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Cuba, uno sguardo sulle riforme

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CUBA – UNA VISIONE SOCIALISTA DELLE RIFORME

Armando Chaguaceda, Ramón I. Centeno*

 

 

L’annuncio della tanto attesa convocazione del VI congresso del PCC, ha suscitato varie reazioni, ma anche un relativo rallentamento del dibattito pubblico sulle riforme. In particolare aveva colpito la decisione di Pedro Campos di sospendere immediatamente uno dei più interessanti bollettini web, SPD (Socialismo Participativo Democratico) con una singolare motivazione: Los propósitos divulgativos que dieron origen al boletín SPD, fueron alcanzados. El cambio en la situación del país demanda nuevas valoraciones. En estas circunstancias suspendemos indefinidamente su edición. Ante la adversidad, siempre con el pueblo. Una spiegazione reticente, che lascia però intravedere pressioni per ricondurre il dibattito congressuale esclusivamente sotto il controllo dell’apparato. Naturalmente ciò non vuol dire che il dibattito sia cessato, anche se come accade da molto tempo trova ospitalità soprattutto negli organi della curia arcivescovile, come Palavra nueva, ma, per fortuna, non solo. Uno dei testi più interessanti ricevuti recentemente è questo, di Armando Chaguaceda (già segnalato e pubblicato da me in passato) e Ramón I. Centeno. Spero di poter inserire  presto, in italiano, altri testi (tra cui uno nuovo di Pedro Campos) reperibili sul sito http://observatoriocriticodesdecuba.wordpress.com/author/luchatuyucataino/ e che fanno sperare in una ripresa del dibattito, almeno sui problemi interni. Ma non sarebbe male che a Cuba si discutesse senza reticenze anche sul sorprendente silenzio del Granma sulle rivolte contro i tiranni che scuotono il mondo arabo, e non solo. (a.m. 31/1/11)

 

 

Il prossimo VI Congresso del Pcc è destinato a consolidare la configurazione del ventaglio di possibili scenari relativi al modello economico cubano. Espandendosi il lavoro in proprio e il radicamento delle trasformazioni nel sistema imprenditoriale del settore non statale, si rafforzano i cambiamenti nella lista delle unità produttive nel quadro cubano. Le sfide che questo comporta per un rinnovamento socialista democratico implicano che si prendano in considerazione le occasioni per un agenda che promuova l’autogestione. Urge un modello di gestione che, perché abbia successo, ha bisogno di democrazia a partire dal centro di lavoro, sfuggendo così al falso dilemma della scelta tra restaurazione capitalista e monopolio burocratico.

 

L’organizzazione produttiva e le riforme economiche

 

La fase economica inaugurata a Cuba da – perlomeno - due decenni, ha costretto a un cambiamento delle politiche economico-sociali. Accanto al ridimensionamento di ministeri e imprese, si sono autorizzati il lavoro in proprio e gli investimenti stranieri. I costi sociali prodotti dalla crisi sono stati condivisi da tutta la società, sono rimasti servizi sociali e forniture gratuite, pur con un deterioramento qualitativo. Inoltre, nonostante la protezione di alcuni strati vulnerabili (anziani, bambini), nel corso del “periodo speciale” sono aumentate povertà e disuguaglianza (Espina, 2008; Ferriol in Mesa Lago, 2005). Erano perciò indispensabili riforme di fondo per sostenere l’economia e le politiche sociali dell’Isola.

