Un nuovo bilancio del movimento di Grillo

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Un articolo scritto per la rivista spagnola Viento Sur

Ovviamente nel testo ci sono alcune spiegazioni aggiuntive necessarie per lettori non italiani, ma può essere ugualmente utile per ridiscutere il bilancio di questo movimento. L’articolo era stato spedito a metà ottobre, proprio mentre esplodeva la crisi più grave tra Grillo e una parte dei senatori e deputati del M5S. Ma poi c’è stata anche una prima verifica elettorale in Trentino – Alto Adige: un campanello d’allarme che sarà difficile ignorare. Su questo, un aggiornamento finale.

A pochi mesi dall’emersione come forza politica nazionale del Movimento 5 Stelle (M5S), molti degli equivoci diffusi soprattutto da esponenti dell’area di centrosinistra che si erano sentiti inspiegabilmente defraudati di una vittoria ritenuta sicura si sono chiariti, e il fenomeno appare meno effimero di quanto molti avevano sperato, meno inspiegabile di come era stato presentato dai mass media, e soprattutto meno ambiguo di quanto pretendesse lo stesso Grillo con la sua affermazione di non essere “né di destra né di sinistra”. Oggi è considerato generalmente di sinistra dalla maggior parte dei commentatori, e più volte si è discusso di un ipotetico cambio di maggioranza, che veda insieme PD e M5S. Lo ha caldeggiato in particolare, in varie occasione, il SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà) di Nichi Vendola, e diversi settori della base ex comunista del PD.

Anche gran parte della pur ridotta sinistra italiana ormai fuori dal parlamento, aveva inizialmente liquidato il movimento sorto intorno a Beppe Grillo con gli stessi argomenti utilizzati dal ceto politico moderato del PD e del PDL: si tratterebbe di una “manifestazione di antipolitica”. In realtà era evidente che non si trattava di “antipolitica”, ma di una proposta politica diversa, anche se non convincente e adeguata. Una proposta che ha riempito il vuoto lasciato dalla sostanziale sparizione in Italia del movimento “no-global”, dopo gli exploit di Genova 2001, e dopo alcune battaglie positive e coronate da successo come i referendum per l’acqua pubblica, indebolite però successivamente da un troppo scoperto tentativo di capitalizzarle sul piano elettorale da parte dei piccoli partiti screditati che avevano aderito alla campagna solo in extremis.

Non a caso il successo del movimento di Beppe Grillo è diventato impetuoso nell’anno in cui uno dei suoi argomenti principali, l’identità tra il PDL e il PD (beffardamente chiamato il “PD meno L”), è apparsa confermata nel novembre 2011 dalla partecipazione zelante di questi due partiti (più alcuni minori) al governo proposto dalla BCE e dalla Trojka, guidato da Mario Monti, che ricordava molto l’esperimento greco. A maggior ragione il M5S si è rafforzato quando la stessa maggioranza si è riproposta come “governo delle larghe intese”, togliendo al PD il suo prediletto argomento polemico, l’antiberlusconismo, e a Berlusconi la pretesa di essere un baluardo contro il comunismo.

Subito dopo le elezioni in cui alla Camera dei deputati il M5S era risultato il primo partito (almeno per i voti espressi sul territorio nazionale, anche se è diventato il secondo per pochi voti grazie al poco controllabile voto per corrispondenza degli italiani all’estero che ha favorito il PD) il movimento è apparso per qualche tempo indebolito dalla difficoltà che hanno avuto i suoi 157 eletti, quasi tutti senza la minima esperienza politica precedente, a orientarsi nei meccanismi parlamentari e soprattutto nei regolamenti concepiti proprio per impedire un uso propagandistico delle istituzioni come tribuna e per penalizzare le minoranze. Ma presto, anche se con qualche ingenuità, e negando di volerlo fare, il Movimento di Grillo ha cominciato a tentare una tattica verso il PD, offrendogli i suoi voti per sospingerlo verso una rottura con Berlusconi o per screditarlo se rifiutava l’offerta. Il M5S escludeva una formale alleanza, ma si dichiarava disposto a votare provvedimenti corrispondenti alle promesse fatte dal PD in campagna elettorale. Così ad esempio dopo un sia pur confuso sondaggio in rete tra i suoi sostenitori alla vigilia dell’elezione del presidente della repubblica, il M5S ha proposto al PD una rosa di candidati, tutti appartenenti all’area del centrosinistra ma quasi tutti collocati alla sinistra dello schieramento, e in genere rispettabili e preparati: giuristi, vari costituzionalisti, un medico che ha organizzato ospedali in Afghanistan e altre zone di conflitto, una giornalista indipendente che ha fatto inchieste televisive clamorose. La meno convincente era la radicale Emma Bonino (attuale ministro degli Esteri).

Forse i “grillini” non si rendevano neppure conto che, se pur collocati alla sinistra del PD, quei dieci candidati erano collegati a filo doppio a quel partito, tanto è vero che li hanno poi criticati aspramente quando si sono defilati e soprattutto quando sono emerse le prime divergenze. Ma intanto i “grillini” avevano cominciato a raggiungere settori importanti della base del PD, che avrebbero voluto accogliere la proposta sperando che potesse aprire la strada a una possibile maggioranza PD-M5S, che mettesse finalmente ai margini il partito di Berlusconi.

Qualcosa di simile era già accaduto in effetti davvero al momento dell’elezione del Presidente del Senato (che in Italia è la seconda carica dello Stato), quando una pattuglia di 10 senatori del M5S avevano permesso l’elezione di un magistrato indipendente esperto di antimafia, eletto nelle liste del PD, Piero Grasso, che aveva così battuto il candidato delle destre, il siciliano Renato Schifani, più volte sospettato di solide collusioni con la mafia per conto di Berlusconi. Formalmente era un atto di indisciplina, perché la decisione ufficiale era di astenersi, ma non è stato sanzionato, e ciò avvalora l’ipotesi che fosse una specie di esperimento. Uno degli “indisciplinati”, siciliano, spiegò il suo gesto così: “con che faccia avrei potuto tornare in Sicilia se avessi contribuito con la mia astensione al successo di Schifani?”. Insomma, gradatamente, il M5S si era collocato sostanzialmente a sinistra, anche se i dirigenti del PD continuavano ad attaccarlo come “criptofascista”. In ogni caso i dirigenti del PD non hanno mai accettato di concordare un candidato comune, e ancor meno un programma minimo, ma hanno semplicemente preteso di ottenere i voti del M5S senza fare nulla per meritarseli.

In alcune elezioni amministrative parziali successive a quelle politiche, in cui contavano più che la proposta politica le caratteristiche (a volte anche estetiche…) dell’aspirante sindaco o presidente di regione, si erano registrate alcune flessioni, che tuttavia in genere collocavano ugualmente il M5S a livelli più alti di quelli mai raggiunti in passato dalla “sinistra radicale”. Ma è apparso chiaro che il fenomeno non è finito: oggi nei sondaggi è dato di nuovo intorno al 20%. Va detto che anche alla vigilia delle elezioni del 25 febbraio, i sondaggi lo davano fermo al 15% mentre raggiunse il 25,4%. La ragione è che molti elettori esitano ad ammettere la loro simpatia per un movimento attaccato da tutte le parti.

