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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> La necessità di non dimenticare

La necessità di non dimenticare

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La necessità di non dimenticare

 

Un libro inquietante, questo La vita in uno sguardo. Le vittime del Grande Terrore staliniano ( a cura di Marta Dell’Asta e Lucetta Scaraffia, Lindau, Torino, 2012), non tanto per i testi delle due curatrici, che non possono aggiungere molto a quanto è già stato scritto finora, ma per il nucleo centrale del volume che è rappresentato da 150 foto segnaletiche trovate nei fascicoli giudiziari di persone condannate alla fucilazione nel terribile biennio 1937-1938; un campione minimo rispetto non solo ai milioni di vittime dello stalinismo, ma anche ai 20.765 fucilati identificati nelle fosse comuni del solo poligono di Butovo, alla periferia di Mosca. Sotto la foto, brevi cenni biografici e la poco fantasiosa motivazione della condanna: quasi sempre “attività controrivoluzionarie” o “discorsi calunniosi”.

È vero almeno in parte quanto scrive la Scaraffia, che i lager sovietici, “su cui abbiamo importantissime testimonianze letterarie” sono però molto meno presenti dei campi di sterminio nazisti nella memoria collettiva; lei lo attribuisce al “fatto che non ci siano foto, in una cultura come la nostra così centrata sull’immagine”. Ma ci sono anche altre spiegazioni: in realtà la rimozione dell’orrore dei Gulag in una parte piccola ma non insignificante della sinistra dipende dal fatto che mentre per il nazismo lo sterminio era l’attuazione coerente di un programma barbarico, lo stalinismo aveva due volti, quello accuratamente nascosto della spietata repressione per prevenire ogni dissenso, e quello pubblico, che sventolava le vecchie bandiere del socialismo che aveva ereditato. Quando nel 1941 l’URSS era stata costretta a combattere il nazismo per difendersi dalla sua aggressività, era stato possibile far dimenticare a molti i disastri che Stalin aveva provocato, prima facilitando con l’insensato settarismo imposto ai comunisti tedeschi l’avvento del nazismo, e poi cercando con esso un modus vivendi basato sulla spartizione dell’Europa. Lo stalinismo all’interno del paese aveva bisogno del lavoro di boia cinici e criminali, ma in tutta l’Europa occupata appariva (ed era per certi aspetti, oltre che per le vittorie militari) il punto di riferimento obbligato per chi  voleva combattere il nazismo. La rimozione è stata facilitata da questa contraddizione, che sfugge alla Scaraffia, che vede nello stalinismo semplicemente “il male assoluto che aveva conquistato l’intera società russa”.

In ogni caso ben vengano queste foto drammatiche, che sono tali perché in genere chi era fotografato sapeva che la foto serviva a “completare la sua pratica”, ed era praticamente un segnale della fine imminente. La foto era un modo per comunicare la condanna, che avveniva (tranne che nei processi spettacolo) senza alcuna discussione in un tribunale. Si pensi che nel gennaio 1989, sotto la forte pressione della società, il Soviet supremo aveva annullato ben quattro milioni di sentenze extragiudiziarie, riabilitando così in un sol colpo quattro milioni di vittime. Un’ammissione tremenda delle responsabilità del regime, che precedeva di poco il suo crollo e forse contribuiva ad esso togliendogli ogni residua credibilità.

La parte più interessante del volume, sono naturalmente le 150 foto e le didascalie con le inverosimili motivazioni delle condanne che le accompagnano. Ad esempio Il’ja Chinčuk, nato nel 1908 in Cina, militante comunista, tornitore meccanico, è fucilato il 10 settembre 1938 come “spia, sabotatore e terrorista al soldo del Giappone”. Nel 1938 il Giappone era da anni l’incubo dell’URSS, ma aveva già massacrato centinaia di migliaia di cinesi di ogni tendenza politica, e ridotto in schiavitù sessuale un gran numero di donne: come si poteva immaginare un’accusa più grottesca? Eppure un cinese o un coreano, o chi aveva nelle sue origini qualcosa di orientale o aveva lavorato nella ferrovia russocinese, era bollato in questo modo; se era un lettone rifugiatosi in URSS per sfuggire al terrore bianco nel suo paese, era una spia lettone; e così se era polacco, o tedesco (nella selezione ne figurano molti). In questo piccolissimo campione non ci sono italiani, ma sappiamo che anche centinaia di comunisti italiani in URSS hanno subito questa sorte. Nel 1956, subito dopo il XX Congresso, ascoltai una testimonianza diretta da due sopravvissuti, Giuseppe Ossola e Paolo Robotti, che raccontarono nella loro cellula le loro vicende sovietiche: erano stati arrestati ed accusati di essere spie di quel fascismo italiano, da cui erano fuggiti (l’ho raccontato nella relazione su Una sezione del PCI nel 1956 in cui ricostruivo anche il successivo “negazionismo” di Robotti).

