO DEI GOVERNI DI UNITÀ NAZIONALE (1944-1947)

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PER UN BILANCIO DEI GOVERNI DI UNITÀ NAZIONALE (1944-1947) (a cinquanta anni da Portella della Ginestra)

 

 

Questo articolo era stato scritto nel 1997, come risposta a un intervento di Armando Cossutta (moderatamente critico) sulla storia del PCI apparso sul primo numero della rivista "Rifondazione" di cui era direttore insieme a Rina Gagliardi. Come seppi dalla stessa Gagliardi al momento della scissione del 1998, a Cossutta non arrivò mai...

Così funzionava il PRC, con reticenze, censure, e limitatissime autocritiche riservate ai dirigenti, ad opera non del solo Cossutta...

A chi oggi si domanda come il PRC è potuto finire come è finito, può dire qualcosa la sorte di questo articolo e di altri scritti anche più organici sulla prima esperienza del PCI al governo. Così è stato possibile partecipare senza dubbi (proprio perché la base non sapeva nulla del bilancio fallimentare del 1947) a un nuovo governo interclassista da cui proprio il PRC è uscito con i danni maggiori).

 

Su questo stesso argomento, di seguito, c'è un dialogo cordiale e fraterno tra Turigliatto, me e Gianni Alasia, che scriveva a "Bandiera rossa" in polemica con le nostre analisi. (19/6/09)

 

 

Il cinquantesimo anniversario della strage di Portella della Ginestra e dell'esclusione dei comunisti dal governo che si ebbe a pochi giorni di distanza ha stimolato un'importante riflessione su quel periodo tormentato.[1] Le circostanza specifiche in cui maturò la strage sono state ampiamente e oggi quasi unanimemente ricostruite, per cui mi sembra più utile soffermarmi sul contesto che ha portato al rafforzamento della destra - soprattutto nel Mezzogiorno - e poi alla rottura dell'unità nazionale, smontando alcuni luoghi comuni che continuano largamente a circolare nella sinistra italiana.

Innanzitutto, bisogna sfatare la leggenda di un Sud arretrato e fatalmente conservatore, che ha alimentato a suo tempo un'interpretazione al limite del razzismo nel movimento operaio del Nord, ma che non è mai stata contrastata sufficientemente.

La fine del fascismo aveva visto una vivace attività delle masse meridionali, non solo con le insurrezioni di Matera e Napoli, che sono state spesso ridimensionate a semplici manifestazioni di patriottismo antitedesco, ma che videro - almeno nel secondo caso - una forte partecipazione comunista. Napoli rappresenta un test importante, proprio perché lo scarto tra la mobilitazione attiva della plebe cittadina al fianco dei quadri operai e comunisti nella battaglia che cacciò le truppe naziste e la fase del referendum che vide la stessa plebe assaltare la Federazione comunista si può spiegare solo con una profonda delusione nei confronti del regime “antifascista” badogliano.

Tra i due momenti si colloca anche la repressione attuata congiuntamente dalle forze di occupazione “alleate” e dai dirigenti togliattiani nei confronti delle componenti classiste del movimento operaio napoletano (“Federazione del PCI di Montesanto”, CGL meridionale). Il fenomeno investì tutto il Sud: ad esempio a Bari, il 25 luglio 1943, quello stesso esercito badogliano che si era rivelato incapace di fronteggiare i nazisti sparò sulla folla che manifestava presso il carcere per la liberazione dei prigionieri politici. In molti paesi del Mezzogiorno le truppe alleate repressero a mano armata i moti popolari che investivano, nella tradizione classica del ribellismo meridionale, municipi e catasti, mentre i rappresentanti ufficiali dei partiti operai condannavano i loro stessi iscritti che partecipavano a quei moti o alle occupazioni di terre (vedi “Repubblica di Caulonia”). Sarà solo dopo la sconfitta elettorale del 1946 che il PCI  comincerà a mutare politica, avviando, in un contesto politico ormai deteriorato, una nuova fase di lotte per la terra.

