Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Grecia: la crisi politica

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Grecia 2

La crisi politica

 

Completata solo alla vigilia del voto, la traduzione di questo articolo che era stato introdotto dalla prefazione di Charles-André Udry (pubblicata sul sito questa mattina col titolo Udry, il saccheggio della Grecia) rischia di passare in secondo piano di fronte ai commenti sui risultati, che saranno disponibili probabilmente già nella serata di domani. Ma credo sia utile lo stesso per il quadro della situazione politica che fornisce. Naturalmente le previsioni di voto possono risultare in parte sbagliate sia per il mese intercorso dalla sua stesura, sia perché essendo parte in causa Sotiris Martalis (che è militante di una delle formazioni che confluiscono in SYRIZA) può aver sopravvalutato il suo risultato. Ma sarebbe un errore comprensibile, e in ogni caso non toglierebbe nulla alla efficace descrizione della crisi greca, che è anche crisi politica. D’altra parte nell’ultimo anno su questo sito sono apparsi una trentina di articoli sulla Grecia (basta cliccare sulla parola Grecia qui o nella colonnina in rosso a destra per vederli tutti), alcuni dei quali scritti da militanti di altre tendenze della sinistra rivoluzionaria ellenica. Mi auguro che le previsioni di Sotiris siano confermate dal voto, e soprattutto che la sua proposta di una convergenza non solo elettorale tra le molte organizzazioni di sinistra si realizzi, e riesca a modificare la situazione, imponendo un fronte unico perfino al settarissimo KKE…

(a.m. 5/5/12)

 

Il debito, la resistenza sociale e la crisi politica (2)

Sotiris Martalis

 

Stando alle dichiarazioni del governo, con l’accordo sul prestito e lo sconto sul valore nominale delle obbligazioni dello Stato greco,[1] la Grecia è stata «salvata» per la terza volta. La prima, quando si è firmato il Protocollo (memorandum) nel maggio 2010, la seconda nel giugno 2011 e, naturalmente, siamo pronti ad affrontare tanti altri «salvataggi» in futuro, dopo quello del marzo 2012. In questa occasione, il direttore dell’Institute of International Finance (IFI), che rappresenta gli interessi delle banche e dei fondi di investimento, Charles Dallara, ha messo in guardia: «Sconsiglierei con forza ad altri governi, ad altri popoli in Europa, di imboccare la stessa strada (dello sconto)».Sull’onda, la BCE ha proposto di introdurre un «consigliere con residenza stabile, una sorta di proconsole finanziario, nei paesi dell’Unione europea» che dovessero incontrare «difficoltà finanziarie».

In Grecia, esponenti della Trojka (BCE, UE, FMI) stanno già viaggiando tra le suites dell’Hilton (o di altri alberghi a cinque stelle) e i ministeri (sotto stretta sorveglianza poliziesca), per controllare l’applicazione dei colpi nell’oscurità, e aiutare nel salvataggio delle banche. Il dispositivo di sicurezza ha spinto alcuni disegnatori greci a presentarlo come il “viaggio di Bismarck a casa di Socrate”. In effetti Matthias Horst è il rappresentante della commissione dell’UE in seno alla Trojka, e Horst Reichenbach è il capo della task force che deve «riorganizzare lo Stato greco», in piena democrazia e senza trasparenza! I capi della Trojka sono: Olli Rehn, commissario europeo per le questioni economiche (finlandese); Jörg Asmussen,, membro della direzione della BCE (tedesco); Poul Thomsen, capo della missione del Fondo Monetario Internazionale (FMI) ad Atene (danese).

