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Lo sperpero dell'America Latina

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L’AMERICA LATINA SPERPERA LA RENDITA PETROLIFERA

E MINERARIA IN “BONOCRAZIA” CLIENTELARE

16 dicembre 2010

 

«I nostri paesi hanno un DNA estrattivista; si sono assuefatti a vivere della rendita della natura, a esportare materie prime e a perdere nel commercio internazionale», ha spiegato l’ex presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador, Alberto Acosta ai delegati di organizzazioni di Bolivia, Perù, Brasile, Messico, Colombia, Cile ed Ecuador nel II Forum regionale promosso dalla Piattaforma Energetica boliviana.

Basta con la retorica del “buon vivere”, è ormai ora che i popoli decidano come investire le entrate dei paesi a “DNA estrattivista”, esorta il Forum della Rete Latinoamericana sulle Industrie estrattive.

Ecuador e Bolivia sono nate come Repubbliche libere e indipendenti nel XIX secolo; si sono dichiarati Stati sovrani nel XX secolo e all’inizio del XXI si sono rifondati come Stati Plurinazionali filo “socialisti”, ma fino ad oggi sono inseriti nel mercato internazionale come meri fornitori di risorse naturali, altrettanto sottomessi e dipendenti delle semicolonie di due secoli fa, secondo il giudizio di ricercatori ed esperti di sette paesi presenti al II Forum della Rete svoltosi la scorsa settimana a La Paz.

 

«I nostri paesi hanno un DNA estrattivista; si sono assuefatti a vivere della rendita della natura, a esportare materie prime e a perdere nel commercio internazionale», ha spiegato l’ex presidente dell’Assemblea Costituente dell’Ecuador, Alberto Acosta ai delegati di organizzazioni di Bolivia, Perù, Brasile, Messico, Colombia, Cile ed Ecuador nel II Forum regionale promosso dalla Piattaforma Energetica boliviana.

I governi di Evo Morales e di Rafael Correa scrivono e parlano molto di “buon vivere” e di un rapporto armonico con la natura, ma tutti i loro piani di “sviluppo” e di “crescita” economica si basano su un crescente “estrattivismo” di risorse naturali non rinnovabili con impatti ambientali sempre più accentuati, è stata la descrizione di Acosta.

Le imprese petrolifere degli Stati Plurinazionali di Ecuador e Bolivia operano «con la stessa logica delle multinazionali, soprattutto nei rapporti con le popolazioni indigene» e i presidenti Morales e Correa puntano ancora una volta sullo sviluppo delle esportazioni di materie prime, un modello «impoverente», storicamente fallito.

La cosa più preoccupante è l’irresponsabile sperpero della rendita mineraria e petrolifera nel finanziamento di una sorta di «bonocrazia» clientelare, ha osservato Acosta. [Per "bonocrazia" si intende il sistema clientelare di distribuzione di bonos ai più poveri, come "tranquillante sociale". NdT]

«Non esiste nei nostri paesi una discussione seria e approfondita su che cosa vogliamo fare con la rendita petrolifera… Negli ultimi anni il denaro non si è orientato a colmare brecce nello sviluppo o a migliorare l’uguaglianza; lo si è usato nella spesa corrente e per pagare la burocrazia» clientelare, è stata la critica dell’esperta messicana Rocío Moreno.

Si direbbe che i governi latinoamericani utilizzino gli introiti dello sfruttamento di risorse naturali per distrarre la gente, rinviando e persino eludendo le grandi riforme rimaste in sospeso nei settori economici fondamentali.

 

Il cattivo uso della rendita mineraria e petrolifera

 

In America Latina sono presenti forme assai eterogenee di distribuzione della rendita petrolifera e mineraria, ma l’impiego di queste risorse non è riuscito a colmare le grandi brecce in fatto di disuguaglianza e arretratezza esistenti, e meno ancora a dare impulso allo sviluppo socio-economico in nessun dei paesi della regione, ha messo in guardia l’esperto colombiano Fabio Velásquez.

