Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Arroganza e sincerità

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Arroganza e sincerità

 

Ben venga l’arroganza del ministro della Difesa Giampaolo di Paola. L’ha manifestata nella sua prima apparizione pubblica da Lilli Grüber, rifiutando di accettare la discussione sulle spese militari. Forte del suo passato (dal 1994 al 1998 ha ricoperto l'incarico di Capo del Reparto Politica Militare dello Stato Maggiore Difesa, poi è stato Capo di Gabinetto del ministro della Difesa Carlo Scognamiglio (ex Forza Italia) nel primo governo D’Alema, e successivamente Segretario Generale della Difesa/Direttore Nazionale degli Armamenti e Capo di Stato Maggiore della Difesa) il nuovo ministro della Difesa ha ritenuto ‘insignificanti le proteste dei pochi che hanno denunciato il carattere assolutamente non umanitario della partecipazione italiana alle “missioni di pace”, e ha deciso che si poteva tranquillamente tornare al passato, e vantare le imprese belliche onorando con medaglie i militari che si erano distinti. Che poi si potesse mentire nelle motivazioni, lo sapevo bene, e a questo proposito avevo riportato in appendice a Gli errori di Gheddafi e i crimini dell'Italia un esempio chiarissimo di una medaglia al valore che premiava il responsabile di una strage di civili inermi avvenuta a Misurata nel 1915.

Ma in questo caso il ministro ha deciso di non mentire, e ha fatto pubblicare sulla Gazzetta ufficiale un elenco di decorazioni al valor militare conferite a ufficiali e sottufficiali. La logica è semplice: hanno combattuto e devono avere un riconoscimento pubblico, Peccato che così si riconosce anche che tutti i governi hanno mentito sul carattere di queste missioni.

Cominciamo con un esempio: il capitano Gianluca Simonelli ottiene una medaglia d’argento perché, nell’avamposto di Bala Baluk, accorre in difesa di un gruppo di commilitoni in difficoltà, e per ben cinque ore organizza un’azione che permette di “infliggere gravi perdite all’avversario”. Quale avversario, se eravamo lì per distribuire caramelle ai bambini?

E così via. Per comodità riporto in appendice un articolo apparso su “la Stampa”, l’unico giornale che ha dedicato ampio spazio alla notizia, corredata anche da cartine, ecc.

Ma chiudo la segnalazione con una parziale spiegazione: perché Di Paola ha potuto fare queste ammissioni così spudorate: è chiaro, perché nel suo lungo servizio ha stretto legami importanti con i massimi esponenti delle due coalizioni, e sa che può permettersi anche di smentirli, pur di rendere onore al valore dei nostri combattenti. E per gettare anche queste medaglie sul piatto della bilancia (e del bilancio): le spese militari non si toccano!

(a.m. 28/12/11)

 

 

 Appendice

Blitz e agguati segreti La vera guerra a Kabul

 

Le medaglie al valore svelano un conflitto duro e atti di eroismo

FRANCESCO GRIGNETTI                                         Su “la Stampa” del 27/12/11

Quando fu annunciato un parziale ritiro dall’Afghanistan alla fine del 2011, qualcuno si era illuso che un eccezionale sforzo militare, il cosiddetto «surge», avrebbe cambiato la situazione sul campo. Il ritiro è ora rinviato al 2014. Eppure l’offensiva c’è stata. È stata poderosa. Lo racconta il segreto bollettino di guerra del ministero della Difesa. E sono tanti i feriti di cui non s’è mai saputo nulla in Italia.

