Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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2 giugno: un vecchio vizio

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2 giugno: un vecchio vizio

 

Non sono rimasto sorpreso dalla notizia che CGIL, CISL e UIL, invece dello sciopero generale abbiano annunciato di aver organizzato una “dura forma di lotta”: una gita a Roma in un sabato festivo. I burocrati si aggrappano alle più fumose proclamazioni di una costituzione concepita per non essere mai applicata: a Roma si va per rivendicare che “l’Italia è fondata sul lavoro”, ma vuol dire qualcosa? Retorica e bugie. Ma non è una novità. Non alludo solo all’aver trasformato da anni il 1° maggio in un concerto, salvo – in un anno come questo - un comizietto in una cittadina fuori mano di meno di cinquantamila abitanti. Penso a una tradizione antica, che è stata sconfitta solo quando c’è stata un’ondata rivoluzionaria, come nei due dopoguerra o nel ’68…

Già agli albori del movimento operaio, infatti, nel momento in cui si lanciava una giornata di lotta a livello mondiale per le 8 ore di lavoro, c’erano burocrati socialdemocratici che si sforzavano di svuotare quella decisione. Riproduco qui un piccolo stralcio dal capitolo su La lunga lotta per la riduzione dell’orario di lavoro del mio libro Il capitalismo reale, che è già sul sito (chi volesse leggerlo tutto, può farlo, è qui).

 

Riduco tutta la prima parte del capitolo ad alcuni dati essenziale: alcune riduzioni d’orario erano state decise per legge in diversi paesi, a partire dall’Inghilterra, per correggere una situazione intollerabile: l’allungamento continuo dell’orario di lavoro imposto dai capitalisti aveva portato a un aumento vertiginoso della mortalità sul lavoro, delle malattie professionali, delle malformazioni dei giovani proletari, dovute sia al lavoro precoce, sia alla cattiva alimentazione, sia a fattori ereditari, dato che da genitori malnutriti e ammalati difficilmente nascono figli sani. Insomma già nella prima metà del XIX secolo dei governi borghesi avevano tentato di garantire la riproduzione della forza lavoro imponendo delle regole ai singoli capitalisti.

Ma si trattava di limitazioni parziali, e per giunta facilmente aggirabili perché gli ispettori erano pochi, mal pagati e quindi facilmente corrompibili. Ogni tanto una situazione particolare (come la scarsità di manodopera provocata dalla corsa all’oro in Australia) aveva portato in qualche paese a concessioni importanti, ma non durature.

Una lotta più sistematica era stata iniziata con coraggio soprattutto negli Stati Uniti (sembra impossibile oggi, a chi non sa che nella prima metà del Novecento il fortissimo movimento sindacale negli Stati Uniti era stato smantellato con gli assassini mirati affidati ai gangster e al tempo stesso trasformato con una poderosa corruzione), e aveva ottenuto qualche successo.

Per effetto delle notizie arrivate da quel paese, alla fine degli anni Ottanta si rafforzò anche in Francia una tendenza a porre la rivendicazione subito e in modo deciso. Nel corso dei due congressi contrapposti dell’internazionale socialista, che si tennero a Parigi nel 1889 (uno “possibilista” con forte presenza anarchica e di laburisti britannici, l’altro “marxista” influenzato dalla SPD), tutti si pronunciarono a favore di una giornata internazionale di lotta per le otto ore. Entrambi i congressi accettarono la data del 1° maggio 1890 proposta dall’AFL statunitense nel congresso di St. Louis del dicembre 1888.

La formulazione fu tuttavia più vaga nel congresso “marxista”, per le preoccupazioni della socialdemocrazia tedesca che lo egemonizzò e cercò di evitare impegni precisi (come il laburismo inglese, la socialdemocrazia tedesca preferiva generici comizi e non un forte impegno di scioperi, che mettessero in campo tutta la forza operaia). I laburisti, peraltro, scelsero addirittura la prima domenica di maggio per fare innocui comizi in favore della riduzione d’orario, evitando di sospendere il lavoro insieme agli altri il 1° maggio.