 

Le conseguenze del «salvataggio» sono già evidenti: i salari sono stati tagliati ancora una volta del 22%, e anche del 32% per i/le giovani al di sotto dei 25 anni. Il salario minimo è quindi sceso a 586,08 euro (487 euro costituiscono  il salario diretto reale «ricevuto», cioè netto, una volta dedotti i contributi pensionistici e altri, e a 510,95 euro (435 euro netti) per i giovani sotto i 25 anni, che rappresentano una quota significativa della forza lavoro. E non finisce qui. La soppressione delle trattative generali e dei contratti collettivi di lavoro comporta che i salari dei/delle lavoratori/lavoratrici verranno sospinti verso il basso. Gli aumenti salariali legati all’anzianità di servizio e all’esperienza accumulata, sono congelati. I sindacati hanno calcolato che i lavoratori perderanno, a brevissima scadenza, il 40% dei loro salari attuali. La disoccupazione, senza comune confronto con il passato, costituirà una leva ulteriore per tassare i salari. Inoltre, le pensioni sono state tagliate per la quarta volta.

Il numero dei disoccupati è arrivato a 1 milione e, di qui a fine anno, secondo le stime sindacali, saranno 1.400.000, pari a un tasso di disoccupazione del 24%. In seguito all’«accordo» del marzo 2012, 290.000 disoccupati/e riceveranno un assegno di disoccupazione di 359 euro e, questo, solo per 12 mesi al massimo, dopodiché andranno a ingrossare le fila di coloro che non percepiranno più niente.

Nei tre anni della crisi (2009-2011), il PIL è diminuito del 14,5% e del 17% a partire dal 2007: vale a dire, cinque anni di seguito di recessione. Per il 2012 si stima che la contrazione del PIL sia del 4,8%. Un declino del genere si può paragonare solo a quello dei paesi del «blocco dell’Est» e alla conseguente loro catastrofe sociale sul piano economico, che ha comportato, tra l’altro, il ridursi della speranza di vita della popolazione.

In seguito alla conclusione di un accordo tra la Trojka e il Ministero della Sanità, le spese statali in campo sanitario verranno immediatamente decurtate di 320 milioni di euro. Gli ospedali pubblici già soffrono di gravi carenze di personale, ma anche di materiale tecnico elementare: garze, medicinali, siringhe. Nelle scuole pubbliche, l’anno scolastico è cominciato senza libri di testo (distribuiti gratuitamente in precedenza) e in questo momento, intorno a fine marzo 2012, sette mesi dopo l’avvio dell’anno scolastico, la distribuzione dei libri è ancora incompleta. Nelle scuole pubbliche di alcune regioni, si è rilevato che numerosi alunni perdevano conoscenza, durante le lezioni, a causa di alimentazione carente, di sotto-alimentazione.

La classe dominante, nel marzo 2010, ha chiesto 80 miliardi di euro agli altri paesi dell’eurozona e 30 miliardi al FMI. Quando la Grecia è ricorsa al FMI, il debito pubblico raggiungeva il 127,1% del PIL. Oggi, dopo due anni di attuazione delle loro misure, ammonta a 367,98 miliardi di euro, pari al 170% del PIL. “Loro” dicono che nel 2020 il debito pubblico arriverà al 120% del PIL e questo soltanto se riescono a far ripartire la crescita. Questo significa semplicemente: nel caso in cui si concretizzi  lo «scenario migliore possibile» - secondo cui il capitalismo greco riesca a superare la propria crisi e la sua crescita sia riuscita a riprendere -, dopo dodici anni di crudeli sacrifici, “loro” ci riporterebbero al punto di partenza! In altri termini, a un debito pubblico che allora era ritenuto ingestibile.

Vale la pena di far notare come, dei 130 miliardi di euro «concessi» alla Grecia in virtù di un rinnovato accordo di prestito, 30 miliardi saranno direttamente restituiti ai creditori; 5,5 miliardi saranno utilizzati per rimborsare gli interessi, e 50 utilizzati direttamente per la ricapitalizzazione delle banche, nonché, presumibilmente, per compensare tutte le perdite che queste ultime potrebbero avere per gli sconti [sul valore nominale delle obbligazioni], per la ristrutturazione del debito. L’accordo di prestito, viceversa, non prevede compensazione alcuna per i 12 miliardi di euro che perdono i fondi pensione pubblici per effetto di quegli stessi sconti, con tutte le relative conseguenze per i pensionati.