La spiegazione di quella politica va ricercata a mio parere soprattutto nel quadro di quella “spartizione del mondo in sfere di influenza” che venne tenacemente negata per decenni, in genere con il pretesto che la definizione corrente (“accordi di Yalta”) era formalmente inesatta perché nulla risultava in proposito dai verbali della Conferenza di Yalta, ma sorvolando sulla minuziosa descrizione lasciata da Churchill degli accordi di Mosca dell'ottobre 1944.[2]

Armando Cossutta insiste sul fatto che la politica passata alla storia col nome di “svolta di Salerno” non sarebbe stata dettata da Stalin in base agli interessi della burocrazia sovietica.[3] Cossutta contrappone un «si dice - con documentazioni fra di loro contraddittorie - che sia stato Stalin a indicare a Togliatti la via dell'accordo con Badoglio» ad «altri documenti» che attesterebbero «che fu invece proprio Togliatti a fare intendere a Stalin la necessità di quel tipo di linea politica, che poi portò il governo dell'URSS a riconoscere tra i primissimi il governo Badoglio». Cossutta dichiara di propendere per questa interpretazione, ma in realtà affronta la questione da un punto di vista non fondamentale: il ruolo di Togliatti a Mosca. Il «compagno Ercoli» era effettivamente il più intelligente e preparato tra i dirigenti comunisti europei presenti a Mosca, e Stalin non poteva non avere apprezzato queste doti, oltre a quelle, per lui essenziali, della prudenza e della lealtà incondizionata allo Stato sovietico. Non a caso nel 1950 aveva richiesto nuovamente che Togliatti lasciasse l'Italia per dirigere il Cominform (e, se Togliatti si scontrò duramente con i dirigenti del PCI che avevano subito accettato, lo fece perché sapeva bene i rischi che nell'ultima fase correvano anche i più zelanti servitori di Stalin).[4]

Tuttavia, che Togliatti abbia cambiato alcune formulazioni importanti del documento che aveva preparato per orientare il partito alla vigilia della partenza per l'Italia non è un «si dice», ma è stato documentato proprio da Agosti, che aveva trovato nell'archivio del Comintern a Mosca un prezioso documento, che pubblicò integralmente su «l'Unità» del 28-10-1991.[5] Alcune lettere, trovate successivamente e annunciate con clamore da Giuseppe Vacca al Festival de «l'Unità» del 1993, non smentiscono affatto che fino al febbraio 1944 Togliatti chiedeva l'abdicazione del re ed escludeva l'appoggio a Badoglio (che, non dimentichiamolo, era il primo della lista dei criminali di guerra italiani nell’elenco degli alleati, davanti allo stesso Graziani).

Ma vediamo che cosa scriveva Togliatti il 26 febbraio 1944 nel documento I compiti all'ordine del giorno dei comunisti in Italia:

I comunisti [...] chiedono l'abdicazione del re, in quanto complice della costituzione del regime fascista e di tutti i crimini di Mussolini, e in quanto centro di unificazione nel momento attuale di tutte le forze reazionarie, semifasciste e fasciste, che oppongono resistenza alla democratizzazione del paese e coscientemente sabotano gli sforzi di guerra dell'Italia. In considerazione di ciò [...] rifiutano di partecipare all'attuale governo Badoglio e denunciano nella politica di questo governo un ostacolo a una vera partecipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania.

Tutto giusto, e ben argomentato. Vediamo ora le correzioni che lo stesso Togliatti apportò di suo pugno al documento il 1º marzo 1944, cancellando la frase precedente:

I comunisti sono pronti perfino a partecipare a un governo senza l'abdicazione del re, a condizione che questo governo sia attivo nel condurre la guerra per la cacciata dei tedeschi dal paese.

Si tratta di un'affermazione in stridente contraddizione con le affermazioni originarie, e senza alcun fondamento. Per usare un'immagine esopica, è un po' come se un pastore invitasse un lupo come guardiano del gregge in cambio di un impegno a custodirlo bene.

D'altra parte, come mai non ci si domanda perché gli alleati organizzarono il viaggio di Togliatti da Baku a Napoli, passando per Teheran, il Cairo e Algeri? La ragione è la stessa per cui gli alleati organizzarono un viaggio altrettanto complicato al segretario del KKE Zachariadis, che appena arrivato in Grecia avallò gli accordi di Varkiza sul disarmo dei partigiani e condannò come traditore l'eroe della resistenza Aris Veluchiotis che li aveva criticati: erano sicuri di avere una valida collaborazione.