In quella fase, emerse nettamente la concretezza dei sindacati statunitensi, che non riuscivano neppure a seguire molte delle polemiche politiche e ideologiche che dividevano la sinistra europea (tra l’altro, parteciparono a tutti e due i congressi), ma che, dopo il successo della giornata del il 1° maggio 1890, riuscirono a ottenere i primi risultati: varie categorie, dapprima nella industria del legno, e altre nel giro di pochi anni, raggiunsero le otto ore, o almeno le nove.

Nell’agosto 1891 un nuovo congresso socialista internazionale riunito a Bruxelles, in cui erano presenti 337 delegati di 15 paesi, tracciò un bilancio delle mobilitazioni del 1° maggio di quello stesso anno e di quello precedente, trasformando la celebrazione in una scadenza fissa annuale, pur concedendo ai molti recalcitranti che in quel giorno i lavoratori dovevano scioperare “dappertutto eccetto dov’è impossibile”: una frase lapalissiana, che sottintendeva che ogni organizzazione locale aveva la libertà di decidere che era impossibile, senza violare le decisioni comuni.

 

Fin qui il mio stralcio. Non occorrono molti altri commenti. Non ci si salverà dal macello sociale che dalla Grecia alla Spagna all’Italia investe tutta l’Europa, se non ci sarà una nuova situazione rivoluzionaria. Non a caso la conquista delle 8 ore avvenne sull'onda della rivoluzione russa, anche in tanti altri paesi, che cominciarono a fare concessioni per timore del "contagio russo". Oggi una situazione rivoluzionaria può riproporsi se si parte dal rifiuto di pagare debiti contratti da altri per pagarsi le loro pensioni d’oro (Giuliano Amato, “tecnico dei tagli” e predicatore di austerità, percepisce una pensione di 14.000 euro al mese). O si finisce come stava finendo la Grecia, con salari e pensioni ridotte del 25% o 30%, o si deve rifiutare di pagare un debito contratto dai governi (in questo Grecia e Italia sono davvero sorelle, come dice il detto popolare ellenico…) soprattutto  per comprare armi costosissime su cui non ci hanno mai chiesto il parere, e che sono servite anche ad assicurare tangenti multimilionarie a “magliari” e procacciatori d’affari come Lavitola o Belsito…

Per non essere massacrati, bisogna spazzare via questi burocrati bugiardi che chiamano lotta le passeggiate. Bisogna ricostruire dal basso un vero movimento sindacale degno di questo nome, e coordinarlo almeno a livello europeo, cominciando dall’impegno per sostenere la resistenza greca, che deve diventare la causa comune, come fu la Spagna nel 1936.

Non ci sono soluzioni parziali, bisogna ricominciare a identificare il nemico di classe, per combatterlo seriamente. È un compito che ricade contemporaneamente sui sindacati di base o autorganizzati e sulla FIOM, insieme a quei pochi settori della CGIL che non sono solo raccoglitori di contributi e distributori di prebende. E bisogna fare presto!

PS: a proposito di ipocrisia: sento nelle rassegne stampa del mattino che tutti sarebbero indignati perché Beppe Grillo avrebbe mancato di rispetto a Napolitano... Mi sembra incredibile, sarei stato meno moderato di lui: Napolitano parla e sparla senza ricordarsi che il suo compito non sarebbe quello di fare da sponda al centrosinistra angosciato per la crescita di un'opposizione. Napolitano non è mai stato al di sopra delle parti, è stato essenziale per far accettare agli ingenui la macelleria sociale affidata a Monti-Fornero. Se scende in politica, è giusto e anzi necessario criticarlo... 

 (a.m. 9/5/12)

Per chi volesse leggere tutto il capitolo senza cercarselo nel libro, che è abbastanza lungo, lo riproduco integralmente qui sotto.

 

Appendice

La lunga lotta intorno all’orario di lavoro

 

 

 

 

 

Nelle società pre-capitalistiche ogni contadino o artigiano libero lavorava in genere solo il tempo strettamente necessario alla produzione dei mezzi di sostentamento, mentre il capitalismo fin dalla sua nascita tende a prolungare al massimo l’orario di lavoro. Marx lo aveva osservato empiricamente, ma ne aveva anche compreso teoricamente le ragioni:

il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di plusvalore più grande possibile. Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo, e più vive quanto più ne succhia.

