Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Cuba: il dibattito continua - 2

Cuba: il dibattito continua - 2

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Cuba: il dibattito continua - 2

Una visione critica sulle riforme decise dal congresso

Come ho accennato nel recente articolo di presentazione dell’intervista a Aurelio Alonso, A Cuba si riaccende il dibattito, si moltiplicano interventi decisamente e chiaramente politici, scritti nell’isola ma non pubblicati sulle riviste ufficiali: a volte sono inviati in rete attraverso un sito europeo come Kaos en la red, o venezuelano come Aporrea, altre volte vengono inseriti in rivistine informatiche locali o inviati direttamente a corrispondenti lontani. Certo il problema delle connessioni internet rimane un problema per i più, come è stato confermato dalla dura condanna inflitta a uno statunitense accusato di aver consegnato materiale per consentire l’accesso a internet a esponenti del dissenso. La Corte suprema ha confermato la condanna a 15 anni per un reato di opinione, checché ne dicano gli zelanti apologeti dell’esistente, che giurano che le difficoltà di accesso a Internet sono puramente tecniche e dovute al bloqueo. Ma il coraggio di chi dispone legalmente di un collegamento è aumentato, e molti testi mi sono arrivati direttamente senza passare per altri paesi.

Per un certo periodo, durante il dibattito congressuale, il flusso era rallentato, forse per la speranza (presto delusa) di trovare uno spazio sugli organi del partito; ora parecchi compagni hanno ripreso la parola, in un clima da un lato di delusione per la modesta portata delle riforme decise dal congresso, ma al tempo stesso incoraggiato dalle maggiori aperture che ci sono state per quelle forme di “pensiero critico” di cui parla Aurelio Alonso Tejada. Non è un caso che in questi giorni anche a Fernando Martínez Heredia, che aveva diretto la rivista Pensamiento crítico tra il 1967 e il 1971, insieme allo stesso Alonso, José Bell Lara, Jesús Díaz, Thalía Fung ed altri, ed era stato poi oggetto di un forte e inesplicabile attacco da parte di Raúl Castro nel 1996 (di cui avevo parlato ampiamente nel mio Dossier Cuba 1996, nella pag. 31), è stato reso un omaggio pubblico con la presentazione del suo ultimo libro, A viva voz, Premio Nacional de Ciencias Sociales, che raccoglie molte delle sue interviste, nella centralissima Plaza de Armas dell’Habana Vieja.

Sono passati ben quarant’anni dalla prima stretta repressiva, che colpì non solo la rivista dal nome sospetto per i sovietici, ma anche il Dipartimento di Filosofia, che fu chiuso allora demolendo perfino “temporaneamente” l’edificio che lo ospitava; ne sono passati quindici da quell’attacco di Raúl che colpiva le nuove riviste indipendenti, come Cuadernos de Nuestra América, Temas e altre accusandole di rifarsi a quel precedente sospetto del 1971 e di essere il “secondo binario dell’intervento americano” ed anzi di essere quintacolumnistas, definizione in perfetto linguaggio staliniano. I riflettori puntati su questi compagni, che non si sono mai piegati, rimanendo fedeli alla rivoluzione nonostante tutto, sono quindi un segnale importante per i militanti guevaristi cubani.

[Per ricostruire la vicenda della rivista Pensamiento crítico segnalo un intervista a tre dei protagonisti fatta in un altro momento di risveglio del dibattito (nel marzo 2007) dalla rivista cilena Punto final http://www.puntofinal.cl/634/pensamientocritico.htm e la puntualissima descrizione dell’itinerario della rivista in un saggio di una quarantina di pagine di Néstor Kohan, http://www.scribd.com/doc/8663760/Nestor-Kohan-Pensamiento-critico#]

In questo nuovo clima su Aporrea è uscito alla fine di luglio uno scritto di Frank Josué Solar Cabrales, un comunista di Santiago de Cuba che a congresso finito riprende la discussione sul documento approvato con un titolo Una pelea contra otros demonios, che si riallaccia sia a un famoso film di Tomás Gutiérrez Alea ispirato nel 1971 a un episodio di intolleranza e fanatismo religioso,sia alla sua ripresa nell’estate 2007 nel secondo degli articoli di Soledad Cruz, intitolato appunto La lotta cubana contro i demoni.