Nel novero delle altre conseguenze di questa ristrutturazione rientrano la sottomissione del debito al diritto britannico, la creazione di un «conto speciale» che dà la priorità al rimborso dei creditori rispetto a tutte le altre spese dello Stato, nonché il progressivo trasferimento delle obbligazioni greche create dal settore privato a quello pubblico

Da quanto detto emerge un elemento importante: la ristrutturazione del debito greco è ancora una volta organizzato in modo tale da favorire al meglio gli interessi del capitale, da fornire garanzie ai creditori e scaricare il fardello della «fattura» ancora una volta sulle spalle della classe lavoratrice e di quelle degli altri strati popolari.

Tuttavia, il problema principale che deve affrontare la classe dominante è la resistenza sociale e, proprio per questa resistenza, la crisi politica che si trova di fronte.

Mentre stiamo scrivendo [fine marzo 2012], l’eroico sciopero dei lavoratori della Elleniki Halyvurgia (una fabbrica siderurgica dell’Attica) è al suo 145° giorno e continuerà [si veda al riguardo l’articolo del 29febbraio 2012: http://alencontre.org/europe/grece/grece-les-siderurgistes-en-greve-depuis-octobre.html]. I lavoratori del quotidiano di alta qualità, Eleftherotypia, sono in sciopero ormai da tre mesi. In questo periodo, hanno pubblicato con i propri  mezzi due «edizioni di sciopero» che sono state molto ben diffuse. Il canale televisivo Alter, un’emittente nazionale, è occupato dai/dalle impiegati/e. Anche la fabbrica di alluminio Loukisa e la tipografia «3E» sono occupate dai lavoratori. I lavoratori di tutte le fabbriche della Coca-Cola hanno decretato uno sciopero coordinato e prolungato sfociato in una vittoria,[2] mentre i lavoratori dell’Alapis Association (che si occupa, tra l’altro, di produzione di strumenti sanitari) hanno ingaggiato anch’essi uno sciopero prolungato. Nell’importante ospedale di Atene, Sotiria, da tempo sotto-organico, il personale è contrario a qualsiasi soppressione dei letti di degenza, esige che si forniscano farmaci e materiali indispensabili per le cure. Occupa gli uffici amministrativi e effettua interruzioni del lavoro. Esige il pagamento delle giornate obbligatorie, non più retribuite dalla fine del 2011. In realtà, si preannuncia un’importante battaglia per affrontare una ristrutturazione brutale del sistema ospedaliero, che passa per fusioni di ospedali e per licenziamenti, accanto a un sistema di valutazione individuale (di moda in vari paesi).

Questi pochi esempi danno appena un’idea del movimento di resistenza che si è andato manifestando durante gli ultimi due anni. La classe lavoratrice resiste ai tentativi capitalistici di far gravare sulle sue spalle il peso della crisi del sistema. Tra il febbraio 2010 e il marzo 2012, il paese ha conosciuto 19 scioperi generali [nel senso di una giornata di sciopero], tre dei quali protratti per due giorni. In questo periodo, abbiamo assistito a una settimana in cui sono stati occupati decine di edifici di Stato prima che venisse adottato il primo Memorandum (protocollo per un piano d’austerità) del maggio 2010.

Queste lotte dei lavoratori hanno, parallelamente, galvanizzato un’ampia gamma di movimenti di resistenza: il movimento «Io non pago! (den plirono), che si rifiuta di pagare l’aumento delle imposte sugli immobili [imposta che si aggiunge alle fatture elettriche, con la possibilità di vedersi tagliare l’energia se non la si paga]; il movimento di coloro che si rifiutano anche di pagare i pedaggi delle autostrade private. Vanno anche aggiunte le occupazioni, nel giugno del 2011, di pubbliche piazze ad opera del movimento aganaktismenoj (termine equivalente a quello spagnolo di indignados).

