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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Burgio sul Patto Ribbentrop-Molotov

Burgio sul Patto Ribbentrop-Molotov

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Le reticenze di Burgio sul Patto Ribbentrop-Molotov

Antonio Moscato

Alberto Burgio ha preso lo spunto dalle celebrazioni polacche dell’inizio della seconda guerra mondiale in Europa (a cui ha partecipato anche Putin con una mezza ammissione di responsabilità dell’URSS), per rilanciare su “Liberazione” del 5 settembre una serie di luoghi comuni che non aiutano certo a ricostruire quel momento cruciale.

Burgio se la prende con chi si lancia ancora una volta sulla “appetitosa notizia” di “una intesa tra nazisti e comunisti”: in realtà ci sarebbe stato solo un “patto di non aggressione”, quindi un’intesa difensiva tra Stati, che non autorizza a parlare di “un'aggressione convergente ai danni della Polonia”. Secondo Burgio il patto Ribbentrop-Molotov non comprendeva alcun accordo spartitorio a danno della Polonia, ma soltanto la delimitazione di "aree di sicurezza".

Ma esistono oltre che i fatti, anche i verbali degli incontri tra Ribbentrop e Molotov, che provano il contrario. E ci sono le testimonianze di Ciano, sulle rassicurazioni date da Hitler a Mussolini, preoccupato per il Patto…

Anche lo scioglimento del partito comunista polacco prima dell’invasione, la dice lunga , e va ricordato anche che la stessa sorte capitò ai partiti comunisti dei paesi baltici, ugualmente destinati a essere sacrificati dalla spartizione dell’Europa.

Ci sono conferme di ogni genere sul tipo di intesa non difensiva: ad esempio la stazione radio sovietica di Minsk trasmise segnali per orientare il volo notturno dei bombardieri tedeschi su Varsavia. Per questi e altri dati rinvio alla lettura di un documentato saggio su La seconda guerra mondiale, Stalin (e il PCI), in gran parte dedicato all’analisi del Patto, sul mio sito: http://antoniomoscato.altervista.org/

A Burgio sembra significativo che la Polonia fu invasa dall'Armata Rossa solo il 17 settembre 1939: in realtà una sfasatura di pochi giorni era prevista già nel primo accordo; ma quando il ritardo cominciò a protrarsi, la Germania sollecitò l’intervento sovietico, che le assicurava un’importante copertura politica.

Pura e semplice fantapolitica l’affermazione che “se l'Armata Rossa invase la Polonia oltre due settimane dopo l'attacco tedesco, ciò discese da considerazioni di carattere strategico. I generali sovietici chiedevano l'estensione verso ovest del perimetro strategico della Russia in funzione difensiva. Ed è difficile dar loro torto- dice Burgio - considerata l'inerzia di Francia e Inghilterra dopo l'attacco tedesco, e il concreto rischio di un Blitzkrieg che avrebbe rapidamente portato la Wehrmacht sino al confine sovietico”. Fantapolitica per tante ragioni: chi erano i generali sovietici nel 1939? Che margini di autonomia avevano e che capacità di fare “considerazioni di carattere strategico”, dopo la strage che aveva eliminato i migliori e più esperti di loro nel biennio precedente? In realtà tempi e luoghi dell’invasione erano stati concordati minuziosamente già al momento del primo incontro.

Inoltre non c’era solo il Patto, ma vi furono allegati subito i protocolli segreti (secondo la migliore tradizione degli accordi tra grandi potenze imperialiste) che prevedevano la spartizione della Polonia e l’assegnazione dei paesi baltici e della Finlandia all’area di influenza sovietica, in cambio ovviamente di un via libera alla Germania nella parte occidentale della Polonia.

I protocolli furono ritoccati in vari incontri russo-tedeschi, allargando già in settembre l’area sovietica a tutta la Lituania (inizialmente spartita tra i due paesi aggressori), ed inserendovi anche pezzi della Romania e di altri paesi. E i due eserciti si ritirarono disciplinatamente dalle zone cedute all’altro. Mosca negò per anni che i protocolli esistessero, ma durante la perestrojka, dopo che erano stati pubblicati anche in Lituania, dovette pubblicarli. Burgio evidentemente non se ne è accorto.

