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Katz: Argentina e Grecia

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Gli insegnamenti dell’Argentina per la Grecia

Claudio Katz* (9 settembre 2011)

 

Sommario: L’Argentina costituisce un buon punto di riferimento per analizzare quel che si può fare e quel che occorre evitare per ricostruire l’economia greca.

Quanto accaduto in Argentina sta ad indicare come la sospensione di pagamenti sia fattibile e conveniente, per qualunque debitore spinto in una situazione di asfissia. Il risultato dell’operazione ha sgonfiato tutti gli incubi propagati dai banchieri per terrorizzare i debitori. Il paese non è restato “fuori dal mondo”, non ha perso mercati, ne è diventato un “paria della comunità internazionale”. Né i beni del paese all’estero hanno subito confische. Tutti gli avvertimenti agitati dagli enti finanziari si sono smorzati, senza pena né gloria. Certamente, il popolo argentino ha patito un terribile deterioramento del proprio tenore di vita, ma tutte le sue sofferenze erano precedenti il tracollo e determinate dal rispetto forzoso delle imposizioni delle banche. La sospensione dei pagamenti non ha apportato alcuna sofferenza aggiuntiva al bagno di sangue sociale del periodo.

 

 

Sono ormai innumerevoli le comparazioni tra il precedente argentino e il tracollo greco. Gli analisti cercano di discernere se le misure adottate per il primo paese migliorerebbero o, viceversa, aggraverebbero la situazione del secondo. Questa valutazione si estende di solito ad altre nazioni della periferia europea, ad esempio al Portogallo e all’Irlanda. Nei movimenti sociali predomina invece un’altra preoccupazione: quali insegnamenti fornisce l’esperienza sudamericana per la battaglia contro l’“aggiustamento”?

 

Salvataggi che si assomigliano

 

La Grecia affronta lo stesso dramma che verso la metà del 2001 ha subito l’Argentina. Il governo dell’Alianza[1] manteneva la politica neoliberista di Menem, e l’esplosivo indebitamento dello Stato spingeva il paese verso la sospensione dei pagamenti. Nel corso degli anni Novanta, gli impegni del debito passarono da 84 a 147 miliardi di dollari, e il pagamento degli interessi asfissiava le finanze pubbliche. Gli esborsi per il credito ammontavano al triplo delle spese correnti, superavano di sei volte le spese per la previdenza e assistenza sociale ed erano ventitré volte superiori alle spese destinate ai piani per l’occupazione. Periodicamente, si improvvisavano rifinanziamenti d’emergenza per evitare il default. Per posticipare le scadenze dei pagamenti si ricorreva a crediti a tassi d’usura (il cosiddetto blindaje) e a disperati interscambi di titoli (mega-canje). I creditori davano per scontata l’inaffidabilità di quelle operazioni, per cui il saggio di “rischio-paese” (che misura la vulnerabilità del debitore) si manteneva a livelli esorbitanti.[2]

La Grecia si incammina verso lo stesso precipizio. Raggiunge un indebitamento totale analogo a quello argentino di quel periodo e ricorre agli stessi piani per venire in aiuto ai creditori. Ha accettato un anno fa misure per sfuggire allo strangolamento per mancanza di liquidità e sta ora di fronte a una gravissima crisi di insolvenza. Un decennio fa, questo contesto ha portato alla catastrofe sociale dell’Argentina (54% di poveri, 35% di disoccupati, fame per i più sfavoriti). La situazione di degrado sociale si accentuò ad ogni aggressione del governo per dimostrare ai creditori la sua capacità di pagare. Si ridussero i salari e si aumentarono le imposte indirette, insieme a vari tagli del bilancio dell’Istruzione e a successive protrazioni dell’età pensionabile. Gli stessi attacchi stanno ripetendo i governanti greci, che nell’ultimo anno hanno ridotto del 20% il pubblico impiego, tagliato del 10% le pensioni, aumentato l’Iva (Imposta sul Valore Aggiunto) e distrutto sconsideratamente Istruzione e Sanità. Un decennio fa, il governo argentino aveva già realizzato le principali privatizzazioni dei beni pubblici (petrolio, elettricità, telefonia, gas), promettendo di accelerare le altre previste (Banca Nazionale, aziende provinciali, lotteria, università).

In Grecia si stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli per la liquidazione massiccia delle proprietà dello Stato (poste, porti, aziende dell’acqua). È rimasta fuori soltanto l’Acropoli da questa svendita generalizzata, che alcuni capitalisti tedeschi pretendono di estendere a varie isole. Gli stessi funzionari del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che stanno redigendo i memorandum per la Grecia, dieci anni fa dirigevano periodiche ispezioni nel Cono Sur, selezionando gli attivi da consegnare ai creditori. Erano altrettanto abituali le stesse sedute d’urgenza del Parlamento per approvare “aggiustamenti” e si provò persino a creare un’analoga agenzia coloniale per la supervisione della riscossione delle tasse. La strategia dei creditori si adegua alla medesima trama. Hanno cercato di recuperare tutto quello che era possibile, imponendo sacrifici alla popolazione e trasferendo titoli svalutati agli Stati. In questo modo ripuliscono i propri bilanci e riducono le perdite dovute all’impossibilità di riscossione.

