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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il Brasile e la sua funzione subimperialista

Il Brasile e la sua funzione subimperialista

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Il Brasile e la sua funzione subimperialista

in America Latina

Elaine Tavares*

[Alainethttp://alainet.org/]

Il sistema capitalistico ha un motto che è il ritratto vivido della sua natura: perché uno viva, un altro deve morire. Non può sfuggirgli nessuno che viva in questo sistema. Non è casuale che la discussione principale del mondo contemporaneo sia proprio l’idea di sviluppo, poiché ogni giorno di più la gente si rende conto di come le promesse di sviluppo connesse alla concezione capitalistica di produzione funzionino soltanto per pochi. Nei paesi del centro, che sono la punta del sistema, lo sviluppo è disuguale e combinato. C’è sempre uno strato rilevante della popolazione che rimane sfruttata e in condizioni di estrema povertà, che funge da manodopera perché il sistema funzioni.

Nei paesi della periferia del sistema, quello che c’è è un capitalismo dipendente, e lo sviluppo possibile è esclusivamente quello del sottosviluppo, dal momento che – come ha efficacemente dimostrato il teorico André Gunder Frank – è insito nella stessa natura del capitalismo il fatto di generare, per filiazione, case madri e periferie. Così, la promessa del capitalismo diventa illusoria. Nel quadro del sistema, la gente che vive alla periferia non potrà mai svilupparsi. Si tratta di una menzogna, che appare come verità per il solo fatto di essere ripetuta. Quel che invece può accadere è che alcuni paesi periferici sviluppino taluni aspetti, o aspetti di alcune regioni, che però determinano contemporaneamente il sottosviluppo di altre.

È quello che accade in Brasile. Di fatto il paese è un gigante, occupando il 47% dell’estensione  dell’America Latina. Ha una superficie di 8.514.876 chilometri quadrati e 23.000 chilometri di confine. Appare come una potenza nell’area e, dagli anni Cinquanta del secolo scorso, quando ha cominciato ad accettare tutte le concezioni dello sviluppo capitalistico, ha vissuto questa realtà. Sviluppo in alcune regioni e miseria in altre. Capitalismo dipendente. Oggi, vivendo un momento di crescita economica, consolida ulteriormente la propria politica subimperialista rispetto al resto dei paesi vicini. Una politica, questa, avviata nel periodo della dittatura militare, quando anche in quel caso attraversò un vigoroso processo di crescita, sostenuto dall’impero statunitense.

Il teorico brasiliano Ruy Mauro Marini è quello che meglio ha definito il concetto di subimperialismo raggiunto dai paesi dipendenti, per esempio dal Brasile in America Latina. Marini chiarisce bene come il subimperialismo non sia un imperialismo di minor dimensione o di seconda categoria, bensì un fenomeno che condivide leggi di sviluppo capitalistico comuni alla teoria dell’imperialismo (monopoli e capitale finanziario) , pur avendo tratti specifici corrispondenti al funzionamento del capitalismo dipendente, come ad esempio il supersfruttamento del lavoro, l’integrazione del capitale nazionale con quello straniero e l’estrema monopolizzazione a vantaggio dell’industria dei prodotti di lusso. Secondo Marini, il sub imperialismo segue la logica della collaborazione antagonistica, quale che sia, mentre al tempo stesso collabora con l’imperialismo nelle politiche generali; opera in una dinamica contraddittoria, ricercando il predominio tra i vicini, aspirando all’egemonia regionale.