Burgio parla invece a lungo di un dato vero, ma che non giustifica niente: ci dice che “l'anticomunismo viscerale” dei governanti di Francia e Inghilterra portò quei paesi a rifiutare un patto di reciproca sicurezza che prevedeva l'assistenza militare automatica ai Paesi dell'Europa orientale in caso di aggressione tedesca. Vero, ma non era una novità. Casomai sarebbe stato meglio che l’URSS si ricordasse che Francia e Inghilterra erano paesi imperialisti di cui diffidare anche negli anni 1936-1938 (quando i comunisti e i governi di Fronte Popolare in Francia e Spagna evitarono perfino di accennare alla questione coloniale, per non irritare la Gran Bretagna). Lo stesso fece l’URSS negli anni dal 1941 al 1947. Viceversa dal 1939 al 1941 tutta la propaganda sovietica, ripresa da tutti i partiti comunisti, parlava solo di imperialismo franco-britannico, ed esaltava le “proposte di pace” di Hitler…

Comunque una volta constatato che Francia e Gran Bretagna non si impegnavano a contrastare Hitler, non era affatto automatico rivolgersi a lui. È un po’ come se qualcuno, verificato che la polizia non interviene a proteggerlo, si rivolgesse direttamente alla Camorra o a qualche altra organizzazione del genere.

Burgio, come tutti quelli che attingono alle stesse fonti “giustificazioniste”, sorvola poi su altri aspetti di quell’intesa: oltre a fornire – fino al giugno 1941 – un grande quantitativo di prodotti strategici che la Germania in guerra non poteva acquistare, l’URSS inviò a Hitler, come grazioso dono, 2000 comunisti tedeschi e austriaci, spesso di origine ebraica, tra cui il segretario del partito comunista austriaco… Ne ha parlato anche Paolo Spriano nel suo ultimo libro, dopo anni di reticenze e silenzi…

Burgio tanto meno ricorda che, nei protocolli segreti, le due parti si impegnavano a contrastare nei territori occupati ogni attività “sovversiva” nei confronti dell’altra. Dulcis in fundo, se il Patto doveva servire a prepararsi meglio alla guerra, perché sterminare a Katyn e in altre località migliaia di militari polacchi rifugiatisi nella zona sovietica, invece di addestrarli e armarli?

Burgio dice che il patto di non-aggressione tra Berlino e Mosca si rese “indispensabile per prevenire (differire) l'attacco nazista contro l'Urss”. In realtà l’attacco all’URSS era inevitabile, anche se Stalin per un certo periodo non lo capì, ma era programmato per una fase successiva: fu la prova catastrofica dell’Armata rossa in Finlandia a spingere Hitler, contro il parere dei suoi generali, a anticipare i tempi.

Quell’accordo non costituì dunque “un punto fermo nei primi piani di espansione di Hitler”, ma gli consentì di preparare meglio l’attacco alla Francia, e poi quello all’URSS. Secondo Burgio invece sarebbe stato proprio lo "scellerato patto” Ribbentrop-Molotov (mette “scellerato” tra virgolette, perché evidentemente non gli sembra tale) a “permettere all'Unione sovietica di dotarsi della potenza militare che le consentì di rompere l'assedio di Stalingrado e di rovesciare le sorti del conflitto mondiale a favore della coalizione antifascista”

È assurdo: dopo l’aggressione nazista, che penetrò “come un coltello nel burro” soprattutto nei territori appena annessi senza tener conto della popolazione, ci sono voluti quasi due anni tragici e terribili, in cui l’URSS subì la maggior parte delle sue perdite umane e materiali, prima di poter fermare le armate naziste e altri due anni per recuperare quel che si era perso per l’impreparazione iniziale.

Le illusioni nella durata dell’intesa con Hitler avevano spinto infatti Stalin a smantellare le vecchie linee di difesa, prima di costruire le nuove più avanzate. L’impreparazione fu totale, nonostante i molti avvertimenti (anche di eroici disertori tedeschi) sui preparativi di attacco imminente. Al momento dell’invasione una parte notevole dei militari erano in licenza, e l’aviazione sovietica fu distrutta in gran parte ancora a terra.

