Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Un dibattito demenziale

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Un dibattito demenziale

Non immaginavo che per vari giorni quotidiani e TV dedicassero tanto spazio a un dibattito demenziale sulla proposta di Bersani su una nuova tassazione dei patrimoni rientrati in Italia con lo scudo fiscale. Non mi considero affatto un esperto ma era evidente – e l’avevo scritto subito, nella noterella Il ruggito di Bersani - che la proposta non si reggeva. Ora c’è chi dal governo spiega che sarebbe “incostituzionale” (strano attaccamento a una costituzione mai applicata ma comunque detestata), mentre è semplicemente campata in aria, per motivi semplicissimi: impossibile trovare quegli evasori, visto che gli era stato assicurato che dopo quella minuscola tassa non sarebbero stati più disturbati (e comunque gli era stato garantito l’anonimato).

Se si guarda a quanti hanno beneficiato due anni fa di quella vergognosa sanatoria, si scopre che sono stati meno di un terzo di quanto prevedeva il governo. Le entrate sono state di soli 7 miliardi, e 4 dei miliardi previsti non sono neppure stati pagati da chi evidentemente ha pensato di beneficiare fino in fondo della protezione dell’anonimato.

Eppure pagare solo un 5% mentre un lavoratore viene tassato sullo stipendio per il 31% o più, era un’occasione d’oro, soprattutto per chi voleva ripulire denaro sporco o sporchissimo, compreso quello derivante da attività estorsive o dal narcotraffico. In un clima come quello attuale, con migliaia di italiani in coda a Lugano (diventata la decima piazza finanziaria del mondo) per avere una cassetta di sicurezza in cui collocare gli euro, come si può pensare seriamente che un nuovo “scudo fiscale” con una tassa del 15 o anche solo del 7% sui capitali illegalmente esportati possa trovare qualcuno disposto ad approfittarne?

La notizia delle cassette ambitissime e non sufficienti può sembrare strana: si direbbe una versione moderna dei soldi sotto il materasso o una mattonella. Ma ha una logica, non ci si fida più nemmeno delle banche svizzere come depositarie di somme da far fruttare. Infatti il fenomeno dell’evasione, che ovviamente non è solo italiano, anche se in Italia è stato molto facilitato da leggi approntate periodicamente da governanti evasori, ha spinto diversi paesi tra cui Germania e Gran Bretagna a tentare la strada di accordi con la Svizzera. Non terribili, ma sempre fastidiosi: per mantenere l’anonimato i depositanti dovrebbero scegliere tra varie soluzioni, tra cui un’imposta oscillante tra il 19 e il 34%, che poi si stabilizzerebbe negli anni successivi al 26%, versata in Svizzera e da girare in parte al paese da cui provengono i fondi. Altrimenti i nominativi potrebbero essere comunicati al fisco tedesco o britannico. Il meccanismo è contorto (prevede anche una terza soluzione, il passaggio indolore ad altri paradisi fiscali, escluse però le filiali delle banche svizzere in quei paesi) ma per giunta l’accordo riguarda non più di 999 casi all’anno, mentre tutti sanno che i depositanti si contano a decine o centinaia di migliaia; tuttavia è stato sufficiente a spingere verso la soluzione meno controllabile, la cassetta di sicurezza. D’altra parte anche in altri paradisi fiscali come il Lichtenstein c’erano stati recentemente funzionari che avevano venduto a caro prezzo ai paesi di provenienza i dati di molti depositanti, ovviamente evasori. Non c’è più da fidarsi neanche del paradiso…

Invece di discutere se è meglio il 20% di sovrattassa a chi ha già pagato il 5%, o se aggiungere un 2% come aveva ipotizzato Berlusconi (una delle sue solite barzellette), sarebbe meglio affrontare sul serio la questione delle evasioni. Lo scudo fiscale del 2009 era di fatto una resa di fronte al fenomeno, e lo sarebbe qualsiasi meccanismo analogo pensato oggi. Era come dichiarare: non vi peschiamo, ma vi offriamo la possibilità di comprarvi con poca spesa l’impunità. Perché dovrebbero farlo, se la hanno lo stesso?

Ma allora come si può affrontare l’evasione? Anzitutto non solo paese per paese. Anche se Italia, Grecia e Portogallo sono i paesi più colpiti, le ricadute ci sono anche su paesi con meccanismi di controllo relativamente più efficienti, e comunque interessati perché una percentuale più o meno elevata delle somme in fuga sono legate alla criminalità organizzata, che dovrebbe essere interesse comune identificare e colpire. Quindi sarebbe essenziale costituire delle banche dati che (prima di tassarli) registrino i movimenti massicci di capitali, per poterne accertare ragioni e provenienze. L’ostacolo principale è dovuto all’assenza di coordinamento effettivo almeno europeo tra gli interessati alla lotta all’evasione: cittadini, sindacati, e soprattutto organi preposti alla ricerca degli evasori. Ho già denunciato molte volte che la Guardia di Finanza ha dedicato una parte notevole dei suoi effettivi a muscolose esibizioni di teste di cuoio anti-sommossa, e sempre meno alla ricerca dei criminali che truffano il fisco.

Ma se la GdF non fa o non ha i mezzi per fare quel che dovrebbe fare, si potrebbe partire dall’interesse che i lavoratori di un’azienda multinazionale con filiali in vari paesi hanno a smascherare i passaggi di capitale finalizzati al loro occultamento, alla soppressione di investimenti produttivi, e a denunciare questi meccanismi anziché accettare passivamente la scure che “risana l’azienda” tagliando occupazione.

