Entra in scena Vendola, Riva trema…

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Avevo già accennato brevemente all’ennesima prepotenza di Riva, che essendo ancora in circolazione come padrone può far di tutto, compresi i ricatti ai lavoratori delle sue aziende, ma lo avevo fatto di sfuggita, solo per segnalare l’inadeguatezza della proposta di Landini (Landini, la “Carta” e padron Riva).

Per evitare equivoci, preciso che non mi illudo che un’eventuale richiesta di esproprio possa essere automaticamente accolta da un governo come quello attuale, anzi. Non a caso Zanonato ha solo accennato al commissariamento ma dicendo subito dopo che è una soluzione da evitare. A Landini dico solo che se non si comincia a fare una proposta concreta davvero alternativa alla semplice soluzione degli ammortizzatori sociali non si riuscirà mai a far altro che adattarsi all’esistente, e allinearsi con i sindacati apertamente padronali (come FIM e UILM, che si sono affrettati a escludere perfino il modesto palliativo del commissariamento).

Ho sentito le agghiaccianti interviste televisive agli operai delle aziende del nord colpite dalle misure di Riva, da Cuneo a Caronno Pertusella, da Verona alla provincia di Brescia: molti se la prendevano con i lavoratori di Taranto considerandoli responsabili delle misure giudiziarie contro padron Riva, ma non era fatale tanta ignoranza e tanta passività rispetto alle manovre padronali. La FIOM poteva fare almeno un’opera di controinformazione, di minoranza dato che gli altri sindacati sono proni al volere del padrone: bastava spiegare che a Taranto la maggioranza dei lavoratori si era piegata almeno inizialmente a manifestare contro i giudici con i fischietti e gli striscioni forniti dal padrone. Cioè facendo lo stesso di quei lavoratori del nord, caduti nella trappola di considerare il padrone vittima anziché criminale e ricattatore da espropriare…

Ma Landini non lo ha fatto. D’altra parte il suo referente politico principale, Nichi Vendola, ha rilasciato un’incredibile intervista al “Messaggero” di Roma, piena delle consuete fumosità: ad esempio dice che “i lavoratori vanno senz’altro tutelati, ma a patto di una discussione senza tabù”. Il giornalista giustamente gli ha chiesto seccamente “Che cosa significa”, eVendola ha risposto che “l’industria dell’acciaio deve cambiare stile”, e che “è evidente che la strada da percorrere sta nella compatibilità tra la produzione, l’abbattimento sistemico degli inquinanti e una gestione trasparente”. Da chiedere a chi aveva una specie di Gladio aziendale nell’ILVA?

Dopo altre liriche divagazioni Vendola osa dire che “se vogliamo custodire le prospettive industriali del Paese, dobbiamo interrogarci senza remore in un senso o nell’altro sulla necessità di separare la famiglia Riva dal destino della siderurgia”. Inutile chiedergli se “in un senso o nell’altro”, sembra la Sibilla cumana…

È la negazione più classica di una proposta politica intellegibile e mobilitante. Tanto è vero che l’intervista si conclude non con una rivendicazione, ma con un auspicio:

“Il caso dell’acciaio costringe il capitalismo italiano a ridefinirsi. Siamo a un passaggio d’epoca. La responsabilità sociale dell’impresa oggi significa anche rispetto dell’ambiente e della legalità. Giovare alla qualità della vita dei lavoratori e dei cittadini dovrebbe giovare anche ad una sana economia di mercato dove i competitor non giocano barando”.

Dovrebbe… E l’economia sana in cui i capitalisti non barano, mi sembra un sogno ad occhi aperti.

E all’ultima domanda dell’intervistatore (piuttosto preoccupato che “la gestione di questa vicenda finisca per fare da freno agli investimenti”, Vendola ha risposto con una delle sue solite fumosità”:

“negli ultimi vent’anni le classi dirigenti hanno teorizzato l’astinenza dello Stato dall’economia. Ora si impone il ritorno ad una politica industriale con obiettivi ampi e degna di questo nome”.

Una formulazione così, mi sembra, potrebbe essere sottoscritta anche da Enrico Letta o da qualunque ministro del suo governo. Ma il bello è il titolo, forse redazionale, dato all’intervista, ma che rende bene l’idea di come queste “proposte” sono state recepite dal quotidiano dei Caltagirone:

Vendola: per un futuro industriale servono nuovi capitalisti”

Buon pro gli faccia. D’altra parte Vendola è in perfetta sintonia con quegli operai di tante fabbriche colpite da chiusure, licenziamenti, delocalizzazioni notturne o festive, che presidiano energicamente (e invano) i locali da cui i macchinari sono stati già sottratti, e chiedono a gran voce, dopo gli ammortizzatori sociali, un nuovo padrone, e una “politica industriale degna di questo nome” che lo finanzi… Inutile dire che non è colpa loro: da decenni la maggior parte dei sindacati e gli ex partiti operai o di sinistra hanno cessato ogni riferimento alla lotta di classe.