 

Una risposta autorevole agli argomenti ripresi ora da Burgio l’ha data Fidel Castro, a volte indulgente su altri aspetti dello stalinismo, ma grande esperto di storia militare: “Da quando ho avuto coscienza politica e rivoluzionaria, analizzando questi fatti, mi sembrò un enorme errore di politica estera sovietica, commesso da Stalin alla vigilia della guerra. (…) Il patto di non aggressione anziché allungare i tempi, li ridusse, perché in definitiva si scatenò la guerra”.

E a proposito dell’occupazione della Polonia per “proteggere” ucraini o bielorussi, Castro aggiunge che fu un “grave errore” e dice che i cubani avrebbero agito diversamente: “Prima di dare l’idea che stessimo attaccando nella retroguardia un paese invaso da Hitler, avremmo preferito invitare la popolazione ad attraversare il confine dalla nostra parte per proteggersi, non avremmo mai violato la frontiera di un paese e non vi saremmo mai scesi contro in armi, qualunque fossero le differenze ideologiche.”

Castro continuava poi elencando per una dozzina di pagine altri “errori madornali” di Stalin, dalla invasione della Finlandia alla passività nei tre mesi successivi all’invasione della Jugoslavia, che aveva un significato inequivocabile. Ma è il giudizio morale su cui spero che Alberto Burgio rifletta. (Fidel Castro, Intervista a Tomás Borge, Un chicco di mais, il Papiro, Sesto S. Giovanni, 1994, pp. 40-53).

 

Postilla Va detto che l’articolo di Burgio non è isolato. Pochi mesi fa ci fu una mobilitazione on line in difesa del libro su Stalin di Domenico Losurdo (di cui, ho scoperto, Burgio fu allievo). La recensione troppo favorevole e su una intera pagina di “Liberazione” aveva provocato la protesta dimolti redattori, preoccupati che si trattasse del prezzo da pagare all’alleanza tra Ferrero e i grassiani. In difesa di Losurdo scesero con argomenti penosi non solo i soliti stalinisti confessi come Aldo Bernardini, ma anche esponenti “centristi” più o meno sofisticati come Giuseppe Prestipino o Stefano Azzarà. La raccolta degli interventi e delle recensioni, che occupa una sessantina di pagine, mi è sembrata allarmante. La maggior parte dei difensori di Losurdo rivelano che non hanno mai letto nulla non solo di Trotskij , ma nemmeno delle molte centinaia di libri di saggistica e memorialistica sovietica tradotti anche in italiano da decenni.

Ad esempio Azzarà presenta caricaturalmente Trotskij come un personaggio che spiegava tutto col “tradimento”. Ripete decine di volte questa parola, rivelando così che non ha mai letto una pagina del grande rivoluzionario, e che non sa che il titolo La rivoluzione tradita fu messo dall’editore, mentre il libro analizza con grande rigore scientifico le trasformazioni in corso nell’URSS.

Tutti costoro si sono formati sui “Brevi corsi”, sui bignamini sfornati a getto continuo dalle Edizioni in lingue estere di Mosca e diffusi nelle sezioni del PCI, senza mai degnarsi di verificare la voce degli sconfitti e dei calunniati.

Così ignorano che nel corso di tutti gli anni Trenta Trotskij ha seguito con attenzione e preoccupazione gli sviluppi della politica sovietica, prendendosi gli insulti di Togliatti nel 1932 quando invano aveva avvertito che la vittoria di Hitler – facilitata dalla tattica suicida del Comintern - avrebbe portato alla guerra contro l’URSS. Tra le proteste indignate di tutto il movimento comunista Trotskij, nel settembre 1938, aveva previsto la china fatale che avrebbe portato un anno dopo Stalin all’accordo con Hitler. Non perché fosse un “profeta”, ma perché era un lucido materialista. Inascoltato e calunniato, presto sarà assassinato, per farlo tacere per sempre.

 

In appendice riporto due testi di Trotskij dell’ottobre 1938 e marzo 1939, tratti da: Lev Trotskij, Guerra e rivoluzione, traduzione e introduzione di Livio Maitan, Arnoldo Mondatori, 1973, Milano.

Consigli di lettura

Prima di tutto raccomanderei a Burgio di leggere il testo del protocollo segreto, riportato integralmente in italiano già da William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Einaudi, Torino, 1962 (pp. 586‑587). Quindi accessibilissimo molto prima che la sua esistenza venisse ammessa dalla “Pravda”! (ora disponibile su questo sito).