D’altra parte in un movimento così centrato sulla figura del leader, anche in precedenza i risultati nelle elezioni locali avevano spesso dato risultati inferiori alle aspettative, a volte molto inferiori a quelli ottenuti poi nelle elezioni politiche. Ad esempio nel maggio 2011, quando il movimento aveva già cominciato la sua crescita spettacolare e conquistato i primi comuni, aveva pagato duramente un atteggiamento sprezzante di fronte a due candidati atipici che apparivano  caratterizzati a sinistra: Giuliano Pisapia, che aveva vinto a sorpresa le primarie nel centro sinistra a Milano, e l’ex magistrato Luigi De Magistris che a Napoli si era presentato in polemica aperta con il PD. Entrambi i candidati avevano vinto le elezioni, e il M5S era sceso a percentuali insignificanti in quelle due importanti città.

Il M5S era invece diventato il primo partito in Sicilia nelle elezioni regionali, grazie a una specie di alleanza tattica informale (e quindi instabile) con l’ugualmente atipico candidato alla presidenza della Regione, Rosario Crocetta, che aveva vinto a sorpresa le primarie nel PD ma che proveniva dal PRC, e non aveva una maggioranza solida nell’Assemblea regionale, che era stata da molti anni dominata dalla destra. I grillini fornirono i voti mancanti anche se senza un accordo di legislatura. Il primo risultato era stato una presa di posizione del nuovo presidente contro un enorme impianto statunitense di ascolto radar, il MUOS di Niscemi, molto osteggiato dalla popolazione perché fortemente inquinante, e fortemente voluto da tutti i governi nazionali. Ma di questa capacità di influire tatticamente sulla sinistra non era stato tirato un bilancio, e presto erano nate tensioni con lo stesso Crocetta, che pure era sottoposto a un attacco costante dal gruppo dirigente dello stesso partito a cui formalmente appartiene (Crocetta sul MUOS ha fatto poi un passo indietro).

Nell’insieme, il movimento di Grillo continua ad avere notevoli oscillazioni nei risultati elettorali, con flessioni molto forti soprattutto dove Grillo non ha potuto o voluto partecipare direttamente. Il trionfo siciliano era stato preparato infatti dallo “sbarco” spettacolare di Beppe Grillo a Messina, dopo una traversata a nuoto dello Stretto, seguita da decine di imbarcazioni, e proseguita dal comico con molte decine di comizi-spettacoli nelle piazze affollatissime di città grandi e piccole, che i maggiori partiti non tentavano neppure di occupare, accontentandosi di qualche assemblea in una sala o di una presenza televisiva. In altri casi, soprattutto dove Grillo non era convinto delle candidature locali emerse nei sondaggi in rete, il suo mancato impegno aveva lasciato allo scoperto la fragilità di candidati giovani e inesperti.

Il movimento comunque non accenna a sparire, nonostante le tensioni interne provocate spesso dai criteri autoritari del “padre-padrone” e le sorprese riservate dalle rare sortite pubbliche del suo socio, Roberto Casaleggio, spesso irritanti per molti degli stessi “cittadini” deputati e senatori del M5S. Ad esempio ha stupito e indignato la decisione di Casaleggio di partecipare nello scorso settembre all’incontro del Forum Ambrosetti a Cernobbio, che riunisce ogni anno i principali esponenti della finanza e del capitalismo italiano. In quella sede il socio di Grillo fece un’insipida predica sulle meraviglie della rete, senza il minimo accenno alla crisi economica in atto e senza un’ombra di proposta. Se le critiche a Grillo hanno portato immediatamente all’esclusione dal movimento, quelle a Casaleggio sono ormai frequenti e sono state fatte senza conseguenze anche da diversi parlamentari, che si sono domandati come mai a loro era vietato di partecipare a talk show televisivi mentre il “guru” informatico poteva decidere autonomamente di partecipare a un incontro del genere.

D’altra parte le espulsioni (su cui i mass media fanno grande scandalo, dimenticando che tutti i partiti le hanno fatte anche in epoche recenti) sono state abbastanza circoscritte, e si contano sulle dita di una mano, e sono state in gran parte dettate dal rifiuto di versare integralmente la quota prestabilita del compenso. Ma al di là delle misure disciplinari, il malcontento per la scarsa democrazia interna è diffuso e spesso manifestato in interviste o interventi su Facebook. Il divieto di partecipare a dibattiti televisivi è stato parzialmente attenuato, ma soprattutto violato senza conseguenze, mentre nei primi tempi diversi consiglieri comunali o regionali colpevoli di aver trasgredito il divieto erano stati privati del diritto ad usare il simbolo, che è tuttora proprietà personale di Beppe Grillo e del suo socio, e una consigliera di Bologna, molto stimata nella sua città, era stata anche denigrata volgarmente, con l’accusa di aver ceduto per vanità alle lusinghe del piccolo schermo.

Nell’ultima crisi, una quindicina di senatori avevano manifestato l’intenzione di sostenere il governo Letta se fosse stato in pericolo per la minaccia di un voto di sfiducia deciso da Berlusconi per ripicca alla sua interdizione da ogni carica pubblica, che dovrebbe invece essere conseguenza quasi automatica della sua condanna giudiziaria divenuta definitiva dopo tre gradi di giudizio in un processo protratto per anni dall’ostruzionismo dei suoi legali. Era qualcosa di simile al ragionamento fatto da alcuni di loro al momento dell’elezione del presidente del Senato, mentre la posizione ufficiale del movimento escludeva qualsiasi sostegno al governo Letta. Che la decisione di Grillo e della maggioranza del gruppo fosse sostanzialmente giusta, lo si è visto al momento del voto, che ha visto una brusca giravolta di Berlusconi: il dissenso così non si è dovuto manifestare nel voto, e tutti insieme i senatori “grillini” hanno negato la fiducia al governo. Ma è significativo che non ci sia stato nessun accenno a misure disciplinari per le dichiarazioni che avevano preannunciato un voto diverso da quello della maggioranza del gruppo se si trattava di scongiurare un successo berlusconiano.

È evidente che non è più possibile risolvere l’emergere di divergenze senza che sia stata definita una procedura per superarle con un confronto democratico: il cosiddetto “non statuto” scritto a suo tempo da Beppe Grillo non è più sufficiente, tanto più che i sistemi per le votazioni on line non sono stati mai completati, e a tutt’ora esiste solo un portale di Beppe Grillo, esclusivamente controllato e filtrato dal suo staff, e non è mai stato creato un portale del movimento. Chi tenta di inserire sul blog di Grillo interventi sgraditi, viene sommerso subito da una pioggia di commenti negativi, che sembra siano prodotti in serie dall’abile manipolatore della rete Gianroberto Casaleggio.