Si è potuta notare tale dinamica a partire dagli anni Sessanta, allorché la nuova divisione del lavoro del dopoguerra ha dato vita a subcentri politici che, al di là della loro dipendenza, sono entrati nella fase del monopolio e del capitale finanziario. Nel caso del Brasile, questo movimento è iniziato negli anni Settanta, quando il regime militare visse quello che poi si conobbe come “il miracolo brasiliano”: un periodo di crescita economica a forte partecipazione di capitale straniero e una forma specifica di riproduzione del capitale, e cioè lo sviluppo del sottosviluppo. Negli anni Settanta, il Brasile si collocava al nono posto mondiale nella produzione di automobili ed era il secondo esportatore di armi, subito dopo Israele. Come ben spiega Ruy Mauro Marini, il subimperialismo brasiliano«non è semplicemente l’espressione di un fenomeno economico. È il risultato in larga misura dello stesso processo della lotta di classe nel paese e del progetto politico elaborato dalla squadra tecnocratico-militare che prende il potere nel 1964, insieme a condizioni congiunturali dell’economia e della politica mondiali». In quel decennio si verificò un “boom” finanziario che si spostò verso i paesi sottosviluppati. In quella fase, il Brasile era in prima fila tra i recettori di capitali stranieri. Alla fine del 1967, parte con forza in Brasile il mercato di capitali, con lo stesso governo che apre le porte agli investimenti e ai prestiti in denaro tra imprese straniere e nazionali. Fu questo a consentire la crescita degli anni Settanta. Per averne un’idea, secondo Marini, gli investimenti stranieri dal 1966 al 1970 passarono da 479.000 a 3.485 miliardi di dollari. E allo Stato spettava il compito di spianare la strada alla loro realizzazione. Crescevano allora le arie da potenza del Brasile.

Non fu quindi immotivata l’altra forma di accentuazione subimperialista concretizzatasi nel saccheggio di materie prime e di fonti energetiche nei paesi vicini, ad esempio con il trattato leonino di Itaipú firmato con il Paraguay nel 1973, per la costruzione del maggiore impianto idroelettrico latinoamericano, sul Rio Paraná. L’opera distrusse uno dei siti naturali più belli della regione: le sette cascate di Iguazú, un episodio che richiese tante lotte ai brasiliani.

All’epoca, il Paraguay non contribuì minimamente alla costruzione (gli restò sulle spalle un debito), ma per tutti questi anni è stato penalizzato dall’acquisto brasiliano dell’energia a prezzi bassissimi; il paese vicino ha infatti bisogno soltanto del 4% dell’energia generata, mentre il resto va al Brasile, anche se lo si sarebbe potuto vendere ad altri clienti, se il trattato non lo avesse impedito. E quando il governo del Paraguay cercò di modificarlo, gli fu impedita dalle direttive della centrale, come si può vedere dalla dichiarazione di Jorge Samek, l’allora presidente: «Qualsiasi tribunale internazionale si limiterebbe a esaminare il trattato, che si sta rispettando integralmente ed è del tutto legittimo. Se ricorriamo a un tribunale internazionale, il Brasile riceverà alla fine una lettera di complimenti.». La richiesta del Paraguay era che il Brasile cominciasse a pagare 1 miliardo e 200 milioni di dollari in luogo dei 130.000 dollari che stava pagando.

In quel trattato, tuttora vigente, il Paraguay era tenuto a vendere la propria eccedenza energetica al Brasile fino al 2003, e a un prezzo assurdamente basso. Su un totale di 45,31 dollari, solo 2,81 rimanevano al governo del Paraguay, mentre il rimanente veniva spedito in Brasile come pagamento del debito per la costruzione degli impianti. La questione del prezzo venne rivista solo tempo dopo, nel luglio 2011, con già Fernando Lugo al governo. Con il nuovo accordo il Brasile triplica ciò che paga al Paraguay e il paese vicino può vendere la propria parte di energia ad altri paesi. Tuttavia, anche così, si sono sottoscritti altri accordi di “aiuto” al Paraguay che si risolvono in un ulteriore accrescimento del debito.