Sempre fin dagli anni Sessanta era disponibile Philipp W. Fabry, Il patto Hitler‑Stalin 1939‑1941, Il Saggiatore, Milano, 1965.

Molti altri testi sono indicati nelle note del saggio su La seconda guerra mondiale, Stalin (e il PCI), già inserito sul sito.

Segnalo però anche alcuni dei testi relativamente più recenti sull’argomento:

Arturo Peregalli, Il patto Hitler-Stalin e la spartizione della Polonia,Erre Emme, Roma, 1989. Andrea Graziosi, L’URSS di Lenin e di Stalin. Storia dell’Unione sovietica 1917-1945, Il Mulino, Bologna, 2007 (molto ben documentato il capitolo sul Patto).

Silvio Pons, Stalin e la guerra inevitabile, 1936-1941, Einaudi, Torino, 1995. Ricostruisce le oscillazioni della politica estera sovietica. Molto interessante la ricostruzione delle concezioni di Stalin, che considerava equivalenti Churchill e Hitler.

Constantine Pleshanov, Il silenzio di Stalin. I primi dieci tragici giorni dell’Operazione Barbarossa, Corbaccio, Milano, 2005. Utile per molti dati sul costo umano di quei giorni, ma fastidioso per divagazioni e interpretazioni soggettive. In particolare l’autore è convinto che Stalin si stava preparando per un attacco preventivo alla Germania per il 1942, anche se ammette di non averne trovata traccia negli archivi e nella memorialistica dei massimi esponenti militari del tempo.

Impressionante il libro, uscito con un certo ritardo in Italia, di Margarete Buber-Neumann, Prigioniera di Stalin e Hitler, il Mulino, Bologna, 1994. È la testimonianza di una dei 2000 comunisti tedeschi e austriaci, in molti casi di origine ebraica, e ovviamente considerati “dissidenti”, che furono consegnati ai nazisti nel 1940. Era la moglie di uno dei massimi dirigenti del partito comunista tedesco, Heinz Neumann, ma deve la sorte di essere l’unica sopravvissuta all’altro cognome, che rivelava una parentela acquisita col filosofo Martin Buber.

Il testo dell’articolo di Burgio

Patto Ribbentrop-Molotov

 

Le colpe dell'Europa

Ora si usa quell'intesa per confermare l'equivalenza tra nazismo e comunismo

Alberto Burgio

Non c'è da stupirsi se la commemorazione dell'inizio della seconda guerra mondiale, scoppiata settant'anni fa con l'aggressione nazista della Polonia, abbia suscitato polemiche e riaperto discussioni mai sopite sulle responsabilità del conflitto. Molta acqua è passata sotto i ponti in questi decenni. Molti Stati protagonisti di quello scenario non esistono più o hanno subito radicali trasformazioni. Ma il rimpallo delle responsabilità conserva un valore politico aggiunto, è un'arma sempre attuale a scopi propagandistici.

Naturalmente, in questa infinita querelle il patto di non aggressione siglato tra i ministri degli Esteri tedesco e sovietico una settimana prima dell'inizio della guerra occupa da sempre una posizione di eccellenza. Troppo appetitosa la notizia di una intesa tra nazisti e comunisti. Troppo invitante la vicenda dell'aggressione convergente ai danni della Polonia (invasa sul confine orientale dall'Armata Rossa il 17 settembre 1939). Sin troppo agevole la deduzione che tra Hitler e Stalin l'accordo era spontaneo, trattandosi di due incarnazioni del "totalitarismo". Ovvio, quindi, che martedì scorso a Westerplatte, vicino Danzica, lo "scellerato patto" sia stato nuovamente tirato in ballo come un incontrovertibile capo d'accusa contro l'Urss. Allora è forse il caso di ricordare qualcosa che troppo spesso, anche "a sinistra", si dimentica.