Questo assorbimento di risorse in Argentina è avvenuto in vari anni, con cicli di interruzione e di ripresa dei pagamenti. Mentre negoziavano con i governi, le banche ottenevano forti flussi di effettivi attraverso la fuga illegale di capitali. A partire da quel periodo, i fondi espatriati superarono abbondantemente il debito pubblico del paese. I personaggi del mondo finanziario ottennero succulenti guadagni nel processo di rifinanziamento. Guadagnarono soprattutto grazie a due iniziative dei governi degli Stati Uniti per ricomporre il profilo dei titoli latinoamericani. Utilizzarono in primo luogo il “piano Baker” per alleggerire il carico gravante sulle banche commerciali più esposte, sfruttando poi il “piano Brady” per completare il risanamento, associando ai Fondi di Investimento la creazione di un mercato secondario per i titoli problematici. Le banche recuperarono i loro profitti contabilizzando nei rispettivi bilanci i titoli degradati al loro valore originario e trasferendo a detentori marginali quelli il cui recupero sarebbe stato più difficile.

Questa stessa strategia di ristrutturazione stanno ora cercando di praticare le istituzioni del Vecchio Continente. Nel maggio del 2010 si è creato un Fondo di stabilizzazione (Feef), che la Banca centrale europea (Bce) utilizza per riacquistare dalla banche i titoli morosi con elevati sussidi sui tassi di interesse. Alcuni esperti argentini che hanno seguito da vicino questo stesso processo dieci anni fa confermano l’analogia tra le due operazioni, anche se ritengono, però, che l’attuale situazione delle banche sia molto più grave.[3]

 

Impatti differenti

 

La crisi greca è ben più esplosiva del suo precedente argentino per l’ampiezza degli squilibri di bilancio. Con percentuali analoghe di passivi complessivi, il deficit fiscale della Grecia arriva al 19,5% rispetto al 3,2% di quello argentino dell’epoca. Più significative sono le differenze nella situazione del blocco creditizio. Mentre i creditori dell’Argentina hanno avuto vari anni per rifarsi, le banche europee lavorano contro l’orologio per ricostituire il loro patrimonio. Quando nel Cono Sud si dichiarò il default, la maggior parte delle banche avevano già trasferito i loro crediti. Per questo motivo il Fmi tollerava la sospensione dei pagamenti. In compenso, la Bce respinge questa soluzione, visto che gli istituti finanziari tedeschi e francesi che hanno collocato danaro in Grecia continuano ad essere alle prese con il problema dei titoli tossici che detengono nei loro portafogli.[4]

Esiste inoltre una notevole diversità nel modo di manovrare le due crisi. Quella argentina era gestita da un commando del Fmi sotto stretta supervisione statunitense. Il passivo greco è invece supervisionato da direttive di una Banca Europea che ha scarsa esperienza di questo tipo di situazioni. La Commissione politica che effettua il monitoraggio di questo processo ha scarsa autorità e non opera in presenza di uno Stato europeo unificato. Ha dimostrato scarsa capacità di fungere da arbitro per risolvere, ad esempio, le divergenze che contrappongono Germania e Francia.[5] Inizialmente, le due potenze sono state d’accordo ad aiutare tutti gli istituti finanziari a spese dell’erario pubblico e a limitarsi a stabilire un limite di tempo (il 2013) entro cui concludere il trasferimento di titoli. Il ritmo vertiginoso della crisi, tuttavia, costringe ad accelerare l’assorbimento statale delle perdite e a introdurre una parziale penalizzazione delle banche. La Germania si rende conto che il semplice protrarsi del soccorso statale crea un orizzonte di collasso fiscale e quindi richiede la partecipazione delle entità finanziarie agli aiuti (a spese loro). La Francia si oppone alla penalizzazione, argomentando con il rischio che comporterebbe la de-capitalizzazione di queste entità. Dopo molte scaramucce, alla fine si è giunti a una nuova tregua e a un certo accordo per il finanziamento del secondo pacchetto greco.

Il programma implica un impegno limitato delle banche per negoziare alcune perdite (tramite una lunga agenda di scambi volontari di titoli), accanto a un ulteriore ampliamento del Fondo statale di soccorso (Feef). Con questo intervento si effettuerebbero nuove operazioni per rivalutare i titoli greci (riacquisti, garanzie, crediti). Ma la questione di fondo resta irrisolta e le manovre per stabilire chi pagherà i piatti rotti procedono attraverso i ricatti esercitati dalle banche, tramite le agenzie che classificano il grado di rischio. Le dispute in gioco si allargano all’ambito stesso dei creditori, tra i gruppi maggiormente esposti (che accettano l’introduzione di un po’ di imposta generalizzata per attenuare gli squilibri di bilancio) e gli enti finanziari meno colpiti (che si rifiutano di contribuire).

La crisi argentina non ha mai presentato un simile livello di drammaticità. Si tratta di una differenza di cui gli analisti tengono conto, rievocando lo shock del “corralito” e tenendo presente l’attuale possibilità di una sua ripetizione. Nel pieno della loro crisi del 2001, le banche argentine patirono il massiccio ritiro dei fondi, che il governo contrastò confiscando i piccoli risparmiatori. Quell’esproprio innescò grande emozione, che però non andò oltre i confini nazionali.