Sapere come avvengono gli imbrogli non è facile, ma non impossibile: anche le operazioni finanziarie non vengono effettuate solo da manager super pagati e cinici, ma vengono eseguite materialmente da un discreto numero di impiegate/i, che naturalmente mantengono il silenzio finché sono convinti/e che sia un dovere e una virtù. Ma dato che, come conseguenza delle evasioni dei loro capi, pagano sempre più tasse, potrebbero capire che è nel loro interesse denunciare gli imbrogli, e potrebbe essere più facile farglielo capire se venisse promulgata una legge sull’obbligo di denuncia, accompagnata da una garanzia di non licenziabilità di chi ha denunciato un crimine fiscale. Insomma solo il controllo dei lavoratori (appoggiato eventualmente dal controllo da parte di comitati di utenti) potrebbe identificare i responsabili, come potrebbe bloccare i tentativi di dismissione di una fabbrica presentata come fallimentare per spostarne la produzione in un altro paese.

Non si tratta solo di misure tecniche: sarebbe necessaria una grande campagna politica contro la frase (ripetuta centomila volte dalla ex sinistra) “siamo tutti nella stessa barca”. Non è vero, o è vero solo nel senso che alcuni stanno ai remi e sotto la frusta, e altri in prima classe… Bisogna sconfiggere un atteggiamento che porta alla rassegnazione e all’accettazione passiva delle regole che i padroni hanno fatto per tutelare i loro profitti e il loro potere.

Non c’è altra strada: già nel XIX secolo, nella civilissima Inghilterra, Marx osservava come le leggi sul lavoro venivano aggirate facilmente perché gli ispettori che dovevano farle rispettare erano pochi, mal pagati e quindi più facilmente corrompibili. D’altra parte in ogni azienda i lavoratori hanno verificato tante volte che le visite della Guardia di finanza erano preannunciate e quando arrivavano non trovavano niente fuori posto. Bisogna essere idioti o in malafede per illudersi (come fa in genere anche il centro sinistra) che il compito di scovare gli evasori possa basarsi su questo corpo, utilizzato per tanti altri scopi diversi da quello originario e minato per giunta dal cattivo esempio di vertici periodicamente coinvolti in scandali.

Ho sempre detto che la prima cosa sarebbe il taglio delle spese militari. Ma la seconda è una lotta reale e decisa all’evasione (con la confisca delle aziende non in regola). Senza di questo tutta la manovra si riduce a un prelievo forzato nelle tasche dei lavoratori, con qualche ciliegina demagogica come la tassa di solidarietà, che non sfiora affatto la maggior parte degli evasori che risultano nullatenenti.

Tra le proposte venute fuori in questa girandola di chiacchiere, che puntano a nascondere la portata reale della manovra e a impedire una mobilitazione decisa contro di essa, particolarmente spudorata è quella di spalmare in busta paga il TFR, per tacitare per ora chi sta proprio allo stremo, dandogli in busta paga mese per mese quelli che in realtà sono soldi suoi accantonati. Sempre che li abbia ancora, e non sia tra i fessi che hanno abboccato a suo tempo alle campagne per investirli nei fondi pensione, che magari il TFR gliel’hanno mangiato con investimenti sbagliati… Un puro anestetico sociale, comunque, non una “misura contro la crisi”.

Ma la maggior parte delle proposte in circolazione non hanno alcun rapporto con le cause della crisi economica e finanziaria, e sembrano destinate (come l’eventuale aumento dell’IVA) solo a far cassa, per poi servire a “salvare” ancora una volta i veri responsabili della crisi, le banche, o le aziende che hanno investito male. Ad esempio l’allungamento “fatale” e “inevitabile” dell’età pensionabile, non serve a superare la crisi né risponde a una necessità dell’INPS, che proprio per la parte pensionistica è in attivo (anche grazie ai contributi dei lavoratori immigrati che quando vengono licenziati e poi espulsi come clandestini, hanno altro da pensare che al recupero di quanto hanno versato). L’INPS casomai avrebbe bisogno di non essere caricata di spese assistenziali che competono allo Stato, o delle pensioni agli autonomi che pagano in proporzione al poco che denunciano, o dei dirigenti dalle pensioni d’oro. L’allungamento dell’età per andare in pensione ha invece conseguenze gravi sull’occupazione, costringendo chi è stanco a non potersi finalmente riposare, e chi aspetta quel posto a scordarselo...

Sulla Tobin tax, che era un cavallo di battaglia della sinistra, come ricorda Paolo Ferrero, ci sono timori e speranze, ma è vero che sarebbe poco utile se applicata in un paese solo, o anche solo in tutta l’Europa. Ma non sarebbe impossibile rilanciare la proposta di una modestissima (sarebbe dello 0,1 % o anche solo dello 0,05%) imposta mondiale sulle transazioni finanziarie, che potrebbe essere fatta propria dall’ONU. Ma destinata a cosa? Gestita da chi? Dal FMI e dalla BM? Prima di poter essere utile, qualsiasi proposta ha bisogno dell’avvio di una rivoluzione. Che può anche non essere simultanea, come gli idioti o i disonesti dicevano che fosse la proposta di rivoluzione mondiale di Trotskij, e può anche partire invece dalla piccolissima Islanda o dalla piccola Grecia, ma deve basarsi sul rifiuto di pagare i debiti contratti da altri. E deve porsi il problema della destinazione di quel che si raccoglie con i tagli a spese inutili (tagli veri, non le buffonate sulle “poltrone” dei sindaci dei piccoli comuni) o con le tasse, che sarebbero accettabili appunto se servissero a far funzionare sanità, scuola, servizi, e non soprattutto a indennizzare chi ha perso giocando in borsa…

(a.m. 18/8/11)



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