Sulla Grecia continuano poi a circolare leggende su una presunta «linea avventurista» da cui Togliatti avrebbe salvato l'Italia. Ce ne sono echi anche nell'intervista a Cossutta («giustamente il PCI di Togliatti non ripeté l'errore della vicina Grecia dove infuriò per anni una guerra civile che avrebbe portato a una tragica sconfitta»). Eppure nel 1944 e 1945 la tattica del Partito greco era la stessa di quello italiano (e ben diversa da quella del PC jugoslavo, di cui nessuno si ricorda quando si dà per scontato che non si poteva trasformare la resistenza in lotta per il potere, a meno di non essere sottoposti a una spietata repressione da parte degli alleati).

I comunisti greci avevano liberato il paese da soli, e furono convinti dagli uomini di Stalin ad accogliere a braccia aperte le prime modeste truppe inglesi, che non avevano altro compito che restaurare il potere monarchico e che spararono sulla folla disarmata di Atene il 2 dicembre 1944. Altro che «avventurismo»! Se poi, sporadicamente alla fine del 1946 e più sistematicamente nel 1947, il KKE, che non aveva voluto prendere il potere nell'estate 1944 quando aveva le armi e non c'erano truppe straniere, imboccò la strada perdente di una guerra civile dopo che i conservatori e la dinastia si erano consolidati, lo fece solo come reazione alla ferocia della repressione monarchica (la borghesia greca, come quella jugoslava, era debolissima e aveva preferito collaborare con i nazifascisti piuttosto che con i partigiani, e non aveva margini per una politica riformistica come quella che in Italia permise alla borghesia di aspettare tre anni prima di escludere i comunisti dal governo e cominciare le sue vendette).

E' vero che i comunisti greci boicottarono stoltamente le elezioni politiche del 1946 e persero poi il referendum istituzionale, ma ciò conferma solo l'inconsistenza di Zachariadis e il riaffiorare per disperazione di una linea estremista. Tuttavia avevano accettato quel rinvio del referendum che ovviamente giovò al re, il quale a giudizio unanime nel 1944 non lo avrebbe potuto vincere per la compromissione della dinastia col nazismo.[6]

Due anni sono tanti, in politica, specie se hanno portato a una profonda demoralizzazione di chi aveva lottato eroicamente non solo per cacciare gli invasori, ma anche per una società più giusta. Lo ammetterà, a proposito del risultato incerto del referendum istituzionale italiano, lo stesso Togliatti:

La repubblica ha vinto. [...] Due anni fa si pensava, però, ad una vittoria anche più agevole, quasi senza contrasto, quasi per semplice espressione e registrazione burocratica di una unanime volontà popolare. [...] Il successo unitario avrebbe potuto essere più grande, e quindi sensibilmente più alta la maggioranza repubblicana.[7]

Nel frattempo c'è stata anche in Italia la delusione, più forte nel Sud, per la concreta attuazione del governo Badoglio e il permanere del re fellone, e in Sicilia anche per il ritorno della mafia al seguito delle truppe alleate.

Si era soprattutto prodotto un grave logoramento dei rapporti del partito con i settori più inquieti e disperati della popolazione (le manifestazioni di reduci, disoccupati, le rivolte dei carcerat - tra cui ben pochi erano i fascisti e molti i poveracci che avevano rubato un pezzo di pane o una bicicletta -, venivano condannate e bollate come "fasciste").

Togliatti, in qualità di ministro della Giustizia, giunse a stilare una circolare ai procuratori generali del regno, di cui riportiamo un brano inquietante:

Non sarà sfuggito all'attenzione delle SS.LL.Ill.me che, specie in questi ultimi tempi, si sono verificate in molte province manifestazioni di protesta da parte di disoccupati, culminate in gravissimi episodi di devastazione e di saccheggio a danno di uffici pubblici, nonché di violenze contro i funzionari. Pertanto questo ministero, pienamente convinto della necessità che l'energica azione intrapresa dalla polizia per il mantenimento dell'ordine pubblico debba essere validamente affiancata e appoggiata dall'autorità giudiziaria, si rivolge alle SS. LL. invitandole a voler impartire ai dipendenti uffici le opportune direttive affinché contro le persone denunciate si proceda con la massima sollecitudine e con estremo rigore. Le istruttorie e i relativi giudizi devono essere espletati con assoluta urgenza onde assicurare una pronta ed esemplare repressione.[8]