Il debito greco, risulta invece molto intrecciato al sistema finanziario europeo ed è espresso nella moneta dell’intera comunità. Per questa ragione, una corsa al ritiro di depositi potrebbe avere ripercussioni immediate a livello continentale. Le banche del Vecchio Continente non solo devono fare i conti con l’incubo del debito pubblico, ma affrontano anche gravi insolvenze di imprese. Il pericolo non è stato dissipato dalle “prove di resistenza” (stress test)” effettuate di recente per simulare situazioni di fallimenti. La situazione preoccupa molti esperti del Fmi, che paragonano lo scenario in corso al precedente argentino.[6] Il problema di fondo sta nel fatto che la crisi greca si sviluppa in un contesto di indebitamento statale pubblico in tutto il Primo Mondo. I passivi di Francia (81% del Pil), Germania (80%), Giappone (220%), Stati Uniti (91%) impediscono di gestire il debito della periferia con la stessa tranquillità con cui lo si è fatto nel caso argentino. In quel momento il debito costituiva il tizzone ardente delle economie dipendenti, mentre attualmente è una bomba a tempo al centro del capitalismo.

 

Il circolo vizioso dell’aggiustamento

 

Così come è accaduto in Argentina nel 2001, piovono gli insulti dei governanti di destra contro i greci. Essi presentano quella comunità come un insieme di sfaccendati che hanno ingannato le banche, dilapidando gli ingenti crediti ottenuti grazie alla buona volontà di coloro che hanno concesso prestiti. La stessa favola diffondevano i funzionari nordamericani dell’amministrazione Bush quando denigravano gli argentini. I mezzi di comunicazione dominanti guidano questa campagna, propagando l’assurda convinzione che i greci godano di un invidiabile tenore di vita a spese dell’Europa del Nord. Nulla può corroborare un mito simile, dal momento che tutti gli indicatori sociali sono a svantaggio della periferia della regione.[7] Con un simile rovesciamento della realtà, i messaggi reazionari vorrebbero dimostrare che il rifinanziamento del debito greco costituisce un “aiuto della comunità internazionale” al socio che è andato fuori strada. Le stesse cose si dicevano dieci anni fa del caso argentino. Coloro che pagano con la disoccupazione, la povertà e la riduzione dei salari la sopravvivenza delle istituzioni della finanza vengono presentati come i beneficiari della carità mondiale.

Queste posizioni nascondono tra l’altro come i governi vengano in aiuto dei capitalisti tedeschi e francesi che, negli ultimi decenni, hanno lucrato grazie all’appropriazione degli avanzi primari generati nell’Europa del Sud. Lo stesso tipo di profitti ricavavano le grandi imprese straniere operanti in Argentina nel periodo di maggiore riorganizzazione neoliberista. Per prima cosa, indebolirono l’industria nazionale tramite l’apertura commerciale, poi si impossessarono di quote crescenti del mercato locale. La Grecia ha sofferto un analogo degrado dopo avere adottato l’euro ed essere entrata nell’Unione Europea. Un’economia fragile è rimasta alla mercé della schiacciante competitività tedesca e del conseguente passivo commerciale finanziato con l’indebitamento.[8]

In realtà, nessun paese della periferia europea ha potuto resistere alla travolgente superiorità di economie più avanzate, che hanno approfittato della creazione di un mercato unico continentale per rafforzare la propria egemonia. L’esplosione di indebitamenti privati, di eccessi consumistici e delle bolle immobiliari che hanno colpito i soci più vulnerabili sono stati alimentati dalle sovrapproduzioni industriali delle economie più potenti. Poiché la moneta comune ha favorito soprattutto i traffici degli industriali tedeschi, questo settore attualmente spinge per la permanenza della Grecia nell’euro e auspica anche una sorta di Piano Marshall per finanziare future importazioni. Se queste asimmetrie alla fine provocheranno una frattura dell’eurozona, si ripeterà quanto accaduto in Argentina e in altre economie latinoamericane, che hanno sofferto sulla propria pelle i classici squilibri del rapporto centro-periferia. I neoliberisti omettono tali disparità quando esigono maggiori sacrifici dai greci. Sostengono che queste sofferenze consentiranno di “recuperare la fiducia degli investitori” e di rilanciare l’economia. La Merkel ripete ogni giorno questo auspicio, senza chiarire quando finirà l’aggiustamento. I suoi economisti prevedono soltanto che la Grecia potrà a un determinato momento riemergere, purché mantenga la stretta dell’euro e accetti i sacrifici della deflazione. Anche questa visione ricorda il caso argentino.

Dieci anni fa, l’economia si trovava legata mani e piedi a un regime di convertibilità con il dollaro, che costringeva a ridurre gli introiti per assicurare il pagamento del debito. Quando questo sistema è esploso, gli ultraliberisti proposero di rafforzarlo tramite la dollarizzazione completa (come in Ecuador e Panama). Si sopprimeva la moneta nazionale per togliere allo Stato l’ultima risorsa di cui disponeva per contrastare l’aggiustamento deflazionistico. I fautori di questa contrazione tiravano fuori gli stessi argomenti che stanno circolando in Grecia, per conservare a tutti i costi la sottomissione all’euro. Sostenevano che la dollarizzazione garantiva l’affidabilità della moneta e il conseguente afflusso dei capitali esteri indispensabili per rifinanziare il debito. Con il fallimento della convertibilità quella fantasia è finita nell’oblio. È chiaro che la politica deflazionista spinge qualunque paese verso il baratro. Il Pil greco è crollato fin dall’inizio della crisi e ha registrato un ulteriore calo del 5,5% nel primo trimestre di quest’anno. È particolarmente opportuno ricordare che la recessione argentina si è protratta per quattro anni e il prodotto industriale è arrivato a scendere di un 11% sotto il peso di un opprimente tasso di interesse che frustrava qualsiasi accenno di ripresa.