Ma le motivazioni per le condanne a morte erano a volte veramente incredibili: ad esempio a Pëtr Leonov, nato nel 1897 a Briansk, la sentenza rimproverava di essere senza occupazione e senza fissa dimora, e di aver rubato una bicicletta. Per questo figura tra gli 11 “non riabilitati”, perché la riabilitazione era concessa solo a chi era stato condannato per reati politici.

Invece è stato “riabilitato” Ivan Belokaškin, un cosiddetto “ragazzo di strada”, anch’esso senza casa e lavoro, che finisce come “controrivoluzionario” tra i 354 fucilati del 14 marzo 1938. Non era però il più giovane finito in una fossa comune a Butovo, il primato era di Michail Šamunin, di 13 anni.

Di molti, le foto si erano deteriorate o perdute, o erano state distrutte dopo il 1956, quando si cominciò a distruggere gli immensi incartamenti. La foto di Konstantin Rakul’cev è rimasta ed è delle più inquietanti: è senza un occhio e privo delle gambe, e si appoggia a una stampella, che compare nella foto come un segno di identità non meno del cartello col suo nome. Ed è infatti la causa della sua morte: nel 1937 era stato condannato a tre anni di reclusione, pena lievissima per quei tempi, ma il 23 febbraio 1938 era stato arrestato mentre era in detenzione e condannato a morte, con l’accusa grottesca di essere membro di un gruppo controrivoluzionario. In carcere? In realtà faceva parte di un gruppo di 830 invalidi che i lager respingevano perché inadatti al lavoro. Nel febbraio di quell’anno si decise di rivedere le sentenze, e fucilarli tutti. Senza nemmeno informarli, ma fotografandoli per amor di documentazione… Di episodi del genere avevo parlato nel mio Intellettuali e potere in URSS

Se si è salvata la memoria di quei crimini, si deve all’impegno di un gran numero di volontari, che hanno portato avanti le indagini, con scarsi risultati negli anni di Chrusciov, con difficoltà crescenti ma senza arrendersi nei due decenni successivi, e poi finalmente negli anni della glasnost hanno cominciato a ottenere qualche collaborazione di cittadini comuni e perfino di ex esecutori di quei crimini. Così si è potuto spezzare il muro di silenzio su quel grande cimitero urbano di fosse comuni di Butovo, dove l’ultima fucilazione di 52 persone era avvenuta il 19 ottobre 1938 (due giorni prima era stato deciso di sospendere le “operazioni di massa”). Poco dopo sarebbero cominciati gli arresti all’interno degli organi repressivi, per scaricare su di loro e sul loro capo Ežov la responsabilità dell’ondata di folle terrore. Per anni comunque sarebbe stata mantenuta la sorveglianza armata sul grande recinto, restaurato periodicamente per evitare qualunque curiosità su quel presunto “Poligono di tiro” di due chilometri quadrati, in cui nel 1937 si sparava solo di notte, mentre di giorno si ricoprivano fosse e se ne scavavano altre.

Probabilmente con gli anni si sarebbe cancellata ogni traccia, e in una parte del campo era stato infatti piantato un frutteto e costruito perfino un villaggio di dacie per le vacanze di funzionari del NKVD (ma con l’ingiunzione precauzionale di costruire “casette a un solo piano e senza cantina”, per evitare che scavando venissero fuori resti umani…). Nessuno dei familiari dei fucilati sapeva d’altra parte dove i loro cari erano stati uccisi e sepolti: per anni era stata negata ogni informazione, e anzi sotto Chrusciov una circolare segreta aveva ordinato di inserire una data, un luogo, e una causa di morte fasulli nei documenti di riabilitazione postuma consegnati ai parenti.