Solar Cabrales rivendica prima di tutto l’attualità della rivoluzione socialista cubana, che a partire dal 1961 “chiuse le porte al capitale”. I cubani avevano “perso il rispetto per la sacrosanta proprietà privata: Juan sin Nada (Giovanni senza niente) cominciava a essere Juan con Todo (con tutto) e ad avere tutto quel che doveva avere, per il solo fatto di esser nato in questa terra”.

Come gran parte dei cubani, per quanto critici e inquieti, anche Frank Josué Solar Cabrales parte subito con una citazione di Fidel, per ricordare che né l’ostilità, né le aggressioni o la guerra economica, e neppure gli atti terroristici hanno potuto piegare la ribellione cubana, e non lo potranno neppure fare in futuro. Ma “sono solo i nostri errori che potranno distruggere le rivoluzione”, aveva detto Fidel nello sconcerto generale in un famoso discorso del 17 novembre 2005, in cui aveva ripreso la denuncia delle disuguaglianze introdotte dal mercato nero a Cuba che aveva già fatto (senza troppe conseguenze pratiche…) venti anni prima, in occasione della celebrazione dell’anniversario della morte del Che.

Ma dopo aver reso il dovuto omaggio al pensiero del Líder máximo, Solar Cabrales parte all’attacco del documento votato al congresso, i Lineamientos de la Política Económica y Social del Partido y la Revolución: “Alcuni degli elementi contenuti nel testo sono preoccupanti, soprattutto nella loro realizzazione. “Per esempio dobbiamo stare molto attenti alla proposta del punto 103 di creare zone speciali di sviluppo. Con quale modello e quali formule speciali si pretende di potenziare l’investimento straniero in queste zone?” Solar Cabrales teme che si tratti di riprodurre l’esperienza delle quattro zone economiche speciali aperte agli investimenti stranieri nella Cina del 1978, che segnò la svolta verso l’introduzione di “riforme di mercato” in Cina. Anche se inizialmente erano state imposte diverse restrizioni sulla portata e i tipi di investimenti, “la stessa logica del processo ha portato già nel 1983 a togliere gli ostacoli e a consentire di funzionare a imprese totalmente straniere”; già nel 1985 tutta l’area delle “zone economiche speciali” copriva quasi tutta la costa cinese, con maggiori possibilità di investire e più libertà di contrattare e licenziare”.

Come Pedro Campos ed altri compagni critici, anche Solar Cabrales ritiene pericoloso prevedere la possibilità di contrattare la manodopera per i cuentapropistas (lavoratori per conto proprio), che “per la prima volta dopo la rivoluzione renderà un cubano padrone di un altro, di cui sfrutterà il lavoro. Questo genera interessi diversi, cioè quello che nelle lezioni di marxismo chiamavamo contraddizioni di classe”.

Non si tratta solo di un richiamo ai principi, ma di un problema concreto che suscita molte domande: “Che succederà con la sindacalizzazione dei lavoratori assunti dai cuentapropistas? Potranno creare i loro sindacati? Sappiamo che i lavoratori per conto proprio già si stanno iscrivendo a quelli esistenti, ma i loro dipendenti? Avranno lo stesso sindacato il padrone e il lavoratore, l’impresario e l’impiegato? Se non hanno gli stessi interessi, sorgeranno dunque associazioni padronali? Saranno possibili scioperi? E lo Stato che si dice socialista come si collocherà in caso di conflitto?”

L’altro elemento negativo sancito dai Lineamientos è la possibilità di chiudere fabbriche o imprese non redditizie, indipendentemente dalle ripercussioni della chiusura e senza misurare la loro utilità sociale. “Il socialismo non può basarsi solo sul calcolo economico”.

Perfino durante il cosiddetto “periodo speciale” che seguì il crollo dell’URSS e che indubbiamente corrispondeva a una situazione oggettivamente peggiore, ci si sforzò di non colpire le garanzie sociali create dal periodo rivoluzionario: “tutte le decisioni che portavano a un aumento della disuguaglianza e all’utilizzazione di meccanismi capitalistici, venivano presentate con dolore, come un male necessario a cui la rivoluzione si vedeva obbligata, costretta da circostanze avverse”. E per anni, agli inizi del nuovo millennio, la “battaglia delle idee” tendeva a combattere le sacche di disuguaglianza e di povertà generate dalle riforme degli anni Novanta. Ora invece “nell’attualizzazione del modello economico cubano non solo si rafforzano e incoraggiano i meccanismi di mercato, ma gli si garantisce protezione, e gli si dà carattere permanente”.