Per decenni, i critici di Marx hanno deriso la sua tesi che parlava di una tendenza costante del capitale al prolungamento dell’orario di lavoro, affermando che era stata smentita dai progressi continui della condizione operaia, tra cui una consistente riduzione dell’orario di lavoro. In realtà, bastava guardare fuori delle grandi metropoli imperialiste per trovare tutt’altra situazione. E oggi la tendenza del capitalismo ad allungare la giornata lavorativa (magari attraverso ore di straordinario) è visibile anche all’interno dei paesi più sviluppati.

Per capire se Marx si sbagliava veramente, dobbiamo vedere come e perché si sono determinate alternativamente riduzioni e prolungamenti dell’orario di lavoro nei diversi periodi.

Quando, dopo secoli di sforzi per prolungarlo per legge, nei primi decenni del secolo XIX sono cominciati i decreti per ridurre l’orario di lavoro, almeno per le donne e i bambini, non c’era ancora un movimento operaio organizzato. Erano gli stessi governi più lungimiranti ad essere preoccupati per il continuo deterioramento della salute operaia, e quindi per la stessa riproduzione della forza lavoro: era soprattutto l’inizio del lavoro molto prima della pubertà, con orari prolungatissimi e ritmi tremendi, che portava a una mortalità precoce, ma anche a un abbassamento della statura media, a malformazioni che diventavano ereditarie in certe categorie, ecc.

Va detto che la regolamentazione dell’orario per legge è cominciata in Inghilterra già nel Trecento. Eppure in Italia ancor oggi ci sono politici, giornalisti e… sindacalisti che hanno gridato allo scandalo dichiarando inammissibile una proposta di legge sulle 35 ore!

Ma, nei secoli che precedono la rivoluzione industriale, ogni norma stabilita dai regnanti tendeva ad allungare la giornata lavorativa, rispetto alle consuetudini consolidate fin dal periodo medievale, basate sui cicli naturali. Per secoli infatti si era lavorato senza orari rigidi, orientandosi sulla durata della luce diurna, ma anche lasciando molto spazio per pause nella giornata e soprattutto nel corso dell’anno, grazie alle numerosissime festività religiose.

Il primo intervento era stato quello del re Edoardo III, nel 1349, con la motivazione che la peste aveva decimato la popolazione, sicché era difficile “far lavorare operai a prezzi ragionevoli”. Che fosse un pretesto e non la causa si ricava dal fatto che, anche dopo che la peste era finita da decenni, la legge rimase in vigore e fu anzi reiterata dai successori, a quanto pare senza troppo successo, se occorreva ogni volta inasprire le pene per le trasgressioni, come nelle gride manzoniane. Ci furono, ad esempio, un decreto di Enrico VII nel 1498 e uno di Elisabetta nel 1562, sempre con l’obiettivo di allungare la giornata dalle cinque del mattino alle sette o alle otto pomeridiane, con tre pause per mangiare di complessive tre ore, più mezz’ora per un riposo. Ogni decreto successivo lamentava che l’orario effettivo era in genere inferiore a quello stabilito per legge.

Ma finché l’operaio aveva il suo pezzettino d’orto, e non troppi concorrenti, non c’era decreto sull’allungamento dell’orario che potesse imporgli di continuare a lavorare oltre la soglia della stanchezza. Inoltre, quasi di norma, egli festeggiava “san Lunedì”. L’orario effettivo era quindi quasi sempre minore di quello legale.

Questo durò fino alla rivoluzione industriale. Due fattori portarono, tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del successivo, a un allungamento abnorme dell’orario di lavoro: la necessità per i capitalisti di recuperare rapidamente quanto avevano investito in costosi macchinari, e la sovrabbondanza di manodopera creata, ad esempio, dai filatoi e dai telai, che producevano con un solo operaio quello che appena pochi decenni prima veniva prodotto da quindici o venti persone.

È allora che cominciano le giornate di quindici o diciotto ore lavorative, e i capitalisti riescono a imporre, con lo spettro del licenziamento, l’eliminazione delle tradizionali pause per mangiare o riposarsi. E se ne vedono presto le conseguenze, in termini di aumento vertiginoso della mortalità sul lavoro, delle malattie professionali, delle malformazioni dei giovani proletari, dovute sia al lavoro precoce, sia alla cattiva alimentazione, sia a fattori ereditari, dato che da genitori malnutriti e ammalati difficilmente nascono figli sani.