«Abbiamo estratto molto petrolio e abbiamo ottenuto molto denaro e ingenti crediti, ma il risultato è stato ben scarso: non c’è sviluppo, c’è una massiccia povertà e gli impatti ambientali sono allarmanti, abbiamo inquinamento dell’ambiente, deforestazione massiccia, danni per la salute e malattie», ha rincarato Alberto Acosta.

Ci vorrebbero diversi libri per descrivere solamente le gravi ripercussioni socio-ambientali dello sfruttamento di idrocarburi nell’Amazzonia latinoamericana, ad esempio gli allarmanti guasti ambientali provocati da Texaco, che ha lasciato un passivo ambientale di almeno 26 mila milioni di dollari in Ecuador, o l’accresciuto inquinamento in varie zone produttive della Bolivia.

Sono ancor più negativi gli impatti sociali dell’estrattivismo nelle zone produttive che continuano ad essere in preda all’estrema povertà a causa dell’appropriazione della rendita petrolifera da parte delle multinazionali, che nella lunga notte neoliberista si portavano via oltre l’80% del ricavato.

«In Perù la partecipazione dello Stato alla rendita generata dalle industrie estrattive è stata insufficiente, specie nel settore minerario. La crisi del 2008 ha colpito gli utili e la partecipazione dello Stato; poi le imprese hanno beneficiato della maggior parte dei guadagni straordinari consentiti dall’aumento dei prezzi; e nel 2009 i dati ufficiali dimostrano che l’apporto delle imprese private è stato di appena l’11%», ha confermato l’esperto peruviano Epifanio Baca.

Velásquez ha osservato come non si sia approfittato del boom petrolifero e minerario conseguente all’aumento dei prezzi sul mercato internazionale per superare la povertà della regione, né per aprire le vie per lo sviluppo; «né sembra destinato a colmare i fossati sociali, di genere, etnici, territoriali, né a ridurre la povertà e la disuguaglianza»

In Bolivia, il piano energetico governativo pone l’accento sull’esportazione di gas e petrolio in maniera eccessiva e pericolosa, alla frenetica ricerca di introiti per coprire obbligazioni interne quali le sovvenzioni per i carburanti, i buoni sociali e l’investimento pubblico nelle regioni, come hanno segnalato lo specialista del Centro Studi per lo Sviluppo Lavorativo e Agricolo (CEDLA) Julio Linares e l’esperto Juan Carlos Guzmán.

Linares e Guzmán sono stati d’accordo sul fatto che il governo di Evo Morales si batte per trasformare il paese in «centro esportatore di energia della regione», ma presta scarsa attenzione al mercato interno, importa sempre più carburanti, perde autarchia energetica ed è ben lontano dal concretizzare la tanto attesa industrializzazione degli idrocarburi

La forma in cui lo Stato boliviano investe gli introiti derivanti dalle attività estrattive ha un carattere politico, congiunturale e di breve respiro. Il crescente aumento della rendita non consente di porre le basi di un solido sviluppo produttivo, e meno ancora di superare la dipendenza estrema dalle materie prime non rinnovabili, ha osservato Guzmán.

Il problema più grave in Bolivia è l’estrema dipendenza del sopravanzo dalle attività estrattive, che tende a generare una preoccupante volatilità degli introiti fiscali, forti squilibri finanziari regionali e una pericolosa inerzia fiscale. ha affermato Linares.

A suo giudizio, «l’instabilità del prezzo internazionale del petrolio fa sì che la rendita da idrocarburi sia aleatoria: l’eventuale crollo di tali introiti colpirebbe la gestione pubblica, in misura schiacciante quella ai livelli delle province autonome». Tra l’altro, l’estrema dipendenza dei trasferimenti di risorse dal livello centrale non stimola la ricerca di propri introiti da parte delle amministrazioni autonome.

Se questo non bastasse, le aspettative regionali crescenti per il controllo delle attività estrattive (ad esempio, il litio a Potosì o il ferro a Porto Suárez), insieme alla pressione di regioni “non produttive”, costituiscono fonti di potenziali conflitti distributivi.