Ovviamente qui c’è un esplicito richiamo al Che e al suo allarme di fronte all’illusione di realizzare il socialismo con l’aiuto delle armi suadenti che ci ha lasciato il capitalismo. E al Che si richiama per la forte “battaglia culturale, ideologica, di valori, tra quelli che come noi puntano su un progetto socialista e coloro che invece vorrebbero una restaurazione del capitalismo”, identificati in uno strato in cui si intrecciano nuovi ricchi e vecchi burocrati. Quello che preoccupa di più Frank Josué Solar Cabrales è che “si afferma sempre più tra noi l’idea, cara al liberalismo, che l’economia per poter dare risultati deve attuare in base alle sue leggi, con piena indipendenza e senza ostacoli (i “lacci e laccioli”, si dice in Italia), e poi la politica statale dovrà incaricarsi di ripartire con giustizia, proteggere i più deboli, correggere gli squilibri e gli eccessi”. Ma Frank Josué Solar Cabrales non ci sta, e dice bruscamente che “questo modo di lasciare che il mercato agisca, e poi lo Stato intervenga per regolare i suoi disordini, e proteggere i settori più vulnerabili, quelli che sono risultati perdenti, è un discorso del capitalismo. Spero di non dover mai vedere a Cuba lo Stato che distribuisce “borse di povertà, come ho visto in Venezuela. Rosa Luxemburg diceva che il socialismo non è solo una questione di coltello e forchetta…”. Ricordo che questo testo è uscito proprio su un sito “bolivariano” del Venezuela come Aporrea.

Il testo è lungo, e tocca molti altri aspetti, come il decentramento verso i municipi, considerata positiva, ma a patto che non sia la burocrazia municipale a gestire il potere. Anche il bilancio partecipativo, che è riformista in una società capitalista, può essere molto rivoluzionario se applicato a una società come Cuba, dove può rappresentare un’esperienza pratica molto utile di democrazia operaia. Ma il problema è quello della circolazione orizzontale delle idee e delle esperienze, che è mancato anche nell’occasione congressuale, trasformata in una “raccolta di opinioni” da parte della direzione del partito, che decide unilateralmente quali sono i criteri validi. “D’altra parte molte delle misure che dovevamo approvare erano già state adottate, e il dibattito è cominciato con l’avvertimento che non c’era alternativa all’approvazione”.

Senza mezzi termini, alla luce dell’esperienza dell’URSS e di quella cinese, di cui parla in varie parti dell’articolo, Solar Cabrales sostiene che la burocrazia ha propri interessi contrapposti a quelli della popolazione e potrebbe svolgere anche a Cuba un ruolo controrivoluzionario. Lo preoccupa soprattutto l’esperienza cinese, sia perché sa che ad essa guardano molti dirigenti, a partire da Raúl, sia perché ritiene che a maggior ragione al punto in cui è arrivato lo sviluppo di forme capitalistiche a Cuba, i capitalisti non hanno bisogno, per ora, del potere politico, avendo una burocrazia che tutela i loro interessi e li protegge. Ma questo prova che è impossibile che l’economia possa camminare in una direzione e la società in un’altra. Tutte le trasformazioni all’interno di essa, prima o poi avranno una ricaduta politica. Indubbiamente il socialismo può convivere con un settore privato di piccole e medie imprese, e a volte è necessario, ma solo per un periodo transitorio, come ammoniva a proposito della NEP Lenin, ripreso da Guevara.

Da ultimo, Frank Josué Solar Cabrales si schiera contro una tesi diffusa in molti settori inquieti dell’intellettualità cubana, che puntano a un dialogo tra le due sponde del mare, con un intenso dibattito su cui riferirò in un terzo articolo di questa serie (avendo scelto la strada di non riversare tutto il dibattito cubano odierno in un solo testo lungo, in cui parecchi problemi rischiano di perdersi).

“Ci sono vari progetti di nazione per Cuba, di segno diverso. Alcuni sono reciprocamente escludenti. Purtroppo, non credo possibile un progetto di paese completamente includente, in cui ci stiano tutti. Per esempio, nella rivoluzione francese, la Montagna escludeva Coblenza (la capitale dell’emigrazione monarchica, NdR), e viceversa”.