I liberisti non possono oggi presentare alcuno scenario di uscita dalla crisi, perché tutti i loro modelli si ritrovano in terapia intensiva. Nessuno ricorda più gli elogi prodigati all’Argentina negli anni Novanta, ma sono molto freschi quelli rivolti al modello irlandese. Quel paese è passato per tutti i calvari che si stanno riproponendo per la Grecia. In Irlanda si è privatizzato dall’energia elettrica alle telecomunicazione, si sono introdotte tutte le deregolamentazioni caldeggiate dall’ortodossia economica e i risultati finali sono sotto gli occhi di tutti: crolli di banche, sovvenzioni statali, passivo fiscale e una nuova serie di soppressione di posti di lavoro, taglio dei salari e incremento delle imposte indirette.[9]

Anche il Portogallo si incammina verso lo stesso esito, nella misura in cui un governo conservatore cerca di dare soddisfazione ai banchieri innalzando continuamente il livello degli attacchi antisociali. Ha già avuto un piano di salvataggio, non ha più riserve e negozia le scadenze con la corda al collo che gli hanno messo i finanziatori.[10]

Un altro caso estremo di pressione deflazionista è dato dalla Lettonia, con un’economia collocata al di fuori del circuito dell’euro. Dopo l’esplosione della crisi del 2009. la disoccupazione è salita fino al 23%, il Pil è sceso del 25%, i salari del settore pubblico sono stati ridotti di circa il 30%, e il 75% dei lavoratori hanno subito riduzioni dei salari. In un clima di chiusura di scuole e ospedali, l’emigrazione è diventata un fenomeno di massa.[11]

Questi scenari non lasciano alcun dubbio sulla devastazione generata dal circolo vizioso dell’aggiustamento.

 

Inutilità dei rifinanziamenti

 

La politica deflazionista viene contrapposta di frequente alla continuità dei rifinanziamenti. Si fa appello ad aiutare il debitore con nuove emissioni di titoli, con la speranza di alleggerire il futuro carico dell’ipoteca. Una variante del genere promuovono i fautori dell’emulazione dell’esperienza latinoamericana, con un “Piano Bredy europeo” di titoli a 20 anni sotto la supervisione della BCE.[12]

Pur sembrando prestare maggiore attenzione ai debitori, queste iniziative avallano le stesse richieste di privatizzazione, taglio di spese sociali e delle pensioni. Lungi dal ridurre la morsa finanziaria, questi programmi rendono eterno il tributo che la Grecia deve restituire alle banche. È sbagliato pensare che il rifinanziamento sarà più digeribile se attuato insieme a misure di regolamentazione finanziaria, di controllo della speculazione o di eliminazione dei paradisi fiscali. Né la Grecia otterrà respiro dalla semplice riduzione dei tassi di interesse, se continua a pagare i creditori. Il debito è così monumentale che neppure con una crescita costante dell’8% annuo per venti anni si riuscirebbe a riportarne il passivo ai parametri iniziali dell’Unione europea.[13]

L’esperienza argentina non lascia dubbio alcuno sull’inutilità dei rifinanziamenti. Tutte le varianti sperimentate nel paese per tenere a galla la barca della convertibilità naufragarono nel 2001. Con la proroga degli impegni di pagamento, questi cerotti hanno solamente posticipato la dichiarazione formale di insolvenza. Questo stesso scenario tende a ripresentarsi in Grecia.[14] Il rifinanziamento – soppesato dai keynesiani – non è in contrapposizione con la deflazione - sostenuta dagli ortodossi. Si tratta di due varianti del medesimo sostegno alle banche. Laddove la prima opzione cerca di rafforzare gli aiuti per evitare uno tsunami di fallimenti, la seconda alternativa mette in guardia dal degrado fiscale creato da quel salvataggio. Il governo nordamericano si è trovato di fronte allo stesso dilemma, quando un bel giorno ha deciso di chiudere la Lehman Brothers e il giorno dopo è ricorso al finanziamento illimitato degli istituti finanziari collassati. I politici socialdemocratici si muovono come convinti sostenitori dei prestiti continui di fronte ai loro pari conservatori che alzano la voce contro la flessibilità creditizia. Entrambe le posizioni divergono solamente nell’individuazione di quale possa essere il male minore per il capitalismo. Nei momenti di acutizzazione della crisi i socialdemocratici cercano scappatoie e tentano di mascherare il loro esplicito allineamento alle banche, e contro le popolazioni. Nella congiuntura europea questa maschera sta cadendo e i violenti attacchi ai lavoratori avvengono senza alcuna anestesia.

 

Tre insegnamenti

 

L’interruzione dei pagamenti in Argentina è durata per oltre tre anni. Ha colpito i creditori privati, non però gli organismi multilaterali (il Fmi ha ottenuto il rimborso anticipato di tutti i suoi prestiti). Le trattative con i detentori di titoli sono avvenute a varie riprese.