(a.m.14/9/13)

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Riporto intanto qui di seguito una nota di Sergio Casanova, che da Genova affronta un altro aspetto dell’iniziativa dei Riva.

Riva libera i lavoratori

di Sergio Casanova

Il gruppo Riva sostiene che i sequestri ordinati dalla magistratura, “impedendo il normale ciclo dei pagamenti aziendali”, fanno sì che “ non esistano più le condizioni operative ed economiche per la prosecuzione della normale attività”. Con questo argomento giustifica la definizione di “atto dovuto” a proposito della “messa in libertà” di 1.400 lavoratori.

Colpisce il linguaggio anacronistico (ma che bene palesa la vittoria culturale dell'ideologia liberista, l'ideologia fondamentalista del Capitale), da tempo fatto proprio anche dai sindacati, col quale si parla di lavoratori messi in libertà, anziché sul lastrico e di datori di lavoro anche quando agisco palesemente come “toglitori di lavoro”!

Ma colpisce ancor di più, pur essendo abituale, la faccia...tosta dei “moderni” padroni delle ferriere, dall'ineffabile Marchionne a Riva.

Il sequestro ha riguardato: “beni immobili per oltre 456 milioni di euro, disponibilità finanziarie ( NdR: non è chiaro di cosa si tratti) per oltre 45 milioni di euro, e azioni e quote societarie per circa 415 milioni di euro. Sono stati sequestrati anche un centinaio di automezzi, il cui valore complessivo è ancora da quantificare”. (http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2013/09/11/AQgwlVM-ilva_sequestro_patrimonio.shtml )

I tirapiedi di Riva, come abbiamo visto, sostengono che ciò ha “impedito il normale ciclo dei pagamenti”. Se ne dovrebbe dedurre che, nel ciclo dei pagamenti dell'ILVA, si ricorre “normalmente” alla vendita di immobili o di azioni e quote di società o di automezzi!

Se ciò fosse vero, secondo il diritto commerciale vigente, ci sarebbero le condizioni per la dichiarazione di fallimento dell'azienda.

Naturalmente si tratta di una dichiarazione fasulla, che avrebbe dovuto essere accolta da grasse risate, insulti, denunce politiche e sindacali. Nulla di tutto ciò è accaduto. Il cane da guardia della classe dominante, la muraglia della manipolazione di massa, ha accreditato la motivazione del padrone delle ferriere. E i sindacati non sono stati da meno! Basti citare Landini, il più a sinistra in CGIL tra quelli che hanno diritto di parola sui media (anche se ha ormai concluso la lunga marcia che l'ha condotto dall'opposizione, all'ultimo congresso, alla linea maggioritaria della CGIL, alla confluenza, nel prossimo congresso, in quella linea, malgrado essa abbia prodotto, nel frattempo, ulteriori gravi danni a lavoratori e lavoratrici). Egli ha “reagito” limitandosi a chiedere (come il ministro Zanonato!) ulteriori commissariamenti, come se questa via non fosse appena reduce da un palese fallimento.

Si tende a dimenticare che il sequestro è un atto cautelativo, in attesa dell'accertamento definitivo della cifra sottratta indebitamente da Riva alle attività di “ambientalizzazione” e messa in sicurezza degli impianti, stimata dai periti dell'autorità giudiziaria in 8,1 miliardi!

Così come si rimuove la scoperta di una struttura ombra della famiglia Riva che, ha agito in base alle direttive della proprietà, pur non comparendo nell’organigramma dell’azienda. Da qui l'estendersi della platea delle persone responsabili delle politiche di disastro ambientale, insieme alla loro riconducibilità diretta alla famiglia, in qualità di mandante (ilsecoloxix.it, 06/09/2013).

Soprattutto si vuole far dimenticare il criminale comportamento dei Riva, causa diretta, attraverso la produzione del disastro ambientale, della morte di molti cittadini di Taranto e, a causa della mancanza di sicurezza, di molti lavoratori.

Non ci sarebbero le condizioni per togliere ai responsabili di assassinii e rapine di pubblico denaro la proprietà e la gestione dell'ILVA? Se non ora quando?

 

Sergio Casanova, 14/09/2013

 

PS: Il caso Riva, visto da Genova, si arricchisce di altre “anomalie” che possono apparire incredibili. Qui Riva ha goduto persino della connivenza (ovviamente mai dichiarata, ma del tutto evidente, pur nel necessario gioco delle parti) della FIOM locale, anche a seguito del peso notevole rappresentato da anni nel suo gruppo dirigente da sindacalisti di Lotta comunista e da altri, loro alleati, in quota PRC.

 



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