Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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"Femminismo" islamico

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Il femminismo nel mondo islamico

 

Cinzia Nachira mi ha segnalato questa interessante discussione avviata da una recensione di Danilo Zolo sul manifesto a un libro di Renata Pepicelli, e proseguita con un attacco a Zolo da parte di Giuliana Sgrena. La risposta di Cinzia Nachira mi sembra interessante e utile per vigilare contro la demonizzazione dell’Islam che sta portando una serie di paesi a introdurre misure che limitano pesantemente la libertà religiosa. Mi viene in mente un bell’opuscolo curato negli anni Sessanta da Luigi Pestalozza per le edizioni Avanti sulle discriminazioni nei confronti delle minoranze cristiane non cattoliche in Italia: il titolo era Il diritto di non tremolare. Voleva dire: se accetto che si perseguitino i pentecostali (popolarmente detti “tremolanti” per le manifestazioni emozionali durante il culto, che riproducevano la scena della Pentecoste), come posso rivendicare il mio “diritto a non tremolare”?

(a.m. 11/4/12)

 

 

Danilo Zolo

La donna velata nel mondo islamico

 

 

Non penso che ci possano essere dubbi: il “femminismo islamico” si è affermato sempre di più nell’ultimo ventennio e ha svolto un ruolo di rilievo nel promuovere quella che è stata chiamata la “primavera araba”. Si deve anche al coraggio di centinaia di giovani donne se lo scorso anno un’ondata di rivendicazioni politiche ha investito, in nome della libertà e della democrazia, i regimi autoritari che opprimevano i paesi del Maghreb e del Mashrek.

In un saggio intitolato Donne del mondo arabo in rivolta (Ediesse, 2011) Renata Pepicelli ha documentato il notevole contributo che in Tunisia e in Egitto migliaia di giovani donne hanno dato alla battaglia contro il dispotismo politico, mettendo spesso a repentaglio la loro vita. E ha ricordato come il governo tunisino aveva per decenni represso spietatamente ogni iniziativa a favore dell’uguaglianza di genere, come era stato il celebre caso della Association tunisienne des femmes démocrates. In Egitto le cose non erano andate molto meglio: durante un’operazione di rastrellamento di piazza Tahrir da parte della polizia più di venti donne erano state arrestate e trascinate al commissariato dove erano state picchiate, sottoposte a scariche elettriche, obbligate a denudarsi.

Più recentemente nel suo libro Il velo nell’Islam. Storia, politica, estetica (Carocci, 2012) Renata Pepicelli ha fornito un’ulteriore  prova del coraggio delle giovani donne islamiche. A questo fine ha illustrato la loro crescente autonomia nell’attribuire all’uso del velo un significato di grande rilievo e a considerare quindi il velo come un simbolo irrinunciabile. Come è ovvio, Pepicelli ha fatto riferimento soprattutto alla Francia, dove le giovani donne islamiche hanno rivendicato e rivendicano tuttora l’assoluta legittimità dell’uso del velo in tutte le sue forme. Ma non ha dimenticato che anche il parlamento italiano intende imporre pesanti limiti all’uso del velo da parte delle donne islamiche. E questa connessione ha reso il suo libro di particolare interesse, sul terreno storico, politico e in qualche modo anche estetico.

In Francia la discussione tra i favorevoli e i contrari all’uso del velo islamico sembra diventata quotidiana. Il dissenso riguarda sia l’hijab, che copre soltanto il capo delle donne, sia il niqab che ne nasconde anche il volto, lasciando scoperti soltanto gli occhi, sia infine il burqa, che nasconde anche gli occhi delle donne assieme al loro corpo. In Francia le donne velate sono tuttora una ristretta minoranza, ma nonostante questo i francesi -- sia di destra che di sinistra -- si sono schierati contro di esse emanando leggi che non è esagerato definire di carattere razzista e discriminatorio, o,  meglio ancora,  “neo-colonialista”. Una prima legge, del 2004, ha vietato l’uso del velo a scuola. Una seconda legge, del 2011, ha vietato in assoluto la copertura del volto, e cioè l’uso del niqab e, a maggior ragione, del burqa.