Il patto Ribbentrop-Molotov venne siglato il 23 agosto 1939, alla vigilia dell'invasione nazista della Polonia, dopo ripetuti tentativi sovietici di stipulare accordi di mutua difesa con la Francia e l'Inghilterra. Ancora il 18 aprile 1939 Stalin aveva proposto a Parigi e Londra un patto di reciproca sicurezza che prevedeva l'assistenza militare automatica ai Paesi dell'Europa orientale in caso di aggressione tedesca. Ma l'anticomunismo viscerale del premier inglese (e la tacita speranza che Hitler sfondasse a est, riuscendo nella benemerita impresa di liberare l'Europa dalla minaccia bolscevica) impedì qualsiasi intesa tra Mosca, Londra e Parigi.

I negoziati anglo-sovietici si protrassero stancamente sino all'estate e non approdarono a nulla per il rifiuto di Chamberlain di fornire a Stalin qualsiasi garanzia automatica e reciproca. Era sempre più evidente che si stava ripetendo il film del '36, col fallito accordo franco-sovietico e il non intervento degli alleati in Spagna.

O la tragica commedia del '38, il Patto di Monaco con il quale la Francia e l'Inghilterra avevano autorizzato lo smembramento della Cecoslovacchia, nell'illusione di placare gli appetiti di Hitler e - ancora una volta - di incanalarne l'aggressività verso oriente.

In tale situazione il patto quinquennale di non-aggressione tra Berlino e Mosca si rese indispensabile per prevenire (differire) l'attacco nazista contro l'Urss, che costituisce un punto fermo sin nei primi piani di espansione di Hitler, nei quali lo "spazio vitale" della Germania nazista va dal Baltico al Mar Nero. Non si dimentichi che la gerarchia "razziale" nazista colloca i popoli slavi tra gli Untermenschen , e che nell'antisemitismo politico dei nazisti l'Unione sovietica è la patria del "giudeobolscevismo" (ragion per cui la "soluzione finale" avrebbe dovuto coinvolgere anche i cosiddetti «soldati asiatici dell'Armata Rossa»). Si consideri altresì che l'Urss non doveva difendersi soltanto dalla minaccia nazista, ma anche da quella giapponese. Nel '38 il Giappone aveva attaccato la Manciuria e le sue truppe avevano sconfinato in territorio sovietico, nella regione di Vladivostok. E ancora nell'estate del '39 tentavano di sfondare lungo il confine orientale della Repubblica popolare di Mongolia.

Si aggiunga, infine, un piccolo particolare. Fu lo "scellerato patto" Ribbentrop-Molotov a permettere all'Unione sovietica di dotarsi della potenza militare che le consentì di rompere l'assedio di Stalingrado e di rovesciare le sorti del conflitto mondiale a favore della coalizione antifascista. E' dunque proprio a questo accordo che si deve la sconfitta dell'Asse, l'infrangersi del progetto di un Nuovo ordine mondiale fondato sul dominio dei Signori della Terra e sullo sterminio o la schiavitù delle "razze inferiori".

Tutto ciò non cancella le responsabilità sovietiche nell'invasione della Polonia. Ma anche su questo aspetto andrebbe fatta chiarezza.

Diversamente da quanto si suole ribadire, il patto Ribbentrop-Molotov non comprendeva alcun accordo spartitorio a danno della Polonia, ma soltanto la delimitazione di "aree di sicurezza" nei territori di confine. Se l'Armata Rossa invase la Polonia oltre due settimane dopo l'attacco tedesco, ciò discese da considerazioni di carattere strategico. I generali sovietici chiedevano l'estensione verso ovest del perimetro strategico della Russia in funzione difensiva. Ed è difficile dar loro torto, considerata l'inerzia di Francia e Inghilterra dopo l'attacco tedesco, e il concreto rischio di un Blitzkrieg che avrebbe rapidamente portato la Wehrmacht sino al confine sovietico.

Di tutto ciò è necessario conservare memoria, consapevolezza e indipendenza di giudizio. Soprattutto oggi, dato il dominio pressoché incontrastato del revisionismo storico. Pena l'accoglimento della "storiografia dei vincitori", tesa non solo a mettere Stalin sullo stesso piano di Hitler, ma anche a cancellare le pesanti responsabilità delle "democrazie occidentali" e del grande capitale finanziario americano nella ascesa di Hitler al potere e nella lunga fase di incubazione della Seconda guerra mondiale.