Si effettuarono anche interventi militari negli anni Settanta, ad esempio in Bolivia, mentre la gente lottava per l’Assemblea Popolare, nel 1970. Il Brasile fornì aiuti agli avversari di Juan José Torres, cosa che fu determinante nel colpo di Stato, con l’invio di armi a Santa Cruz de la Sierra tramite aerei brasiliani. Nel 1971, l’esercito brasiliano era pronto a invadere l’Uruguay, per le elezioni, e se non lo fece fu solo perché vinse il candidato della destra. A parte questo, l’Uruguay continuò a ricevere aiuti dal governo brasiliano, che addestrò gli squadroni della morte che sterminarono i Tupamaros (gruppo di sinistra che si batteva per la liberazione nazionale). Ormai si sa anche che il governo brasiliano collaborò con gli Stati Uniti nel colpo di Stato contro Salvador Allende, nel 1973. E questi sono solo alcuni degli esempi che dimostrano la collaborazione con l’impero, mentre si vanno delineando le basi per lo sfruttamento subimperialista. In quei tempi, secondo la descrizione di Marini, la borghesia nazionale aveva già molto chiaro come la sua migliore opzione – una volta fallito il progetto di uno sviluppo capitalistico autonomo - sarebbe stata quella di rimanere socia secondaria dell’imperialismo, garantendo una serie di cose attraverso il predominio regionale. Per la classe dominante è stata una scommessa sicura.

A partire dagli anni Ottanta, la politica espansionista dell’imperialismo brasiliano si consolidò e le imprese cominciarono ad effettuare investimenti crescenti all’estero, che preparavano le basi per la sistematica dominazione in quasi tutti i paesi vicini. Del pari, crescevano in modo allarmante anche gli investimenti stranieri in Brasile, con la denazionalizzazione di molte imprese. Negli anni Novanta, con le criminali privatizzazioni effettuate da Fernando Henrique Cardoso, imprese statali come Vale do Rio Doce e la Compagnia Siderurgica Nazionale sarebbero cadute in mani private, per trasformarsi poco dopo in gigantesche multinazionali, con tentacoli in tutto il continente e anche oltre. Nel nostro paese si svolse una lotta titanica perché quelle imprese non venissero consegnate agli speculatori internazionali, ma la gente fu sconfitta. E, perché si consideri la portata del saccheggio, la sola impresa Vale do Rio Doce (proprietaria della maggiore riserva mineraria di ferro del mondo) fu venduta per 3 miliardi di dollari, mentre nello stesso anno – ormai in mani private – chiudeva il bilancio con un attivo di oltre 5 miliardi di dollari. Attualmente, è una delle aziende più lucrose del paese, arrivando a 6 miliardi e 452 milioni nel solo secondo trimestre di quest’anno; ed opera nei cinque continenti con la stessa logica di supersfruttamento della manodopera locale di qualunque altra multinazionale.

Anche con l’arrivo al potere di Luis Inâcio Lula da Silva è cominciata una nuova ondata di internazionalizzazione dell’economia. Per questo aspetto, la Banca Nazionale di Sviluppo Sociale (BNDS) ha svolto una funzione molto peculiare. Essa cerca di finanziare grandi opere nei paesi vicini - ad esempio il Perù, l’Ecuador e la Bolivia – imponendo a questi paesi compagnie brasiliane come Petrobras, Odebrecht, Andrade Gutiérrez ed altre. Il suo comportamento in questi paesi è lo stesso di qualsiasi altra multinazionale di livello mondiale, con tutto il carico di problemi e conflitti con le popolazioni locali. Basti ricordare quel che è successo in Bolivia con la faccenda del gas, dopo l’avvento al potere di Evo Morales, quando il paese vicino cercò di cambiare gli accordi che aveva con Petrobras e che dissanguavano la Bolivia. Le dichiarazioni di politici e imprenditori brasiliani furono quelle tipiche dell’impero. Si parlava persino di guerra. Potremmo anche aggiungere le devastazioni ambientali perpetrate da imprese brasiliane in Ecuador, con scontri ricorrenti con le comunità indigene, e la questione recente, che coinvolge la BNDS e 63 comunità, di un Parco nazionale in Bolivia dove il governo stava cominciando a costruire una strada che serviva più agli interessi del Brasile che non a quelli della Bolivia.