 

 

Gli orari diminuiti per legge, prima della nascita

del movimento operaio

 

La prima vera legge che tenta di regolamentare e porre un limite all’orario di lavoro viene promulgata in Inghilterra nel 1833. In base ad essa, la “giornata lavorativa ordinaria di fabbrica nel settore tessile” doveva “cominciare alle cinque e mezzo di mattina e finire alle otto e mezzo della sera”; il lavoro dei fanciulli dai nove ai tredici anni venne limitato a otto ore al giorno, ma nell’arco delle quindici ore. Per essere più esatti, tra il 1802 e il 1833 erano già stati emanati dal parlamento inglese ben cinque Acts sul lavoro ma - dato che non era stato stanziato neanche un soldo per la loro esecuzione legale, per un corpo efficiente di ispettori, ecc. - erano rimasti lettera morta. In realtà, neppure la legge del 1833 venne applicata sistematicamente, dato che gli stanziamenti per gli ispettori del lavoro, che finalmente c’erano, non erano sufficienti a garantire un controllo sistematico, al sicuro da ogni tentativo di corruzione.

Un’abbondante documentazione conferma che, grazie alla fortissima concorrenza della massa dei lavoratori espulsi dalle campagne o immigrati dall’Irlanda, gli orari effettivi superavano di molto quelli fissati ripetutamente sulla carta (ad esempio, ancora nel 1844 e nel 1847). Infatti, se nei secoli precedenti restavano vani i decreti per il prolungamento dell'orario, ora erano quelli per ridurlo entro limiti sopportabili dall’organismo umano a essere disattesi.

A volte gli industriali puntavano a ottenere emendamenti peggiorativi, ad esempio abbassando l’età minima per lavorare, ma più spesso si limitavano a eludere la legge, facendo dichiarare ai fanciulli un età superiore a quella reale e prolungandone l’orario grazie alla flessibilità (l’arco in cui si doveva svolgere il lavoro minorile era molto ampio, sicché all’arrivo di un ispettore si dichiarava che i fanciulli erano entrati in fabbrica poco prima).

La realtà era ben diversa da quella prevista dalla legislazione. Ad esempio, il 14 gennaio 1860, nel palazzo comunale di Nottingham si tenne una contrastata riunione per discutere della situazione nelle manifatture di merletti. Vari fabbricanti si alzarono a protestare contro ogni discussione, ma alla fine si riuscì a preparare una “petizione affinché il tempo degli uomini sia limitato a diciotto ore quotidiane”. Dalle denunce fatte in assemblea risultò che anche fanciulli di nove o dieci anni venivano svegliati molto prima dell’alba e fatti lavorare fino a notte inoltrata.

 

 

La reazione degli industriali alla limitazione dell’orario

 

Le nuove leggi del XIX secolo avevano cercato di affrontare il problema del grave deterioramento fisico delle famiglie proletarie, quantificabile in un progressivo abbassamento della statura media, una mortalità elevatissima, e in definitiva uno scarso rendimento sul lavoro per l’insufficiente alimentazione e l’incidenza di tubercolosi, silicosi, scrofolosi e altre gravi malattie professionali. Le proteste degli industriali erano state violentissime. Avevano preannunciato il fallimento di ogni attività industriale e denunciato “con alte grida il bill delle dodici ore del 1833 d’essere un regresso verso i tempi delle tenebre”, cioè alle condizioni esistenti prima dell’intensificazione dello sfruttamento capitalistico.

I fabbricanti del settore della seta, peraltro, avevano chiesto subito una deroga sull’età minima, asserendo che “la delicatezza del tessuto esige nelle dita una leggerezza di tocco” che si perde con gli anni (i bambini pakistani che cuciono i palloni o quelli turchi che lavorano per Benetton non sono una novità!). La legislazione inglese dal 1833 al 1864 impose, tra nuove grida di disperazione degli industriali, successive limitazioni all’orario legale, sistematicamente aggirate perché il parlamento votava la legge ma non stanziava fondi sufficienti a creare un efficace ispettorato del lavoro.

