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Alonso: Cuba e il muro

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Il Muro tra la rovine e la fantasia

di Aurelio Alonso

Versione italiana del testo - già riportato nel sito nell’originale spagnolo in appendice a Tre Cube - presentato dall’Autore nella Conferenza Internazionale “XX anni dopo: Il Mondo più in là del Muro”,

The World Political Forum, Bosco Marengo, 9-10 ottobre 2009

Fonte: http://laventana.casa.cult.cu/modules.php?name=News&file=article&sid=5113

 

La Guerra Fredda non si è spenta, semplicemente è stata vinta, come tutte le guerre, da una delle due parti: la logica dell’accumulazione, del capitale. Vinta, in quell’occasione, per portare il mondo a una crisi più definitiva: una crisi di civiltà. «A Cuba è impossibile stabilire con coerenza una strategia stabile di sviluppo senza prima realizzare una strategia di sussistenza stabile e irreversibile. Piaccia o non piaccia accettarlo».

 

Il Muro di Berlino non è caduto, è stato abbattuto; questo si è trasformato in un episodio emblematico, forse paragonabile all’assalto della Bastiglia ad opera delle masse affamate di Parigi nel luglio 1789. Significativamente, duecento anni dopo. I parigini che si impossessarono di quella fortezza semivuota di prigionieri non potevano immaginare la risonanza storica che il loro coraggio avrebbe lasciato. Probabilmente, neanche le masse berlinesi che hanno abbattuto il Muro immaginavano che quel gesto avrebbe segnato il tracollo del pugno di promesse sorte dalla volontà fallita dei rivoluzionari russi del 1917 di costruire un mondo senza oppressione, di fronte all’edificio del mondo del capitale.

Neppure oggi sembra costituire un dato evidente completamente accettato che il vero segno emblematico del crollo dell’avventura socialista non è stato l’abbattimento del Muro. È stato l’esistenza stessa del Muro. Il Muro non significava la costruzione di un mondo di libertà, ma quella di un mondo di divieti.

Richiamare quel fatto come indicatore della fine della Guerra Fredda e del sistema bipolare può diventare un ricordo piuttosto parziale. La Storia non si fa in bianco e nero. La Guerra Fredda non si è spenta, semplicemente è stata vinta, come tutte le guerre, da una delle due parti: in quella guerra ha vinto la logica dell’accumulazione, la logica del capitale. Vinta, in quell’occasione, per portare il mondo a una crisi più definitiva: una crisi di civiltà.

In seguito, il mondo non è diventato multipolare, ma comunque unipolare, se è possibile il controsenso semantico di concepire un polo senza il suo opposto. Sarebbe più corretto dire, a mio parere, che ha lasciato posto al primato di un’altra bipolarità, quella segnata dai rapporti tra oppressori ed oppressi, creditori e debitori, che in termini di potere, si manifesta in centri e periferie. Al fondo, la più vecchia delle bipolarità della Storia. Quella che stabilisce la logica della dominazione.

Poche settimane dopo l’abbattimento del Muro, la 82a Divisione Aerotrasportata della Fanteria di Marina degli Stati Uniti ha impunemente invaso Panama, con l’intenzione di sequestrare un capo di Stato accusato di narcotraffico, ma lasciando dietro di sé una scia di oltre 5.000 civili uccisi. Puro terrorismo di Stato. Dopodiché, l’impunità non avrebbe più avuto bisogno dell’alibi di voler stroncare il narcotraffico negli episodi successivi di interventi, trascinando alleati, in assenza di prove verificabili per le loro azioni, anche alle spalle del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Che tipo di mondo ha lasciato in piedi la fine del conflitto Est-Ovest? Quale stravolgimento, per la Storia, che il Muro tanto penosamente innalzato lasci dopo la sua caduta una situazione altrettanto penosa!

Fatta questa introduzione, permettetemi ora di avvicinarmi al mio scenario locale. Mi spetta, in questo incontro, ricordare con la memoria del cittadino della periferia. Non di una qualsiasi periferia, ma quella di un paese – lontano dall’Europa, piccolo, insulare e dalle scarse risorse – che, dopo una trasformazione sociale molto radicale, ha scelto di unirsi al mondo che si ergeva dietro il Muro; anche se lo ha fatto quando non c’era altra scelta, una volta svanita l’illusione di voler inserire un progetto socialista autoctono nell’orto di casa degli Stati Uniti ed è stato, quindi, punito con un assedio senza tregua. Fin dagli anni ’60 è stato chiaro che, in modo autoctono, il suo socialismo non sarebbe riuscito a reggersi; nel blocco sovietico, forse.

Visto da Cuba, il vero risvolto lo ha segnato il crollo, seguito a quello del Muro, dell’esperimento socialista sovietico e, con esso, dell’intelaiatura di sostegno materiale che aveva significato, per quasi dieci anni, per quell’impresa di sviluppo sociale dei cubani , tanto difficile da compiere. Un’avventura in cui non ci avevano lasciato soli fin da allora, anche se non sempre fosse facile capirsi.