A detta dell’avvocato ed ex ministro boliviano degli Idrocarburi, Soliz Rada, «le linee maestre della politica brasiliana non conoscono freni. Il Brasile sta promuovendo in America Latina una “geofagia”»; e sull’operato brasiliano nel suo paese soggiunge: «La sua base di sostentamento è la borghesia di San Paolo, che ha trasformato il Brasile in creditore del FMI, ha incrementato la sua influenza sulla Banca Mondiale, ha privatizzato un terzo dell’Amazzonia in favore di proprietari di bestiame e legname, è riuscito a ottenere che l’IIRSA [progetto di “Integrazione delle Infrastrutture Regionali dell’America latina”] si adeguasse ai suoi interessi nell’infrastruttura viaria, ha acquistato in Francia un sottomarino nucleare per proteggere le proprie riserve di gas vicino al mare, per poi annullare l’acquisto di aerei francesi sostituendoli con altri di fabbricazione statunitense. È stato sede del Forum Sociale Mondiale, dove hanno espresso le loro posizioni anticapitaliste Castro, Chávez ed Evo Morales, senza preoccuparsi che la Fondazione Ford, legata alla CIA e che aiutò Hitler a prendere il potere, ne fosse uno dei principali finanziatori».

Quel che è certo è che l’espansione subimperialista del Brasile in America Latina continua decisa. Secondo dati del Programma dell’ONU per lo Sviluppo, soltanto nel 2010, il Brasile ha inviato – tramite compagnie “nazionali” – 11,5 miliardi di dollari all’estero, perché società brasiliane come Vale, Gerdau, Camargo Correa, Votorantim, Petrobras e Brasken, effettuassero importanti acquisizioni nelle industrie minerarie del ferro, in quelle del legname, dei prodotti alimentari, del cemento, nelle industrie chimiche e nelle raffinerie di petrolio.

Alcuni dati rilevanti sulle imprese brasiliane

Compagnia Siderurgica Nazionale – È la maggiore impresa siderurgica dell’America Latina. È stata privatizzata nel 1993 dal presidente Itamar Franco, fra molte proteste. La sua vendita fu un delitto di “lesa-patria”, perché il prezzo richiesto fu di appena 1.200 milioni. Oggi, nel solo primo semestre 2011, ha incassato oltre 8 miliardi di dollari, e ne ha in cassa più di 11. Il suo principale impianto produce intorno a 5 milioni annui di tonnellate, ed è considerata una delle più produttive del mondo. Ha fabbriche in tutto il paese e all’estero, inclusi gli Stati Uniti e il Portogallo.

Vale do Rio Doce – È la maggiore produttrice mondiale di ferro e la seconda nella produzione di nichel, ma opera anche nell’esportazione di bauxite, manganese, alluminio, rame e carbone. Creata sotto il governo di Getulio Vargas, era un’impresa con impianti in 19 Stati del paese, operando su 9.000 km di ferrovie, porti e terminali marittimi. Fu privatizzata durante il governo di Fernando Henrique Cardoso (1997) – nel quadro di una forte mobilitazione popolare di protesta – per un valore che equivarrebbe a un solo trimestre dei suoi incassi (circa 3 miliardi di dollari), praticamente regalata. Pochi anni fa (nel 2006) aveva incorporato l’impresa canadese INCO, la maggiore società mineraria di nichel al mondo. Vale ha attualmente un valore di mercato di 298 miliardi di dollari, superiore a quello dello stesso gigante IBM. Impiega 119.000 persone ed è presente in 38 paesi nel mondo come: Sud Africa, Angola, Argentina, Australia, Barbados, Canada, Cile, Cina, Singapore, Colombia, Corea del Sud, Emirati Arabi, Stati Uniti, Filippine, Francia, Gabon, Guinea, India, Indonesia, Giappone, Liberia, Malesia, Malawi, Mozambico, Mongolia, Norvegia, Nuova Caledonia, Oman, Paraguay, Perù, Repubblica Democratica del Congo, Gran Bretagna, Svizzera, Zambia, Tailandia e Taiwan. La Vale opera in campo minerario, per cui va scavando ovunque, portandosi via la ricchezza locali. Pur essendo privata, saccheggia le nostre ricchezze pubbliche. I suoi utili liquidi superano i 15 miliardi di dollari annui. Nel febbraio 2010 ha acquisito gli attivi dell'impresa statunitense Bungue Limited, produttrice di concimi e altri prodotti per l’agricoltura.

