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La pagina di Antonio Moscato

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Marines e SS

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Marines USA in Afghanistan con le bandiere delle SS

di Antonio Mazzeo

 

Antonio Mazzeo, nel suo prezioso lavoro di esplorazione delle riviste e dei siti dei mercanti d’armi, ha trovato questa chicca, e ha ricostruito le proteste che ha suscitato in particolare nelle associazioni ebraiche statunitensi, nonché le minimizzazioni delle autorità militari statunitensi, che hanno subito derubricato a ingenuità di ragazzi questa associazione di simboli, bollandola al massimo come “inappropriata”.

Vorrei però ricordare che episodi analoghi sono accaduti anche ai “nostri bravi ragazzi” impegnati nelle “missioni umanitarie” in Iraq e Afghanistan. Specialmente tra i “corpi d’élite” come la Folgore, la San Marco, ecc., è stata documentata più volte l’esibizione nelle camerate o negli uffici di simboli della repubblichina nazista di Salò. Almeno in un caso, in Somalia, i nostri “marines” si ripresero a vicenda mentre stupravano una ragazza (le foto apparvero come scoop su un settimanale di destra, “Panorama”).

Nulla da imparare da Guantanamo e Abu Ghraib, dunque. Non sono gli Stati Uniti a corromperci, non abbiamo bisogno di lezioni: le imprese imperialiste hanno sempre avuto bisogno di dare via libera a squadristi e stupratori. Rosa Luxemburg l’aveva denunciato già nel 1907 per l’Africa di Sud-Ovest. Ma pensiamo a noi: la prima reazione dei libici all’occupazione italiana nel 1911, a Sciara Sciat, fu scatenata da tentativi di stupro da parte dei “nostri ragazzi”, che non furono ovviamente puniti. Così, in Etiopia, un quarto di secolo dopo, l’inno ufficioso degli invasori fu “Faccetta nera”, accompagnata da serie di cartoline che riprendevano splendide fanciulle locali nude, per allettare chi partiva per l’Africa…

La mia piccola nota in aggiunta all’ottimo articolo di Antonio Mazzeo, vuole solo ricordare che l’Italia è un paese imperialista, con una storia di imprese militari criminali nascosta alla maggior parte dei cittadini, e che dobbiamo fare i conti con questa storia anziché tentare di far sempre le vittime innocenti. Magari istituendo “giornate del ricordo” in base a una ricostruzione mutilata delle tragedie che accompagnarono la Seconda Guerra Mondiale.

Colgo l’occasione per ringraziare I compagni di Ateneinrivolta di Bari che hanno segnalato su Facebook un mio articolo sulle foibe (Le foibe, senza miti), e ne aggiungo un altro paio dei tanti che mi è toccato scrivere o recuperare, per esempio quando ho scoperto che un ex compagno del PRC, consigliere comunale di centro sinistra a Recanati (dove vivo), partecipava con le destre a “Sante messe” in memoria dei “martiri delle foibe” (Polverone sulle foibe e Metafisica della non violenza o ricostruzione storica?).

(a.m.11/2/12)

 

Dieci marines in posa, sorridenti, in tenuta d’assalto con tanto di fucile-mitragliatore al braccio. Tutti tiratori scelti, cecchini di un reparto speciale inviato nell’inferno afgano. Al centro, in alto, la bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti d’America. Sotto, più grande, una bandiera blu con in mezzo le SS stilizzate della famigerata Schutzstaffel, la polizia segreta militare nazista. La foto è apparsa nei giorni scorsi sul sito internet della Knight’s Armament, azienda produttrice di armi di Titusville, Florida. Per mostrare i sistemi bellici e i servizi offerti, spiegano i general manager.

La foto con i nazi-marines è stata scattata nel settembre 2010 nel distretto di Sangin, provincia di Helmand, una delle aree più pericolose dell’Afghanistan. Gli uomini sono in forza alla compagnia “Charlie” del 1st Reconnaissance Battalion di Camp Pendleton, San Diego (California). Scout snipers li chiamano. Scrutano, spiano, intercettano, sparano, uccidono. Un solo colpo. Preventivo. Contro il nemico onnipresente, invisibile. Lo spirito di corpo è sempre quello di Full metal jacket. Ma con in più le icone della Germania hitleriana.