Nel 2005 si è instaurato uno scambio a un tasso di remissione dal 50% al 60% del valore originario. Una percentuale minoritaria di creditori ha respinto la proposta ed è stata chiamata a un secondo interscambio di titoli, conclusosi di recente. L’ammontare complessivo del debito argentino si è significativamente ridotto rispetto alle esportazioni e al prodotto (48% del Pil). Si sono dilazionati gli impegni e la metà del passivo è rimasta catalogata in moneta nazionale (con una parte significativa delle obbligazioni all’interno del settore pubblico).[15]

Quanto accaduto in Argentina sta ad indicare come la sospensione di pagamenti sia fattibile e conveniente, per qualunque debitore spinto in una situazione di asfissia. La parziale sospensione delle erogazioni ha ridato ossigeno all’economia nazionale nella fase critica di recupero successiva al default. Questo sollievo ha consentito di trattare in condizioni finanziarie migliori il cambio del debito. Il risultato dell’operazione ha sgonfiato tutti gli incubi propagati dai banchieri per terrorizzare i debitori. Il paese non è restato “fuori dal mondo”, non ha perso mercati, ne è diventato un “paria della comunità internazionale”. Né i beni del paese all’estero hanno subito confische. Tutti gli avvertimenti agitati dagli enti finanziari si sono smorzati, senza pena né gloria. Certamente, il popolo argentino ha patito un terribile deterioramento del proprio tenore di vita, ma tutte le sue sofferenze erano precedenti il tracollo e determinate dal rispetto forzoso delle imposizioni delle banche. La sospensione dei pagamenti non ha apportato alcuna sofferenza aggiuntiva al bagno di sangue sociale del periodo.

Numerosi economisti dell’establishment sostengono che la via “aggressiva” seguita dall’Argentina abbia creato maggiori difficoltà rispetto al sentiero “amichevole” percorso da altre nazioni latinoamericane (ad esempio, Brasile, Uruguay o Giamaica).[16] Tale affermazione è priva di qualsiasi fondamento. L’America latina è passata per una serie di esperienze di moratoria e la stessa Argentina ha conosciuto vari interregni di sospensione concordata dei pagamenti (ad esempio, tra il 1988 e il 1992). Non esistono dati che suggeriscano la convenienza di un corso del genere. La trattativa sul default o la sua imposizione di fatto non riduce di per sé le restrizioni che la popolazione subisce. La storia economica contemporanea registra, inoltre, un’innumerevole varietà di crisi del pagamento, con processi negoziati altrettanto dolorosi. Mentre casi ben documentati (come quello della Germania nel 1953, o dell’Indonesia nel 1971) hanno imposto rilevanti contropartite ai creditori.

Nei dibattiti su queste peripezie vale la pena di tener ferme le tre grandi lezioni dell’Argentina per la Grecia. Questa esperienza ha indicato in primo luogo l’indiscutibile utilità di frenare il dissanguamento del debitore, tramite la sospensione unilaterale dei pagamenti. Ha inoltre chiarito l’importanza di scegliere il momento più propizio per la rottura. L’Argentina ha dichiarato il default involontariamente, quando il paese era rimasto senza fondi. La Grecia potrebbe imitare questa operazione prima di perdere le sue risorse. Ha la possibilità di anticipare e di agire mentre i creditori stanno di fronte al problema della grande zavorra dei titoli tossici che hanno accumulato nei loro portafogli. Occorre non lasciare agli enti finanziari il tempo di trasformare quei titoli in obbligazioni altrui.

In secondo luogo, è indispensabile mettere subito in pratica l’audit del debito. In Argentina questa iniziativa è stata molto discussa, di fronte alle dettagliate denunce esistenti sulla natura fraudolenta del passivo. Il debito fu incrementato da inesistenti impegni che avevano finanziato la fuga di capitali, con la spirale degli interessi e un grande intervento statale per assorbire una serie di fallimenti privati. Queste comprovate irregolarità rimasero impunite. La lobby delle banche bloccò tutti i tentativi di indagine e paralizzò vari progetti parlamentari di revisione dei passivi. Le conseguenze di questa impunità emersero in tutti i dibattiti successivi sul debito. Su questo terreno l’Argentina rimase molto indietro rispetto, per esempio, all’Ecuador, che promosse un’indagine chiarificatrice. In Grecia esiste attualmente la possibilità di ottenere l’audit. Questa iniziativa consentirebbe di annullare la porzione illegittima dei passivi e consentirebbe la creazione di un registro dei proprietari dei titoli. Individuarli, sarebbe indispensabile per stabilire i diritti di riscossione. Esiste già un’importante iniziativa per sviluppare questa indagine.[17]

La terza lezione argentina consiste nella necessità di nazionalizzare le banche e di stabilire il completo controllo sui movimenti di divise e capitali. Queste misure si dovrebbero adottare prima di sospendere il pagamento del debito (o di modificare il tipo di scambio). La Grecia è ancora in tempo per salvare con queste iniziative le risorse del paese. Alcuni economisti ritengono indispensabile rompere immediatamente con l’euro. Tuttavia, il recupero della moneta nazionale richiede per prima cosa di garantire le riserve, bloccando la frenetica fuga di denaro che accompagnerebbe qualsiasi svolta economica. Solo con l’intervento delle banche (quindi con la loro nazionalizzazione) e grazie a un rigido controllo dei cambi sarebbe possibile contrastare lo svuotamento di divise e ricercare così una rinnovata sovranità monetaria. In Argentina queste misure non furono adottate e il risultato fu quello di un collasso caotico della convertibilità, nel pieno dell’inflazione e della pauperizzazione degli strati popolari. Anziché espropriare le banche si truffarono i risparmiatori e si dilapidarono grandi quantità di fondi (l’equivalente di 12-14 punti del Pil) per soccorrere banche e istituti finanziari.