Ecco perché la deroga era “normale”, al punto che Marx poteva scrivere che per il capitale “la giornata lavorativa conta ventiquattro ore complete al giorno, detratte le poche ore di riposo senza le quali la forza-lavoro ricusa assolutamente di rinnovare il suo servizio”. Marx non disprezzava affatto la regolamentazione dell’orario per legge (che veniva invece rifiutata dai proudhoniani), pur sapendo bene che la riduzione effettiva sarebbe stata in definitiva il frutto di mutati rapporti di forza e non soltanto di una legge.

Su proposta di Marx, nel I Congresso dell’Internazionale (Ginevra 1866) fu votata una risoluzione che sosteneva che “la limitazione dell’orario di lavoro è la condizione indispensabile perché gli sforzi per emancipare i lavoratori non falliscano. Di conseguenza, veniva proposto che il limite legale per l’orario di lavoro fosse di 8 ore.

 

 

Entra in scena il movimento operaio

 

Una vera e propria lotta organizzata su scala internazionale per le otto ore cominciò tuttavia solo quasi venti anni dopo, con il Congresso internazionale socialista tenutosi a Parigi nel 1883. Rispetto ai congressi degli anni successivi, e soprattutto a quelli del primo decennio del XX secolo, era un congresso molto eterogeneo (vi partecipavano indistintamente organismi sindacali e politici delle più diverse tendenze) e non molto rappresentativo, ma costituì ugualmente uno sforzo importante per coordinare la lotta per la riduzione d’orario su scala mondiale. Un secondo congresso si tenne sempre a Parigi nel 1886, e in esso divenne evidente che il problema principale era ormai diventato quello di un’azione simultanea nel maggior numero di paesi possibile allo scopo di imporre la giornata lavorativa di otto ore.

In questa fase, l’elemento trainante era rappresentato dai delegati degli Stati Uniti, dove la sensibilizzazione sulle otto ore era da tempo molto forte (era stata lanciata per la prima volta nel 1861, in coincidenza con l’abolizione della schiavitù). Anche la lontanissima Australia, che successivamente sarebbe rimasta al margine dell’Internazionale socialista, ebbe un ruolo importante nel congresso del 1886. Vi era presente un delegato di quel paese, John Norton, che riferì sulle grandi lotte avviate già nel 1856, quando gli operai qualificati di Melbourne approfittarono di una congiuntura favorevole (la “febbre dell’oro” aveva provocato la partenza di molti operai, creando un forte bisogno di manodopera) per strappare le otto ore con la minaccia di uno sciopero generale a oltranza. Per qualche tempo la conquista era stata raggiunta da lavoratori di altre regioni dell’Australia e di diversi sindacati di categoria, ma non se ne era ottenuta la sanzione legislativa né era stata estesa all’intera classe operaia australiana. Finita la congiuntura particolare, si era presto ritornati indietro.

Negli Stati Uniti, già nel 1861 si erano formate le Leghe per le otto ore, che tuttavia si erano di fatto sciolte nel periodo successivo di depressione; la lotta riprese nel 1883 per iniziativa degli Knights of Labor, che avevano fatto della giornata di otto ore un punto fermo del loro programma immediato (vi furono molti scioperi locali nel 1885-1886 per imporla). Poi l’iniziativa passò all’American Federation of Labor, guidata da Samuel Gompers, che nel 1888 lanciò una nuova campagna per le otto ore, basata sull’idea che ogni anno bisognava concentrare le energie in un solo settore industriale, in modo che gli scioperanti sarebbero stati aiutati finanziariamente dai sindacati delle altre categorie (l’idea era quella di scioperi a oltranza e non puramente dimostrativi, come in genere si proponeva in Europa).

Per effetto delle notizie portate dai delegati d’oltreoceano, si rafforzò anche in Francia una tendenza a porre la rivendicazione subito e in modo deciso. Nel corso dei due congressi contrapposti, che si tennero a Parigi nel 1889 (uno “possibilista” con forte presenza anarchica e di laburisti britannici, l’altro “marxista” influenzato dalla SPD), tutti si pronunciarono a favore di una giornata internazionale di lotta per le otto ore. Entrambi i congressi accettarono la data del 1° maggio 1890 proposta dall’AFL nel congresso di St. Louis del dicembre 1888.