Nonostante le molte insoddisfazioni manifestate anche da alcuni dei suoi esponenti, sembra confermata per ora la durata di questo movimento che la maggior parte dei commentatori inizialmente avevano paragonato al partito “dell’Uomo Qualunque” (che aveva avuto un certo successo nelle prime elezioni italiane dopo il fascismo, ma che si era dissolto in pochissimi anni confluendo quasi tutto nel rinato partito neofascista), immaginandone il rapidissimo dissolvimento. A garantirne la sopravvivenza, è oggi più che mai il comportamento delle due principali forze politiche, in apparente polemica permanente tra loro, ma ormai legate in una coalizione governativa basata su un’intesa di vertice che ha retto finora nonostante sia disapprovata da settori importanti dei rispettivi partiti. Le polemiche tra destra e centrosinistra riguardano sempre aspetti marginali mentre i programmi di fondo sono sempre più simili. Basti pensare che nel cosiddetto “ventennio berlusconiano” le maggiori privatizzazioni sono state fatte dai governi di centrosinistra, e così le prime leggi contro gli immigrati, e la legalizzazione delle peggiori forme di lavoro precario. Perfino la indecente legge elettorale voluta da Berlusconi e dalla Lega Nord, non è stata minimamente toccata negli anni in cui era subentrato un governo Prodi di centrosinistra, e non si è tentato minimamente di modificarla negli ultimi due governi di larghe intese.

È questo che dà i più forti argomenti polemici al movimento di Grillo, e gli permette di superare le proprie contraddizioni. Lo ha dimostrato la vicenda dell’elezione del presidente della Repubblica: il PD, a rimorchio della sua robustissima componente di destra, non solo aveva rifiutato i candidati proposti dal M5S e in particolare il prestigioso giurista Stefano Rodotà, ma aveva poi bocciato anche un paio di quelli moderati ma ugualmente invisi a Berlusconi emersi nelle consultazioni interne (tra cui l’ex premier Romano Prodi) facendogli mancare un centinaio di voti che dovevano essere sicuri. Il risultato è stata un’indecente sceneggiata: il PD ha presentato la situazione (che aveva creato artificialmente) come drammatica, riuscendo così a imporre come salvatore il quasi novantenne presidente uscente Napolitano, fautore di un’alleanza ad ogni costo con la destra berlusconiana. Il candidato immediatamente prescelto da Napolitano per guidare il governo, è Enrico Letta, un viscido politico cresciuto in ambiente democristiano e legatissimo allo zio Gianni (consigliere speciale di Berlusconi), che lo portava quando era adolescente a rendere omaggio al vecchio capo Giulio Andreotti, considerato un grande maestro dell’arte della politica. Per Grillo era la conferma delle sue tesi sull’identità tra i due maggiori partiti.

Per giunta la politica realizzata da Enrico Letta, con un governo in piena continuità con quello di Monti, e continuamente sotto ricatto di Berlusconi, era facilmente attaccabile, perché accettava parti essenziali del programma della destra, come la cancellazione dell’imposta sulla casa anche su quelle di lusso, ma lasciava lo stesso spazi alla fronda più o meno aperta di Berlusconi, che è uno spudorato mentitore capace di giocare su tavoli diversi, barando sempre.

Ha pesato poi anche l’intesa del PD con la destra per cambiare la costituzione, cominciando a cancellarne l’art. 138 che prevedeva tempi lunghi e maggioranze larghissime per le modifiche costituzionali. I “grillini” hanno fatto quel che faceva a suo tempo il vecchio PCI, sono saliti sul tetto del Parlamento con uno striscione in difesa della costituzione, e hanno sventolato bandierine tricolori con frasi sulla costituzione dagli ultimi banchi della Camera. Sono stati puniti, con multe e sospensioni, che hanno rafforzato la loro combattività: “i corrotti e i condannati siedono in parlamento, noi siamo puniti per aver fatto appello ai cittadini in difesa della Costituzione”, dicono… Come dargli torto? E come dimenticare che senza la loro rumorosa protesta la modifica dell’art. 138 concordata con la destra sarebbe passata inosservata e senza alcun dibattito?

L’ultima crisi politica provocata dalla condanna di Silvio Berlusconi ha rafforzato nuovamente il M5S: il PD si è diviso più volte e molti suoi esponenti hanno cercato a più riprese un’intesa che potesse evitare la decadenza da senatore del condannato. Secondo il costume abituale del PD, la decisione è stata rinviata più volte, ma ciò non è stato sufficiente a placare Berlusconi, che ha tentato di far cadere il governo imponendo le dimissioni prima di tutti i deputati, poi, visto che le procedure per accettare le dimissioni, che devono essere discusse a una a una, sono lunghe e complesse e si sarebbero protratte per mesi, ha tentato di far dimettere almeno i suoi cinque ministri, e ha chiesto un voto di sfiducia al governo Letta per poter andare alle urne subito con la vecchia legge elettorale truccata. Ma la maggior parte dei deputati e soprattutto i ministri berlusconiani non volevano affatto la fine della legislatura, dato che la loro rielezione non sarebbe stata certa. Così diversi di loro si sono ribellati decidendo di votare la fiducia, e hanno annunciato la costituzione di un gruppo indipendente, accusando Berlusconi di farsi condizionare da alcuni estremisti. La conclusione è stata farsesca: Berlusconi ha deciso in extremis di votare anche lui la fiducia al governo insieme ai dissidenti, per impedire che il conteggio dei voti dimostrasse i nuovi rapporti di forza, e sancisse la sua personale sconfitta. Letta ha cantato vittoria, ma in realtà si trova ancora a governare condizionato da Berlusconi, e con un vicepresidente del Consiglio nonché ministro degli Interni, Angelino Alfano, che non ha mutato in nulla le sue concezioni di destra, e che perfino di fronte alla tragedia del naufragio e dell’annegamento di molte centinaia di somali ed eritrei davanti a Lampedusa ha continuato a chiedere più aiuto “dall’Europa” per respingere militarmente i migranti, rifiutando ogni modifica alla legge infame che considera un reato la “clandestinità”, e che è stata applicata assurdamente perfino ai superstiti del naufragio.

Va detto che nel clima di emozione per la tragedia di Lampedusa, mentre era in corso una aperta contestazione a Letta e Barroso durante una visita propagandistica nell’isola (sono stati costretti a visitare il campo in cui i superstiti sono ammassati senza neppure tende per ripararsi dalla pioggia), il M5S nella Commissione Giustizia del Senato è riuscito il 9 ottobre a far approvare un suo emendamento che cancellerebbe (se confermato nel voto plenario delle due camere) il reato di clandestinità. L’emendamento ha trascinato per ora il PD e SEL, e messo in difficoltà il PDL, tornato momentaneamente alla imbarazzante compagnia della sola Lega. Ma in realtà mette in difficoltà anche il PD, che finora non aveva fatto nulla per cambiare la pessima legge antimigranti varata dalla destra, che d’altra parte si limitava ad aggravare quella Turco - Napolitano introdotta dal centrosinistra nel 1998. Vedremo se il primo successo si consoliderà, o secondo la prassi abituale sarà svuotato o annullato una volta passata l’emozione del momento. [Su questo vedi l’Aggiornamento in coda all’articolo]

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Letta ha avuto in questa crisi l’appoggio della Confindustria, dei maggiori quotidiani borghesi, e perfino di Mariano Rajoy, tutti evidentemente stanchi delle pagliacciate di Berlusconi, ma soddisfatti da un governo che ne continua sostanzialmente la politica conservatrice e antipopolare. Tra l’altro Letta e Alfano si intendono bene, dato che si sono formati entrambe nella vecchia Democrazia Cristiana; questo genera malcontento nei settori più antiberlusconiani del PD, e soprattutto offre grandi possibilità al movimento di Grillo, che può recuperare il terreno perduto inizialmente per inesperienza e qualche gaffe.