Sicuramente, qualsiasi politica radicale di scontro con creditori avrebbe dei costi e comporterebbe dei rischi. Nel caso greco, è vitale pensare a come risolvere il problema delle esportazioni, garantire la continuità del turismo e preservare l’attività navale. Ma occorre affrontare queste riflessioni sui costi e sui rischi senza dimenticare che il pagamento del debito prevede uno scenario di sofferenze molto maggiori. Taluni economisti omettono di valutare le condizioni necessarie per scegliere un percorso economico alternativo. Consigliano la svalutazione e l’uscita dall’euro, senza accennare alla protezione delle riserve e all’indispensabile conversione delle banche in entità pubbliche. Questo atteggiamento comporta un rimedio peggiore del male. Basti osservare quel che sta già avvenendo nei paesi che attuano politiche capitaliste al di fuori del raggio dell’euro. L’Argentina costituisce un buon punto di riferimento per analizzare quel che si può fare e quel che occorre evitare per ricostruire l’economia greca.

 

Le vie del rilancio

 

Dopo aver toccato il fondo, l’economia argentina ha avviato un sostenuto processo di crescita. La ripresa si basa sull’ampliamento delle esportazioni e sulla ristrutturazione del consumo interno. La frattura sociale della domanda, l’elevata inflazione, la fuga continuativa di capitali e la debolezza degli investimenti ostacolano il recupero e aprono seri interrogativi sulla sua consistenza.

Non c’è dubbio, tuttavia, che la fase post-default è contrassegnata da un ciclo di ripresa, che induce parecchi economisti a presentar il paese come un modello da seguire da parte della periferia europea. Con questa proposta di modello, si dimentica di solito che la ripresa argentina ubbidisce a tre specifiche condizioni: la restaurazione del saggio di profitto, la valorizzazione internazionale delle esportazioni e un maggior margine di manovra per applicare politiche economiche espansive.

Il primo fattore è emerso al termine del pesante aggiustamento generato dalla mega-svalutazione. Questa operazione chirurgica ha risanato capitali, ridotto i salari e, come accade di solito in determinate congiunture del ciclo capitalista, ha facilitato la ricomposizione del profitto.

Al rilancio si è affiancata la reazione del mercato internazionale. Un’economia parzialmente autonoma dai flussi internazionali di capitale è riuscita in qualche modo a disconnettersi dal finanziamento internazionale. Il quinto esportatore mondiali di beni alimentari ha inoltre goduto dei migliori prezzi internazionali degli ultimi decenni per le vendite di soia. L’Argentina è diventata il fornitore privilegiato delle economie asiatiche in ascesa, mentre ha moltiplicato i suoi scambi con il Brasile ed ha diversificato il proprio commercio. Gran parte delle enormi rendite captate dallo Stato nel corso degli ultimi anni sono state utilizzate per rianimare la domanda interna. Si è così sostituito il debole investimento privato e si è tentato di seguire uno schema neosviluppista, privilegiando l’industria e dando minore spazio alla valorizzazione finanziaria.[18] Se la Grecia avviasse la sospensione di pagamenti, potrebbe ripetere la stessa traiettoria?

È evidente che l’economia mediterranea non dispone delle stesse risorse naturali né del tipo di inserimento internazionale che hanno permesso la ripresa argentina. Ma dieci anni fa nessuno avrebbe potuto immaginare che l’economia australe sarebbe entrata in una fase ascendente dopo il tracollo. Viceversa, si pensava che questa vicenda avrebbe portato a un affondamento apocalittico. Si è piuttosto confermato che gli andirivieni della congiuntura internazionale sono relativamente imprevedibili e non forniscono argomenti decisivi per optare per una o per un’altra politica economica. È chiaro che la Grecia è maggiormente connessa all’andamento generale dell’Europa di quanto non lo sia l’Argentina con quello dell’America latina. La prima regione opera come un motore autosufficiente e la seconda mantiene il suo tradizionale adeguamento ai principali centri dell’economia globale. Per i suoi stretti legami con i soci europei, la Grecia ha bisogno di affiancare all’eventuale moratoria del debito iniziative regionali collettive. Il successo di una politica radicale richiederebbe misure comuni con i vicini della periferia europea. La battaglia contro i creditori richiederebbe che venisse affiancata dal Portogallo, l’Irlanda, l’Islanda e dagli altri paesi penalizzati dalle banche.

Nel decennio passato questo tipo di iniziative congiunte veniva discusso in America latina, valutando la proposta di fondare un “Club di debitori”. L’intenzione era quella di forgiare un blocco dei paesi più colpiti per far ripiegare il potere delle entità finanziarie. Nel 2001, tuttavia, questa campagna aveva perso slancio e prevaleva la grande dispersione delle nazioni colpite dal saccheggio del debito.

L’attuale situazione europea è diversa da quel periodo latinoamericano, per l’elevato grado di associazionismo comunitario che si sta registrando nel Vecchio Continente.[19] Un’ulteriore, significativa differenza consiste nell’inesistenza di un confine preciso tra situazioni di collasso in periferia e congiunture di prosperità nel centro europeo. Le economie intermedie di Spagna e Italia cominciano, ad esempio, a subire la stessa minaccia di tracollo subita dalla Grecia o dall’Irlanda. Per questo motivo, la principale paura del momento è quella dell’eventuale estensione della crisi a questi paesi. In questo quadro, la battaglia per associare i debitori presenta altre modalità.