Lo scorso 1 agosto 2010, il generale Raúl Castro ha annunciato all’Assemblea nazionale del potere popolare (Anpp, il Parlamento cubano) il prossimo taglio di circa 1 milione di impiegati statali. Per contrastare i contraccolpi di tale misura, ha anche annunciato l’espansione dell’«esercizio del lavoro in proprio e la sua utilizzazione come un’ulteriore alternativa occupazionale per i lavoratori in esubero, eliminando una serie di divieti vigenti per la concessione di nuove licenze e per la commercializzazione di determinate produzioni, flessibilizzando la contrattazione della forza lavoro» (Castro, 2010). Questa apertura al micro-investimento, dato il suo carattere compensativo, ha fatto sì che il lavoro in proprio cessasse di venire identificato con “pirañas” capitalisti necessari (Henken, 2008), trasformandosi in veicolo per «incrementare livelli di produttività ed efficienza”, abbandonando “quelle concezioni che condannarono il lavoro in proprio pressoché all’estinzione e stigmatizzarono quanti decisero di dedicarvisi, legalmente, negli anni ’90» (Granma, 24 settembre 2010). Sono stati inseriti nel modello cubani, con maggiore legittimazione, i proprietari di piccoli ristorantini e bar, officine di riparazione di automobili, piccoli produttori di calzature, tassisti o locatari di case a turisti.

L’intento di estendere il settore non statale cerca di incorporare, nel giro di 6 mesi a partire dall’annuncio, 250.000 nuove persone nel settore in proprio e altre 215.000 in quello cooperativo. Manca ancora, però, un mercato creditizio e di materiali e materie prime. Si pensa, inoltre, di gravare il settore di imposte eccessive (di 5 tipi), che arrivano a circa il 40% degli introiti, una cifra superiore alla media latinoamericana. Sia pure in due anni (2009-2011), il quadruplicarsi dell’esazione fiscale, da 247 a 1.000 milioni di pesos, minaccerà nel breve periodo la sopravvivenza della maggioranza di questo tipo di imprenditoria (Mesa, 2010, B).

In questo contesto, i “Lineamenti della politica economica e sociale” che saranno presentati al IV Congresso del Pcc, corroborano il riorientamento del modello, con una nuova redistribuzione dei costi sociali della riforma. I Lineamenti anticipano la fine dei «sussidi e delle gratuità indebiti» (punto 44) e che si procederà all’«eliminazione ordinata della tessera di approvvigionamento», e tutto questo suscita non pochi problemi, in quanto colpisce il già modesto consumo dei settori meno abbienti, di quanti non ricevono divise dall’estero, né riescono a ottenerle nell’Isola. La situazione si acuirà ulteriormente con il rientro a casa, dopo mezzo secolo, della massa ingente dei disoccupati,

visto che non tutti i licenziati troveranno posto nel lavoro in proprio.

Insieme all’estendersi dei piccoli traffici, i Lineamenti ratificano implicitamente la rilevanza del sistema imprenditoriale vincolato all’economia globale, visto il carattere vitale delle divise che si ricavano dalle esportazioni (Pérez Lopéz, 2003; Omar Everleny, 2010), con le quali si finanziano le importazioni dei beni e servizi di cui Cuba ha bisogno e che non produce, soprattutto i beni alimentari.[1] Quanto al resto del tessuto imprenditoriale, esso accusa una diffusa obsolescenza del capitale in beni e mostra l’assottigliarsi della manodopera ufficialmente impiegata di circa il 26,9% nel 2010 (Mesa-Lago, 2010).

Mentre il lavoro in proprio risponde al mercato interno, le imprese del settore esterno – spesso con capitale straniero – rispondono a quello internazionale. I piccoli traffici privati sono micro e piccole imprese, laddove le organizzazioni industriali attraverso cui circola il flusso di divise sono medie e grandi imprese. Le une e le altre hanno riconfigurato l’elenco delle unità produttive cubane, cosa che impone la discussione sulle possibilità di un rinnovamento socialista democratico in queste condizioni.

 

2. L’autogestione per un socialismo democratico

 

La ricostruzione del paradigma socialista passa per il recupero dell’idea di collettivi di lavoratori che funzionino come associazioni di liberi produttori, vincolati da legami di solidarietà strutturati a partire dal basso. Dotati di ampi spazi e strumenti di partecipazione che confluiscano nella instaurazione di una confederazione nazionale. Nel momento attuale, la partecipazione dei lavoratori assume, a partire dalle loro esperienza storiche, due principali varianti: 1) la pianificazione democratica: 2) l’autogestione. Nel primo modello, l’accento è posto sul centro, mentre, per il secondo, gravita verso le reti e i livelli subalterni.

