Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Una corrispondenza da Nardò

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 Una corrispondenza da Nardò

I compagni di Sinistra critica di Bari hanno messo in rete questa corrispondenza, che non è solo una “cronaca”, dato che è stata scritta da Massimo Lega, un compagno leccese che si è laureato brillantemente con me, e ha anche fatto un dottorato di ricerca, mantenendo sempre un grande impegno militante. Si è trovato poi tutte le porte dell’università sbarrate quando è stata soppressa la cattedra di Storia del movimento operaio (come è accaduto a tutti i miei più validi collaboratori).

In appendice un altro segnale di speranza: i delegati FIOM della Fincantieri di Ancona hanno espresso la loro solidarietà e la convinzione che dal legame tra lotte diverse può ripartire la lotta per l'alternativa unificando, da nord a sud e anche nel resto del mondo, tutte le lotte del lavoro. (a.m. 8/8/11)

 

Nelle terre d'Arneo, dalle lotte bracciantili dei primi anni '50 del secolo scorso allo sciopero migrante odierno.

di Massimo Lega


Le campagne di Nardò, popoloso comune dell'area nord-occidentale della provincia di Lecce, sono assurte agli onori della cronaca nazionale in questi giorni per il primo sciopero autorganizzato, indetto dai lavoratori migranti stagionali contro le insostenibili condizioni di sfruttamento lavorativo e di precarietà alloggiativa in cui si trovano. Saranno quindici anni, forse anche venti, che lavoratori immigrati, addetti alla raccolta di pomodori e angurie, vengono selvaggiamente sfruttati nell'indifferenza totale, con il connivente silenzio delle istituzioni locali. Ma gli effetti prolungati e concentrati della crisi economica mondiale, le rivolte nei paesi del Maghreb, l'attacco Nato alla Libia, hanno creato un composto alchemico che alla fine è deflagrato.

Quest'anno, a partire dalla fine di giugno-primi di luglio, tra 350-400 immigrati si sono riversati nella masseria Boncuri, un antico rudere ristrutturato alla periferia di Nardò, per la raccolta stagionale di pomodori e angurie. A cercare di attutire l'impatto delle condizioni di vita a dir poco proibitive nella struttura si sono prodigati i volontari delle Brigate di solidarietà attiva e dell'associazione locale "Finis terrae"; per inciso, una parte dei migranti viene "alloggiata" in 25 tende da otto posti ognuna, mentre la parte rimanente si è costruita baracche in lamiera o addirittura di cartone! Inoltre manca l'acqua calda per le docce, non vi sono rubinetti con l'acqua corrente ma solo serbatoi, non vi è uno spaccio alimentare interno se non uno improvvisato dagli stessi immigrati, bisogna spostarsi in paese per le ricariche telefoniche, c'é un servizio minimo ma insufficiente di assistenza legale che viene fornito dagli avvocati messi a disposizione dalle associazioni, mentre latita del tutto un servizio di trasporto dalla masseria ai campi di raccolta.

A questo proposito passiamo a descrivere la giornata-tipo dei lavoratori: alle tre(!) del mattino passa il furgone del caporale (N.B. i caporali sono anch'essi immigrati di varie nazionalità, ed il capo tra questi è un tunisino; se a qualcuno venisse la brillante idea di recarsi autonomamente al lavoro, il giorno dopo verrebbe mandato via), con una capienza di dieci posti e che ne fa salire una trentina (ogni lavoratore deve pagare cinque euro al giorno), facendo così a più riprese la spola con i campi distanti in media un paio di chilometri. Alle dodici si fa la pausa che guarda caso prevede la consumazione coatta del panino (al "modico" prezzo di tre euro e cinquanta) e delle bibite "offerti" dal caporale; alle diciotto-diciannove si fa ritorno alla masseria. Per quanto riguarda l'aspetto più prettamente lavorativo, durante la giornata bisogna riempire cassoni di 3,5-4 quintali di pomodori; mediamente se ne riempiono sei o sette nell'arco di una giornata, con un compenso di 3,50 euro che va nelle tasche del lavoratore (anche in questo caso va svelato l'arcano: il caporale si appropria di altri 3,50 euro per ogni cassone riempito!). Mentre per la raccolta delle angurie bisogna colmare un autotreno della capacità di 300 quintali, sollevando da terra e lanciando ad un'altezza di poco inferiore ai due metri e mezzo angurie da venti-trenta chili l'una; anche in questo caso al caporale spetta un compenso fisso del 10%, mentre la squadra di braccianti, composta da sei unità, deve dividersi 270 euro (le angurie vengono pagate ad un euro al quintale). Di fronte a condizioni di lavoro già di per sé massacranti, ai lavoratori, nella giornata di sabato 31 luglio, è stata richiesta un'intensificazione dei ritmi lavorativi e una mansione supplementare, selezionando a monte i pomodori da raccogliere: questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, poiché i braccianti si sono rifiutati di continuare a lavorare e, da quel momento, sono entrati in sciopero. Nei primi cinque giorni dello sciopero c'è stata un'adesione unanime, con solo 10-15 lavoratori che non hanno partecipato, nei restanti giorni, sono diventati 150 i lavoratori andati nelle campagne a lavorare: in questa intensa e straordinaria settimana i lavoratori hanno convocato riunioni, indetto assemblee, eletto democraticamente un loro portavoce, hanno partecipato in almeno un centinaio ad un presidio sotto la prefettura a Lecce, in una parola si sono autorganizzati!