Queste caratteristiche, però, si potranno rivelare se qualche paese si contrappone decisamente alle banche e propone che si costituisca una rete di solidarietà. La Grecia riunisce non poche condizioni per guidare questo processo. Solo la moratoria unilaterale aprirebbe la possibilità di trattare con le banche, senza colpire il tenore di vita delle masse popolari. Per fissare un limite rigido ai pagamenti, promuovere politiche di investimento in aree sociali e ricomporre il potere d’acquisto degli strati popolari occorre mettere in pratica misure più coraggiose di quelle adottate dieci anni fa dall’Argentina.

 

La stessa sollevazione

 

La principale analogia tra la Grecia e l’Argentina si verifica sul terreno dell’insubordinazione popolare. Entrambi i paesi possiedono una ricca storia di lotte sociali. La sollevazione del dicembre 2001 fu l’erede del “cordobazo” (1969), dello sciopero generale (1975), degli scioperi contro l’inflazione (anni ’80) e delle mobilitazioni contro la disoccupazione (decennio ’90). Nelle battaglie che sta portando avanti il popolo greco è presente il lascito della guerra civile (1944-49), della resistenza contro la dittatura (1973) e delle iniziative dei giovani (2008).[20] Dopo undici scioperi e innumerevoli manifestazioni, si può osservare nelle ultime settimane una nuova irruzione delle masse. Si moltiplicano le occupazioni delle piazze, gli scontri con la polizia e lo scavalcamento delle direzioni sindacali. Come dieci anni fa a Buenos Aires, i militanti di Atene organizzano accampamenti, resistono agli sgomberi e organizzano assemblee popolari. I giovani convergono con i lavoratori, ricostruendo la stessa unità che si sviluppò in Sudamerica tra i picchetti dei disoccupati e i cacerolazos dei ceti medi. Si somigliano anche le parole d’ordine (“fuori i ladri”) o le rivendicazioni (“non dobbiamo niente, non paghiamo niente, non svendiamo niente!”), ed esiste lo stesso rifiuto dei mercanteggiamenti occulti tra i partiti di governo e l’opposizione conservatrice.

Il risveglio popolare emerse in Argentina quando si smontò la predicazione neoliberista che prediceva “l’ingresso nel Primo Mondo”. La stessa rabbia è esplosa tra i greci quando si sono dissipate le illusioni suscitate dall’ingresso nell’Unione Europea. Tutti gli analisti sono concordi nel valutare che la crisi abbia ormai scavalcato completamente la sfera finanziaria e che si deciderà per le strade.[21]

Dieci anni fa, la sollevazione argentina frenò l’aggiustamento, sventò il progetto deflazionistico e bloccò la dollarizzazione. Costrinse anche a promuovere un progetto politico che combina la restaurazione del potere dei dominatori con concessioni democratiche e sociali. La sollevazione confermò l’utilità delle lotta per invertire i rapporti di forza sfavorevoli, dare legittimità ai movimenti sociali e legalizzare gli scioperi. Consentì di frenare la brutale repressione (che persiste in Colombia e in Messico) e di contrastare la rassegnazione dei movimenti sociali (che si può osservare in Uruguay o in Brasile).

La rivolta argentina si è fermata a metà strada. Non ha cacciato i politici corrotti, né ha sradicato la zavorra del bipartitismo. E neppure ha impedito che si arricchissero gli stessi capitalisti che avevano speculato sulla convertibilità. Essa ha, tuttavia, condizionato l’intera politica estera e ha spinto a una gestione del debito che ha arginato gli appetiti dei creditori. È importante tenere conto di questi risultati nel momento in cui occorre delineare delle comparazioni internazionali.[22]

La battaglia popolare in corso attualmente in Grecia presenta un carattere più continentale. La rivolta argentina faceva parte di un ciclo sudamericano di lotta, ma non è esplosa insieme alle sollevazioni del Venezuela, dell’Ecuador o della Bolivia. Le mobilitazioni greche in compenso coincidono con una crisi generalizzata del Vecchio Continente, che tende a scatenare reazioni simultanee in vari punti dell’area. Le risposte cominciano a rompere l’isolamento delle resistenze nazionali e potrebbero consentire di superare la demoralizzazione che è prevalsa all’inizio della recessione.

Il generalizzarsi dell’iniziativa popolare è l’antidoto migliore contro la passività alimentata dalla socialdemocrazia e contro le campagne razziste promosse dalla destra. La recente protesta degli indignados spagnoli potrebbe segnare un punto di svolta. Il movimento guadagna in dimensioni di massa nella misura in cui le sue richieste politiche (“democrazia reale”) ed economiche (fine del soccorso alle banche) conquistano maggiore legittimità e sostegno.[23] La presenza dominante dei giovani in questi movimenti e l’utilizzazione innovativa delle reti sociali come strumento di controinformazione incentivano il contagio continentale. Questa generalizzazione può riprendere l’effetto domino che ha contraddistinto le sollevazioni del mondo arabo. La scintilla giovanile riaccende tra l’altro le energie dei lavoratori, sia nei paesi che conservano un elevato livello di mobilitazione sociale (Francia), sia nelle nazioni che hanno sofferto prolungati riflussi (Gran Bretagna).

Se riemerge la fiducia nella resistenza, si potrà pensare al modo di generalizzare la battaglia contro i creditori, già avviata da alcuni paesi, ad esempio l’Islanda. In sintesi, l’appello dei greci si estende attraverso l’Europa e il suo impatto determinerà chi dovrà pagare le conseguenze della crisi.