Togliatti, dopo avere verificato il risultato di questa politica con gli esiti insoddisfacenti sia del referendum istituzionale al Sud, sia del voto politico (il PCI è risultato il terzo partito dopo la DC e il PSI, e non solo appare debolissimo in quasi tutto il Sud, ma è stato anche nettamente scavalcato dal PSI nelle regioni industriali del Nord, sicché basa la propria forza prevalentemente sulle zone mezzadrili del centro), decide di lasciare il governo per dedicarsi al partito e, soprattutto, alla ricostruzione del movimento comunista nel Mezzogiorno. Solo allora riprendono e si sviluppano quelle occupazioni di terre che erano state inizialmente contrastate o condannate perché rompevano l'unità nazionale. Sono lotte eroiche ma sfasate cronologicamente rispetto alla fase alta della lotta di classe in Italia. Si allentano le redini quando ormai si è quasi ovunque in riflusso (anche se il 14 luglio 1948 la risposta spontanea all'attentato a Togliatti rivelerà che rimangono ancora molte energie potenziali...).

Nel corso del 1946 ci sono anche modesti tentativi di ritornare in montagna subito bloccati, e continuano le vendette individuali o collettive (volante rossa, “triangolo della morte”...) che rappresentano in genere uno sfogo alla frustrazione e che porteranno tanti compagni in carcere.

Già prima dell'esclusione delle sinistra dal governo la magistratura (che non aveva bisogno certo delle incitazioni di Togliatti per esercitare «con estremo rigore [...] una pronta ed esemplare repressione», dato che tutti i suoi elementi provenivano da vent'anni di carriera sotto il fascismo, e i più alti gradi si erano formati nel non meno repressivo regime prefascista) inizia a colpire alcuni partigiani, mentre un'applicazione estensiva dell'amnistia libera praticamente tutti i fascisti, anche colpevoli di atroci crimini.

Fu questa apparente incongruenza a determinare quella “doppiezza”, che viene abbondantemente presentata dai commentatori borghesi come una deliberata ambiguità per lasciare aperte due strade, una riformista e l'altra rivoluzionaria, e che fu invece un'inevitabile e oggettiva contraddizione di un partito che raccoglieva la parte migliore della classe operaia ma la subordinava alle esigenze della burocrazia sovietica di consolidare il compromesso con le potenze imperialiste. La “doppiezza” si aggravò quando i primi segnali che indicavano che il progetto restauratore prevedeva la cacciata delle sinistre dal governo portò a sviluppare un impossibile tentativo di stare contemporaneamente “dentro e fuori” dal governo, avviando una specie di opposizione che si concentrava su singoli ministri e in particolare sul liberale Epicarmo Corbino.

Da più parti è stato sottolineato che da parte del PCI vi fu indubbiamente una certa sottovalutazione del contesto internazionale, mutato a partire dal discorso di Fulton in cui Churchill, nel marzo del 1946, lanciò la parola d'ordine della «cortina di ferro» calata sull'Europa. Ma non c'è dubbio che anche Stalin commise lo stesso errore, illudendosi, come aveva fatto nel 1940-’41 nei confronti della Germania hitleriana, sulla durata dell'alleanza con le potenze imperialiste occidentali.

A logorare la posizione delle sinistre nel governo concorse anche la scissione socialista, certamente appoggiata e promossa dall'estero, ma che affondava le sue radici nel rigetto nei confronti dello stalinismo e per questo riceveva consensi anche da parte della sinistra socialista. Quando nel febbraio 1947 viene firmato il pesante Trattato di pace, per De Gasperi e per i settori chiave della borghesia è chiaramente finito il ruolo del PCI e del PSI al governo. Nel marzo 1947, d'altra parte, Truman lancia la politica del «contenimento del comunismo» e in pochi mesi si hanno le rotture che portano i comunisti fuori dal governo in Belgio, Francia, Danimarca e perfino Finlandia.