A tutto questo, si aggiunge un’ondata di denunce pubbliche contro il personale politico della classe dominante. Ogniqualvolta i ministri e i deputati dei partiti borghesi si presentano in pubblico, devono affrontare urla e slogan contro di loro, e a volte gli lanciano contro anche yogurt, pomodori, uova. Per questo i politici borghesi hanno paura e riducono le loro uscite pubbliche, tranne in posti «seri» e ben custoditi. Lo si è visto chiaramente su scala nazionale durante le celebrazioni e le parate nazionali del 28 ottobre 2011 e del 25 marzo del 2012 [rispettivamente, la commemorazione del rifiuto del dittatore Metaxas, nel 1940, di fare entrare in Grecia le truppe dell’Italia fascista, e quella dell’insurrezione greca contro il potere ottomano, nel 1821].

Nel novembre 2011, il governo del PASOK [Movimento socialista panellenico, il partito socialdemocratico greco] è crollato sotto la spinta delle giornate di sciopero e della collera popolare. Quel governo aveva ottenuto un mandato di quattro anni alle elezioni dell’ottobre 2009, raccogliendo il 43,92% dei suffragi e ottenendo 160 deputati sui 300 del Parlamento greco.

Lo ha sostituito un governo di unità nazionale, comprendente tre partiti borghesi: il PASOK, l’ala destra di Nuova Democrazia e il partito di estrema destra, il LAOS.[3] Alla testa del governo c’è un tecnocrate, Lukas Papademos [governatore della Banca di Grecia dal 1994 al 2002, poi vicepresidente della BCE fino al 2012]. Nel febbraio 2012, 22 deputati del PASOK e 22 di Nuova Democrazia hanno votato contro l’accordo sul prestito e sono stati espulsi dai rispettivi partiti. Ora, al posto dell’onnipotente sistema dei «due partiti dell’establishment» - che portava a un’alternanza stabile tra i due principali partiti (PASOK e ND), si sono verificate scissioni, che hanno portato alla formazione di tre nuovi partiti. Eppure, tutti questi insieme, non raggiungono neanche la percentuale dei voti che ottenevano sia il PASOK sia Nuova Democrazia. Essi vedono con ansia l’ascesa dell’influenza di cui godono, nell’ultimo periodo, le varie forze che si collocano a sinistra.

Un recente sondaggio, del 15 marzo 2012, dà questi risultati: 17% di intenzioni di voto per Nuova Democrazia; 10% per il PASOK; 9,5% per SYRIZA (Coalizione della sinistra radicale, con un ventaglio di formazioni che sarebbero vicine politicamente alla tedesca Die Linke, fino a forze più nettamente caratterizzate a sinistra)[4]; 9,5% anche per il KKE (Partito comunista); 8% alla Sinistra Democratica [uscita da Synaspismos – Coalizione della sinistra, dei movimenti ed ecologica – formatasi nel giugno 2010]; 5% per i Greci Indipendenti (una scissione di Nuova Democrazia); 3,5% per l’Aurora dorata [Kryssi Avyi, neonazista, che semina terrore fra i migranti]; 3% per il LAOS; 2% per i Verdi, e 2% per l’Alleanza democratica (una scissione di Nuova Democrazia) e il Carro del cittadino (una scissione del PASOK). ANTARSYA (Alleanza della sinistra anticapitalista)[5] raccoglie l’1% delle intenzioni di voto. Si tratta di cifre che non tengono conto dell’eventuale atteggiamento degli indecisi sondati al momento del voto. E le intenzioni di voto oscillano per definizione. La data delle elezioni è fissata per il 6 maggio 2012.[6]

Da qualche tempo assistiamo a un attacco sistematico alle forze di sinistra che respingono la politica di austerità da parte dei partiti che sostengono i piani di «rigore», i Memoranda. Questo riflette i timori della classe dominante. Non ne traduce soltanto la preoccupazione nei confronti dei movimenti di resistenza, ma anche il timore per il fatto che le forze di sinistra sono diventate seri rivali politici che godono di percentuali di intenzioni di voto che non avevano mai avuto  prima, dal 1958. Nei prossimi giorni e nelle prossime settimane la pressione sulla sinistra è destinata ad accentuarsi. Il ricatto e i preannunci di «catastrofi» - ad esempio: la bancarotta del paese, l’uscita dall’eurozona, la paura dell’ingovernabilità – sono e saranno utilizzati per spingere i partiti di sinistra su posizioni politiche più «responsabili».