Le gaffes sono state fatte soprattutto del leader massimo, che spesso sale su di tono nelle polemiche, ma hanno trascinato molte volte una parte dei deputati e senatori (che si fanno chiamare “cittadini” e non “onorevoli”, in polemica con i molti inquisiti eletti nell’attuale parlamento) in inutili e non necessarie violazioni delle regole parlamentari. Ad esempio Roberto Fico, presidente della Commissione di vigilanza sulla radio e televisione pubblica (RAI), invece di esercitare il suo ruolo attraverso l’importante organo della Camera dei deputati che presiede, è andato con Grillo e un centinaio di sostenitori a manifestare sotto la sede della RAI contro una dichiarazione del premier Letta ritenuta calunniosa e ripetuta in vari telegiornali. Un altro autorevole esponente “grillino”, Vito Crimi, già portavoce del movimento al senato, ha pubblicato su Facebook un commento volgarmente offensivo sullo stato fisico di Berlusconi [una presunta incontinenza urinaria], e lo ha fatto durante la riunione della commissione che doveva pronunciarsi sulla sua esclusione dal Senato, spingendo i berlusconiani a chiedere di invalidare la seduta che per regolamento non doveva avere nessun collegamento con l’esterno.

Nel complesso queste cadute di stile, che scadono a volte in volgarità caratteristiche della destra, non impediscono che nella sostanza il M5S si riproponga come unica alternativa al blocco tra PD e il settore dialogante del PDL, che comunque è quello che determina la linea del governo, e potrà continuare a esercitare ricatti su un PD che continua a cantare vittoria senza motivo.

Il ruolo del piccolo spezzone di sinistra eletto come fiancheggiatore del PD (SEL di Nichi Vendola) che aveva tentato di presentarsi per qualche mese come parte dell’opposizione al governo delle “larghe intese”, è stato anch’esso indebolito dalle sue continue oscillazioni, e dalla sua offerta di sostenere il governo Letta fatta esplicitamente quando sembrava che i transfughi dal PDL fossero troppo pochi. Tanto più che Vendola aveva subito offerto al premier Letta non solo un appoggio esterno, ma la sua “disponibilità” a occupare qualche incarico ministeriale. Ora è tornato alla denuncia del pessimo pateracchio realizzato, che ha per giunta una specie di bomba ad orologeria inserita: Berlusconi infatti, dentro o fuori il senato, può continuare ad attaccare il governo come se non fosse lui a condizionarne indirettamente la linea; si prepara così a una prossima scadenza elettorale anticipata, sempre possibile dati i precari equilibri e la fragilità della maggioranza. E comunque, in ogni caso, alle elezioni europee del 2014.

Di fatto, anche se il PD ha annunciato la fine del “ventennio berlusconiano”, il PDL rimane in piedi con solo un’incrinatura, senza una vera rottura irreparabile: Berlusconi può continuare su tutti i problemi principali a dettar legge ai suoi ministri e può ricattare il governo. Per questo SEL non ha la possibilità di assumere il ruolo di credibile oppositore di questo governo di “larghe intese” sopravvissuto in formato ridimensionato dopo la tempesta provocata da Berlusconi, mentre è il M5S ad apparire l’unica forza di opposizione.

Si può criticare il modo ingenuo e poco proficuo con cui il movimento di Grillo ha fatto opposizione, enunciando programmi non realizzabili e sfornando ben 130 progetti di legge, tutti regolarmente accantonati dalla maggioranza governativa, ma non si può negare che indubbiamente è stata l’unica forza di opposizione, a parte la Lega Nord, che ha tentato però invano con rilanci delle vecchie tematiche razziste di superare la sua crisi e le lacerazioni tra il fondatore Umberto Bossi e il nuovo leader Roberto Maroni.

Il M5S ha puntato prevalentemente su gesti simbolici relativamente efficaci, come l’autoriduzione delle favolose indennità previste per i parlamentari, e le restituzione di 42 milioni di euro di rimborsi elettorali, senza peraltro riuscire a rompere del tutto il muro di silenzio creato intorno alle sue iniziative dai grandi mass media.

Ha anche il merito indiscusso di aver mantenuto con coerenza il sostegno al Movimento No TAV in Val di Susa, che si è radicato da molti anni non per miope difesa di interessi locali, ma contrapponendo alla linea delle Grandi Opere inutili e costose un impegno generalizzato per migliaia di interventi diffusi sul territorio per arginarne il degrado progressivo, che provoca ogni anno centinaia di morti in catastrofi solo apparentemente “naturali”. Il Movimento No TAV è stato colpito da continue misure repressive, con arresti e denunce, e con la militarizzazione di una parte della valle, e l’incriminazione degli intellettuali che lo sostengono e denunciano la repressione ingiustificata. Il M5S ha fatto subito dopo il suo trionfo elettorale di febbraio un gesto importante e inconsueto, portando più di un centinaio di suoi deputati e senatori a manifestare nella valle, rendendo difficile e anzi momentaneamente impossibile la consueta risposta repressiva. È vero che lo ha fatto anche per ricambiare la Valle, che ha dato al M5S percentuali altissime, anche superiori al 50% in alcuni comuni.

Alberto Perino, uno dei leader del movimento No TAV, in una lettera a Paolo Ferrero, l’inamovibile segretario del PRC, ha detto con franchezza: “i voti conquistati dal M5S in Valle erano voti che sarebbero stati del PRC se non si fosse screditato partecipando all’ultimo governo guidato da Romano Prodi”. Prodi è stato, tra l’altro, il grande privatizzatore delle imprese pubbliche e il fautore delle più inutili “Grandi Opere”.

Molti intellettuali di estrema sinistra oltre al gruppo dirigente del PRC hanno continuato però implacabilmente a sottolineare le debolezze del discorso del M5S, l’assenza di chiari riferimenti di classe, la sua sopravvalutazione del ruolo delle istituzioni, l’insistenza sulla denuncia dei privilegi della “casta” invece che dei profitti dei capitalisti. Vero, verissimo. Peccato che nessuno parli dei profitti dei capitalisti nel PD, o in SEL, e che anche il PRC, i Verdi e il PdCI [Partito dei Comunisti Italiani] finché erano presenti in Parlamento si guardavano bene dal farlo e partecipavano senza fiatare a alleanze interclassiste screditanti...

