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Movimento Operaio - La Pagina di Antonio Moscato

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Ancora sul finanziamento ai partiti

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Ancora sui contributi statali ai partiti

…e sull’autofinanziamento della politica

Devo rispondere ad alcune delle obiezioni alle conclusioni del mio articolo sui finanziamenti ai partiti e i privilegi dei parlamentari (Bertinotti e Bersani, accecati), che mi fanno pensare che non ho saputo spiegare bene cosa intendevo quando scrivevo che la sinistra deve essere costruita “puntando sulla militanza, sull’autofinanziamento, sulla raccolta paziente di contributi anche minimi dagli iscritti, come era stato possibile in un passato non lontano”.

Un compagno mi ha domandato perplesso: “ma così non resterebbero solo i partiti dei ricchi?”. Intanto mi pare che col sistema attuale sono proprio i “ricchi” ad occupare alla grande le due camere e il governo: l’abbondanza dei finanziamenti pubblici ha trasformato la “discesa in campo” di parecchi capitalisti un buon investimento, mentre ha trasformato profondamente quello che rimaneva del vecchio PCI.

Finché il partito si reggeva sulla militanza e sui bollini mensili sulle tessere, che servivano non solo a finanziare le attività politiche, ma a mantenere un contatto frequente con gli iscritti, il partito cresceva in voti, in influenza, e otteneva risultati. In fondo a un cassetto ho ritrovato alcune delle tessere degli anni Cinquanta, con modesti bollini di poche centinaia di lire. Poi già agli inizi degli anni Sessanta compare il “bollino annuale”, bastava farsi dare il contributo dall’iscritto una volta all’anno, alla “festa del tesseramento”, o a casa, se non si faceva vedere mai in sezione. Si perdeva così quel contatto periodico con la cerchia allargata degli iscritti che aveva fatto la forza del partito: a volte solo così si scopriva l’esistenza di una lotta, o di un licenziamento discriminatorio (quanti ce n’erano prima del ’68!), che il sindacato non aveva seguito.

Fino alla fine del partito, in molta parte d’Italia, erano poi le feste dell’Unità, che si reggevano quasi ovunque su un grande sforzo di militanza disinteressata, ad assicurare l’autofinanziamento. I guasti cominciavano ad esserci però già prima del trauma della Bolognina per il gigantismo delle infrastrutture, la ricerca di pagatissimi cantanti di moda (a volte tutt’altro che simpatizzanti, e disposti ad andare subito dopo a una festa dei fascisti). Questo metodo è stato riprodotto poi in numerose zone d’Italia dal PRC, col risultato che poco di quel che si ricavava dalla festa (e dalla fatica di chi stava ai fornelli) andava a finanziare l’attività politica, perché veniva assorbito dai compensi agli artisti.

Contrariamente poi a quanto pensa un altro compagno che ha espresso perplessità per il mio articolo, non dimentico affatto “che noi ci troviamo a lottare contro mezzi di distrazione di massa come la televisione, i giornali come Repubblica, e adesso anche internet, che spesso riporta dati falsi”. Non lo dimentico, anche perché me lo sono sentito ripetere da tempo immemorabile: nel PCI ogni piccolo arretramento elettorale (anche nel quadro di una lenta ma robusta crescita, c’era ogni tanto qualche insuccesso parziale) non veniva analizzato cercando le cause nei propri errori politici, ma veniva attribuito alla televisione o alla propaganda insidiosa dei preti nelle chiese dotate di biliardini… e questo fino alla immediata vigilia dell’apparizione “imprevista” e radicalissima dei giovani con le magliette a righe nelle straordinarie manifestazioni contro il governo Tambroni, nel luglio ’60. Eppure la televisione italiana era allora tutta in mano al governo, come quella statunitense era tutta in mano dei difensori della guerra del Vietnam, senza che riuscisse ad impedire le straordinarie manifestazioni che contribuirono a fermare la guerra…