La formulazione fu tuttavia più vaga nel congresso “marxista”, per le preoccupazioni della socialdemocrazia tedesca che lo egemonizzò e cercò di evitare impegni precisi (come il laburismo inglese, la socialdemocrazia tedesca preferiva generici comizi e non un forte impegno di scioperi, che mettessero in campo tutta la forza operaia). I laburisti, peraltro, scelsero addirittura la prima domenica di maggio per fare innocui comizi in favore della riduzione d’orario, evitando di sospendere il lavoro insieme agli altri il 1° maggio.

In quella fase, emerse nettamente la concretezza dei sindacati statunitensi, che non riuscivano neppure a seguire molte delle polemiche politiche e ideologiche che dividevano la sinistra europea (tra l’altro, parteciparono a tutti e due i congressi), ma che, dopo il successo della giornata del il 1° maggio 1890, riuscirono a ottenere i primi risultati: varie categorie, dapprima nella industria del legno, e altre nel giro di pochi anni, raggiunsero le otto ore, o almeno le nove.

Nell’agosto 1891 un nuovo congresso socialista internazionale riunito a Bruxelles, in cui erano presenti 337 delegati di 15 paesi, tracciò un bilancio delle mobilitazioni del 1° maggio di quello stesso anno e di quello precedente, trasformando la celebrazione in una scadenza fissa annuale, pur concedendo ai molti recalcitranti che in quel giorno i lavoratori dovevano scioperare “dappertutto eccetto dov’è impossibile”: una frase lapalissiana, che sottintendeva che ogni organizzazione locale aveva la libertà di decidere che era impossibile, senza violare le decisioni comuni.

 

 

Decenni di lotte sanguinose per la giornata di otto ore

 

Per ottenere le otto ore ci sarebbero voluti decenni di lotte e di sangue. I primi risultati in tutto il mondo furono frutto di lotte di categoria in situazioni di pieno impiego: oltre ai casi australiano e statunitense, cui abbiamo accennato, in Inghilterra edili e meccanici strappano nel 1872 le nove ore, mentre in Russia bisogna aspettare il 1882 per imporre almeno le prime limitazioni al lavoro minorile e femminile. Solo nel 1896-1897 i tessili di Mosca conquistano le undici ore e mezzo. Eppure, sarebbero stati i lavoratori russi a ottenere per primi le otto ore, con la Rivoluzione del 1917!

È significativo che la giornata di otto ore, nella primavera del 1917, non fu richiesta al padronato o al governo provvisorio, ma imposta dal basso: gli operai rivoluzionari, al termine delle otto ore, suonavano la sirena per dare il segnare di uscire, e tutti uscivano. In pochi giorni, i padroni che avevano necessità di produrre dovettero fare buon viso a cattivo gioco e assumere operai sufficienti per istituire un terzo turno (si lavorava allora in due turni di dodici ore!).

Singolare contraddizione, i menscevichi si erano opposti alla rivendicazione delle otto ore “in quel momento”, perché “prematura”, o perché – dicevano - era una parola d’ordine “utopistica”, che secondo loro sarebbe stata all’origine della sconfitta del 1905… Gli industriali, invece, si piegarono presto, perché speravano con quella concessione di fermare il movimento, ripromettendosi di recuperare quel che avevano dovuto concedere, appena avessero ripreso in pieno il potere politico intaccato dal “dualismo di poteri”. Non ci riuscirono, perché la classe operaia russa non si fermò lì, ma affrontò radicalmente il problema della conquista del potere.

 

 

Le conquiste non sono mai definitive

 

In realtà, una lunga esperienza aveva insegnato che ogni conquista strappata in un determinato momento, per la congiuntura economica favorevole, o per rapporti di forza politici (in Francia fu la Rivoluzione del 1848 a imporre per la prima volta le dieci ore giornaliere), era precaria. In Francia, ad esempio, quella prima conquista fu cancellata pochi anni dopo dal Secondo Impero. Così, durante la Grande guerra, in tutta l’Europa - Italia compresa - si era tornati alle dodici ore (dalle 6 del mattino alle 6 di sera e viceversa) nel lavoro a turni, con orari ancor più pesanti nella piccole manifatture.

L’impatto della Rivoluzione russa fu enorme anche su questo terreno (oltre ad avere dimostrato che fare cessare la guerra era possibile) e, nel giro di pochi anni, la maggior parte dei paesi europei stabilirono la giornata di 8 ore. La “grande paura” del contagio della Rivoluzione russa aveva spinto a concessioni sostanziali quegli stessi capitalisti che avevano sempre gridato che un’ora in meno alla settimana li avrebbe mandati in rovina.