Alberto Burgio

 


 

Appendice

 

Lev Trotskij

 

Dopo Monaco, Stalin cercherà un accordo con Hitler

(7 ottobre 1938)

 

La Cecoslovacchia sta scomparendo dalla carta europea come potenza militare. La perdita di tre milioni e mezzo di tedeschi dei Sudeti che le sono profondamente ostili potrebbe essere forse un vantaggio dal punto di vista militare, se non comportasse la perdita delle frontiere naturali. I contrafforti della fortezza della Boemia crolleranno al suono delle trombe fasciste. La Germania non guadagna solo tre milioni e mezzo di tedeschi, ma anche una solida frontiera. Se fino a oggi la Cecoslovacchia era considerata un ponte militare dell'URSS verso l'Europa, ora è divenuta per Hitler un ponte verso l'Ucraina. La “garanzia” internazionale di indipendenza di ciò che rimane della Cecoslovacchia conterà infinitamente meno dell'analoga garanzia fornita al Belgio prima della guerra mondiale.

Il crollo della Cecoslovacchia è il crollo della politica estera di Stalin nel corso degli ultimi cinque anni. L’“alleanza tra le democrazie”, idea lanciata da Mosca per lottare contro il fascismo, non è che una finzione priva di vita. Nessuno vuole combattere per la salvezza di un astratto principio di democrazia: tutti lottano per interessi materiali. L'Inghilterra e la Francia preferiscono soddisfare gli appetiti di Hitler a spese dell'Austria e della Cecoslovacchia, piuttosto che a spese delle loro colonie.

L'alleanza militare tra la Francia e l'URSS perde ormai il suo valore al 75% e può facilmente perderlo al 100%. La vecchia idea di Mussolini, di un patto a quattro tra le potenze europee sotto la direzione dell'Italia e della Germania, è divenuta una realtà, almeno sino a una nuova crisi.

Il terribile colpo sferrato alla posizione internazionale dell'URSS non è che una cambiale pagata per l'epurazione sanguinosa e prolungata che ha decapitato l'esercito, disorganizzato l'economia e messo a nudo la debolezza del regime staliniano. L'origine della politica disfattista va ricercata al Cremlino. Dobbiamo ora sicuramente aspettarci un tentativo della diplomazia sovietica di riavvicinarsi a Hitler al prezzo di nuove ritirate e di nuove capitolazioni che, a loro volta, non possono che avvicinare la caduta dell'oligarchia staliniana.

Il compromesso sul cadavere della Cecoslovacchia non ga­rantisce in alcun modo la pace: non fa che creare una base più favorevole per Hitler nella guerra che si prepara. Il viaggio aereo di Chamberlain entrerà nella storia come un simbolo delle convulsioni diplomatiche che hanno scosso un'Europa imperialista divisa, avida e impotente alla vigilia del nuovo massacro che minaccia di far precipitare tutto il mondo in un bagno di sangue.

 

 

Lev Trotskij

 

La capitolazione di Stalin

 

(11 marzo 1939)

 

(estratti)

 

Le prime informazioni sul discorso di Stalin al congresso del sedicente Partito comunista dell'Unione Sovietica che si sta svolgendo attualmente a Mosca, indicano che Stalin si è affrettato a tirare, da parte sua, le lezioni degli avvenimenti spagnoli nel senso di una nuova svolta in direzione reazionaria.

[...] Nel suo discorso al congresso Stalin fa letteralmente a pezzi l'idea dell’“alleanza delle democrazie per resistere agli aggressori fascisti”. I provocatori di una guerra mondiale ora non sono né Mussolini né Hitler, ma le due principali democrazie europee, la Gran Bretagna e la Francia, che, secondo le parole dell'oratore, vogliono coinvolgere in un conflitto la Germania e l'URSS con il pretesto di un attacco della Germania contro l'Ucraina. Il fascismo? Non c'entra per nulla. Non esiste, secondo Stalin, il problema di un attacco di Hitler alla Ucraina e non c'è la benché minima base per un conflitto militare con Hitler. Per completare l'abbandono della politica dell’“alleanza delle democrazie” striscia immediatamente, in maniera umiliante, di fronte a Hitler, e si affretta a pulirgli le scarpe. Questo è Stalin!