La prima variante volge all’elaborazione, tramite processi di partecipazione attiva dell’insieme dei cittadini (inseriti in varie strutture e a vari livelli) di un piano nazionale che  stabilisce le principali direttrici relative alla politica economica, che si traduce in uno strumento normativo che orienta l’esercizio economico di unità produttive (e loro aggregati), entro i limiti di un contesto e di un tempo stabiliti. Sicuramente, ci sono reali difficoltà per guidare un processo del genere, pur se fosse possibile stabilire un tipo di piano del genere, ci sarebbe poi da renderlo effettivo, il che implica un altro complicatissimo processo per determinare la quota di questa produzione spettante a ciascuna impresa e, cosa ancor più difficile, mettere queste in rapporto reciproco, tramite strumenti informativi differenti dai rapporti monetari di mercato. In ogni modo, e indipendentemente dai suoi limiti, una pianificazione offre quote di partecipazione superiori rispetto al modello di pianificazione statalistico e verticista del socialismo di Stato cubano

Da parte sua, l’autogestione punta sulla partecipazione da protagonisti dei lavoratori all’amministrazione delle entità in cui svolgono i loro processi produttivi, rendendo visibile l’intervento diretto dei collettivi in scenari e processi concreti (fabbrica, fattoria o ente di servizi) di presa di decisioni, realizzazione e controllo. In modo chiaramente diverso dalle impostazioni della pianificazione democratica, associate alla statalizzazione (come premessa di una presunta e futura collettivizzazione) dell’insieme dei mezzi di produzione di un paese, le iniziative di autogestione sono sorte prevalentemente come esperimenti imprevisti sorti spontaneamente, guidati da lavoratori decisi in situazioni congiunturali (fallimento di imprese, abbandono di queste da parte dei titolari e proprietari), per allargare il controllo sui loro spazi lavorativi e, quindi, sulla fonte di riproduzione dei propri mezzi di sussistenza, ammettendo la pertinenza di determinati spazi di mercato per la realizzazione delle proprie produzioni.

L’adozione di questa variante, quindi, implica che si consideri l’esistenza di un mercato con vari gradi di regolamentazioni e limitazioni nella fase di transizione. L’evidenza dimostra che il rapporto mercato-autogestione è rigido, giacché gli strumenti finanziari presenti in una pianificazione di tipo indicativo consentono un maggior decentramento e maggiore democratizzazione dei processi, con maggiore autonomia per le collettività di base, superiore a quella dei processi sviluppati sotto uno schema di assegnazione centrale di risorse fisiche quali materie prime, mezzi di produzione, ecc.[2]

Le modalità si possono raggruppare in tre varianti di fondo:

·        Conduzione totale dell’attività dell’impresa da parte dei lavoratori (sia manuali sia intellettuali, di produzione e di servizi) che integrano e controllano, attraverso formule rappresentative revocabili, gli organi di direzione, insieme alla presenza operante di uno spazio di analisi, discussione e decisione di taglio assembleare (Autogestione classica).

·        Partecipazione condivisa del collettivo lavorativo con i direttivi statali o privati nella gestione dell’impresa attraverso istanze (Consigli) di direzione, in cui si gode di prerogative decisionali ai due poli dell’equazione (Cogestione).

·        Spazi di consultazione, aggregazione di richieste e proposte, incluso il diritto di veto per misure e direttive specifiche da parte dei lavoratori senza partecipazione di questi nella gestione diretta dell’entità (Controllo operaio).

Il contributo dell’autogestione al rinnovamento democratico del socialismo cubano sta nel suo duplice carattere economico e politico,[3] perché il mandato esecutivo in fabbrica non può essere un fatto solamente economico, ma deve puntare, per sua stessa genesi, a dispiegare processi politici di impossessamento ed ampio ed effettivo controllo dello spettro di decisioni, e articolarsi su scale sempre più vaste, creando nel sistema politico istituzioni di tipo nuovo.