Il 23 luglio 2009, a Parmakan, tra le montagne settentrionali dell’Afghanistan, si registra un’imboscata a un convoglio italiano della Folgore. Il caporalmaggiore Stefano La Mattina, è il mitragliere di bordo. Il suo compito è pericolosissimo, in quanto deve stare con il busto fuori dal blindato, e viene gravemente ferito a un braccio, ma non molla. «A rischio della propria vita, sotto intenso fuoco, utilizzando il braccio ancora abile, proseguiva il tiro riuscendo a respingere l’attacco». Ha meritato la medaglia d’oro. Un mese prima, nell’area di Bala Murghab i paracadutisti devono conquistare un’altura. Si combatte per 48 ore di fila. Il tenente Lorenzo Ballin con la sua compagnia conquista l’area. «Nelle ventiquattr’ore successive, a seguito di ulteriori attacchi, il suo posto di osservazione veniva colpito e severamente danneggiato. Benché gravemente ferito, proseguiva nell’azione di contrasto, continuando a impartire disposizioni». Medaglia d’argento.

Sì, è stata una guerra segreta. La scopriamo solo perché questi soldati hanno meritato tante medaglie. E i documenti sono finiti necessariamente sulla Gazzetta Ufficiale. Così va anche all’avamposto di Bala Baluk. Durante uno scontro durissimo che dura cinque ore, il capitano Gianluca Simonelli accorre a soccorso di un gruppo di commilitoni. «Benché ferito, in condizioni di estrema difficoltà ed esponendo la propria vita a manifesto rischio, continuava in prima persona a impartire le disposizioni che consentivano d’infliggere gravi perdite all’avversario». Medaglia d’argento.

Preziosi si rivelano gli elicotteristi. A bordo dei «Mangusta», che sono terribili cannoniere volanti, vengono chiamati a soccorso delle forze di terra. Il colonnello Marco Centritto merita una medaglia d’oro a Bala Murghab. «Alla guida dell’aeromobile, benché colpito dal fuoco avversario, con manifesto rischio della propria vita completava le missioni». E’ il suo continuo supporto di fuoco che permette ai paracadutisti di uscire vivi da quattro giorni ininterrotti di guerriglia, tra il 10 e il 14 giugno 2009. Medaglia d’argento anche al tenente colonnello Andrea Ascani che accorre a salvare un posto di polizia. Questo il freddo resoconto dello Stato maggiore: «Manovrava a bassa quota per identificare con certezza la minaccia, evitando di coinvolgere nell’azione truppe amiche e civili presenti nell’area. A rischio della propria vita, benché fatto segno a fuoco e con il proprio elicottero colpito, proseguiva nell’azione riuscendo a neutralizzare gli elementi ostili». Una medaglia anche al maggiore elicotterista Stefano Salvadori che anch’esso «con sprezzo del pericolo manovrava a bassa quota per identificare la minaccia. Benché l’aeromobile fosse stato colpito, proseguiva con efficacia l’azione». Accade a Tshin e Afghani il 28 agosto 2009. E’ una guerra moderna, ma antichissima, quella che si combatte in Afghanistan. Gli italiani arrivano con gli elicotteri, ma poi devono battersi tra le pietre. Il colonnello Marco Tuzzolino, comandante del 183˚ reggimento paracadutisti, ha avuto la medaglia d’argento per la riconquista di un posto di frontiera a Morichak. «Conduceva personalmente un elisbarco ad altissimo rischio». Ne veniva un combattimento durato 48 ore.

Innegabili i tanti quotidiani gesti di coraggio. Il maresciallo incursore Marco Sponziello si muove assieme alle forze afghane per catturare un capo taleban. Fanno irruzione in una base nemica. Sponziello si muove come una pantera. «Agiva in modo rapido e risoluto disarmando e, successivamente, immobilizzando un individuo sospetto, senza ricorrere all’uso delle armi». Il caporalmaggiore Floro Guarna, coinvolto in un ennesimo scontro a fuoco a Bala Baluk, «gravemente ferito, incurante del dolore, organizzava con perizia e coraggio il ripiegamento della squadra... e solo dopo aver assolto il compito, stremato, si accasciava». Un altro caporalmaggiore, Andrea Mancino, si trova in servizio di scorta a un’autocolonna. Vengono attaccati dalle parti di Akazai. Sulla strada c’è un camion messo di traverso. «Scendeva con esemplare sprezzo del pericolo dall’automezzo protetto e si poneva alla guida di un camion civile».



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