“Alcuni scout snipers hanno utilizzato sfortunatamente il vecchio simbolo delle SS per la loro organizzazione d’élite, ma non avevano intenti di connotazioni o discriminazioni razziste”, ha ammesso candidamente il colonnello John Guthrie del Corpo dei marines Usa. “L’ufficio del nostro ispettorato generale è venuto a conoscenza della foto lo scorso mese di novembre e abbiamo avuto conferma da un comando in Afghanistan che il personale ritratto faceva parte della compagnia “Charlie”. Usare il simbolo nazista è inaccettabile ma possiamo assicurare che si è trattato solo di un’ingenuità”.

Problema di assai poca rilevanza pure secondo il portavoce del battaglione di stanza a Camp Pendleton, maggiore Gabrielle Chapin. “La bandiera con le SS non ha niente a che fare con noi marines e con la nostra storia”, ha dichiarato. “Io non credo tuttavia che gli uomini coinvolti nella vicenda abbiano mai voluto utilizzare alcun tipo di simbolo legato all’organizzazione militare criminale della Germania nazista che ha commesso tante atrocità durante la Seconda Guerra mondiale. Non sappiamo da dove sia spuntata la bandiera anche se pensiamo che era di proprietà di uno dei marines della foto. Nessuno sarà comunque punito perché quello dei ragazzi è stato un gesto di ignoranza e di stupidità, piuttosto che una proclamazione volontaria e cosciente”. Per il maggiore è inutile eseguire ulteriori indagini per individuare e punire i responsabili anche perché “nessuno è più in servizio con l’unità”. “Non è escluso che qualcuno possa essere comunque rimasto nel Corpo dei marines”, ha tuttavia ammesso Chapin.

L’atteggiamento ambiguo ed omissivo dei vertici del battaglione d’élite è stato duramente stigmatizzato dalle organizzazioni antirazziste e dai rappresentanti delle più note associazioni ebraiche statunitensi. Per il rabbino Marvin Hier, fondatore del Centro “Simon Wiesenthal” di Los Angeles, non è assolutamente credibile che “il mettersi in posa con la bandiera nazista sia stato un semplice disguido”.

“Si tratta di un crimine atroce”, ha commentato Michael Weinstein della Military Religious Freedom Foundation di Albuquerque, New Mexico. “In questi anni abbiamo visto di tutto ma questa cosa ci ha letteralmente lasciato attoniti. Questa fotografia è realmente orribile. Se l’uso dei simboli nazisti viene in ogni caso condonato o tollerato dal Corpo dei Marines, ci sono implicazioni disgustose per tutti coloro che stanno combattendo per il nostro paese o credono nei principi costituzionali”.

La fondazione ha inviato una lettera aperta al Segretario della difesa Leon Panetta e al comandante in capo dei marines, generale James Amos, chiedendo d’intervenire e punire i militari ritratti sotto la bandiera delle SS. “Non si tratta di un fatto isolato, anzi temiamo che l’utilizzo di simboli nazisti sia stato praticato per anni all’interno del Corpo”, ha dichiarato Michael Weinstein all’agenzia Associated Press. La Military Religious Freedom Foundation ha prodotto una seconda foto, scattata nel 2004 all’interno del Marine Corps Air Ground Combat Center di Twentynine Palms, California, che ritrae due marines armati di fucili di precisione 7.62mm M40 con alle spalle ancora una bandiera con le svastiche. “Pure quei due uomini erano in forza al plotone di scout snipers del 1st Battalion del 7° Marines”.

Il segretario Leon Panetta ha fatto sapere di avere già incontrato il comandante dei marines, generale Amos, per chiedere la riapertura delle indagini su quanto accaduto in Afghanistan e l’assunzione di “un’azione appropriata contro i responsabili”. Un alto ufficiale Usa ha dichiarato ad Associated Press che Panetta “avrebbe espresso apprezzamento per le azioni intraprese dal generale Amos” e che quest’ultimo “avrebbe ordinato ai suoi comandanti di fare accertamenti su tutti i simboli utilizzati dai tiratori scelti del Corpo dei marines, assicurandosi che essi siano istruiti su quelli che sono inappropriati”. Inappropriati, appunto, non immorali, illegittimi o illegali.

Con le foto dei cecchini con tanto di bandiere delle SS, il Corpo dei Marines si trova per la seconda volta in meno di un mese al centro delle polemiche dei media. In un video postato su youtube, erano stati immortalati alcuni uomini in forza ad un reparto di base a Camp Lejeune (North Caroline) che urinavano sui cadaveri di alcuni combattenti afgani dopo un conflitto a fuoco. Corpi oltraggiati, straziati, dilaniati, stuprati. Immagini emblematiche di ciò che è la guerra in Afghanistan. E dei “valori militari” che alimentano i protagonisti-killer.

di Antonio Mazzeo