A volte si perde di vista che del mezzo secolo trascorso dal 1959, Cuba ne ha vissuto gli ultimi due decenni – vale a dire quasi la metà – in seno alle coordinate lasciate dai crolli e dalla fine del bipolarismo. Lo sottolineo perché il tempo storico è qualcosa di più che il computo degli anni: è esistenza trascorsa, che risponde per l’intero paesaggio economico, politico, sociale e culturale che può oggi abbracciare la nostra visione dentro il paese.

In mezzo a tutte le turbolenze sociali ed economiche immaginabili, Cuba ha deciso di non abbandonare il socialismo, né di permearsi di influenze occidentali e quindi di procedere con i costi delle incertezze che tale decisione comportava.

L’effetto dello sganciamento internazionale subito a partire dal 1990 va assunto come punto di partenza della crisi più acuta affrontata dalla società cubana dal 1959. Lo si è chiamato “periodo speciale in tempo di pace”, per segnalare la somiglianza con le privazioni conseguenti alle battaglie perse. Per certi aspetti, è risultato lo choc più intenso subito dalle nazioni facenti parte del sistema che si è disintegrato, senza che, nel caso cubano, fosse rimossa – come è avvenuto nell’Europa dell’Est – la struttura di potere, né che si adottasse una riforma integrale che unisse al sistema la forza dell’economia di mercato, come in Vietnam, che neppure lui rinunciava con ciò al suo orientamento politico centrale.

Il Pil cubano è sceso di circa il 36% tra il 1990 e il 1993 e il potere d’acquisto del paese si è ridotto al 30%. Le importazioni si sono quasi completamente concentrate nel petrolio e nei beni alimentari, ora a prezzi meno favorevoli, e in queste condizioni i volumi acquistati si sono sensibilmente ridotti.

Indicatori sostanziali di povertà, come il calo dei livelli nutritivi e la precarietà degli alloggi, si sono fatti sentire in questi anni. I terreni, sfruttati senza rotazione per la produzione saccarifera, erano esausti. Tutti gli investimenti si sono ridotti in maniera significativa. Si è vista – e si vede – colpita la stessa infrastruttura delle istituzioni di sanità e istruzione, le conquiste più evidenti del progetto cubano di giustizia ed equità.

I rottami del Muro di Berlino hanno continuato a piovere sull’Avana, castigata dagli Stati Uniti da un accerchiamento sempre più stretto: E inserita, per giunta, con inusitata arbitrarietà, nell’”asse del male” codificato dal terrore esercitato da Eashington, che può ora dispiegare senza contenimenti la sua oppressione sulla periferia, con l’alibi della lotta contro il terrorismo.

La congiuntura improvvisamente critica degli anni ’90 ha imposto, senza il tempo per operare preliminarmente una ridefinizione integrale delle strategie, l’apertura all’investimento straniero, la restaurazione di spazi – molto ridotti – per l’iniziativa privata, e alcuni aggiustamenti nella circolazione monetaria. Sono state adottate riforme - fin dagli inizi della sconfitta – congiunturali alcune, altre strutturali. Non ci sarebbe tempo per scendere nei dettagli, ma va almeno detto che sono state moderate, timide, insufficienti.

Questo processo riformatore non ha mostrato di far parte, in alcun momento, di un progetto articolato: ogni riforma si rivelava orientata più a mitigare un problema concreto, e sono state sempre assunte con molte reticenze, o anche con la chiara aspirazione politica di ritirarle; pur essendo servite – occorre ammetterlo – a contenere il tracollo economico fino alla metà del decennio. Finora lo Stato cubana ha praticamente mantenuto invariabile il modello accentratore, sia nella proprietà su tutte le branche economiche, sia nella gestione economica e nei settori istituzionali che regolano la vita civile.

Alla fine degli anni ’90 si sono avuti segnali di rianimazione. Ciò nonostante, non si è potuto a rigore parlare di ripresa economica, finché non si sono avviati in America Latina cambiamenti che avrebbero offerto per Cuba una nuova prospettiva di inserimento.

Nel 1990, l’indice di “sviluppo umano” (HDI - Human Development Index) stabilito dal Programma di Sviluppo dell’ONU (UNDP - United Nations Development Programme) collocava Cuba al 39o posto sul totale di 130 paesi. Il deterioramento della situazione negli anni successivi ha portato l’Isola, nel 1994, al suo punto più critico, collocandola all’89o posto, su 173 paesi. Il rapporto UNDP del 2007-2008 ha di nuovo indicato un recupero importante, collocando Cuba al 51° posto.