Certamente il M5S non è una reale alternativa al sistema politico attuale. Si direbbe anzi che per esercitare la sua opposizione abbia studiato il comportamento del vecchio PCI, che già nel 1944-1947 abbaiava molto, ma mordeva poco, e successivamente ha fatto molto peggio. Molte delle sue iniziative sembrano ricalcate infatti su quelle del partito di Togliatti e Berlinguer: ad esempio la scelta di concentrare il fuoco su questo o quel singolo ministro, attribuendogli responsabilità particolari e chiedendone le dimissioni, senza attaccare veramente il governo nel suo insieme, e ancor meno il sistema capitalistico. Ultimamente per esempio i “grillini” hanno privilegiato come bersaglio la presidente della Camera, Laura Boldrini, eletta come indipendente nelle liste di SEL e con un passato rispettabile di funzionaria dell’organismo dell’ONU per i rifugiati. La contestano rumorosamente solo perché segue pedantemente il regolamento della Camera e rimprovera quindi le intemperanze verbali o le manifestazioni spettacolari dei deputati del M5S che inalberano cartelli di protesta vietati in aula, senza accorgersi che, a parte il suo rigido formalismo, è una delle poche persone decenti in quel consesso, e non è certo il centro dei meccanismi del potere. L’abitudine di chiedere le dimissioni ad ogni occasione, anche nei confronti del presidente della Repubblica, senza preoccuparsi della possibilità di ottenerla, fa parte di questa messa in scena.

Il problema è che il Movimento Cinque Stelle, nato appena quattro anni fa, nell’ottobre 2009, dando un surrogato di struttura nazionale a un certo numero di piccoli circoli locali, si è trovato del tutto impreparato al salto qualitativo oltre che quantitativo reso possibile dalla crisi acuta del sistema politico: la selezione delle molte centinaia di candidati per le elezioni di febbraio è avvenuta confidando nella bontà della votazione on line di un numero abbastanza ristretto di ammessi al voto, che lo ha costretto in molte regioni a candidare persone del tutto sconosciute selezionate da poche decine di iscritti. La forza di attrazione del leader carismatico le ha portate in parlamento anche se del tutto impreparate: i primi coordinatori sono stati sostituiti rapidamente, ma avevano fatto in tempo a dare ampia prova della loro scarsa cultura.

Ingenue le proposte, mai realizzate fino in fondo, di organizzare corsi accelerati di preparazione politica affidate a improbabili “esperti”, e moltissime le sviste e i fraintendimenti. Ma come rimproverarlo ai soli “grillini” se moltissimi parlamentari di tutti gli schieramenti, specialmente grazie alla pessima legge elettorale che impedisce ogni scelta al cittadino, affidandola esclusivamente ai segretari dei partiti, sono risultati clamorosamente ignoranti quando sono stati sondati a sorpresa da un programma satirico televisivo sulle più elementari nozioni di cultura generale?

Per giunta il sospetto nei confronti di molte decisioni del governo e di molte prese di posizione del Presidente Napolitano, che del governo delle “larghe intese” è stato ispiratore e consigliere, è risultato a volte non ben formulato. Ad esempio il M5S ha accusato il presidente del Senato di non volere il voto segreto nella seduta in cui l’aula dovrebbe sancire la decadenza di Silvio Berlusconi, mentre il voto segreto è categoricamente obbligatorio quando è richiesto da almeno venti senatori, e sarebbe impossibile eludere questa norma (concepita per proteggere minoranze in formazione) con una semplice decisione della maggioranza. [Su questo si vedano le mie considerazioni sul successivo pronunciamento della maggioranza della Commissione Autorizzazioni: Una grottesca farsa parlamentare]

Così analogamente Grillo ha accusato il presidente Napolitano di aver fatto un appello alle due camere perché approvino una legge di amnistia e indulto solo per favorire Berlusconi. In realtà la legge, più che a Berlusconi (che non dovrebbe aver bisogno di nessuna amnistia, dato che sicuramente non andrà in carcere grazie a varie norme, connesse all’età avanzata e alla possibilità di pene alternative già applicate abitualmente in casi analoghi), dovrebbe servire a svuotare le carceri da decine di migliaia di poveracci condannati per piccoli reati. È vero che gran parte dei detenuti sono vittime di un’applicazione di leggi presentate a suo tempo dallo stesso Napolitano quando era ministro degli Interni o ratificate da Napolitano durante il suo primo mandato presidenziale, e che tutti i potenti della finanza e della politica sfuggono abitualmente al carcere, ma la formulazione dell’accusa al presidente delle Repubblica era infelice, e l’attacco è stato stigmatizzato dal 99% dei mass media, che lo hanno considerato una manifestazione di “sfascismo”e un attacco inammissibile alla santità delle istituzioni.

Va detto che la confusione è comprensibile dato il livello farsesco del dibattito politico italiano. Ad esempio il clown proteiforme Berlusconi, mentre sta atteggiandosi a martire e vittima di un complotto di inesistenti giudici comunisti, ha firmato tutti i referendum proposti dal microscopico partito radicale di Marco Pannella, compreso uno per l’abrogazione della legge Bossi-Fini che trasforma i migranti in clandestini (una legge che proprio lui aveva fortemente voluta e che tutti i deputati del suo partito continuano a difendere strenuamente), e perfino uno che chiedeva una legge di amnistia e indulto. Da lì l’idea di Grillo che l’amnistia servisse per lui, mentre è una legge attesa logicamente da centinaia di migliaia di persone che hanno un parente rinchiuso in carceri sovraffollati per qualche reato insignificante, e che appare illogico e controproducente respingere, quale che sia l’ipocrisia di chi la propone.

L’impreparazione della maggior parte dei deputati e senatori del M5S fa da moltiplicatore alle sviste dello stesso Grillo, che negli anni in cui si è preparato a lanciarsi in politica aveva fatto di tutto, meno che impegnarsi seriamente a formarsi una cultura politica. Aveva avuto la prima idea di creare un movimento politico dopo un incontro con il comico francese Coluche, con cui aveva girato un mediocre film (Scemo di guerra) diretto dal regista Dino Risi alla metà degli anni Ottanta. Coluche aveva infatti tentato nel 1981 la scalata all’Eliseo, come castigatore dei politici, e secondo Dino Risi Beppe Grillo era stato affascinato da quella vicenda. Poi Grillo aveva lasciato il cinema dopo tre soli film, tutti di scarso successo, e aveva dapprima girato spot televisivi per uno yogurt o per altri prodotti, specializzandosi poi in spettacoli teatrali in cui affinava le sue arti di comico, scegliendo come primo bersaglio la pubblicità, o la devastazione dell’ambiente. Successivamente aveva pontificato confusamente sull’economia, se l’era presa con la TV (da quella di Stato, la RAI, era stato cacciato per una innocua satira che aveva infastidito il leader socialista Bettino Craxi). Per un certo periodo chiudeva tutti i suoi spettacoli spaccando un televisore sul palcoscenico, e invitando il pubblico a salire sul palco per finire la demolizione. Incredibilmente in una fase successiva il suo bersaglio era diventato il computer, di cui ogni sera demoliva in scena un esemplare, denunciandone l’impatto negativo sia sull’intelligenza sia sull’ambiente… Sosterrà poi le “verità” più diverse e spesso assurde, ad esempio che l’AIDS era un’invenzione delle case farmaceutiche. Appoggerà anche un medico ciarlatano che aveva illuso molti malati di cancro con una cura “miracolosa” senza basi scientifiche che fu messa al bando dal governo, ecc.