Una parte del ventaglio della sinistra si è già allineata su questa posizione: la Sinistra democratica [v. sopra] ha accettato di rispettare gli «obblighi internazionali» contenuti negli accordi sui prestiti e i Memoranda. Ha adattato il proprio atteggiamento al «realismo» delle scelte della classe dominante. Il nocciolo della Sinistra radicale (SYRIZA, il KKE e ANTARSYA) si leva contro le scelte della classe dominante, ma non è riuscito a costruire una risposta politica alternativa unitaria.

Il KKE (un partito di sinistra, riformista, staliniano, che diffonde con slancio le «Opere di Stalin») non accetta alcuna forma di collaborazione con il resto delle formazioni di sinistra, sia sul terreno delle lotte sociali, sia sulla base di alcuni obiettivi politici. Organizza manifestazioni separate [tra l’altro, insieme al suo «braccio sindacale», il PAME] da quelle dei sindacati e del resto della sinistra: tergiversa e respinge qualsiasi risposta e soluzione unitaria, finché non arriverà il «potere popolare». Di qui a quando arriverà quel momento, tutto quel che la sinistra può fare per il popolo è… votare per il KKE

ANTARSYA (alleanza di alcune organizzazioni della sinistra anticapitalista) è impegnata con il movimento di resistenza accettando – entro certi limiti – la necessità dell’unità nell’azione. Esiste quindi un coordinamento elementare ed anche alcuni interventi congiunti tra SYRIZA e ANTARSYA nei quartieri, nei comitati «Io non pago!», nelle sezioni sindacali, nelle manifestazioni, ecc. Lo sbocco della resistenza politico-sociale, tuttavia, rende indispensabile un livello più elevato intorno a un programma condiviso su punti essenziali e intorno a una «organizzazione» comune. Questo imporrebbe di procedere ad impegni più serrati. L’esigenza di costruire un fronte politico della sinistra emerge da esperienze concrete di lotte concrete. Ma i compagni di ANTARSYA insistono sul problema del «programma» e soprattutto sulla rivendicazione dell’uscita dall’eurozona [cfr. al riguardo l’articolo pubblicato sul sito http://alencontre.org/ il 13 gennaio 2012: http://alencontre.org/europe/grece/grece-euro-ou-drachme.html], come dall’UE. Entrambe le scelte impediscono di procedere oltre. Presentarle come obiettivi immediati, in certo senso come una chiave di volta programmatica, costituisce una «linea di separazione» tra forze della sinistra radicale che funge da pretesto, e tende a diventare un errore settario. Tanto più che i compagni di ANTARSYA, per prendere le distanze dai settori della classe capitalista che preferiscono l’uscita dall’eurozona [senza menzionare la possibilità che la Grecia venga «estromessa»da alcune forze dominanti in seno all’UE, seguendo gli sviluppi della crisi all’interno di questa zona], parlano allora di una sorta di «uscita anticapitalista» dall’euro e dall’UE, cosa che costituisce piuttosto una via «non ortodossa» del corso di una rivoluzione socialista in Grecia.

Nel momento in cui la risposta agli attacchi della classe dominante e il rovesciamento del governo dell’austerità – quello di Papademos, sono questioni cruciali e di grande portata, i compagni di ANTARSYA dovrebbero accogliere l’invito di SYRIZA nella prospettiva di costruire un fronte politico ed elettorale. Tanto più che l’invito va insieme all’assicurazione sull’indipendenza politica,  al riconoscimento delle specifiche caratteristiche delle forze politiche e a una rappresentanza pluralista di ogni forza che partecipi a un simile fronte.