Tuttavia, siamo realisti. Se la collocazione si stabilisse solo in funzione delle entrate (PIL pro capite), Cuba rimarrebbe relegata al 94°. Queste dinamiche mostrano, al tempo stesso, la forza e la debolezza del sistema cubano: da un lato la capacità di resistere, e di conservare per la popolazione livelli di sostegno che sarebbero inimmaginabili, in situazione di crisi, in un’economia di mercato; dall’altro lato, l’effettiva insufficienza dell’economia cubana, riluttante a formalizzare la propria impalcatura mercantile per rendere sostenibile il sistema.

Si può sostenere che le distorsioni che possiamo vedere attualmente nello scenario socio-economico cubano riassumano gli effetti combinati dello scollegamento e del tracollo dell’economia, da un lato, e delle misure applicate per contenere il calo, dall’altra parte. Senza poter detrarre gli effetti precedenti, anch’essi combinati, delle limitazioni imposte dal blocco e da quelle generate all’interno di strategie erratiche, o frustrate da fattori esterni. A Cuba è impossibile stabilire con coerenza una strategia stabile di sviluppo senza prima realizzare una strategia di sussistenza, stabile e irreversibile. Piaccia o non piaccia accettarlo.

La manifestazione più elevata di ripresa economica si è percepita nel 2006, quando l’aumento del PIL ha raggiunto il 12,5%, pur rimanendo breve rispetto ai risultati della fine degli anni ’80 (gli ultimi dell’inserimento nel COMECON - Consiglio di Mutua Assistenza Economica dei paesi socialisti). Per giunta, l’indice ha preso a decelerare cadendo al 7,3% nel 2007 e al 4,3% nel 2008. La cifra iniziale prevista per il 2009 ha richiesto un primo aggiustamento al 2,5% in aprile e all’1,5% in agosto. L’economia vive il suo momento peggiore dal 1994 e non va esclusa la possibilità che si chiuda con segno negativo quest’anno.

In margine alla forte contrazione affrontata dall’economia cubana al termine di questo primo decennio del secolo, va riconosciuto che per la prima volta dal crollo del Muro per Cuba è comparso uno scenario di inserimento, ora senza dipendere da un centro politico o economico esclusivo; apparentemente estraneo a uno schema di polarità in senso convenzionale.

Sul piano economico ha rilievo il fatto che il Venezuela, sotto il governo bolivariano, sia diventato il principale socio dell’Isola. Ma indipendentemente dal dato economico, e comprendendo questo piano, emerge la marea di cambiamento sociale in direzione di governi di sinistra, con differenti livelli di radicalità, tutti portatori di una volontà di trasformazione dell’orientamento complessivo dell’America a Sud del Rio Bravo. La proposta dell’Alleanza Bolivariana delle Americhe (ALBA – Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestras Americas) si fa strada come ideale di integrazione, di fronte all’instaurazione del libero commercio secondo la ricetta nordamericana (ALCA - Área de Livre Comércio de las Américas).

Non credo spetti a questo commissione della Conferenza introdurre analisi del cambiamento latinoamericano, di cui si terrà sicuramente conto in relazioni successive. Vi accenno ora solo per mettere in rilievo l’importanza che ha – e che potrebbe raggiungere – questo clima di cambiamento per la sussistenza di Cuba. Che sarà sicuramente maggiore di quello che l’esperienza cubana può apportare agli altri paesi.

Vorrei aggiungere solo due cose. La prima è che Cuba non può permettersi una prospettiva trionfalistica: Neppure la Nostra America. Ci troviamo in una correlazione regionale contraddittoria, destinata a mostrare progressi e arretramenti, in cui le forze conservatrici hanno il sostegno di Washington di fronte ai governi di sinistra, che non hanno cessato di essere vulnerabili.

Il territorio colombiano può diventare il bastione militare degli Stati Uniti, per risolvere con i “metodi duri” i loro conti aperti con gli Stati della regione. Una nuova versione del “Plan Colombia” potrebbe comprendere Panama e contare sulla neutralità del Costarica. La pace sarà perturbata per quanti decidessero di non piegarsi a Washington con il classico espediente della sottomissione.

L’altra cosa cui non voglio rinunciare ad accennare va al di là della congiuntura ed ha, secondo me, un valore eccezionale. L’ottica strategica dei nuovi progetti latinoamericani ha introdotto un elemento di sostanza, a partire dalla tradizionale sapienza dei popoli indigeni. Si tratta della concezione del proposito di “ben vivere” (sumak kawsai) di fronte a quello di “vivere meglio”, che finora ha dominato l’orizzonte dello sviluppo e i criteri di efficienza: una concettualizzazione ormai esplicita nelle nuove Costituzioni approvate in Bolivia e in Equador.

In questa visione è implicato anche un rapporto tra l’essere umano e il suo ambiente naturale basato sul “riportare in buona salute” e non sul “depredare”, un concetto di inserimento non solo rivolto al rapporto degli esseri umani tra loro, ma anche tra gli esseri umani e la natura, della quale la logica dell’accumulazione ha fatto dimenticare di far parte.

Molte grazie.

 



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