Odebrecht – Impresa di ingegneristica e costruzioni, con interessi diversificati (energia, gas, petrolio…). È nata nel 1944 in Brasile ma, dagli anni Ottanta, si è estesa ad altri paesi creando una “holding” a capitale aperto. Da allora, opera come una multinazionale, con interessi negli Stati Uniti, in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Malesia, Irak, insomma in tutti i continenti. Dagli anni Settanta ha cominciato a diversificare i propri affari, operando anche nel settore petrolchimico. Il suo predominio in questo campo da allora è cresciuto spaventosamente durante il periodo delle privatizzazioni del governo Cardoso, quando ha tra l’altro incorporato, a basso costo, gran parte del patrimonio nazionale. Con il governo Lula, durante la fase di incremento della produzione di etanolo, anche quest’impresa ha deciso di entrarvi, creando un settore biotecnologico. Si è trattato di un’azienda che si è rafforzatasi a spese del patrimonio pubblico e attualmente, in molti paesi dell’America Latina, si comporta come un mostro che succhia la ricchezza dei vicini, ad esempio la Bolivia e l’Ecuador. In quest’ultimo paese, il presidente Correa è dovuto arrivare a espellere l’impresa dai terreni ecuadoriani perché coinvolta in irregolarità. In Brasile, tenta di comprarsi le coscienze operando in ambito culturale e offrendo premi e investimenti in campo artistico e culturale.

Petrobras – Si tratta di un’impresa da sempre legata all’identità nazionale. Creata durante il governo nazionalista di Getulio Vargas, nel 1953, costituì il motore della campagna “il petrolio è nostro” che unificò il paese da Nord a Sud. Tuttavia, con l’andar del tempo e il succedersi di governi militari e poi neoliberisti, l’impresa cominciò a sfuggire di mano al paese. Cominciò il suo processo di privatizzazione durante il governo Cardoso (1999) e , nell’ottobre 2010, purtroppo con il governo Lula, effettuò la maggiore capitalizzazione a capitale aperto della storia dell’umanità: 72,8 miliardi di US$. È la quarta maggiore impresa del mondo e la seconda nel continente americano, operando in 28 paesi con profitti annui superiori ai 20 miliardi di reales (dai 15 ai 17 miliardi di dollari). Possiede raffinerie in Argentina, Stati Uniti e Giappone. Ora, con la scoperta del petrolio di pre-sal [formazioni geologiche risalenti al periodo Cretaceo che appaiono sulle piattaforme continentali di Africa e Sud America, a 300 chilometri dalla costa di Rio de Janeiro e nascosti a una profondità di 5.000-7.000 metri sotto il fondale oceanico], una delle maggiori riserve di petrolio nel mondo, l’impresa è diventata la gallina dalle uova d’oro della rapacità globale. Il suo comportamento in Bolivia, quando arrivò al potere Evo Morales e nazionalizzò il gas, fu degno delle più sporche imprese private del mondo. Ora, con la scoperta del pre-sal, gran parte di questa ricchezza passerà in mani private.

