Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Napolitano: non è viltà!

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Napolitano: la sua non è viltà!

 

Antonio Di Pietro ha detto che Napolitano non ha firmato i decreti “salvacriminali” per viltà. C’è stata subito una grande ondata di indignazione bipartisan, assurda e sproporzionata, ma devo ammettere che Di Pietro, probabilmente per una certa inesperienza come politico “di sinistra”, si sbaglia.

Napolitano lo ha fatto per coerenza con il suo lungo passato di “traghettatore” del PCI verso la destra socialdemocratica (e oltre…).

Napolitano, che non vediamo come si possa considerare come “al di sopra delle parti”, è infatti un uomo di parte da decenni. Era il principale leader dell’ala migliorista del PCI (quella che al presunto “tutto e subito” di ipotetici massimalisti, rispondeva di fatto con un “niente e mai”, si diceva maliziosamente nel PCI). Era l’ala nata all’ombra di Amendola, e a cui si richiamavano Chiaromonte, Fassino, Macaluso, e tanti altri.

“Gran signore” napoletano, che si compiaceva che venisse notata la sua forte somiglianza con l’ultimo re d’Italia, l’attuale Presidente della Repubblica ha nel suo curriculum diverse prodezze. Quando era Presidente della Camera, negli anni di Tangentopoli, bloccò l’indagine della Finanza che il 2 febbraio 1993 si era presentata a palazzo Montecitorio con un ordine di esibizione di atti (gli originali dei bilanci dei partiti politici), che il magistrato Gherardo Colombo riteneva utili per verificare se talune contribuzioni a politici inquisiti fossero state dichiarate a bilancio, secondo le prescrizioni della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Napolitano fece opporre dal Segretario della Camera all’ufficiale della Finanza “l’immunità di sede”, l'antichissima guarentigia delle Camere in cui la forza pubblica non può accedere se non su autorizzazione del loro Presidente. E naturalmente, non la concesse. Nei giorni successivi naturalmente tutti i partiti politici e tutti i principali organi di stampa sostennero la sua scelta…

Successivamente, Romano Prodi lo scelse come Ministro dell'Interno del suo governo nel 1996. Come primo ex-comunista ad occupare la carica di Ministro dell'Interno, propose quella che diverrà nel luglio 1998 la Legge Turco-Napolitano, che istituisce i centri di permanenza temporanea (CPT) per gli immigrati clandestini. Bell’esordio!

Mentre ricopriva tale incarico, era stato giustamente criticato per non aver attuato la necessaria sorveglianza su Licio Gelli, fuggito all'estero (dopo essere evaso dal carcere già nel 1983) il 28 aprile 1998, il giorno stesso della divulgazione della sentenza definitiva di condanna per depistaggio e strage da parte della Cassazione. Un ministro degli interni forte con i deboli, debole con i forti.

Napolitano era entrato, già a partire dal X congresso del 1962, nella direzione nazionale del partito; dal 1976 al 1979 fu responsabile della politica economica mentre dal 1986 al 1989 diresse la commissione per la politica estera e le relazioni internazionali. Nel luglio del 1989 divenne “ministro degli esteri” nel governo-ombra del PCI. Anche su questo terreno si distinse per un audace sfondamento delle barriere che separavano il PCI dalla destra, stabilendo proficui contatti con i laburisti israeliani (che di sinistra non hanno più nulla da tempo, e che hanno avallato tutte le guerre e sono arrivati a collaborare tranquillamente con i boia Sharon e Nethaniau), con l’obiettivo di veder appoggiata da Simon Perez l’entrata degli ex comunisti italiani nell’internazionale socialista: non a caso nel 1991 fu il primo ex comunista invitato in Israele, e al fianco di Israele si è sempre schierato.

Va detto che non a caso era stato il primo comunista (si definiva ancora tale, nonostante non lo fosse) ad essere invitato negli Stati Uniti nel 1978, quando ancora esisteva la norma che negava il visto ai comunisti: “La novità e il significato dell’avvenimento – scrisse lui stesso su “Rinascita” - stavano nel fatto stesso del rilascio del visto, per la prima volta a un membro della Direzione del Pci invitato in quanto tale negli Stati Uniti per illustrare la politica del Pci, e non come componente di una delegazione unitaria, di carattere parlamentare o regionale o comunale, per partecipare a una missione ufficiale, e stavano nella possibilità di un contatto diretto, di un confronto non superficiale, con alcuni ambienti qualificati.”.

Da presidente della Repubblica si è caratterizzato poi in ogni occasione come un “pontiere”, invitando i due schieramenti a incontrarsi e collaborare, nonostante sia chiaro che la destra non intende concedere nulla su qualsiasi (tra l’altro il centrodestra non lo ha votato, nonostante fosse ben noto per la sua disponibilità). Di qualsiasi cosa si parli (un terremoto, una crisi finanziaria, i morti in Afghanistan, ecc.) Napolitano ha una sola ricetta: unirsi!

 

Per ricostruire l’ambiente “migliorista” da cui Napolitano proviene, ripropongo le recensioni di due libri di Fassino (Fassino si confessa) e Macaluso, (Gli eredi di Togliatti) rispettivamente del settembre e dicembre 2003, molto diversi tra loro, ma estremamente interessanti.