Insomma nei suoi spettacoli sceglieva bersagli spesso sbagliati e sosteneva tesi inverosimili, anche se in un caso aveva colto bene nel segno denunciando la truffa della Parmalat molto prima che la magistratura se ne interessasse. Ogni tanto interveniva in qualche assemblea degli azionisti di una società di cui aveva acquistato qualche azione. In ogni caso aveva grandissimo successo. Ma certo non aveva il tempo per darsi un minimo di preparazione politica con letture sistematiche!

Questa superficialità e volubilità, che piaceva al pubblico perché dipendeva da una istintiva capacità di Grillo di interpretarne pregiudizi e sospetti, ed era rafforzata dalla sua innegabile tecnica istrionesca a base di urla e insulti, era stata accentuata dall’incontro con Gianroberto Casaleggio nel 2004. Costui si era formato dentro e poi in società con quella che era stata la principale azienda informatica italiana, la Olivetti, e la competenza informatica gli aveva permesso di creare un “gruppo multidisciplinare per la consulenza delle aziende e della pubblica amministrazione in rete”, ma a queste doti univa la tendenza a coltivare pratiche esoteriche considerandosi tra l’altro seguace di Re Artù, al punto di convocare, pare, riunioni intorno a una tavola rotonda. Casaleggio diventerà il “guru” di Grillo, e lo ispirerà profondamente, pur essendo privo anch’esso di una elementare cultura politica. Aveva simpatizzato per la Lega Nord entrando in una lista civica collegata. Ognuno dei suoi rari interventi pubblici lo conferma. Ma aveva fornito a Grillo uno strumento prezioso, il blog Beppegrillo.it, che compare nel gennaio 2005 e diventa in poco tempo “una vera macchina da guerra capace di rastrellare clic, vendere prodotti, veicolare campagne di opinione”: in tre mesi registra un milione e trecentomila visite da 600.000 persone diverse. “Nell’Italia dell’informazione censurata e dei telegiornali quasi tutti in mano a Silvio Berlusconi, nel paese che viene classificato al settantasettesimo posto della classifica mondiale della libertà di stampa, c’è sete di notizie”. In un anno il blog arriva al decimo posto nel mondo, su 50 milioni di diari on-line, scrive Giuliano Santoro, autore di un libro (Un Grillo qualunque) molto critico, ma che ha il pregio di analizzare a fondo le tecniche usate per arrivare a questo successo, scomponendone il linguaggio per identificare i temi più ricorrenti, e confrontandolo con altre esperienze. Altri critici hanno cercato invano di scoprire quanto il blog abbia fruttato economicamente. Si direbbe molto, dato il tenore di vita dei due.

Non è però la povertà politica della proposta politica di Beppe Grillo, costantemente attento alla denuncia della casta dei politici, e scarsamente preoccupato della classe dei capitalisti, a creare problemi al suo movimento, dato che questo atteggiamento è largamente diffuso ed anzi è stato lanciato con un libro di due giornalisti del maggior quotidiano della borghesia italiana. Il principale problema è la scarsa democrazia interna. È vero che nessuno degli altri partiti ha le carte in regola su questo piano: Berlusconi ha fatto le sue giravolte nell’ultima crisi senza nemmeno consultare il segretario (nominale) del suo partito; Letta ha calpestato apertamente più volte le decisioni congressuali; SEL assiste spesso attonito alle brusche svolte di Vendola; il PRC apprese da un intervento televisivo di Bertinotti che era cambiata la linea e che si puntava di nuovo a entrare al governo. Ma non sono veri partiti, bensì comitati d’affari, che devono semplicemente trovare una convergenza e hanno una funzione prevalente di conservazione (la definizione vale meno per il PRC nel suo insieme, che ha ancora una generosa militanza, ma descrive bene il suo gruppo dirigente che continua a tessere alleanze locali indecenti). Invece il successo di un movimento cresciuto in un colpo solo da zero a 157 eletti  si può spiegare solo con la capacità di interpretare e raccogliere un’enorme diffuso bisogno di cambiamento, e il confronto politico aperto è una necessità.

Che non avessero idee chiare su come ottenere questo cambiamento, è un’altra cosa, ma non c’è dubbio che la stragrande maggioranza degli eletti è entrato in parlamento con grandi speranze e una sincera aspirazione a cambiare il mondo. Hanno verificato presto molti limiti della loro azione, e hanno cominciato a dubitare delle loro convinzioni iniziali. La partecipazione a moltissime commissioni parlamentari ha reso vana la norma che voleva riservare il diritto di parola ai soli due “portavoce”, che per giunta erano men che mediocri. Era impossibile farlo, tutti prima o poi dovevano orientarsi da soli, per intervenire nel dibattito. Le impostazioni dovute alla loro diversa origine politica (nessuno poteva avere ricoperto cariche pubbliche in altri partiti, ma ovviamente ciascuno aveva subito varie influenze e fatta qualche esperienza) ha comportato l’emergere di differenziazioni che non possono essere risolte con divieti e imposizioni.

La democrazia per un movimento di questo tipo non è un lusso, è una necessità. Solo se riuscirà a trovare una forma per discutere insieme le varie posizioni emerse e un bilancio delle prime esperienze, elaborando una proposta per superare la gravissima crisi economica e sociale dell’Italia salvaguardando i diritti di lavoratori, precari, disoccupati e pensionati, il M5S o almeno una parte di esso riuscirà ad approfittare della decomposizione del sistema politico ponendosi come un punto di riferimento non solo per il nostro paese.

Rispetto ad altri fenomeni analoghi, è infatti un po’ più grande l’attenzione alla dimensione internazionale: sono state superate le sciocche ripetizioni dei luoghi comuni circolanti in tutte le forze politiche italiane sulla Germania come modello e al tempo stesso come causa dei mali dell’Italia; si comincia anche a dedicare più attenzione a fenomeni come Occupy Wall Street o le mobilitazioni in Colombia, anche grazie a una figura emergente tra i parlamentari critici come il senatore italo venezuelano Luis Alberto Orellana. Insomma la partita è aperta, ma intanto l’emergere di questo movimento, con tutte le sue contraddizioni e limiti, ha dato un duro scossone alla sinistra tradizionale e al suo immobilismo e conformismo. (9/1013

Postilla (17/10/13)

Proprio subito dopo il successo ottenuto il 9 ottobre con l’abolizione del reato di clandestinità, il M5S è stato attaccato pesantemente da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, in un comunicato che sosteneva che così si perdono voti a favore della destra, e che comunque la questione non appariva nel programma e non era stata votata. La posizione di Grillo e soprattutto di Casaleggio non era una sorpresa, perché su questo terreno avevano corteggiato spesso la Lega, sperando di ricavare vantaggi dalla sua crisi. La sorpresa è stata la ribellione della grande maggioranza dei deputati e senatori del M5S, che hanno ribadito la correttezza della decisione nel merito e nella forma: ne avevano infatti discusso a lungo per presentare un progetto di legge per svuotare le carceri. Hanno contestato il diritto dei due (e soprattutto di Casaleggio) di giudicare "dall’alto" le scelte democratiche del gruppo parlamentare. Un incontro sollecitato da Grillo è stato rinviato più volte, e anche questo è un segnale interessante, comunque si risolva questa prima grave crisi pubblica. (a.m. 17/10/13)