 

Questa lunga digressione sulla lotta intorno all’orario di lavoro è indispensabile per comprendere che la tendenza al suo prolungamento è permanente nel capitalismo.

Ogni conquista è stata il frutto di lotte tenaci e, anche quando è stata sancita per legge, è stata cancellata appena i rapporti di forza sono cambiati a sfavore della classe operaia (come accadde nella Francia del 1938, in cui il governo del radicale Daladier annullò la legge sulle quaranta ore che il governo di Fronte Popolare aveva dovuto concedere per fermare la grande ondata di scioperi del giugno 1936).

Dove può e quando può, il capitalismo tenta ancora di prolungare l’orario di lavoro, col ricatto della disoccupazione, ma anche facendo leva sul bisogno di salario per trasformare gli “straordinari” in una norma almeno settimanale se non quotidiana. Per questo, proprio quando c’è sovrabbondanza di manodopera disoccupata, e la forza contrattuale degli operai è minore, gli orari si allungano.

Non parliamo solo della Corea del Sud, o dell’Indonesia. Accade tuttora anche in Italia, con evidenti danni alla salute dei lavoratori, e soprattutto ai livelli di occupazione. L’ideale per il capitalismo è fare lavorare il minor numero di operai, magari pagandoli qualcosa in più, per tenere fuori gli altri, come riserva che per disperazione un domani può accettare di rinunciare ad altre conquiste acquisite.

 

 

Dagli irlandesi agli africani: “l’esercito industriale

di riserva”

 

Durante la fase ascendente del capitalismo, nel primo paese in cui si è sviluppato su larga scala durante la “rivoluzione industriale”, un ruolo particolare nella formazione del cosiddetto “esercito industriale di riserva” lo avevano i proletari irlandesi, soprattutto quando furono sospinti in massa verso l’Inghilterra (ma anche gli Stati Uniti) dalla grande carestia del 1847, provocata da una malattia che aveva distrutto le patate, da oltre un secolo quasi unico alimento dei poveri. Derisi dalla piccola borghesia per la loro sporcizia (ma come potevano essere puliti in quei tuguri che abbiamo descritto, gli unici alla loro portata?) e odiati dagli operai inglesi meno coscienti perché la loro miseria li spingeva ad accettare salari bassissimi, servivano tuttavia ai capitalisti, che grazie a loro potevano puntare al ribasso generale dei salari.

È lo stesso ruolo che oggi hanno in Italia e in Europa gli extracomunitari, ai quali si negano i più elementari diritti e di cui si parla malissimo, ma che vengono lasciati venire in navi che non hanno nulla da invidiare a quelle dei negrieri, negando loro il permesso di soggiorno anche temporaneo, per poterli sfruttare meglio, perché non possono ricorrere a nessuna autorità. È il ruolo che hanno avuto gli italiani negli Stati Uniti, in Argentina, e anche in diversi paesi europei. Peccato che la maggior parte degli italiani sembrano aver dimenticato le umiliazioni e lo sfruttamento feroce subiti da milioni di connazionali nel mondo...

È anche il ruolo assegnato a tutte le minoranze nazionali oppresse e negate: ai palestinesi dei Territori occupati, che vanno a lavorare nello Stato di Israele, che era la loro terra e in cui sono oggi considerati “stranieri”, esposti quindi in ogni momento all’arresto e all’estradizione. È il ruolo dei turchi e soprattutto dei curdi in Germania, degli immigrati arabi, filippini o pachistani nel Kuwait, negli Emirati del Golfo o in Arabia Saudita. Uno dei casi più scandalosi era quello delle popolazioni dei bantustan, creati dal Sudafrica dell’apartheid per ghettizzare la maggioranza dei neri in zone in cui era praticamente impossibile la sopravvivenza, costrette a lavorare fuori di essi come “immigrati” senza diritti.

Questa situazione è cessata con la svolta che ha portato Nelson Mandela alla testa della Repubblica Sudafricana. La ricordiamo anche perché dimostra che i meccanismi di segregazione non sempre funzionano a lungo, se c’è la capacità di riunificare gli sfruttati con statuti diversi, invece di assecondare la divisione tra di essi…

 

 



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