E alla luce dell’esperienza della Russia post-sovietica conclude: “È un’utopia reazionaria quella che ipotizza che tutti i cubani, come una grande famiglia, come fratelli, dobbiamo metterci d’accordo per risolvere i nostri problemi, lasciare al margine gli estremismi e ottenere un paese includente, una società plurale in cui non manchi nessuno”. Solar Cabrales ammette che questo possa essere assolutamente desiderabile sul piano sociale e familiare, e che non sono rimandabili passi in questa direzione, soprattutto portando a livelli normali e razionali la relazione del paese con la sua emigrazione, sempre nei limiti possibili per un’isola perseguitata, aggredita e bloccata; ma lo stesso progetto sul piano politico (e avanza a questo punto l’ipotesi poco probabile che possano ricomparire i Posada Carriles o i Montaner…) sarebbe un suicidio per la rivoluzione. “Su tutto quello che concerne il potere, lo Stato, l’economia, non cediamo neppure un millimetro. Una nazione costruita così servirebbe a mascherare la dominazione di élites economiche poderose, nuove e vecchie. Per questo considero del tutto legittimo che la rivoluzione usi tutti i mezzi disponibili per difendere quello che è stato conquistato cinquanta anni fa, e non conceda spazio o rappresentanza a qualsiasi progetto ad essa ostile”.

Una posizione rigida che sembra entrare in contraddizione con altre posizioni emerse nel dibattito, soprattutto a partire da un intervento sulla rivista telematica Desde la ceiba (la ceiba è un albero maestoso che era spesso il centro della vita di un villaggio. NdR) stimolato da un intervento di Carlos Saladrigas su Cuba e la sua diaspora di cui parlerò prossimamente. Ma il relativo e un po’ rituale irrigidimento nei confronti dei controrivoluzionari di Miami serve a Solar Cabrales per ribadire che “all’interno della rivoluzione ci sono vari progetti e itinerari, e questi sì che devono godere di spazi, di libertà, di possibilità di esprimersi a parità di condizioni. Alcuni potrebbero sostenere che questo indebolirebbe l’unità e farebbe il gioco del nemico. Ma una unità cosciente come risultato del consenso tra diverse posizioni rivoluzionarie dopo un dibattito libero e aperto sarà sempre più solida di quella ottenuta attraverso l’obbedienza e l’unanimismo, che incoraggia la doppia morale, l’opportunismo e l’arrivismo. La migliore formazione di un rivoluzionario è il dibattito e la lotta ideologica costanti. Per dirlo in parole semplici, con tutto il rischio che comporta: non c’è una sola Cuba, c’è una Cuba rivoluzionaria e una controrivoluzionaria, che si escludono a vicenda. Vincerà una delle due, non tutte e due contemporaneamente.”

(a.m. 6/8/11)

P.S. Mentre sistemavo questo articolo, mi hanno colpito due ampi servizi sulle riforme a Cuba, uno apparso su La Stampa del 3 agosto, l’altro sul Manifesto di oggi. Parto dal secondo, che è di Leonardo Padura Fuentes, uno scrittore che ho più volte segnalato e anche pubblicato sul sito. In questo caso mi sembra che sia superficiale e minimizzi i problemi, o li presenti con giochi di parole: ad esempio dice che “la Cuba di oggi è la stessa di Fidel, ma allo stesso tempo abbastanza diversa”, ma non spiega perché, a meno che non sia una spiegazione dire che “la maggiore trasformazione è consistita nel passaggio da una visione politica dell’economia a una visione economica della politica”. Boh… L’esemplificazione poi parla di cose non nuove (la guerra alla corruzione, con decine di arresti di burocrati ed ex ministri anche quest’anno, o la “rianimazione del lavoro por cuenta propia), o di incerta utilità come “la sostituzione della retorica trionfalista con una più realista”…(e se si facesse a meno della retorica?).