Si è rafforzato intanto il «quarto partito», cioè quello degli industriali, denunciato dallo stesso De Gasperi, ma che finisce per pesare più dei tre partiti di massa.[9]

Tutti questi fattori furono sottovalutati, o se compresi taciuti. Nel ricostruire quelle vicende, mi sembra tuttavia necessario tenere conto che alcuni militanti comunisti come Velio Spano cercarono di differenziarsi e di abbozzare un'alternativa, ma furono duramente contestati dallo stesso Togliatti. Può essere utile riportare dai verbali del CC del PCI del 18-19 settembre l'intervento di Spano e le interruzioni di Togliatti:

Gli argomenti del compagno Togliatti sono congegnati in modo che invitandoci ad un'ampia discussione ci portano a una conclusione obbligatoria, e cioè che bisogna rimanere nel governo. Ed è proprio qui che c'è da esprimere dei dubbi.

Togliatti a questo punto lo interrompe dicendo:

Non sono mai arrivato a queste conclusioni. Ho detto che il problema di restare al governo si esamina ogni volta che si pone.

Spano non è convinto, e ribadisce «dubbi ed esitazioni» e che gli sembra che neanche il compagno Togliatti «abbia saputo indicarci, nell'attuale situazione del paese, una linea che morda efficacemente in questa direzione». Spano attacca soprattutto l'idea che si possa ottenere di più stando al governo che all'opposizione, concludendo con queste parole:

Io penso che per avere un governo migliore che possa applicare la [nostra] linea politica, lo si può ottenere in modo rapido ed efficace stando fuori dal governo; si tratta solo di trovare nella nostra linea tattica l'occasione buona per uscirne, ed io penso che questa occasione l'abbiamo avuta ma ce la siamo lasciata sfuggire.[10]

Togliatti risponde duramente, senza lasciare spazi al suo contraddittore ed anzi ridicolizzandone e deformandone pesantemente le posizioni:

Nel modo in cui il compagno Spano ha posto il problema affiora anche [...] un certo dilettantismo, un certo modo di porre le questioni superficialmente, senza fare uno sforzo per comprendere tutti i termini della realtà e vedere come la politica del partito, in questo momento, si sforzi di adeguarsi a questi termini.[11]

Per avvalorare la sua tesi ricostruisce in questo modo arbitrario il ragionamento di Spano:

In fondo, Spano non vorrebbe che noi partecipassimo al governo a meno che non fossimo la maggioranza; è così che ho interpretato la sua affermazione. Ora, è evidente che se noi fossimo la maggioranza, dato che ci poniamo sul terreno democratico in questo momento, non vedo come potremmo rifiutare la partecipazione al governo. Certamente essendo partito di maggioranza nel Parlamento, rifiutare la partecipazione al governo vorrebbe dire porsi il compito di prendere il potere per via rivoluzionaria. E qui è l'alternativa: noi non possiamo lasciare che si crei un governo di minoranza contrario a noi e noi non potremmo stare a vedere, quando avremmo la maggioranza del Parlamento e del paese.[12]

Come si vede, la risposta non c'entra molto con le argomentazioni di Spano, tutte tese a creare le condizioni per divenire maggioranza senza essere compromessi dalle molte decisioni impopolari del governo. A Martinelli pare chiaro che il senso dell'affermazione di Togliatti è che «se il partito fosse andato all'opposizione, avrebbe creato una situazione rivoluzionaria». Evidentemente Martinelli ricava questa conclusione, più che dalle frasi che ha citato, dall'ottima conoscenza del pensiero di Togliatti in quella fase. Fatto sta che il povero Spano fu messo a tacere con l'accusa di contrapporre «alla linea del partito una linea completamente diversa». Il segretario generale del partito, aggiunge Martinelli, «ha operato a fini polemici, com'è chiaro, una evidente forzatura, evocando un dissenso di fondo che, nella tradizione comunista (cioè “stalinista", N.d. R), non può non isolare chi lo esprime».

