Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Alain Gresh: rivoluzione egiziana, atto II

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RIVOLUZIONE EGIZIANA, ATTO II

Alain Gresh

 

Dai Blogs du Diplo ho selezionato questa lucida messa a punto di Alain Gresh, che mi sembra utile anche in Italia, dove ugualmente in molti si erano affrettati a mettere una pietra tombale sulla rivoluzione araba, o a negare che fosse mai esistita.

Devo segnalare anche l’appello di Gresh a contribuire economicamente al sito de Le Monde diplomatique per consolidarne l’indipendenza. Per farlo, connettersi a http://blog.mondediplo.net (a.m. 28/11/11)

 

 

Erano ormai ricorrenti le previsioni più pessimistiche. Dopo la primavera veniva l’autunno arabo, la controrivoluzione era in marcia e, per alcuni, la rivoluzione non c’era nemmeno stata. Questa sensazione era sicuramente più pregnante in quanto il rovesciamento dei regimi tunisino ed egiziano era avvenuto con apparente facilità, suscitando l’illusione che le trasformazioni sarebbero state semplici. Appena il processo sembrò rallentare, i vati annunciarono che la rivoluzione aveva perso. Eppure, l’intera storia delle rivoluzioni, da quella inglese a quella francese, da quella bolscevica alla rivoluzione algerina, dimostra come le trasformazioni richiedano tempo, energia, spesso violenti scontri. Raramente le classi dominanti cedono senza combattere. Tuttavia, se la controrivoluzione è un dato reale, niente sta ad indicare che debba per forza avere la meglio.

La caduta del presidente Hosni Mubarak aveva costituito soltanto una prima fase, seguita dalla nomina del nuovo governo, poi dall’arresto del presidente e dei suoi familiari e dall’inizio del loro processo, di cui il Consiglio supremo delle forze armate (CSFA) non voleva sentir parlare. Altre misure erano state imposte dalla piazza, in particolare lo scioglimento del Partito nazional-democratico (PND, il partito di Mubarak), poi la nomina di una direzione provvisoria del sindacato ufficiale.

Ovunque, però, i responsabili del vecchio regime si battevano palmo a palmo per conservare  i propri privilegi. L’esempio più lampante era quello dei mezzi di comunicazione di massa statali, stampa ufficiale e televisione. Nonostante qualche piccolo cambiamento, questi media diffondevano il punto di vista del CSFA, senza esitare a ricorrere alla menzogna e alla calunnia, come ai tempi dell’ex presidente. In ogni fabbrica, in ogni università, in ogni amministrazione, restavano “piccoli Mubarak” che avevano preso parte alle malversazioni del vecchio regime. E dappertutto si moltiplicavano scioperi e lotte per ottenere sia il cambiamento di direzione, sia il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Tanto più che erano state le mobilitazioni operaie a preparare l’attuale rivoluzione (cfr. Raphaël Kempf, “Racines ouvrières du soulèvement égyptien”, in Le Monde diplomatique, marzo 2011).

Parallelamente, le elezioni in vari sindacati di categoria introducevano cambiamenti profondi in organizzazioni che hanno un peso effettivo sulla società. Dapprima nel sindacato dei medici: i Fratelli musulmani, pur conservano nazionalmente la maggioranza, perdevano il controllo del grosso delle sezioni regionali. Essi vincevano le elezioni del sindacato insegnanti (non sono riuscito ad avere i risultati esatti), ma perdevano la presidenza del sindacato dei giornalisti e, soprattutto, quella del potente sindacato degli avvocati. Più che i rovesci (a volte relativi) dei Fratelli, era la forte partecipazione a tutte queste votazioni ad indicare la volontà degli iscritti di veder svolgere da queste organizzazioni un ruolo combattivo.

Questa attività, come gli scioperi e le mobilitazioni locali contro la corruzione o contro alcuni dirigenti del vecchio regime ancora in carica, non erano spettacolari ed erano in parte nascoste dal gioco degli apparati politici, dalle interminabili discussioni tra i partiti e l’esercito sul calendario elettorale, il futuro contenuto della Costituzione, ecc.