 

3. Un’agenda minimale per l’attuale scenario

 

Nell’immaginario sociale cubano, esistono oggi due punti di vista maggioritari sui possibili incanalamenti dell’orientamento socio-economico e della partecipazione a questo dei cittadini. Per alcuni, la privatizzazione dei centri di produzione e di servizi costituirebbe la panacea divina che risolverebbe la carenza proverbiale di beni di consumo, apportando l’efficienza indispensabile. All’estremo opposto dell’arco ideologico troviamo la visione fallita di un socialismo centralista e verticista, ristretta dagli ordini emanati dal livello gerarchico superiore dell’apparato statale.[4] Senza suggerire che siano ideologicamente e programmaticamente imparentati, entrambi i progetti hanno tra loro una straordinaria somiglianza: escludono alcune forme autenticamente popolari, democratiche e orizzontali di gestione pubblica, come se il dibattito tra tesi e antitesi non ammettesse lo spazio per la necessaria sintesi.

Ora, nei complessi dilemmi delle politiche ufficiali di fronte al crocicchio in cui si trova Cuba, si stanno prendendo decisioni che rafforzano i soggetti collegati al mercato, senza alcun progetto di sviluppo economico che affianchi e chiarisca questo processo all’insegna della transizione socialista. Le unità produttive non statali o semistatali (ad esempio, le imprese miste) acquisiscono maggior peso specifico. Tuttavia, poiché questo avviene a detrimento delle condizioni popolari, si creano confusioni ideologiche, a causa del discorso dello Stato di continua rivendicazione dei valori socialisti, che ora sembrano stare in forse. In primo piano si pone quindi la discussione su come dare impulso alla democrazia socialista a partire dal centro di lavoro, proponendo un rapporto piano-mercato lontano dallo statalismo recalcitrante e dall’estrema deregolamentazione; basato su forme di proprietà distanti dal monopolio burocratico e dalla grande proprietà privata.

Si sta delineando nell’Isola un modello economico ibrido, sempre più in tensione, ogni volta, con l’ideologia della Rivoluzione. Di fronte alla divaricazione tra le decisioni economiche e il progetto di società, la nostra proposta è quella della costruzione consapevole di un modello di economia mista, in cui la partecipazione democratica a partire dalle unità produttive serva non solo da modello di gestione economica, ma da contrappeso politico a quei settori che potrebbero sviluppare interessi materiali destinati a un’agenda di restaurazione del capitalismo. Il percorso verso un socialismo rinnovato implicherebbe:

A)    Processi di discussione, negli organi locali e nazionali del Poder Popular, di modalità alternative di piano economico e di bilancio. Indipendentemente dalle sue difficoltà, questa modalità di piano democratizzato susciterebbe una partecipazione dei cittadini che oggi non esiste.

B)    Nuove cooperative industriali, di servizi e commerciali, su scala medio-piccola, per le quali andrebbe approvata un’apposita legislazione, visto che quella attuale restringe questo tipo di attività all’agricoltura. Gli enti di potere municipale, rinnovati, assumerebbero una funzione essenzialmente fiscale, riscuotendo il nuovo ammontare dei tributi e, naturalmente, offrendo alla popolazione la possibilità di accedere a servizi migliori.

C)    Sviluppo del pacchetto di potenzialità esistenti (e possibili in prospettiva) in seno al sistema imprenditoriale statale, promuovendo la partecipazione attiva dei lavoratori alla discussione degli obiettivi e dei sistemi per renderli operanti,[5] sviluppando esperienze di controllo operaio, favorendo il ruolo protagonistico di sindacati democraticamente rinnovati.