In Cecoslovacchia, la capitolazione delle “democrazie” di­nanzi al fascismo ha trovato la sua espressione nel mutamento di governo. Nell'URSS, grazie ai vantaggi inestimabili del regime totalitario, Stalin è contemporaneamente Benes e il generale Sirovy. Sostituisce i principi della sua politica appunto per non essere sostituito egli stesso. La cricca bonapartista vuole vivere e dominare e tutto il resto non è che una questione “tecnica”.

In realtà, i metodi politici di Stalin non si differenziano affatto da quelli di Hitler. Ma sul piano della politica internazionale la diversità dei risultati balza agli occhi. In un breve lasso di tempo, Hitler ha recuperato il territorio della Saar, rovesciato il trattato di Versailles, fatto man bassa sull'Austria e sul paese dei Sudeti, sottomesso alla sua dominazione la Cecoslovacchia e alla sua influenza un certo numero di altri Stati di secondo o di terzo ordine. Durante gli stessi anni, Stalin ha conosciuto sull'arena internazionale soltanto sconfitte e umiliazioni (Cina, Cecoslovacchia, Spagna). Cercare la spiegazione di questa differenza nelle qualità personali rispettive di Hitler e di Stalin sarebbe del tutto superficiale. Hitler è indubbiamente più perspicace e più audace di Stalin, ma non è questo l'elemento decisivo. Quelle che contano sono le condizioni sociali generali dei due paesi.

[...] Il capitalismo monopolistico si trova in una crisi senza sbocco nel mondo intero e particolarmente in Germania. Il fascismo stesso è l'espressione di questa crisi. Ma entro il quadro del capitalismo monopolistico il regime di Hitler è il solo regime possibile per la Germania. L'enigma dei successi di Hitler si spiega con il fatto che con il regime poliziesco egli assicura la suprema espressione alle tendenze dell'imperialismo. Il regime di Stalin, invece, è entrato irriducibilmente in contraddizione con le tendenze della società borghese in agonia. Hitler raggiungerà presto il suo apogeo - se ancora non l'ha raggiunto - per precipitare poi verso l'abisso. Ma il momento non è ancora giunto. Hitler sfrutta la forza dinamica dell'imperialismo che lotta per l'esistenza. Le contraddizioni tra il regime bonapartista di Stalin e le esigenze dell'economia e della cultura sovietica hanno, invece, raggiunto uno stato di insopportabile tensione. La lotta del Cremlino per la propria autoconservazione non fa ché approfondire e acutizzare le contraddizioni, sfociando in una continua guerra civile all'interno e nelle sconfitte che ne conseguono su scala internazionale.

Che cosa rappresenta il discorso di Stalin: un anello nella catena di una nuova politica in via di formazione, basata sui primi accordi già conclusi con Hitler, o soltanto un ballon d'essai, un'offerta unilaterale, fatta con la mano e con il cuore? Molto probabilmente, la realtà è più vicina alla seconda variante. Vincitore, Hitler non ha fretta di fissare una volta per tutte le sue amicizie o le sue inimicizie. Al contrario, ha un grande interesse che l'Unione Sovietica e le democrazie occidentali si lancino l'una contro l'altra l'accusa di “provocare la guerra”. Con la sua offensiva, Hitler ha comunque ottenuto qualche cosa: Stalin, che ieri era ancora quasi l'Alessandro Nevski delle democrazie occidentali, rivolge oggi i suoi sguardi verso Berlino e confessa umilmente gli errori commessi.

Quale lezione! Nel corso degli ultimi tre anni, Stalin ha definito tutti i compagni di Lenin agenti di Hitler. Ha sterminato il fior fiore dello stato maggiore, ha fucilato, destituito o deportato 30.000 ufficiali, tutti con lo stesso capo d'accusa, quello di essere agenti di Hitler o dei suoi alleati. Dopo avere smantellato il partito e decapitato l'esercito, Stalin pone ora apertamente la propria candidatura alla funzione di... principale agente di Hitler. Lasciamo che i bari del Cremlino mentano e si tirino d'impaccio come vogliono. I fatti sono così chiari e convincenti che nessuno riuscirà più a ingannare l'opinione pubblica della classe operaia internazionale con proclamazioni ciarlatanesche. Prima che Stalin cada, il Komintern andrà in pezzi. E perché si verifichi l'una e l'altra cosa, non ci vorranno degli anni.

 



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