Gerdau – È azienda leader nella produzione di laminato d’acciaio in America Latina e una delle maggiori esportatrici del mondo. Ha 40.000 occupati e opera in 13 paesi, nelle tre Americhe, in Europa e in Asia. Ha una capacità produttiva di oltre 25 milioni di tonnellate di acciaio. È la maggiore riciclatrice al mondo, trasformando milioni di tonnellate di rifiuti in acciaio. Ha 140.000 azionisti ed è quotata in Borsa a San Paolo, New York e Madrid. I suoi prodotti, commercializzati nei cinque continenti, interessano l’edilizia civile, l’industria e l’agricoltura.

Votorantim – È sorta come fabbrica di tessuti nel 1918. Era un’impresa familiare. Negli anni Trenta esordì nel settore chimico e poi in quello dell’alluminio. Negli anni Ottanta lavorava nel ramo carta e nel settore finanziario, dando vita alla Banca Votorantim. Dal 2000 ha cominciato la sua espansione internazionale. È impegnata nel settore metalli, siderurgia, energia, cemento, carta, ecc.

Il governo Lula

Il processo di internazionalizzazione di queste imprese finora brasiliane, con le privatizzazioni e gli investimenti dello Stato, partirà con il governo di Fernando Henrique Cardoso, negli anni Novanta; ma ci si deve rendere conto che l’espansione subimperialista si è rafforzata con una nuova ondata sotto il governo Lula, appunto grazie al processo di sviluppo economico vissuto dal paese, cosa che sembra confermare il sempre vorace bisogno del capitale di espandersi in misura sempre crescente. E conferma anche la teoria di Gunder Frank, che sosteneva che ogni volta che i paesi del centro sono in crisi è molto probabile che alcune delle sue periferie registrino una crescita. È ciò che sta accadendo.

Nel 2006, per la prima volta, gli investimenti di imprese brasiliane all’estero hanno superato il volume dei capitali investiti nel paese. Tutto ciò è proseguito nel 2007, quando  si sono investiti all’estero quasi 30 miliardi di dollari. Società come Gerdau e Vale detengono investimenti per 25 miliardi nei paesi sudamericani, così come Odebrecht e Camargo Correa, i cui introiti provengono per la maggior parte da paesi vicini, quali Argentina, Cile, Bolivia, Perù, Colombia, Venezuela e Paraguay.

La stessa Banca Nazionale per lo Sviluppo Economico Sociale (BNDES) è stata un’importante fonte di risorse per l’installazione di imprese brasiliane nei paesi vicini, e ha tra l’altro erogato prestiti per la costruzione di opere infrastrutturali e per l’acquisto di aerei e autobus. Oggi, praticamente tute le grandi opere che si stanno realizzando nei paesi sudamericano registrano la presenza di giganti brasiliani, che per giunta non sono certamente nazionali, ma multinazionali.

Da parte della destra brasiliana vi sono molte critiche al governo Lula, e ora a quello di Dilma, non però riguardo al comportamento delle multinazionali, che sembrano nazionali” agli occhi della società. Queste invece, insaziabili, non fanno che richiedere sempre maggiori sussidi e insistono sul fatto che lo Stato deve finanziare i rischi delle sue imprese e altro ancora, come nel caso di BNDES, che ha finanziato la fusione di un’impresa del consorzio imprenditoriale nazionale Abilio Diniz con un’altra impresa francese. La banca ha destinato 4 miliardi a quest’affare privato. Quel che va rilevato è che raramente i capitalisti nazionali corrono qualche rischio, dal momento che in genere lo Stato suole risolvere tutti i problemi che essi possano incontrare. Così ci sembra che avvenga in qualsiasi altro luogo: basti vedere come il governo degli Stati Uniti affronta la crisi delle banche. La faccenda contrasta con l’idea del minimo di Stato, tanto decantata dai neoliberisti.