E che dire delle reazioni di tanti compagni al momento della prima vittoria elettorale di Berlusconi? Lo terremo per sempre, ed è tutta colpa della TV… Eppure le mobilitazioni del 1994 in difesa delle pensioni dalla “riforma” di Dini lo misero in crisi prestissimo. Se poi è tornato, non è stato per le televisioni, ma per responsabilità dei suoi inverosimili avversari, che lo puntellarono prima realizzando la stessa controriforma delle pensioni (realizzata con i voti del centrosinistra allo stesso Dini), e la complicità della CGIL, che truccò le consultazioni, poi con le bicamerali, i voti bipartisan, e i dialoghi con la Lega, come avevano fatto prima con la DC quando era cominciata la sua crisi.

Sia chiaro, quindi, che non sono un nostalgico del vecchio PCI (al cui interno mi sono battuto fino al ’68 per quanto era possibile, ma che si spostava sempre più al centro) ma volevo ricordare che la sua influenza è cresciuta quando i fondi (compresi quelli di Mosca…) non erano tanti, la TV stava tutta dall’altra parte, e la forza decisiva era la militanza e la capacità di mantenere il contatto con la sua base sociale.

L’ho ricordato – avevo scritto ieri - anche perché con questi problemi di autofinanziamento deve fare i conti la FIOM: a mano a mano che la “linea Marchionne” si generalizza, il sindacato deve ricominciare a organizzare una raccolta di fondi come quella che aveva creato le premesse della grande ascesa operaia, negli anni in cui il padrone non ti raccoglieva certo i contributi degli iscritti. Ma deve puntare anche a una contrazione netta delle spese inutili, o sostitutive della militanza, come i grandi raduni organizzati con centinaia di pullman, che spaventano i padroni assai meno dell’organizzazione capillare in fabbrica e delle manifestazioni sul territorio, fatte non per esibire la propria forza, ma per parlare alla gente e chiederne il sostegno.

E comunque vorrei porre una domanda io al compagno che chiede se la lotta contro il finanziamento pubblico ai partiti non favorirebbe “i partiti dei ricchi”: ma è convinto che l’unico modo di fare politica sia quello di fare giganteschi cartelloni con la faccia del proprio candidato, possibilmente grandi come quelli di Berlusconi? O di moltiplicare convegni inutili e costosi in cui conferenzieri lautamente retribuiti sparano promesse che non saranno mai mantenute? O di acquistare a caro prezzo spot pubblicitari sulle TV locali?

Il successo relativo delle “cinque stelle” potrebbe essere considerato non significativo perché troppo legato al “carisma” di Beppe Grillo, ma come ignorare il fenomeno dei “Pirati” in Germania? Non significa molto che probabilmente si esaurirà presto se non riuscirà a darsi un programma per affrontare lo scontro politico oltre una campagna elettorale: i loro successi confermano che non è imitando le grandi forze che si può crescere, ma essendo o almeno apparendo radicalmente alternativi ad esse. Mentre il PRC (per non parlare della grottesca caricatura del peggior PCI rappresentata dal PdCI) ha sempre cercato di apparire “normale”, imitando di fatto, al di là delle proclamazioni verbali, l’altro più forte troncone del vecchio partito di provenienza. E come quello ha concepito la politica esclusivamente in funzione alla presenza nelle "Istituzioni".

Tranne in un caso, presto dimenticato, e che invece vorrei ricordare ai più giovani: nel 1993, quando il PRC aveva ancora modeste risorse, aveva scavalcato alla grande il PDS a Milano con l’11,4% contro l’8,8% del PDS, e a Torino con il 14,64% contro il 9,5 del PDS, perché si era presentato con candidati sindaci contrapposti a quelli del centrosinistra, che apparivano quindi la premessa di una vera alternativa. Poi è cominciata la marcia di avvicinamento al governo, e le flessioni in percentuale quasi ovunque…

Vogliamo tener conto di quella esperienza? Se non è facile trovare la strada per ripartire bene, è più semplice capire che cosa non fare, e le strade da evitare…

(a.m. 11/4/12)

 
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