Le donne che avessero violato queste norme sarebbero state sottoposte a una pesante ammenda. E chi le avesse indotte a usare il niqab o il burqa avrebbe rischiato un anno di reclusione e trentamila euro di multa. Si è dunque trattato di una decisione illegale, come Amnesty International ha sostenuto e come un gran numero di giovani donne islamiche ha denunciato formalmente, con grande coraggio. E si è trattato anche di una violazione del diritto internazionale se è vero che l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sostiene che “ogni individuo ha il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione” oltre che la facoltà di manifestare la propria religione sia in pubblico che in privato.

Non posso chiudere questo rapido commento del testo di Renata Pepicelli senza segnalare, come ho accennato, che il parlamento italiano si appresta a discutere una legge non molto diversa da quella francese. Ed è molto probabile che la approvi rapidamente. Ma ancora più grave è il fatto che, in mancanza di una normativa specifica, nell’Italia del Nord numerosi comuni, quasi tutti a maggioranza leghista, hanno emesso severe ordinanze amministrative contro donne islamiche che indossavano il niqab. In Italia i corpi delle donne che indossano veli integrali – ha scritto Anna Simone –  si trasformano in  veri e propri “corpi di reato”.

Chiudo con la speranza che il bel libro di Renata Pepicelli riesca ad offrire un duplice, importante contributo. Mi auguro che per un verso diventi uno strumento di difesa dei diritti delle donne islamiche presenti in Italia e, se è possibile, in Europa. Per un altro verso mi auguro che contribuisca in qualche modo a fare del “femminismo islamico” un movimento di giovani donne impegnate in una battaglia contro il dispotismo islamico e contro il dispotismo occidentale. Vorrei, in altre parole, che “il velo nell’Islam” desse inizio alla primavera araba del femminismo.

 

 

Il velo sarebbe rivoluzionario? Ditelo voi alle donne iraniane

Polemiche. In risposta a Danilo Zolo, sul Manifesto. Le donne sono protagoniste delle rivolte arabe: non rivendicano il velo bensì la parità di genere. [Giuliana Sgrena]


 

di Giuliana Sgrena

Che le donne abbiano avuto e continuino ad avere un ruolo fondamentale nelle rivolte/rivoluzioni arabe è verissimo e lo si deduce dalle rivendicazioni di genere portate avanti a volte anche con successo, vedi la Tunisia. Ma sostenere che il protagonismo di tali rivolte sia il cosiddetto "femminismo islamico" (basato sulla religione e portato avanti indossando il velo) è falso.

Mi riferisco alla recensione di Danilo Zolo al libro di Renata Pepicelli (Il velo nell'islam....) pubblicato da il Manifesto (07/04/2012). Non voglio entrare nel merito della questione del velo su cui ho già scritto un libro (Il prezzo del velo), ma parlare del ruolo delle donne arabe in questa fase della loro storia. Chi ha creduto nel ruolo rivoluzionario o identitario del velo ha pagato un prezzo altissimo. Sono le donne iraniane che con la caduta dello scià avevano sottovalutato l'imposizione del velo da parte dell'ayatollah Khomeini rientrato da Parigi. Molte di loro me l'hanno ripetuto in questi anni: "mettere il ciador era per noi una novità e non pensavamo di non potercelo più togliere, eppure le nostre madri ci avevano avvisate del pericolo degli islamisti". Era il 1979 e ancora oggi le donne iraniane finiscono in carcere se non portano il velo in modo regolamentare.

Le donne arabe non ignorano questa esperienza, soprattutto quelle che sono state protagoniste della rivolta, che non ha escluso donne velate, ma che non hanno certo fatto del velo una loro rivendicazione contro la laicità, spesso di facciata, dei regimi passati. Anzi. La rivendicazione è l'uguaglianza di genere che non è certamente quella sostenuta dalle donne dei movimenti islamisti. Lo scontro è in atto: in Tunisia l'università di Manouba è stata bloccata da un gruppo di salafiti. Motivo: c'erano studentesse che volevano sostenere gli esami con il niqab (velo integrale) ma il direttivo dell'università lo ha impedito per l'evidente impossibilità di riconoscere la candidata agli esami. Il braccio di ferro continua. Ma è stata una giovane donna a impedire che un grosso barbuto salafita sostituisse la bandiera nazionale esposta all'università con quella nera con la scritta "Dio è grande".