D)    Integrazione dei lavoratori in proprio, grazie a una politica di inserimento negli spazi economici locali, garantendo acceso a materiali e crediti, stabilendo una regolamentazione e fiscalizzazione da parte di organismi popolari concordati a livello comunale.

L’intero pacchetto di riforme deve contemplare l’interrelazione di una vasta gamma di decisioni, soggetti coinvolti e tempi di attuazione, ripercussioni sociali e contenuti ideologici delle misure prese, evitando la fobia del mercato o l’idolatria dello Stato (e i rispettivi opposti). La falsa alternativa non può ridursi alla scelta tra efficienza con disuguaglianza crescente o copertura sociale con precarietà materiale. Negli anni ’60, fedele al suo ambiente, all’epoca e all’ideologia, Ernesto Guevara dichiarò che il comunismo senza morale comunista non lo interessava. Mezzo secolo dopo, non dovrebbe sedurci neppure una riforma senza partecipazione.

 

4. A mo’ di conclusione

 

Nell’attuale congiuntura, si constata l’assenza di un piano coerente di riforme che superi la discrezionalità e coordini in modo efficace i vari soggetti economici, attraverso una maggiore autonomia imprenditoriale[6] e territoriale, un mercato controllato e un piano indicativo, con maggior partecipazione di lavoratori e consumatori nelle deliberazioni delle agende di cambiamento. Il permanere di dirigenti (e obiettivi) politici rinchiusi nel modello statale tradizionale può costituire una zavorra per l’esito delle riforme annunciate. Ciò nonostante, si intravedono speranze con il dibattito frontale al prossimo congresso del Partito comunista, forza ufficialmente dirigente della società cubana.

Se ci è congruenza tra la retorica politica, le azioni in atto e l’impegno in un progetto emancipatore di società, la direzione del paese sfrutterà l’attuale convocazione al dibattito per promuovere un’ampia discussione, in tutti i settori della popolazione, sui problemi, gli errori, le urgenze, le risorse disponibili e le possibili soluzioni nel quadro di un socialismo partecipativo e democratico. Questo imposterebbe le linee per combattere tendenze restauratrici del capitalismo, alla cui propaganda contribuisce l’esaurirsi dell’attuale modello. Lungo questa rotta, l’autogestione, come modello che richiederebbe per il suo successo la democrazia, può accompagnare gli apporti della pianificazione e del mercato, stabilendo i contenuti socialisti della riforma in corso.

 

 

 

NOTE

 

(Castro, Raúl, 2010), “Discurso a la Asamblea Nacional del Poder Popular”, in Granma, 2 agosto 2010, pp. 4-5.

(Centeno, Ramón, 2010), Los gerentes al servicio de la nacion?: el estado cubano y las empresas dirigidas al mercado internacional, Tesis de Maestria, FLACSO-México, México DF.

(Central de Trabajadores de Cuba, 2010) "Pronunciamiento de la Central de Trabajadores de Cuba sobre los próximos despidos", Granma, 13 septiembre, la Habana.

(Chaguaceda, Armando et al., 2005) Cuba sin dogmas ni abandonos. Diez aproximaciones a la transicion socialista, Editorial Ciencias Sociales, la Habana.

(Espina, Mayra, 2008) Politicas de atención a la pobreza y la desigualdad. Examinando el rol del estado en la experiencia cubana, CLACSO CROP, Buenos Aires.

(Everleny, Omar, 2010), Notas recientes sobre la economía en Cuba, Décima Semana Social Católica, La Habana.

(Henken, Ted., 2008), "Vale Todo: In Cuba's Paladares, Everything is Prohibited but Anything Goes", en Brenner, Philip et al (eds.), A Contemporary Cuba Reader. Maryland: Rowmann & Littlefield Publishers, pp. 168-178.

(Hudson, Juan P, 2010), Formulaciones teorico conceptuales de la autogestión, Revista Mexicana de Sociologia, No 72 (4), octubre-diciembre, México DF.