L’accordo su una prospettiva del genere farebbe crescere la pressione sul KKE e creerebbe condizioni più favorevoli per l’elaborazione di un «piano alternativo» della sinistra, cosa che avrebbe evidenti ripercussioni positive per il movimento politico-sociale di resistenza. La situazione diventerebbe tanto più fastidiosa per la classe dominante.

SYRIZA è una coalizione che riunisce partiti e organizzazioni di sinistra riformista e rivoluzionaria. Ha un programma radicale. Prende parte attivamente al movimento della classe operaia nonché ai movimenti sociali larghi. Invita costantemente tutte le forze della sinistra a iniziative congiunte, come pure alla creazione di un fronte unitario della sinistra. Le caratteristiche di questa alleanza ne fanno uno «strumento» politico utile per il movimento di resistenza, creando al tempo stesso un luogo nonché una possibilità per i rivoluzionari di applicare la tattica di un fronte unico nell’azione, facilitando così l’impegno nell’intervento diretto di larghi settori militanti, sia in alcune battaglie democratiche (contro l’ascesa xenofoba e razzista, contro il risorgere dell’estrema destra neonazista), sia sui terreni che li accomunano e in cui si intrecciano il piano sociale, quello economico e quello politico.

SYRIZA ha adottato un programma di obiettivi radicali: il rovesciamento dei Memoranda sottoscritti con la Commissione europea, il FMI e la BCE; l’annullamento dell’accordo sul prestito come di tutte le politiche e le misure legate ad esso; l’abbandono del programma di austerità legato alla rivendicazione che spetta ai capitalisti pagare la loro crisi; l’annullamento (o la denuncia) unilaterale della maggior parte del debito pubblico. Rispetto all’eurozona, SYRIZA ha adottato lo slogan «non un solo sacrificio per l’euro». Ha la funzione di costituire un «grido di guerra» contro i dirigenti dell’UE, nonché di sfidare i ricatti di Bruxelles e della BCE. Quella parola d’ordine ha altresì la funzione, al tempo stesso, di tener conto del fatto che il ritorno alla dracma potrebbe essere messo in atto dalla classe dominante nel modo più reazionario e nazionalista possibile, ed anche di collocarsi in una battaglia anticapitalista di dimensione europea, tra altre che possono partire da vari paesi del «sud dell’Europa».

La scelta di queste politiche e di queste tattiche è sempre il risultato di discussioni politiche appassionate fra le diverse forze che compongono la coalizione, soprattutto tra la sua ala più «moderata» e le sue forze più radicali (fra cui la Sinistra operaia internazionalista, DEA). Ancora oggi accesi dibattiti si svolgono sull’eurozona, sul problema del modo migliore di opporsi al debito, o sull’atteggiamento che deve assumere SYRIZA di fronte a raggruppamenti che si stanno staccando dal PSOK.

La presenza attiva di rivoluzionari insieme a un elevato livello della lotta ha comunque consentito finora di mantenere la coalizione su posizioni di sinistra. La coalizione è quindi diventata un punto di riferimento per tante persone, militanti delle lotte degli anni Settanta che si erano ritirati durante gli anni passati e che trovano una «nuova speranza» in questi sforzi radicali e unitari, tra l’altro verso settori di lavoratori legati dal passato, in un modo o in un altro, al PASOK, ma che non si riconoscono più in quel partito. Risponde, del pari, ad alcune delle attese dei giovani attivisti che entrano in contatto con una politica effettivamente di sinistra per la prima volta nella loro vita.

Il rafforzamento di SYRIZA, la difesa del suo carattere radicale da tutte le pressioni provenienti dall’establishment borghese perché si adottino posizioni «più moderate», la creazione di un fonte unico di tutte le forze della sinistra. Come anche il consolidamento delle correnti rivoluzionarie all’interno di questo fronte sono cruciali nella prospettiva di costruire un’autentica forza anticapitalista, con un ascolto di massa, che è quello che oggi è indispensabile.