Rivendicare il velo - per di più il niqab che non appartiene alla tradizione maghrebina e che era portato solo nel Golfo - come simbolo di identità è un'aberrazione. Tanto più che le tradizioni si superano altrimenti non solo anche noi saremo tutte con il fazzoletto in testa, ma altre orribili tradizioni non sarebbero mai state abolite, come la pena di morte o, per restare a pene più applicate nei confronti delle donne, la lapidazione.

Sono appena tornata dall'Afghanistan, e se avessi detto che qualcuno in occidente osa sostenere il diritto di portare il velo, qualsiasi esso sia persino il burqa, sarebbero inorridite. Il velo integrale, il burqa, annulla le donne, vietarlo serve a proteggere la loro dignità. Quindi vietarlo è giusto, sarebbe razzista il contrario, perché vorrebbe dire che noi consideriamo queste donne delle inferiori. Non è così, a volte ci hanno precedute nelle conquiste politiche e sociali. In Tunisia la legge elettorale prevede la candidatura del 50 per cento per genere e nelle liste sono alternati un uomo e una donna. Quando ci arriveremo in Italia?

Giuliana Sgrena

domenica 8 aprile 2012

 

 

Cinzia Nachira

Il femminismo nel mondo islamico

 

 

È una vecchia, pessima abitudine quella di giudicare anziché sforzarsi di capire le ragioni altrui. La questione del velo islamico come elemento identitario ne è una prova di primo piano. Per capire un fenomeno identitario non è necessario schierarsi come se si fosse allo stadio di calcio: è auspicabile il contrario. In altri termini, non siamo di fronte a due squadre: quella delle donne velate e quella delle donne svelate.

Non è una novità che l’elemento religioso nel mondo arabo sia diventato determinante a partire dalla sconfitta del nazionalismo laico alla fine degli anni settanta del secolo scorso. Questa sconfitta spazzò via da quel mondo tutte, o quasi, le tendenze più progressiste a livello sia politico che culturale e sociale. In questo modo fu aperta la strada alla religione intesa come sponda politica attraverso la quale esprimere l’opposizione politica e sociale contro i regimi dispotici, ambigui e comunque dipendenti dall’Occidente, in modo particolare dagli USA. Di questa sconfitta sono state le donne a fare le spese più pesanti.

Nelle rivolte che dal dicembre 2010 stanno ridisegnando il volto del Maghreb e del Mashrek le donne hanno avuto un ruolo importante. Ma questo grande rivolgimento è tutt’altro che finito, né è prevedibile quando e come finirà. Sono moltissimi i fattori in campo che spingono questi cambiamenti in varie direzioni, spesso in contraddizione tra loro. Ma tutto questo non può far rimpiangere i tempi passati. Il muro del terrore che per decenni ha reso i popoli arabi ostaggi di feroci dittature è stato abbattuto ed è questo, per ora, il vero elemento di forza.

In questo contesto, la constatazione che esiste un «femminismo islamico» non è una difesa a oltranza dell’Islam e non significa neppure pensare che l’elemento religioso possa rappresentare un asse su cui fondare la liberazione dei popoli islamici a spese delle donne. Questo è l’aspetto più sorprendente delle tesi sostenute da Giuliana Sgrena nel suo articolo, Il velo sarebbe rivoluzionario? Ditelo voi alle donne iraniane.

Mentre, al contrario, parlare di «femminismo islamico» significa semplicemente cogliere la complessità di un grande fenomeno che ha colto i più di sorpresa, mentre coloro che avevano una reale attenzione alla poliedricità di quelle società hanno fatto bene a non lasciarsi sfuggire le sfumature. L’argomentazione che gran parte delle donne nel mondo arabo-islamico sopportano male le imposizioni religiose, sociali e culturali, non può diventare l’alibi per sperare che si instauri nuovamente il dispotismo laicista (caratteristico di Ben Ali, di Mubarak, di Bashar el Assad, ecc.), che è il contrario della libertà di poter esprimere la propria identità. Non è vero che le donne iraniane durante la rivoluzione che portò alla caduta dello Shah hanno sottovalutato il rischio della dittatura religiosa incarnata da Khomeini. Il dato di fondo è che la laicizzazione forzata della società iraniana imposta dallo Shah fu uno degli elementi di forza del khomeinismo.