Padura Fuentes non è un militante, e quindi non vede i pericoli nascosti dietro la concessione di facilitazioni per la “circolazione di denaro fresco”, o almeno non si preoccupa della sua provenienza. Più o meno come fa Yoani Sánchez, che imperversa su molti quotidiani e periodici, e che esprime perfettamente gli stati d’animo dei tanti cubani ormai indifferenti alla politica. Naturalmente Padura Fuentes coglie anche la soddisfazione popolare per alcune piccole misure come l’eliminazione delle brigate studentesche che dovevano passare parte delle vacanze impegnate in lavori “volontari” inutili e improduttivi. L’unica cosa che Padura Fuentes segnala come davvero positiva è la liberazione di una cinquantina di detenuti, avvenuta “grazie alla mediazione della chiesa cattolica, e dell’intervento facilitatore della Spagna”, ma senza inquietarsi troppo per l’incongruenza della gratuita definizione di quei dissenzienti come controrivoluzionari, ribadita da Raúl ancora nella relazione al congresso. Comunque riporto integralmente l'articolo  in appendice 1.

L’articolo di Mimmo Cándito su La Stampa è invece ricco di dati sulla ben nota carenza di abitazioni a Cuba, ma alcuni dati sono di dubbia attendibilità: ad esempio sembra inverosimile che sulle 23.394 costruzioni di appartamenti previste per quest’anno, ne siano stati realizzati solo 28, (ventotto!). La fonte, come per la maggior parte di chi scrive su Cuba, è stata trovata… a Miami. L’articolo è corredato da una nota della solita Yoani che descrive l’attesa per la possibilità di vendere la casa per poter comprare un biglietto aereo per andarsene dall’isola, e da una intervista a Gianni Minà che elogia il “realismo economico di Raúl Castro”, ma è interessante per un altro aspetto: il principale informatore di Cándito è un avvocato di Miami che non parla neppure lo spagnolo, ma che si è specializzato nella preparazione di acquisti di case sull’isola, e su rivendicazioni di risarcimenti per i beni espropriati nei primi anni della rivoluzione. A conferma che i timori di Frank Josué Solar Cabrales non erano infondati… (anche questo articolo è in Appendice 2)

Appendice 1

Com'è cambiata Cuba nei cinque anni al potere di Raúl Castro?

La risposta ha una sonorità socratica: è la stessa di Fidel ma insieme è piuttosto diversa da quella che governava Fidel. E soprattutto si è passati da una visione politica della economia a una visione economica della politica

 

L'AVANA.Cinque anni fa fu reso pubblico l'annuncio, dettato da Fidel Castro, che, per ragioni di salute, delegava «provvisoriamente» le sue massime cariche alla testa dello Stato e del governo cubani e metteva le sue responsabilità nelle mani di una pentarchia guidata da suo fratello Raúl Castro, fin quando le condizioni fisiche gli avessero permesso di ritornare ai suoi compiti. Col passare dei mesi divenne chiaro che il ritorno previsto da colui che era ancora il primo segretario del partito unico di governo, il Pc, non sarebbe stato così immediato e, poco dopo, fu evidente che in realtà sarebbe risultato impossibile e si annunciò il suo ritiro dalla vita politica attiva ... ma non dalla politica.

La lontananza del leader della rivoluzione del '59 e per molti anni detentore delle massime cariche del paese, aprì un interrogativo che, un anno dopo, cominciò a prendere forma: la Cuba senza Fidel alla sua testa sarebbe stata uguale alla Cuba governata da Fidel? Oggi, cinque anni dopo risulta forse possibile azzardare una risposta di una certa sonorità socratica: la Cuba di oggi è la stessa di Fidel ma allo stesso tempo abbastanza diversa da quella che governava Fidel.

Senza che l'essenza del sistema socialista cubano e la sua proiezione politica siano sostanzialmente cambiate, le strutture e le concezioni sociali ed economiche hanno subito un violento scossone, molto visibile in due o tre settori altamente significativi: il cambio totale dell'equipe di governo incaricata dell'economia (e non solo dell'economia), la rianimazione e l'ampliamento del lavoro por cuenta propia e delle potenzialità della proprietà privata, la guerra alla corruzione di alto livello, la sostituzione della retorica trionfalista con una più realistica.

Nei cinque anni passati, forse la maggior trasformazione è consistita nel passaggio da una visione politica dell'economia a una visione economica della politica. La rivelazione delle proporzioni assunte dall'inefficienza dell'economia imperante nel paese ha sospinto vero il necessario risanamento dei suoi meccanismi finanziari, produttivi e commerciali come condizione ineludibile per la sopravvivenza di un modello politico. Da lì la revoca di misure di puro carattere politico che impedivano di raccogliere e far circolare denaro fresco (i telefoni cellulari, la vendita di elettrodomestici e di computer, l'apertura delle installazioni turistiche ai cittadini cubani, etc.) e altre ancor più profonde come una nuova distribuzione delle improduttive terre statali a produttori privati e l'apertura della micro-impresa individuale o famigliare come fonte per la creazione di beni e risorse, per l'aumento delle entrate attraverso le imposte e per l'assorbimento di mano d'opera, proprio quando il governo «scopriva» che il pieno impiego cubano nascondeva l'esistenza di più di un milione di lavoratori pagati dallo Stato senza alcuna contropartita lavorativa.