Fin qui il testo inviato in quella data ai compagni della rivista spagnola Viento Sur. Ma in queste due settimane sono emersi nuovi dati, che mi permettono di riprendere e aggiornare la riflessione sul M5S. Eccoli:

Aggiornamento del 3/11

Molti nodi stanno venendo al pettine nel M5S. Prima di tutto la tensione sull’abrogazione del reato di clandestinità provocata dalla sconfessione del comportamento dei due senatori da parte di Grillo e Casaleggio, è rimasta latente, e ha visto numerosi rinvii del confronto tra i due capi “carismatici” e il corpo degli eletti. Quando alla fine l’incontro c’è stato, con una visita a sorpresa del solo Grillo alle due camere, la questione si era diluita nel tempo e nelle varie altre ragioni di polemica, e non c’è stata una conclusione netta. Grillo ha anzi scherzato sui dissidenti, definendoli intelligenti e simpatici…

Ma nel frattempo c’era stata una sorpresa sgradevole, invano minimizzata da Grillo: nelle elezioni provinciali a Bolzano e Trento il M5S aveva subito un tracollo impressionante, soprattutto a Trento dove il passaggio dai 63.000 voti di febbraio a 14.000 vuol dire che i tre quarti degli elettori hanno almeno per ora abbandonato il movimento. Quasi analoga la situazione a Bolzano (da 25.000 di febbraio a 7.000 in ottobre). È vero che un voto di protesta generica funziona meno nelle elezioni amministrative (si era già verificato in Friuli Venezia Giulia), ma ciò non toglie che il campanello di allarme c’è, tanto più che in tutte e due le province il M5S è stato scavalcato perfino dalla Lega Nord. A quanto pare la presenza di Grillo nell’ultima fase della campagna e la sua presa di posizione a favore del mantenimento del reato di clandestinità, non ha pagato. Perché si dovrebbe votare una imitazione, se c’è già sul campo l’originale?

I ripetuti insuccessi in questa fase hanno molteplici spiegazioni, oltre a quella più generale della difficoltà di incidere in elezioni amministrative, che è solo parzialmente vera ma andrebbe corretta precisando che questo pesa soprattutto dove non si ha un radicamento locale riconosciuto, come c’era in Emilia Romagna, e come peraltro non c’è in gran parte dell’Italia, che ha votato il M5S in febbraio per il ruolo e il nome del suo leader, anche se il movimento localmente era debole o invisibile.

La causa principale è che molte delle grandi proclamazioni del movimento appaiono vuote e sterili, dal momento che escludono qualsiasi alleanza anche a tempo e su obiettivi limitati. Anche se il programma fosse sufficiente e adeguato alla crisi attuale (e per giunta non lo è), di fatto risulta irrealizzabile, perché anche solo per la realizzazione di uno o due punti ci vorrebbe una maggioranza parlamentare temporanea. Naturalmente è logico e prudente rifiutare un’alleanza organica, un’entrata stabile in una maggioranza, e bene ha fatto il M5S a rifiutare finora le rare offerte del PD quando voleva semplicemente i suoi voti. Ma l’alternanza brusca tra le proposte “realistiche” (come l’indicazione di Stefano Rodotà o di altri esponenti dell’area di centro sinistra per la presidenza della Repubblica) che sembravano delineare una tattica, e le rotture accompagnate da insulti e sberleffi all’emergere della prima divergenza, non aiuta a preparare altre operazioni del genere.

Ugualmente poco utile è il periodico concentrare il fuoco su Giorgio Napolitano. Chi frequenta il mio sito sa bene che pessima opinione ne ho, ma ugualmente penso che non lo si possa accusare ad ogni passo di tradimento. È solo il principale esponente dell’ala destra del PD, e da decenni (insieme a una parte notevole del partito) è favorevole a un’intesa con la destra berlusconiana. La sua vera colpa è stata quella di spingere il PCI ad assimilarsi ai partiti borghesi e ai loro criteri di funzionamento, rinunciando a un patrimonio ideale riformista e moderato, ma rispettabile. Ma era ed è una posizione politica, non un tradimento, e nessun membro del suo stesso partito accetterebbe di votare la richiesta di impeachment.

La proposta d’altra parte rivela il suo carattere ingenuamente propagandistico, per giunta poco efficace. Dovrebbe avere effetto o almeno giustificarsi col fatto che a suo tempo, nel lontano 1991, il PDS lo aveva richiesto per il presidente Cossiga. A parte che non se ne era fatto nulla, non è un buon esempio da seguire. Cossiga non era certo peggio di presidenti come Gronchi, che avallò il tentativo di Tambroni nel 1960, di Antonio Segni, golpista con De Lorenzo nel 1964, Giovanni Leone, ecc. (si salvava solo il candido Pertini, che fu manipolato però facilmente dai suoi consiglieri, e che facilitò involontariamente il rafforzamento delle tendenze presidenzialiste con i suoi compartamenti irrituali). Inoltre, già dal nome, l’impeachment appare incomprensibile alla maggior parte degli italiani. E comunque sembra strano che la proposta centrale del M5S riguardi il presunto mancato rispetto di regole di cui ai cittadini importa ben poco, mentre non ce ne sono per affrontare il drammatico problema della disoccupazione, della povertà crescente di pensionati e anche di lavoratori buttati fuori dalle fabbriche, della perdita della casa per l’impossibilità di pagare il mutuo…

Come ha sottolineato anche qualche senatore “grillino” critico, una proposta come l’impeachment, se non un vero boomerang, appare comunque inutile e velleitaria, e contribuisce ad esaltare la funzione degli strumenti rappresentativi della democrazia borghese, concepiti esattamente per ingabbiare la dialettica politica e di classe in un quadro rigido e sostanzialmente immutabile, tra l’altro non particolarmente amato dai cittadini. E in ogni caso scava un solco permanente nei confronti di tutte le componenti del PD, comprese quelle (certo minoritarie ma non insignificanti) che avevano puntato su un alleanza con il M5S almeno al momento dell’elezione del presidente, per evitare l’abbraccio mortale con il “grande corruttore”. E che comunque sarebbero indispensabili, una volta sganciate dalla maggioranza, per realizzare almeno qualche punto del programma.

La scelte che hanno per il momento ridotto l’impatto del nuovo movimento, sono conseguenza logica della diagnosi sbagliata dei mali della società italiana. Grillo (seguito in questo finora da pressoché tutto il suo movimento), ritiene che la causa della crisi politica, economica e sociale sia esclusivamente del ceto politico, dei partiti in quanto tali, male assoluto.

Eppure questo schema non spiega affatto la crisi economica, e neppure alcuni dei più recenti scandalosi casi emersi negli ultimi tempi. Non apparteneva a nessun partito Anna Maria Cancellieri, scoperta mentre interveniva ad hoc per favorire la figlia di un vecchio indecente amico come Salvatore Ligresti; e lo stesso si può dire per chi l’aveva preceduta al ministero di Grazie e Giustizia con il governo Monti, Paola Severino, che si era “dimenticata” di denunciare tra le tante proprietà una villa da 10 milioni di euro sull’Appia Antica; lo stesso Monti, o la Fornero non avevano nessun partito… ma solo figli da piazzare.