In quella fase non risulta che Pietro Secchia abbia espresso analoghe perplessità, anche se nel suo Promemoria autobiografico, datato 24 giugno 1945 ma reso noto moltissimo tempo dopo, scrisse queste parole ancora più dure:

Gli “alleati” erano i veri padroni, il governo italiano contava poco, eppure era tutto un indaffararsi di carattere governativo-parlamentare, ed anche i nostri da un anno erano ormai inseriti in questo lavoro ministeriale-parlamentare, nei mercati delle vacche e in tutti gli intrighi e le cucine dei diversi ministeri e relativi sottobanchi, tutti volti a problemi ben diversi da quelli che costituivano l'attività quotidiana nel Nord. [...] Fui assai amareggiato da questa situazione. Compresi che per la seconda volta eravamo fregati.[13]

Di tutto quel periodo, prima di questi studi - rigorosi anche se nelle intenzioni “giustificazionisti” - la maggioranza dei militanti comunisti conoscevano ben poco. Raramente si sentiva esaltare la partecipazione del PCI al governo, ma in ogni caso per tutti questi anni è stato ripetuto che almeno un saldo positivo c'era, ed era rappresentato dalla conquista della Costituzione. Senza citare le poche voci critiche da un punto di vista marxista e rivoluzionario di allora (ci furono, ma vennero isolate e calunniate ben più del povero Spano in quel CC), vorrei ricordare la figura insospettabile di un democratico, Piero Calamandrei. Membro del Partito d'azione, ed esperto giurista formatosi nella scuola processualistica tedesca e discepolo di Giuseppe Chiovenda, egli «non dubitava che i diritti sociali costituissero la premessa indispensabile al godimento delle libertà politiche, ma non condivideva la teoria di una Costituzione fatta non solo di norme immediatamente giuridiche, ma anche di programmi politici e di orientamenti per un nuovo assetto sociale espresso in forma normativa».[14] Il giudizio di Calamandrei era secco:

Così, per compensare le forze di sinistra della rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa. Solo l'avvenire potrà dire quale delle due parti, in questa schermaglia, abbia visto più chiaro...[15].

Lo stesso Togliatti, in un editoriale di «Rinascita» non firmato ma sicuramente suo, già nell'agosto 1946 aveva ventilato l'ipotesi di un fallimento del tentativo di «compromesso» che caratterizzava l'unità antifascista:

Era evidente - ed era anche, bisogna ricordarlo, normale - che i conservatori italiani potessero aderire alla politica delle forze più avanzate del blocco antifascista unicamente al patto di avere tra le mani solide garanzie. I conservatori italiani dovevano assicurarsi che la liquidazione politica del fascismo, il raggiungimento delle condizioni politiche di un normale sviluppo democratico, non coincidessero con modificazioni profonde o addirittura rivoluzionarie della struttura economica italiana. Esistevano tutte le condizioni, dunque, perché in seno al fronte antifascista, tra le sue grandi ali, si addivenisse a un preciso compromesso. La natura del compromesso non poteva essere basata che su questi punti: rinunzia ad impostazioni economiche di tipo rivoluzionario; direzione della vita economica [...] lasciata, nei punti decisivi, alle forze conservatrici.[16]

In cambio le forze di sinistra dovevano chiedere un argine alle «eventuali conseguenze, minacciosamente antisociali e antinazionali», del liberismo sfrenato, «riforme minime» e «sviluppo dell'iniziativa popolare per sopperire in qualche modo alle necessità più urgenti e venire incontro all'angosciosa situazione delle masse». Non c'è dubbio che la franchezza era ammirevole. Togliatti concludeva in questo modo:

Il compromesso lasciava aperte, quindi, due prospettive: quella della democratizzazione del paese nel suo complesso, permettendo il conseguimento degli obiettivi politici fondamentali, e quella della stessa democratizzazione degli stessi conservatori italiani, ove avessero saputo, e voluto, prendere coscienza delle condizioni reali della vita economica e della lotta politica in Italia. Il compromesso del fronte antifascista apriva una grande ipoteca, garantita dalla possibile intelligenza posseduta dai conservatori italiani. Disgraziatamente si deve riconoscere, oggi, che mai ipoteca fu peggio garantita.