Elementari e condivisibili sono le richieste che hanno avanzato, anche nell'incontro di una loro delegazione con il prefetto vicario: aumento dei salari, portando la corresponsione a cassone a 7-8 euro per la raccolta di pomodori; eliminazione del ruolo e della figura del caporale, con l'apertura di un tavolo negoziale diretto con le controparti datoriali; creazione di un servizio di trasporto pubblico a carico del comune di Nardò; apertura di una sede distaccata dell'ufficio provinciale del lavoro; stipula di contratti regolari per tutti. Nel frattempo è stata avviata una raccolta alimentare per sostenere i lavoratori in lotta, unitamente ad una cassa di resistenza per la raccolta di fondi a sostegno della vertenza; c'è da aggiungere che dall'inizio dello sciopero si è affiancata la Flai-Cgil, nel tentativo di ridarsi una credibilità e una visibilità nel panorama politico-sindacale locale, mentre un ruolo di supporto e di positivo affiancamento è stato svolto dalla rete antirazzista provinciale. Nell'assemblea regionale di sabato 6 agosto è stata ribadita l'assoluta novità di un sciopero migrante nel nostro territorio, di come possa estendersi la lotta nelle campagne del foggiano o a Palazzo San Gervasio in Basilicata (dove i braccianti immigrati sono costretti a dimorare in ruderi e casali abbandonati, distanti chilometri da fontane pubbliche e centri abitati) attraverso il sostegno di associazioni antirazziste locali, della necessità per la fine del mese (presumibilmente il 25 agosto) di una manifestazione regionale in solidarietà con la rivolta al Cara di Bari, con lo sciopero di Nardò e per la chiusura della tendopoli di Manduria, per il rilascio di permessi di soggiorno e/o di asilo politico per tutti.


P.S. Le terre d'Arneo raggruppano un comprensorio di 28 mila ettari nell'area nord-occidentale della provincia di Lecce, che si estende a 42 mila sconfinando nelle province limitrofe di Brindisi e Taranto; nel 1950-51 scoppiarono dei moti bracciantili di protesta per la distribuzione delle terre, appartenenti a latifondisti come il senatore Tamborrino, che videro la partecipazione di migliaia di lavoratori agricoli e che furono duramente repressi da centinaia di carabinieri, poliziotti ed effettivi dell'esercito. Alla fine su oltre 4 mila ettari occupati i braccianti ne ottennero poco meno di 900: per chi volesse documentarsi su questa straordinaria pagina di storia salentina, si può consultare "L'Arneide", un racconto del poeta-scrittore Vittorio Bodini, da cui è stato tratto un film-documentario con lo stesso titolo del regista Luigi Del Prete. 

 

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I delegati Fiom della Fincantieri di Ancona esprimono profonda solidarietà alla lotta in corso dei lavoratori di Nardò.

Sosteniamo con grande forza e convinzione chi si sta battendo per un giusto salario e delle condizioni di lavoro dignitose.

Siamo convinti che la nostra lotta per la salvaguardia del posto di lavoro e le vostre rivendicazioni nascano dalla medesima necessità di riconoscere la giusta importanza alla condizione umana che va riportata al centro della discussione.

Non riteniamo né tollerabile né degno di una società civile che la crisi della finanza e delle banche venga scaricata tutta completamente sul lavoro a vantaggio di chi, invece, con la crisi si sta arricchendo sempre di più: contro questo, tutti insieme dobbiamo costruire l'alternativa unificando, da nord a sud e anche nel resto del mondo, tutte le lotte del lavoro.