A noi che siamo vissuti a Cuba per tutti questi anni, è sembrato quasi incredibile che l'evidenza alla fine sia divenuta politica di Stato, con l'eliminazione di metodi di mobilitazione sociale azzardati come quelli del lavoro volontario, in quanto in tutta evidenza improduttivo e non redditizio; delle brigate studentesche che ogni anno dovevano sacrificare parte delle vacanze in lavori per i quali non erano adatte e che generavano più spese che benefici; o dei centri di insegnamento medio situati fuori città che, prima di essere soppressi, si proponevano di facilitare la combinazione studio- lavoro senza che nessuno dei due risultasse molto redditizio: né lo studio né il lavoro, e meno ancora la formazione etica e civile di quei giovani.

Sul terreno più propriamente politico, forse il fatto più significativo è stato la liberazione di oltre una cinquantina di detenuti, la maggior parte incarcerati nella primavera del 2003 e condannati a lunghe pene. Grazie alla mediazione della chiesa cattolica e all'intervento «facilitatore» della Spagna, intorno al 90% di loro vive oggi fuori di Cuba e con la loro liberazione il governo di Raúl Castro è riuscito a risolvere una crisi politica che si era aperta con la morte per sciopero della fame di Orlando Zapata e minacciava di complicarsi con la possibile morte del dissidente Guillermo Fariñas.

Però, mentre si allentava la pressione sulla pentola politica, si attizzava il fuoco delle guerra contro la corruzione di funzionari pubblici, e solo in quel che va del 2011 sono già 36 i burocrati, compreso un ex-ministro e un ex-viceministro, processati e condannati...

Tuttavia è stato nell'aprile di quest'anno, durante il sesto congresso del Partito comunista, che Raúl Castro ha fatto l'annuncio che caratterizza in modo definitivo il suo modo di far politica: insieme all'ordine che imponeva un cambio radicale di mentalità per dirigere e vivere in un paese che comincia a essere diverso, ha annunciato la decisione che le alte cariche del governo e dello Stato possono essere esercitate soltanto per due mandati di cinque anni.

Questa mutazione di stile e di visione, inedita in uno Stato socialista a partito unico e più profonda di quel che sembra al momento, pare marcare la fine di un modello di governo e il cambio di un modo di fare politica verso un altro che potrà essere molte cose, ma che è già diverso da quella incarnato da Fidel Castro con i suoi oltre 46 anni alla testa del paese.