 



* Sotiris Martalis è membro del Comitato centrale del sindacato del settore pubblico (Adedy) e membro di DEA

Note redazionali de La Brèche/A l’Encontre

[1] Il 24-2-2012 il governo greco ha annunciato ai detentori privati – banche, fondi d’investimento, compagnie di assicurazioni – di obbligazioni dello Stato greco le condizioni di cambio di queste contro nuove obbligazioni e che il programma dell’Eurogruppo aveva dato l’approvazione il 21 febbraio: il riferimento al Private Sector Involvment (PSI) sta a indicare che la legge greca convalida le decisioni prese a Bruxelles in base ai pareri emessi da società di consulenza – ad esempio la banca Lazard – che hanno incassato qualcosa come 40 milioni di euro, vale a dire 0,015 del valore nominale dei titoli oggetto di cambio, per il loro «lavoro». C’era molta fretta di trovare una «via d’uscita, perché alla data del 20 marzo di profilava il rischio del mancato pagamento.

[2] Il 15-3-2012, l’azienda che si occupa di imbottigliare la Coca-Cola ha accettato di rimettere in moto la fabbrica di Salonicco reintegrando tutti i dipendenti e, quindi di non importare più prodotti dalla Bulgaria. Ha dovuto rinunciare a ridurre i salari, non facendo più appello per questo alla nuova legislazione vigente. Inoltre, la direzione dell’impresa non può più prendere decisioni prima di un negoziato diretto con i lavoratori. Infine, i lavoratori hanno imposto che l’accordo fosse portato a conoscenza del pubblico, essendo diffuso dai media e anche presso le autorità.

[3] Il LAOS (Allerta popolare ortodossa) è un partito di estrema destra formatosi nel 2000 e che è diretto dal giornalista ex membro, espulso, della Nuova Democrazia (ND), Georgios Karatzaferis. Conta 16 deputati. Il 10-2-2012, 4 ministri del LAOS hanno presentato le dimissioni, due giorni prima della presentazione del piano governativo in Parlamento. Il dirigente del LAOS dichiarava: «Non sono convinto che i sacrifici che ci hanno imposto avranno un risultato…». accusando i creditori di «voler privare di sovranità nazionale» la Grecia. L’attacco riguarda soprattutto la Germania, che si mostra intransigente verso i greci. Secondo il leader del LAOS, la Grecia «deve venir fuori da sotto allo stivale tedesco» (Le Figaro, 10-2-2012). A queste dimissioni si aggiungono quelle di due ministri del PASOK: il ministro aggiunto degli Affari europei, Mariliza Xenoyannakopulu (il 9-2-2012) e il Segretario di Stato al Lavoro, Iannis Kutskos.

[4] Nella coalizione SYRIZA, che ha ottenuto il 4,9% dei suffragi nel 2009, si ritrovano – oltre a Synaspismos che ha degli eletti al Parlamento – organizzazioni quali il KOE (di origine mao-stalinista); la Sinistra rinnovatrice ed ecologica, AKOA, uscita dal PC dell’interno; DEA, la Sinistra operaia internazionalista (vicina all’ISO statunitense), ecc.

[5] ANTARSYA, Coalizione anticapitalista che raggruppa, tra l’altro, il SEK (Partito socialista operaio), organizzazione legata alla corrente IST (International Socialist Tendency) animata dal SWP della Gran Bretagna; l’OKDE (Organizzazione dei comunisti internazionalisti di Grecia) che si ricollega alla IV Internazionale (SI); l’APO (Gruppo politico anticapitalista (ENANTIA).

[6] Uno degli ultimi sondaggi (inizi aprile) – sono tanti, con differenze a volte marcate – indica le seguenti intenzioni di voto: Nuova Democrazia: 20.8%; PASOK: 15%; SYRIZA: 11.5%; Greci indipendenti (scissione de la ND): 10.6%; Partito comunista greco (KKE): 10.5%; Sinistra democratica (scissione di Syriza): 9%; Alba (o Aurora) dorata (partito neonazista: Chrisi Avgi): 5.5%; Verdi: 4.6%; LAOS (estrema destra): 3%; Altri: 5.4%. Da notare la crescita del partito neonazista negli ultimi otto mesi.



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