Il lavoro di indagine su queste tragedie è stato condotto dai volontari dell’Associazione Memorial, e si è concretizzata prima di tutto nella raccolta dei nomi di coloro che erano spariti nell’enorme tritasassi, ricostruiti (ma solo per il 1937-1938) da 60.000 incartamenti processuali ritrovati: hanno riempito sette volumi solo per la città di Mosca. In tutta la Russia sono più di 200 i “libri della memoria”.

Solo nel 1993 il FSB (erede del NKVD) ha tolto finalmente la sorveglianza alla zona, e solo allora sono cominciati gli scavi a campione in varie parti dei sei ettari rinserrati in una seconda recinzione interna, trovando resti, indumenti, proiettili. Ma ha consegnato la zona immediatamente alla Chiesa Ortodossa, a cui appartenevano effettivamente parecchie delle vittime sepolte in quel campo, 935 su oltre 20.000: molte, ma non sufficienti per assegnarle la rappresentanza di tutti gli altri. Tra le 150 foto segnaletiche, ce ne sono diverse di sacerdoti e anche di 12 di loro che sono stati canonizzati. Ma ci sono anche tanti militanti comunisti, e c’è anche l’umile pastore calmucco Dobža Erdniev, condannato a 5 anni nel 1936 per una qualsiasi sciocchezza, e poi arrestato il 7 aprile 1938 nel Dmitlag dove era detenuto, e “condannato alla fucilazione per aver espresso compassione verso i trockisti fucilati”; c’erano tanti ebrei, c’erano tedeschi comunisti (come Reingol’d Lissauer, Erich Nejman e i fratelli Rejter) accusati assurdamente di essere appartenenti “all’organizzazione spionistica fascista detta Hitler-Jugend”. Tutti rappresentati ora dalla Chiesa ortodossa… pilastro del nuovo regime, e che mette a frutto il reale martirio di tanti suoi membri per ritagliarsi una fetta di potere.

Il libro è particolarmente utile per la breve Storia delle fosse comuni a Butovo di Lidija Golovkova, e anche per il secondo saggio introduttivo, La Russia, la memoria di Marta Dell’Asta, un po’ meno ideologico di quello della Scaraffia, e largamente basato su testi di autori russi, mentre non convince affatto quello conclusivo di Oddone Camerana, che spazia dalle teorizzazioni di Baudelaire sul ruolo futuro della fotografia, a una serie di citazioni letterarie erudite sul rapporto tra fotografia e morte, passando per “l’avventura del ritratto” da Antonello a Rembrandt. Insomma un vero corso sulla ritrattistica, che prescinde dalla semplicissima realtà di queste foto segnaletiche, che ci fanno intravedere nella loro concretezza le mille tragedie delle vittime dello stalinismo.

Non è la prima volta che segnalo qualche libro su queste vicende: ad esempio ne avevo fatta una vera e propria rassegna in Testimonianze sullo stalinismo. E basta esplorare l’indice della sezione Il dibattito sul “socialismo reale” per trovarne altre. Vengo da tempi in cui chi affrontava queste tematiche, anche dopo il XX Congresso, rischiava di venir messo al bando dai comunisti ortodossi come portavoce della propaganda antisovietica. E mi è capitato più volte anche più recentemente di scontrarmi in qualche dibattito con incredibili negazionisti, spesso professori rispettati nel loro ambiente, che attribuivano all’imperialismo americano l’invenzione della “leggenda dei Gulag”.

Ma se potevo credere negli anni scorsi che questi fossero solo residuati del passato, il riaffiorare di nostalgie per l’URSS e la fiducia riposta nei comunisti “duri” del KKE greco anche tra i non molti giovani che si interessano di politica mi allarmano e mi spingono a riprendere il dibattito su questi temi. Ben venga allora anche questo libro, in sé modesto per quel che aggiunge alla conoscenza di quel periodo, ma carico di un messaggio emotivo importante.

(a.m. 15/5/12)



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