*Scrittore e giornalista cubano

*©Ips-il manifesto

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Appendice 2

UN ANNUNCIO PREPARATORIO DI RAUL E ORA UN DIBATTITO IN PARLAMENTO

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 MIAMI
“Ora sì che la rivoluzione comincia davvero”, dice con un sorriso largo Jorge Castellanos da dietro la sua scrivania di mogano e l’aria condizionata che spara saette di ghiaccio. Jorge è un giovane avvocato in uno dei più ricchi studi legali di Miami Downtown, e quando dice della rivoluzione lo dice in inglese, perché lui non ama parlare spagnolo anche se il suo nome e la sua faccia parlano comunque di Cuba. “Ora  l’Avana sta davvero a una bracciata di mare da Key West”, e con la mano indica l’orizzonte laggiù, oltre la vetrata di cristalli oscurati.
Quello che sta accadendo, e che eccita l’avvocato, è quanto la Revoluciòn per più di 50 anni aveva proibito, vendere e comprar case. E basta infilarsi in qualche modo nella comunità cubana della Florida per cogliere subito quale trambusto crea questa apertura al mercato immobiliare. E’ un mondo che cambia. Il capitalismo sta per sbarcare all’Avana, ci sbarca come mille cautele e una montagna di diffidenze ma è già lì, comunque, che guarda con occhi assatanati di dollari i vecchi palazzi del Malecòn.
A Cuba, quelli che sono rimasti dopo “el Triunfo” di Castro (oggi vivono all’estero quasi 2 milioni di cubani) sono contati in poco più di 3,5 milioni di famiglie; le case dell’isola sono molte di meno, e la coabitazione è una necessità obbligata. Ma non è solo questo deficit che misura le difficoltà quotidiane: oggi, l’unico modo per trovare un appartamento è però di possederne già uno  e volerlo scambiare con un altro. Non si compra e non si vende, c’è soltanto la “permuta”, e anche questa è molto controllata dalla burocrazia di regime per impedire speculazioni clandestine: per esempio, deve esserci equivalenza tra i due appartamenti “permutati” perché, se c’è differenza di valore (scambio di un  bicamere con un villotto di quattro stanze), il passaggio clandestino d’una forte compensazione in denaro è assai più che un sospetto.
Il programma statale della costruzione di case, poi, è un autentico fallimento: dei 23.394 appartamenti che erano previsti per quest’anno, finora ne sono stati completati appena 28. E quanto ai materiali edili che il governo conta di vendere per quest’anno ai privati, il “Granma” e “Juventud Rebelde” rivelano che nel primo semestre ne è stato consegnato soltanto il 15,6 per cento. Se sono perfino i giornali di regime a denunciarlo, vuol dire che lo sfascio è davvero grave.
Questa creazione d’un  mercato prima inesistente era già stata annunciata da Raùl Castro lo scorso anno come “proposito di riforma”. L’Assemblea parlamentare (il Poder Popular) l’ha discusso ieri, insieme a molti altri cambiamenti normativi. Ora i cubani potranno vendere e comprare casa, sia pure con i controlli e le restrizioni che un’economia centralizzata impone a ogni progetto di innovazione. E la più forte di queste restrizioni è, naturalmente, che il mercato immobiliare resta interno all’isola: da fuori, nessuno può comprare né vendere.
Ma l’avvocato sorride: “E’ la solita tonterìa del regime, una stupidaggine che durerà solo di facciata”. Vuol dire che i cubani dell’esilio hanno già pronti il blocchetto degli assegni e contano di investire i loro dollari “per interposta persona”. Pagheranno al parente esule di un  cubano dell’isola, e verranno da Jorge a firmare il contratto: il cubano “dell’interno” continuerà ad abitare nell’appartamento, ma prima o poi dovrà consegnarlo all’acquirente. “Certo, qualche rischio c’è, e io non lo nasconderò ai miei clienti. Ma è un  investimento che può assicurare un guadagno molto alto. Un appartamento di tre stanze non lontano dalla Rampa oggi viene valutato sui 50-80 mila dollari. E’ un  autentico affare”. Non appena l’isola aprirà ulteriormente le strettoie dell’economia controllata, tutti sanno che il boom edilizio sarà il motore d’una crescita esponenziale, anche grazie all’allentamento delle misure restrittive sui viaggi.
La strada la sta aprendo la più importante agenzia turistica di  élite, la Abercrombie&Kent, che il 30 settembre parte con un tour dell’isola per 11 giorni al prezzo di 4.325 dollari a persona. “Eh, ma è solo l’inizio. L’Assemblea popolare ieri all’Avana ha allargato ulteriormente la possibilità di viaggiare l’isola, forse anche per gli stessi cubani residenti”.
Jorge lavora nello studio che già preparava richieste di esproprio per gli appartamenti che erano stati requisiti dalla Revoluciòn quando i legittimi proprietari erano scappati a rifugiarsi qui, a Miami. “Prima o poi, i proprietari dovranno riavere le loro case, o esserne comunque risarciti”. Il giovane avvocato che vuol parlare solo l’inglese sa che si sta preparando un fiume di possibili vertenze, il sorriso con cui ne parla ne tradisce la soddisfazione. Sulle pareti della sua ampia stanza di lavoro stanno appese gigantografie del centro dell’Avana scattate dal satellite: i proprietari espropriati dai barbudos di Fidel vengono qui, ci fanno un segno sopra per indicare la loro vecchia casa, e il dossier viene aperto. Quando il capitalismo sarà sbarcato definitivamente all’Avana, quel dossier Jorge lo riprenderà in  mano; saranno delizie per i tribunali.

*     
http://www.lastampa.it/common/images/pixel.gifMimmo Càndito, su La stampa, 6 agosto 2011



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