 

Il percorso verso il post-estrattivismo

 

Le Costituzioni politiche degli Stati Plurinazionali di Bolivia ed Ecuador postulano economie post-estrattiviste, ma sono ancora molto forti ed influenti i settori politici neo-sviluppisti che dubitano dell’esistenza di alternative “reali”allo sfruttamento di risorse naturali.

Acosta ha riconosciuto che «non usciremo fuori dall’estrattivismo dalla sera alla mattina», perché è impossibile «chiudere tutti i campi petroliferi», ma ha esortato a combattere «l’idea sbagliata» che sia impossibile avviare una «transizione plurale» verso un’economia post-estrattivista.

Ha spiegato come il post-estrattivismo non significhi rinunciare allo sfruttamento di risorse naturali ma di «stabilire i limiti biofisici dello sfruttamento, arrivare alla sostenibilità, eliminare la povertà e la sua causa, vale a dire l’opulenza», avanzando verso un’economia post-petrolifera.

Ha argomentato:«il petrolio si sta esaurendo e, visto il saggio crescente di consumo, non potremo continuare ad essere paesi esportatori di petrolio». Il cambiamento del clima e il “picco di Hubbert” dimostrano che non si può continuare ad estrarre combustibili fossili ai ritmi attuali, e che bisogna smettere di sfruttare idrocarburi in siti di particolare fragilità ambientale e sociale come lo Yasuní, il Delta del Niger e in altri territori dell’Amazzonia come il Madidi in Bolivia o il Parco Nazionale Laguna del Tigre in Guatemala.

In questo contesto va collocata l’iniziativa Yasuní-ITT, che apre la porta alla costruzione di un’economia post-petrolifera e post-estrattivista subordinata alle leggi di funzionamento dei sistemi naturali, ha commentato Acosta.

L’economista ecuadoriano ha proposto di effettuare varie riforme statali che consentirebbero di «organizzare il mondo in un altro modo» e di utilizzare fonti energetiche e di finanziamento alternative all’industria estrattiva, ad esempio l’idroelettrico, che consentirebbe di risparmiare  in Ecuador «più di 2.600 milioni di dollari».

Per altro verso, ha suggerito di cambiare sostanzialmente la struttura dei sussidi vigenti in Ecuador per «superare aberrazioni nel settore energetico», ad esempio il sussidio del gas che arriva a 600 milioni di dollari e «di cui gode solo il 20% dei più poveri, mentre l’80% va ai grandi gruppi di potere».

Il dibattito sul meccanismo più adatto per catturare una rendita maggiore è stato al centro del II Forum delle industrie estrattive e quasi tutti i relatori hanno proposto la modifica della struttura tributaria che penalizza i settori a basso reddito.«Chi più guadagna e possiede, contribuisce per una quantità percentualmente minore in materia di imposte», ha denunciato Julio Linares.

Occorrerebbe realizzare una riforma per elevare la pressione tributaria dell’Ecuador dal 13% ai livelli degli altri paesi della regione come la Bolivia (20%) o il Cile (25%) e la stessa Europa (40%), nonché estendere l’imposta sulla rendita di chi possiede di più e quella sull’eredità», ha proposto Acosta. E Baca ha aggiunto: «Potrebbe essere qualche meccanismo fiscale, un’imposta sui profitti straordinari o il pagamento generalizzato di privilegi».

I relatori del II Forum sono stati d’accordo sul fatto che la nuova costruzione di un’economia post-capitalista non dipende solamente da riforme tributarie o dallo sviluppo di energie alternative, ma fondamentalmente dalla partecipazione civica all’amministrazione dei crescenti introiti petroliferi e minerari statali.

Per questo, è vitale ed urgente che i popoli della regione sviluppino meccanismi di effettivo controllo sociale  e impugnino le decisioni unilaterali e improvvisate dei rispettivi governi.

Piattaforma di Politica Energetica – La Paz, 2 agosto 2010 – Bolivia

Fonte: Ecoportal

Inviato da Boletín electrónico del CADTM

Traduzione di Titti Pierini

 



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