Quello della Cancellieri, sistemato dai Ligresti, era definito “un’idiota” da una delle figlie del vecchio boss, ma in un anno aveva maturato una buonuscita di 3,600 milioni di euro… Detto per inciso, della Cancellieri mi indigna non tanto il salvataggio mirato di Giulia Ligresti (se stava male davvero, poteva essere giustificato, anche se ovviamente scandalizza il confronto con i tanti sventurati che nelle carceri muoiono davvero senza poter chiedere aiuto a qualcuno), ma la frequentazione abituale di un nucleo di avventurieri della Finanza come la famiglia Ligresti, con affari pendenti di fronte alla Giustizia da decenni. Frequentazione documentata da Gianni Barbacetto (oggi al “Fatto Quotidiano”, allora al “Giornale” di Montanelli), che aveva incontrato nel lontano 1987 la Cancellieri mentre era viceprefetto di Milano ma faceva già da consigliera a Antonino Ligresti, il “re delle cliniche” e fratello di Salvatore, più volte inquisito. Questo, per me è lo scandalo, non la scarcerazione di Giulia…

Tutti costoro, ripeto, non avevano un partito dietro: erano pezzi importanti dell’apparato statale permanente, che conta più dei partiti perché più radicato (cambiano i ministri ma gli alti burocrati assicurano la continuità), e organicamente legato alla classe capitalista.

D’altra parte mi pare assurdo che il M5S non insorga di fronte agli scandali delle clamorose liquidazioni emerse recentemente per esempio alla Telecom (mentre entrava in crisi e diventava oggetto di mire della concorrente spagnola), che sono risultate altissime indipendentemente dai risultati: oltre 74 milioni di euro. Nel 2001 Colaninno si era preso 25,8 milioni di euro dopo aver passato solo due anni al vertice della compagnia telefonica. Alessandro Profumo ottenne 38 milioni quando lasciò Unicredit e Matteo Arpe uscì da Capitalia con una liquidazione di 37,4 milioni. Non si dica che non c’entra, perché sono imprese private: sono imprese periodicamente “salvate” da generosi contributi statali, oltre che privatizzate in modo e a prezzi scandalosi. Idem per Alitalia: quanto è costata agli italiani e con quali risultati?

Riprendendo un vecchio refrain della destra qualunquista, Grillo attacca sempre “i partiti”, o “la politica”. Non è lui che lo ha inventato: anche in quasi ogni corteo operaio disperato che implora magari solo il prolungamento della Cassa Integrazione, davanti a ogni fabbrica presidiata, si sentono accuse ai “politici”. Sono condivise da tanti, ma non spiegano niente. I partiti visibili perché rappresentati in parlamento appaiono repellenti, e dato che non servono a niente, attirano lo sdegno per le loro retribuzioni esorbitanti. Tanto più quello che un tempo era un partito che difendeva i lavoratori, e nei cui vertici si sono non a caso collocati non pochi ex sindacalisti. Ma neppure il PD è il principale responsabile della crisi, se non per aver cancellato ogni traccia del suo vecchio patrimonio di idee, e rinunciato a qualsiasi forma di opposizione (“non si può dire sempre no”, è il suo leimotiv da trent’anni). Gli si può addebitare anche la colpa di aver distrutto la militanza e la funzione educativa di un partito che aveva tra l’altro una prestigiosa casa editrice e molti quotidiani e riviste, compresa una di divulgazione culturale che entrava in centinaia di migliaia di case proletarie (“Il calendario del popolo”), per adottare ogni tipo di moda americana, compresa quella delle primarie in cui votano passanti e zombie…

La crisi non è generata dai partiti, ma dal normale funzionamento del capitalismo. La colpa dei partiti è semplicemente la loro subalternità al capitalismo e alle sue leggi, che comportano il saccheggio delle risorse comuni, il finanziamento quasi illimitato di aziende parassitarie (basta pensare all’Alitalia), prelevando da salari e pensioni e con tasse inique il necessario. Non sono i partiti al centro del potere, sono solo i servitori del capitale, e i paraventi dietro cui si nasconde.

Invece delle sbruffonate su ipotetiche prossime vittorie che lo consolidino come la prima forza politica in Italia, il M5S dovrebbe cominciare a riflettere senza schemi sulla sua scarsa incidenza nella situazione italiana, e soprattutto sulle cause di una crisi che ha investito non solo l’Italia ma gran parte dell’Europa e del resto del mondo. È necessario farlo per trovare una via d’uscita, che può essere solo quella della lotta contro il capitalismo.

Il M5S senza una discussione democratica approfondita al suo interno, e in rapporto con ampi settori della società italiana, rischia di pagare il prezzo di analisi sbagliate e di un poco convincente propagandismo astratto, che hanno impedito al movimento di rappresentare una vera alternativa. Ma forse l’ipotesi peggiore è che il M5S potrebbe crescere ancora solo perché rinforzato dal diffuso disgusto per la politica delle larghe intese, e per i comportamenti delle due principali forze politiche, in apparente polemica permanente tra loro, ma che appaiono sempre più simili: si pensi al mercato delle tessere nel PD per la farsa delle primarie. È questo che dà i più forti argomenti polemici al movimento di Grillo, e gli permette di superare le proprie evidenti contraddizioni.

Ma un nuovo successo del M5S senza una ridefinizione di programmi e di una tattica per realizzarli potrebbe solo prolungare l’agonia del sistema politico italiano. Grillo ripete che è grazie al suo movimento che l’Italia non conosce la crescita dell’estrema destra, ma è un’affermazione poco convincente. L’estrema destra demagogica e aggressiva in Europa cresce non solo come reazione al consociativismo tra destra ed ex sinistra, ma per l’assenza di una credibile alternativa. E questa non si costruisce solo con le parole urlate più forte, ma partecipando alla ricostruzione dei movimenti in difesa della condizione della grande maggioranza della popolazione.

Grillo si è incontrato recentemente con uno dei promotori del movimento #Occupy Wall Street, e ha annunciato programmi ambiziosi a livello internazionale. Bene. C’è solo da augurarsi che il suo eclettismo non lo porti a interagire contemporaneamente a livello europeo con movimenti di segno diverso, solo perché sono in ascesa e magari perché combattono l’euro e l’Europa, su cui il discorso del movimento finora è stato cauto, ma non privo di ambiguità. Qualche voce era circolata in proposito. Ma va detto che perfino Gianroberto Casaleggio, il più sospettabile di progetti del genere per i suoi trascorsi di destra, ha ritenuto necessario precisare subito: “Non ho mai avuto nè ho intenzione di avere alcun contatto con esponenti del Front National di Marine Le Pen. Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire”. Ne prendo atto con piacere, ogni ambiguità su questo terreno sarebbe disastrosa per lo stesso movimento. (a.m. 3/11/13)

Segnalo intanto un video di un incontro tra M5S e Cremaschi: http://www.youtube.com/watch?v=Fgr6qkFBGeo

 



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