Ma il problema non riguarda soltanto il mondo arabo-islamico. Questo è un gravissimo problema sia in Europa che negli Stati Uniti. In Europa nelle comunità immigrate di origine araba è emerso negli ultimi anni sia un ripiegamento identitario, sia il suo esatto contrario. Non è ovviamente un caso se questo ripiegamento si è consolidato intorno all’uso del velo (a prescindere dalle sue forme). Se è vero che questo è stato l’alibi perché in queste comunità si affermasse sempre più un maschilismo estremo, è anche vero che non poche donne islamiche, residenti in Europa da decenni, hanno «riscoperto» il velo come reazione identitaria al razzismo diffuso, trasformatosi in leggi in diversi Stati europei. Negare questo o volerlo vedere solo come una caratteristica negativa significa semplicemente ignorare la reale condizione in cui vivono le comunità degli immigrati.

Un esempio eclatante è ciò che sta avvenendo in Francia dopo i tragici fatti di Montauban e di Tolosa. Le comunità islamiche francesi stanno subendo un’ondata repressiva solo perché Mohammed Merah, l’autore reo confesso delle stragi era di origini algerine. Nessuno ha fatto i conti con il fatto che egli era francese, perché nato, cresciuto e formatosi in Francia. Tanto meno si sono fatti i conti con le ragioni per cui il giovane Mohammed Merah ha sentito il bisogno di ribellarsi nel modo peggiore alla legge francese che vieta l’uso del velo. In questo senso, è insensato e dannoso confondere i diversi piani. Serve imporre per legge un modo in cui esprimere la propria identità nazionale e/o religiosa? Io penso proprio di no. Se giustifichiamo questo tipo di leggi (e ciò che le ispira) alla lunga arriveremo a giustificare anche le «guerre per esportare la democrazia». Sicuramente, come spesso è accaduto in questi ultimi decenni, il problema è più europeo che arabo, nel senso che le donne arabe -- praticanti e laiche -- hanno idee ben più chiare di noi cittadini europei, che spesso prendiamo le loro sorti e le loro lotte come sfogo per le nostre sconfitte.

Non si tratta di vedere nel velo, o più in generale nella religione, un elemento rivoluzionario, ma sarebbe comunque un colossale errore negarne il ruolo identitario. Che questo atteggiamento sia profondamente sbagliato è dimostrato esattamente dai due paesi che per primi hanno scosso quella parte del mondo che sembrava immobile. In Tunisia e in Egitto le grandi mobilitazioni delle donne che continuano a chiedere più libertà accomunano sia coloro che sono religiose sia coloro che sono laiche.

Un esempio eclatante è stato il caso delle manifestazioni dell’8 marzo dell’anno scorso in piazza Tahrir, fortemente represse dalla giunta militare che aveva sostituito Mubarak. Decine di donne arrestate, percosse per le strade e denudate durante le manifestazioni (soprattutto quelle che indossavano il velo), portate nei commissariati e sottoposte al «test di verginità». Molte tra coloro che hanno rifiutato quest’onta sono state a lungo incarcerate. In risposta a tutto questo centinaia di donne hanno protestato per strade del Cairo. In Tunisia nonostante l’apparente «eguaglianza» voluta dalla maggioranza islamica del partito Ennahda (che ha vinto le recenti elezioni), le donne sono molto attente a che le tentazioni del nuovo governo di fare concessioni ai «religiosi» non intacchino il loro diritto a costruirsi un futuro diverso e migliore, superando le imposizioni laiciste dei tempi di Ben Ali, ma anche evitando di cadere nella trappola del dispotismo religioso.

In altri termini, dobbiamo prendere coscienza che il femminismo nel mondo arabo sta cambiando ed è molto vario e complesso. Auspicando un’uniformità del femminismo sulla base dei nostri principi non aiuteremo né le donne islamiche, né quelle occidentali.

 

Cinzia Nachira