(Mesa Lago, Carmelo, 2010, A), Estructura demográfica y envejecimiento poblacional: Implicaciones sociales y económicas para el sistema de seguridad social en Cuba, Décima Semana Social Católica, La Habana

(Mesa Lago, Carmelo, 2010, B), El desempleo en Cuba: de oculto a visible. Podra emplearse el millon de trabajadores que sera despedido?. Espacio Laical, Num. 4, la Habana.

(Mesa-Lago, Carmelo, 2005), "Problemas sociales y económicos en Cuba durante la crisis y la recuperación", Revista de la CEPAL, No. 86, agosto de 2006.

(Partido Comunista de Cuba, 2010), Lineamientos de la Politica Económica y Social, noviembre, la Habana en http://www.cubadebate.cu/wp-content/uploads/2010/11 proyecto-lineamientos-pcc.pdf.

(Pérez, Armldo et al., 2004), Memorias Evento Participación social en el Perfeccionamiento Empresarial, Editorial Félix Varela, la Habana.

(Pérez-López, Jorge F., 2003), "EI sector externo de la economia socialista cubana", en Miranda et al (2003).

(Recio, Alberto, 200l), Dimensiones de democracia económica, en http://www.rebelion.org/hemeroteca/economia2.htm, en (Vidal Pavel , Everleny, Omar, 2010), Entre el ajuste fiscal y los cambios estructurales. Se extiende el cuentapropismo en Cuba, Espacio Laical, Num. 4, la Habana.

 

 



* Armando Chaguaceda: Politologo, storico e attivista sociale cubano, membro dell’Osservatorio Critico (Cuba) e di quello Sociale d’America latina. Coordinatore del Gruppo di lavoro anticapitalismo & sociabilità emergenti (Consiglio latinoamericano di Scienze sociali).  È stato ricercatore e ha pubblicato sulle politiche partecipative a Cuba e in America latina.

Ramón Centeno Politologo, ingegnere e militante trotskista messicano,:laureato in Scienze sociali (Flacso, Messico), specialista in rapporti Industria-Politica e nel ruolo degli imprenditori del settore esterno nella Cuba di oggi.

 

[1] Questo punto si collega ai problemi del settore agricolo. Cuba non è sulla via di raggiungere l’autonomia alimentare. C’è stato un lento progresso nella consegna di terreni in usufrutto – solo 25% delle terre incolte vengono sfruttate (Vidal, Everleny, 2010) – mentre nel I semestre 2010 si è osservato un calo del 10% della produzione di beni alimentari rispetto all’anno precedente.

[2] Dato che l’autogestione ricerca la vitalità economica del socialismo, e questo implica un progetto di società, andrebbero introdotti controlli esterni nel processo di presa delle decisioni. Una soluzione è la designazione di soggetti parlamentari “sovietici” (nell’accezione leninista dei primi anni della rivoluzione), in qualità di “consulenti del popolo”, per articolare la gestione delle unità produttive con la partecipazione politica a livello più ampio. I bolscevichi, a tale scopo, concepirono i “Soviet”.

[3] Cfr. al riguardo la ricostruzione concettuale di Hudson (2010), che recupera apporti rilevanti.

[4] La prima impostazione disconosce l’enorme potere materiale e simbolico della grande borghesia cubano-americana e dei suoi nessi con la classe politica straniera, cosa che comprometterebbe la sovranità nazionale. La seconda ha dimostrato la sua incapacità di “ripensare” l’economia nazionale in modo razionale e vicina alle richieste della gente.

[5]  Cfr. Perez, 2010 e Chaguaceda et al., 2005.

[6]Indipendentemente dal formarsi di uno strato (e di un ethos) imprenditoriale nell’élite dirigente del settore esterno (Centeno, 2010), persiste la sua incapacità attuale di rivendicare apertamente maggiore autonomia. Sicuramente, perché queste imprese rispondano a un piano di sviluppo socialista, continuano a mancare meccanismi di controllo sociale, realizzabili con il controllo operaio all’interno (come indicato al § 3).



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