Più di ogni altra cosa, quel che rovinerà il CSFA – che, perlomeno agli inizi, godeva di una certa credibilità – è il fatto di mantenere la sua politica repressiva nei confronti di tutti gli oppositori, e più in generale dell’insieme della popolazione: stessi arresti arbitrari, maltrattamenti, torture; impiego dei tribunali militari per processare civili; rifiuto di aprire indagini sui casi di tortura, se non di morte, nelle prigioni. La continuazione di simili pratiche ha screditato l’esercito non solo presso la gioventù intellettuale mobilitatasi fin dal 25 gennaio, ma anche in tutti gli strati popolari. La partecipazione attiva agli scontri degli ultras, di questi gruppi di tifosi dei circoli del calcio il cui odio per le forze dell’ordine ricorda l’ostilità dei giovani delle periferie francesi per le brigate anticriminalità (BAC), testimonia di come tutti siano arcistufi dell’autoritarismo e dell’arbitrio (cfr. Claire Talon, “Egypte. Génération ultra”, in Le Monde.fr, 17 ottobre 2011). Il caso del blogger Alaa Abdel Fattah, arrestato per motivi assurdi, ha colpito tanto più l’opinione pubblica in quanto la lettera da lui inviata dal carcere ha messo in luce le condizioni di detenzione dei suoi compagni di cella e la situazione di migliaia di giovani, provenienti spesso da ambienti popolari e senza alcun legame protettivo. L’arbitrio e l’inaudita violenza di ogni repressione – contro le manifestazioni dei copti in ottobre, come pure contro i manifestanti di Tahrir il venerdì 18 novembre e nei giorni successivi – sono stati l’elemento di fondo dell’estendersi delle manifestazioni. Ricordiamo che la parola d’ordine “dignità” (karama) ha costituito il cemento di tutti gli strati della società, in Egitto come nel resto del mondo arabo.

D’altro canto, l’adozione di un documento “al di sopra della Costituzione” tendente a stabilire limiti rigorosi per il futuro parlamento incaricato di scrivere la Costituzione, ha sollevato una serie di opposizioni, in particolare quella dei Fratelli musulmani, che vi vedono lo strumento per escluderli da ogni effettivo esercizio del potere. Il testo offriva infatti all’esercito la facoltà di respingere qualsiasi decisione del futuro parlamento, e addirittura di scioglierlo. Era il “modello turco” – non quello attuale, ma quello di trent’anni fa, quando l’esercito “sorvegliava” il potere civile, un diritto che gli è stato tolto dalle riforme dell’ultimo decennio.

Il CSFA faceva così pencolare i Fratelli musulmani verso un’opposizione aperta, ed essi facevano appello, insieme ad altre forze, a una manifestazione di un milione di persone per il venerdì 18 novembre: per la prima volta dalla primavera 2011, i Fratelli musulmani scendevano in piazza. L’ampiezza della manifestazione e poi la sua repressione violenta hanno scatenato gli avvenimenti attuali – e una mobilitazione che ha largamente superato l’ambiente del Cairo e di Alessandria. Il rifiuto dei Fratelli musulmani di partecipare alle nuove mobilitazioni – malgrado la loro esplicita denuncia della repressione – conferma le difficoltà che hanno ad adattarsi alla nuova ondata del dopo Mubarak, cosa che crea tra di loro divisioni interne (cfr. Hany El Waziry, Ghada Sherief, “Discord within Brotherood for not participating in demo”, in Al-Masry Al-Youm in English, 22 novembre 2011).

È ancora difficile sapere come si svilupperà questa fase (si veda Isandr El Amrani, “Tahrir: What next?”, in The Arabist, 22 novembre 2011). Quel che è certo è che gli egiziani non cercano, come sostiene sprezzantemente l’editoriale del Figaro del 23 novembre, il loro “nuovo faraone”. Il 22 sera, il CSFA ha fatto qualche concessione: dimissioni del governo, promessa che le elezioni presidenziali si svolgeranno prima della fine del 2012 e che allora il potere passerà ai civili, apertura di indagini sulla repressione. Ma sembra sia troppo poco, troppo tardi… Le manifestazioni continuano, la mobilitazione si allarga – ad esempio si sono visti, fatto senza precedenti, 250 diplomatici in carica chiedere che il potere sia restituito ai civili. La rivoluzione prosegue. (23 novembre 2011)

(a.m. 28/11/11)



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