Parte della sinistra (o sarà il centro destra?) che sostiene la politica dello Stato nei confronti delle multinazionali è fermamente convinta che questo modo di muoversi nei paesi latinoamericani costituisca l’avvio della tanto auspicata integrazione, che il Brasile stia facendo quel che deve fare con i “fratelli” latini. A nostro avviso, però, non è vero. L’operato delle multinazionali (viste come brasiliane) è predatorio e in molti casi addirittura delittuoso, come nel caso del comportamento delle imprese brasiliane in Ecuador. Per non parlare dell’intervento armato dello stesso Stato brasiliano ad Haiti, che dura ormai da oltre cinque anni. Alcuni preferiscono credere che si tratti di una missione umanitaria, ma quale umanità può avere un esercito armato che opera contro la gente? Molte sono le denunce di atrocità che si commettono da quelle parti ed è l’esercito brasiliano a detenere il comando.

Resistenza

Il fatto è, tuttavia, che tutto questo non avviene senza incontrare lotte. Esiste una polemica su tre modelli di sviluppo molto diversi che, in ultima istanza, è quello che c’è veramente in gioco. Uno di questi è quello del capitalismo dipendente e subimperialista, egemonizzato dalla classe dominante. Il secondo è il modello elaborato dalla sinistra, che attualmente propone il cosiddetto Socialismo del XXI secolo, che recupera i principi centrali del socialismo combinandoli dialetticamente con i tempi mutati. In terzo luogo, vi è il modello proveniente dalle lotte indigene, secolarmente dimenticate tanto dalla destra quanto dalla sinistra. Secondo i leader di queste sollevazioni delle popolazioni native, la proposta del Socialismo del XXI secolo non li include e non tiene conto delle loro richieste. La proposta degli indigeni è consolidata nel paradigma di “sumak Kausay”, che significa il “buon vivere”. Questa nozione, che comincia a essere ricorrente in tutta Abya Yala (il nome originario dell’America Latina), lavora sull’idea dell’armonia con la natura, dello sfruttamento sostenibile delle risorse, del fatto di mantenere vivi certi antichi principi quali la solidarietà, la comunanza, l’equità, la collaborazione, molti dei quali assai lontani dalle proposte sviluppiste presenti sia nel progetto egemone sia nei piani della sinistra.

In America Latina si contano a decine i tanti esempi dell’intervento sub imperialista; ma anche la lotta contro di questi è particolarmente forte, tanto più in quanto le popolazioni stanno cambiando le loro leggi, rafforzando le loro istituzioni, dando vita a un nuovo costituzionalismo, come in Ecuador, Venezuela e Bolivia. Vi è in corso attualmente un processo rivoluzionario in Abya Yala, qualcosa che va ben oltre quel che possano immaginare il pensiero progressista o quello della sinistra ortodossa. È presente un grido comunitario e popolare, che si è cominciato a lanciare con forza negli anni Novanta, da Quito (Ecuador), passando per la rivoluzione zapatista in Messico, fino ad arrivare in Bolivia con le guerre dell’acqua e del gas. Tutte queste lotte sono state, e sono, contro l’intervento predatorio delle multinazionali e dei governi fantocci dell’impero. Ed oggi questa marcia del popolo in lotta non può fermarsi.

Questo si rafforza ulteriormente con l’iniziativa popolare che insorge in Europa e negli Stati Uniti, spazi finora “addomesticati” dall’idea del benessere sociale. Oggi questo non esiste più. Anche nelle regioni che sembravano il centro del capitalismo si possono ormai intuire gli abissi. Ciò induce la gente a insorgere per ribellarsi al sistema che l’opprime: il capitalismo.

Tutto, quindi, è aperto, e tutto può cambiare!

(13 dicembre 2011)

Traduzione di Titti Pierini, 9/1/12

Si veda anche sul sito: Brasil China latinoamericana.

Nella seconda parte, Grandi nodi del Novecento, si veda anche Brasil - subimperialismo, in spagnolo e Il Brasile potenza sub imperialista, in italiano.



* Elaine Tavares: giornalista dell’Istituto di Studi Latinoamericani



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