In America latina questo processo è seguito con enorme attenzione. Pochissime notizie sono attese con tanta speranza come quella di una vittoria popolare in Europa.

(traduzione di Titti Pierini)

* Claudio Katz – Economista, ricercatore e docente universitario. Fa parte del collettivo degli Economisti di Sinistra (EDI – Economistas de Izquierda) in Argentina. Il suo sito web è: www.lahaine.org/katz.

NOTE

[1] La coalizione di vari partiti centristi, tra cui l’Unione civica Radicale (Udc), il principale partito del paese, con il Partito giustizialista (peronista, al quale apparteneva Menem) (ndt).\\

[2] Per una dettagliata descrizione di questa congiuntura si vedano: Economistas de Izquierda, “Propuestas socialistas para superar la crisis nacional”, Ediciones Herramienta, luglio 2002; Id., “Propuestas de reconstrucción popular del la economía”, ivi, novembre 2002.

[3] Mario Blejer, “Una quita major que la Argentina”, in La Nación, 10 luglio 2011.

[4] Tale asimmetria viene posta in risalto dagli economisti dell’establishment argentino Martin Redrado, Alfonso Prat Gay, Daniel Marx, “Lo que Grecia puede aprender de Argentina”, in La Nación, 6 luglio 2011.

[5] Un’analisi di questo è contenuta in Eric Toussaint, “Se esta resquebrajando la Ue?” e Id., “Ocho propuestas por una otra Europa”, nel sito: www.cadtm.org, aprile 2011

[6] Cfr. Jorge Oviedo, “En el caso griego la solución argentina sería una catástrofe”, in La Nación, 24 giugno 2011; “El default argentino, eje de un debate con Krugman”, in La Nación, 24 giugno 2011; José Luis Machinea, “Actuar antes que sea tarde”, in La Nación, 20 luglio 2011.

[7] Un confronto dirimente è offerto da Vicenc Navarro, “Que pasa en Irlanda y los otros Pigs”, in Revista digital Sistema, 26 novembre 2010.

[8] Constantinos Lapavitsas, “Grecia se parece cada vez más a la Argentina”, in: www.socialismo-o-barbarie.org, 1 luglio 2011,; Id., “Callejon sin salida”, in Pagina 12, 12 giugno 2011.

[9] Anche il modello irlandese è stato rivendicato in Argentina negli anni Novanta. Se ne veda la critica in Ruben Telechea, “Imitemos el milagro irlandés”, in Pagina 12, 10 gennaio 2001.

[10] V. Bloque de Izquierda, “Sobre a crise e os meios da a vencer”, 23 maggio 2010.

[11] Cfr. Michel Hudson, “Huelgas contre un golpe de estado financiero”, in Sin Permiso, 10 ottobre 2010.

[12] Jacques Attali, “La solución es un tesoro europeo”, in Clarin, 17 dicembre 2010; Nouriel Roubini, Stephen Mihm, “Los rescates no impedirán quatro defaults europeos”, in La Nación, 29 maggio 2011.

[13] Per le proposte di rifinanziamento. Si vedano: Sami Nair, “Para onde vai a Europa”, in El País, 16 dicembre 2011 e Paul Krugman, “El fantasma de Argentina en la crisis europea”, in La Nación, 13 gennaio 2011; per il calcolo della gravità dell’indebitamento, si veda Xavier Vidal Folch, “Los mitos se derrumban”, in El País, 22 luglio 2011.

[14] Una comparazione dell’analogia, in Mario Rapaport, “Grecia en el espejo argentino”, in Pagina 12, 30 maggio 2010.

[15] Eduardo Lucita, “Ciclos de acumulación y dinámica de la deuda”, Seminario Cadtm-Ayna – Propuestas soberanas y alternativas sociales frente a la deuda”, Buenos Aires, 16/17 settembre 2010.

[16] Bob Davis, “Las lecciones que Europa puede apprender de América Latina”, in La Nación, 6 dicembre 2010.

[17] V. Yorgos Mitralias, “Rivolta popolare di massa in Grecia”, in: www.cadtm.org.

[18] Claudio Katz, “Los nuevos desequilibrios de la economía argentina”, in Anuario EDI, n. 5, settembre 2010. Abbiamo effettuato un primo confronto con il caso greco in Claudio Katz, “Grecia 2010, Argentina 2001”, in: www.combate.info, 21 ottobre 2010.

[19] Questo contesto è posto in rilievo da Mark Weisbroot, “Euro, el fin de un sueño”, in Pagina 12.

[20] Statis Kuvelakis, “La caldera griega”, in: www.vientosur.info/, 22 giugno 2011.

[21] Dani Rodrik, “La duda es si Grecia evitará la senda argentina”, in La Nación, 19 giugno 2011; Timothy Garton Ash, “Las claves es Alemania”, in El País, 20 giugno 2011; Thomas Friedman. “El choque de generaciones”, in La Nación, 18 luglio 2011.

[21] Claudio Katz, “De la rebelión popular al nacimiento de la nueva izquierda”, Tercer Foro Nacional de Educación para el Cambio Social, Buenos Aires, 3 giugno 2011.

[21] Joseph María Antentas, Esther Vivas, “Indignación masiva”, in: www.alainet.org, 20 giugno 2011.

 

 

 



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