Va detto che fu proprio quell'editoriale a ispirare il «compromesso storico» di Berlinguer, sui cui giustamente Cossutta esprime un giudizio severo. A mio parere non era impossibile rendersi conto subito di come sarebbero andate a finire le cose. Le forze borghesi hanno avuto la meglio perché, pagando un prezzo in fondo sopportabile, sono riuscite a ricostruire il loro Stato e la loro economia, nonché a riprendersi in un secondo tempo larga parte di quanto avevano ceduto.

Da allora sarebbero cominciati tempi durissimi. Costretto dalla cacciata dal governo (che non vide neppure la più modesta manifestazione di protesta) e dalla tardiva presa d'atto del mutamento del contesto internazionale, il PCI avrebbe saputo anche svolgere un forte ruolo di opposizione, che avrebbe consentito di recuperare molti dei quadri delusi, ma il prezzo pagato sarebbe stato altissimo: decine di migliaia di arrestati, centinaia di vittime della repressione, licenziamenti massicci e reparti confino per i comunisti, un eterno rinvio dell'apertura di ogni riflessione critica su quell'esperienza, con il risultato di fare arrivare impreparato il partito, nel frattempo rinnovato da un forte turnover, a una nuova fase di collaborazione di classe che sarebbe risultata ugualmente fallimentare.

Per il PRC, che giustamente rifiuta la sommaria liquidazione delle esperienze storiche del movimento operaio, ma che vuole portare avanti un processo di rifondazione che consenta di fare tesoro sia dei successi sia degli errori commessi, sarebbe utile e necessario riaprire una discussione approfondita su quel periodo, tenendo conto non solo dei risultati raggiunti, ma anche delle voci che tentarono di indicare una via diversa da quella seguita. A questo vuole contribuire questo scritto.

 

5 maggio 1997



[1] Renzo Martinelli, che ha il merito di aver iniziato il proseguimento della monumentale Storia del PCI riprendendone lo spirito, sostiene che fu proprio la «strage di Portella della Ginestra, che suona come una provocazione alla guerra civile e si collega al pericolo del separatismo», a spingere De Gasperi a «rompere gli indugi», aprendo il 12 maggio la crisi del governo di unità nazionale. Renzo Martinelli, Storia del Partito comunista italiano, Einaudi, Torino, vol. VI, 1995, p. 215.

[2] Non si parlava che dei Balcani, perché che il resto dell'Europa dovesse rimanere nell'area capitalistica era implicito e già garantito dall'atteggiamento sovietico e comunista durante la guerra di Spagna. Cfr. Antonio Moscato, Il filo spezzato. Appunti per una storia del movimento operaio, Adriatica, Lecce, 1996, pp. 173-187.

[3] Armando Cossutta, Quando Togliatti sbagliava in «Rifondazione», a.I n.1, aprile 1997, intervista a cura di Ritanna Armeni e Rina Gagliardi. In altre parti Cossutta peraltro compie una interessante riflessione autocritica, soprattutto riferendosi a errori compiuti quando ormai era un dirigente di primo piano.

[4] Perfino la moglie di Molotov, vari familiari di Chrusciov e il fratello di Kaganovic caddero vittime della repressione, e d'altra parte Togliatti, pur non avendo a suo tempo mosso un dito per salvarlo, sapeva dal cognato Paolo Robotti che quando questi era stato arrestato e torturato il KGB voleva avere informazioni da usare eventualmente proprio contro di lui. Ne ha parlato lo stesso Robotti quando, dopo la morte di Togliatti, scrisse il suo libro di memorie La prova.

[5] Vedi anche R. Martinelli, op. cit., pp. 274-275.

[6] A. Moscato, Il filo spezzato, cit., pp. 189-206.

[7] Palmiro Togliatti, La repubblica e l'unità nazionale, editoriale de «l'Unità» del 6 giugno 1946.

[8] Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, p. 452.

[9]  Francesco Barbagallo, Dal '43 al '48. La formazione dell'Italia democratica, l'Unità-Einaudi, Roma, 1996, p. 124.

[10]  R. Martinelli, op. cit., pp. 127-128.

[11]  Ivi, p.129.

[12] Ibidem.

[13] Ivi, p. 13.

[14] Sono parole di Francesco Barbagallo, op. cit., p. 136.

[15] Ivi, pp. 136-137.

[16] «Rinascita», a. III, n. 8, agosto 1946.



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